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SOMMARIO
Introduzione al secondo volume di Giovanna Busolini.
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Prima parte - INTRODUZIONE (Clicca)
1. INFINITA MISERICORDIA E INFINITA GIUSTIZIA.
1.1. Dio ci ha creati “maggiorenni”.
1.1.1.  La vita eterna: il Paradiso: luce, gioia, pace, amore. L’Inferno: tenebre, dolore, orrore,odio.
1.1.2. «Dio ha lasciato libertà ai figli di scegliere il Bene o il Male».
1.1.3. Anima e corpo vivranno insieme gioendo o soffrendo, a seconda di come insieme meritarono, per l’eternità.
1.2. La Risurrezione dei morti. Riflessioni.
1.2.1. «Un giorno verrà che su un mondo morto, sotto un firmamento spento, appariranno allo squillo angelico ossa e ossa di morti».
1.2.2. Sulla fine del mondo e la Risurrezione della carne, alla luce delle rivelazioni a Maria Valtorta.
1.2.3. Un ulteriore chiarimento dello stesso Gesù a riguardo della fine dell’Universo creato.
1.3. Il Giudizio Universale.
1.3.1. Gli Angeli del Segno.
1.3.2. Il Segno del Tau: Croce capitozzata.
Seconda parte
CATECHISMO DI S. PIO X
CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
DETTI DI PERSONE FAMOSE
2.1. Perché l’Inferno?
2.1.1. La prova per gli Angeli, non superata dai ribelli, provoca la creazione dell’Inferno.
2.1.2 Maria Regina degli Angeli.
2.2. L’Inferno, ovvero la morte eterna dell’anima.
2.2.1. L’Inferno e la “Gehenna” alla luce delle rivelazioni a Maria Valtorta.
2.2.2. La visione di Satana e dell’Inferno negli scritti di Maria Valtorta.
2.3. La coscienza: retta, cattiva, addormentata.
2.4. Il peccato contro lo Spirito Santo: imperdonabile se consumato fino alla morte.
2.5. Fede, speranza e carità permettono all’uomo carnale di seguire la legge spirituale e di non finire all'Inferno.
Terza parte
3.1. Il Paradiso nel Catechismo della Chiesa Cattolica.
3.2. La vita eterna degli abitanti del Paradiso.
3.2.1. Aspetti naturali del Paradiso terrestre saranno anche in quello celeste, ma vi saranno in forma soprannaturalizzata.
3.2.2. «Beati quelli che fioriscono in maniera di essere degni del trapianto nel mio Paradiso».
3.3. La prima visione del Paradiso.
3.3.1. La seconda visione del Paradiso.
3.3.2. Il Paradiso: “pensiero” o “realtà”?
3.4. La prima entrata dell’uomo in Paradiso. Il Primogenito di fra i morti: L’Uomo-Dio.
3.4.1. Il Primogenito di fra i morti.
3.5. Il Paradiso può essere per tutti gli uomini, anche se di altre religioni, ma quanta attesa per loro.
3.6. L’Immacolata Vergine Maria, la secondogenita del Padre, fu la prima creatura ad entrare in Paradiso in anima e corpo.
3.6.1. La gloria di Maria SS. in Cielo.
3.7. L’attimo eterno.
SECONDO ~ VOLUME
Introduzione al secondo volume di Giovanna Busolini.
In questo secondo volume sui 4 Novissimi cercheremo di capire bene che cosa si debba intendere per “Vita Eterna”, per “Giudizio Universale” e come debbano essere pure intesi i due  'Regni', cioè l'Inferno ed il Paradiso, che rimarranno in essere dopo quella che il Gesù valtortiano chiama la “tremenda rassegna” del Giudizio Universale.
Infatti, dopo il Giudizio Universale, degli attuali quattro “Regni” cesseranno di esistere i due del Purgatorio e Limbo.
Argomenti quali il Purgatorio, l'Inferno ed il Paradiso sono al giorno d'oggi poco trattati persino da sacerdoti e vescovi.
Nella attuale società razionalista - davvero priva di fede - ma anche a livello di gente comune “credente”, queste realtà “escatologiche” sono sovente valutate con perplessità.
Dai “nemici” della Fede sono addirittura considerate delle “fantasie”, favole inventate dalla Chiesa per intimorire e soggiogare con la paura le masse cristiane.
Persino vescovi e sacerdoti - forse per timore di essere oggi criticati ed irrisi - temono di affrontare questi argomenti e si limitano a pochi veloci accenni senza affrontare il vero “nocciolo” del problema.
E invece sbagliano gravemente perchè privano la nostra vita della valutazione di quello che è il nostro vero destino ... escatologico.
Senza una piena consapevolezza della realtà di questi vari “Regni” perde senso anche la nostra spirituale prospettiva di vita rimandendo, dopo la morte, solo quella di una dissoluzione... nel nulla.
Parlando della vita eterna successiva al Giudizio Universale chissà quante persone si saranno peraltro chieste quando avverrà mai questo “Giudizio”, accompagnato per di più dalla Seconda Venuta gloriosa del Signore.
Nei primi tempi del Cristianesimo erano davvero in molti a pensare - specie sotto la sferza delle terribili persecuzioni che facevano invocare una veloce “Giustizia divina” appunto con il ritorno del Signore - che la Seconda venuta della fine del mondo e del conseguente Giudizio Universale fosse davvero imminente.
Lo stesso San Paolo sembrava volesse avallare questa idea di “imminenza” quando nella Lettera ai Romani diceva:
«8Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell'amore vicendevole; perché chi ama l'altro ha adempiuto la Legge. 9Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 10La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità. 11E questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. 12La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. 13Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. 14Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non lasciatevi prendere dai desideri della carne».
Da allora sono passati più di duemila anni e non sono pochi quelli che - nemici del Cristianesimo - hanno considerato San Paolo come un “illuso” che si era clamorosamente sbagliato.
Questo brano venne addirittura strumentalizzato dai non credenti per mettere in dubbio l'intera verità della sua Dottrina, che è sempre stata invece considerata come ispirata direttamente da Dio.
In realtà queste parole di Paolo non sono sbagliate ma sono state semplicemente male interpretate, e la spiegazione ce la offre proprio il Gesù valtortiano quando a questo riguardo dice:
«Nessuno, fra i cristiani, oserebbe dire che Paolo non è stato Apostolo, ripieno dello Spirito dello Spirito di Dio, di grazia e santità. Ma come allora spiegano, coloro che speculano con tutti i mezzi nelle parole dell’Opera per dire “il portavoce ha fatto errore”, la contraddizione delle parole di Paolo “... essendo già l’ora di svegliarsi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina di quanto credemmo. La notte è inoltrata e il giorno si avvicina”?
Queste parole - e non è l’unica volta che Paolo parla della seconda venuta del Cristo, dei tempi ultimi, del giudizio finale - sembra che indichino un ben prossimo (ai giorni di Paolo) sorgere del giorno eterno. Ma quale lungo tempo d’alba ha mai questo giorno, se questo tempo dura da 20 secoli e ancor vi è tempo al giorno!
Mancò allora in Paolo lo spirito profetico? E se ciononostante egli è chiamato Vaso di elezione, Apostolo delle Genti, e la sua parola è di poco inferiore al Vangelo per potenza ammaestrativa, come si può gettare pietre a te, piccolo Giovanni, se, ai miopi occhi dei leggenti, alcune mie, dico mie parole da te trascritte sembrano contraddire le credenze antiche e i fatti passati, presenti, futuri, così come sono noti o previsti?
In verità ti dico che non sbagliò Paolo interpretando male le mie parole (Luca 21 v. 32, Marco 13 v. 30) e vedendo prossimo il giorno di Dio, così come non sbagli tu, piccolo Giovanni.
Egli perché, come tutti coloro che lo Spirito dello Spirito che è Dio investe e innalza ai cieli della veggenza, vede attraverso la pupilla di Dio, ossia in un eterno presente.
Il fatto di ora e il fatto che avverrà fra secoli, pari sono per colui che contempla rapito in Dio. Quei fatti sono. Quei fatti sono veri. Che sia oggi il loro avverarsi o fra decine d’anni o di secoli, quei fatti saranno, e solleciti per chi li contempla nel gorgo luminoso dell’eternità nel quale sono pulviscolo di attimi gli anni e i secoli.
E tu neppure sbagli, perché tu non sei che la mano che scrive il Pensiero e la Parola per volontà dell’Amore. E l’Amore non erra. Mai. E l’Amore ha azioni che i miopi possono credere contraddittorie, ma che seguono sempre la retta linea, semplice e giusta, delle azioni di Dio.
Sta in pace e manda pure queste parole che ti ho ripetute per gioia tua e bontà agli altri.»
Il fatto, che molti critici trascurano di considerare, è che Dio vive in un eterno presente: il passato, come il futuro di due millenni dopo, è un “oggi” per Lui. Il Tempo per Lui non esiste, e quando i profeti ispirati - vedendo nell'Occhio di Dio - predicono qualcosa che dovrà realizzarsi anche in un futuro molto lontano, essi lo vedono tuttavia con una tale vividezza e realismo da fargli apparire questi accadimenti come se essi fossero già il loro “presente”, cioè “imminenti”.
Sono molte le profezie dell'Antico Testamento che sembrava dovessero avverarsi nel tempo storico del Profeta, ma che non si sono realizzate in quel tempo al punto di esporlo da parte dei contemporanei all'accusa di “falso profeta”.
Tuttavia esse si sono immancabilmente realizzate secoli dopo.
Ad esempio - e forse è la più nota e clamorosa, perché data con cinque secoli di anticipo e poi realizzatasi con estrema precisione storica - la Profezia messianica di Daniele delle “settanta settimane” mancanti alla apparizione sulla terra del Messia.
Settimane interpretate dai contemporanei dapprima come settimane di giorni, poi - trascorsi i giorni - come settimane di mesi, e infine - come in realtà poi fu - come settimane di anni: 490 anni per la regola.
Concludendo, non sappiamo quando avverrà la fine del mondo nè tantomeno lo stesso Giudizio Universale, fra mille anni o centomila, e comunque anche i “centomila” sono per Dio come singoli granelli di sabbia di un deserto, nell'infinità del tempo che non è Tempo.
Sappiamo però, grazie alle varie ispirazioni divine ed alle stesse parole di Gesù, che il Giudizio Universale, e poi di seguito la Vita eterna in Cielo o nell’Inferno, avverrà immancabilmente.
Chiariti questi concetti importanti, facciamo ora un breve ripasso:
1. Dopo il Peccato Originale, commesso dai Progenitori – colpa che è stata di una gravità tale da introdurre la Morte e stordire per millenni l'Umanità intera privandola della luce divina, rendendola perciò incapace di percepire le grandi realtà spirituali, ragione e causa della sua stessa esistenza - il Decreto di Dio sull’uomo fu inesorabile, anche se giusto. Lo fu a tal punto che neanche il pur Innocentissimo Gesù - senza Macchia alcuna ma avendo però preso su di sé i peccati di tutta l’Umanità - poté evitare questo passaggio dalla vita alla morte. Anzi, la Sua fu la Passione e Morte più atroce che nessun uomo potrà mai patire, perché non solo tenacemente voluta in riscatto dell'Umanità, ma pure vissuta ed interamente sofferta da un Uomo-Dio perfetto nel Suo fisico, nel Suo Spirito e nel Suo morale. Morte tanto atroce da arrivare perfino a sperimentare la sensazione drammatica dell’abbandono totale da parte del Padre, cosa davvero tremenda perché non c'è niente di peggio della sensazione della mancanza di Dio, che è Vita: il senso più tremendo che si prova all'Inferno è appunto la mancanza di Dio. Prova, questa, che a noi non capiterà mai di superare al momento della nostra dipartita, perché (se vorremo e lo invocheremo) avremo sempre vicino a noi Gesù Salvatore.
2. D’altronde, senza il Verbo fattosi Uomo, gli uomini mai sarebbero arrivati da soli ad una conoscenza precisa e sicura di Dio, nè mai avrebbero potuto pagare il loro debito verso la Giustizia di Dio, offesa in occasione del Peccato Originale, se il Verbo stesso non si fosse manifestato e - Incarnato in Gesù - non lo avesse fatto per loro conto.
3. A diradare queste tenebre e a saldare il debito, nella “pienezza dei tempi”, cioè al momento storico considerato opportuno da parte di Dio, venne perciò il Figlio stesso di Dio, Luce del mondo, fatto Carne nel seno della Vergine SS.ma, Lei, creatura quasi “divina”, più che umana nel senso che Ella emerge dalla Onnipotenza, Onniscienza, e Amore divino, come il fiore più bello dell'Universo, sbocciato nello spazio-tempo ma voluto, concepito ab-aeterno nella Mente divina, proprio in funzione - quale Madre del Redentore - della salvezza degli uomini che, nell'Eterno Presente di Dio, si sarebbero manifestati in futuro degli ingrati peccatori.
4. Solo Maria SS. infatti – per singolare privilegio concesso da Dio - era stata preservata dalla Macchia della colpa originale (triste eredità trasmessaci da Adamo ed Eva) e per Sue personali virtù era vissuta sempre Innocentissima e Purissima, esente da ogni macchia di peccato attuale. Solo Lei avrebbe pertanto evitato la nostra usuale morte così come noi la conosciamo: agonia prima e lugubrità e disfacimento del corpo nel sepolcro col passare del tempo, poi. Lei - con la Sua Assunzione al Cielo in anima e corpo – doveva, infatti, essere la prova, per l’Umanità intera, di come l’uomo fin dall'inizio sarebbe “transitato” dalla Terra al Cielo se avesse vissuto sempre in Grazia di Dio e non si fosse ribellato alla Sua Volontà. Maria SS. stessa, parlando nell'Opera della mistica Valtorta della propria “morte”, disse che essa fu tale “sì e no”, nel senso che il Suo fu un “trapasso” in un’ultima estasi. Fu poi sollevata materialmente nel corpo dagli angeli e si risvegliò quando era ormai nello spazio vicino alle porte del Cielo con l'anima ed il corpo... glorificato come quello del Gesù risorto.
5. Quando tutti saremo morti e il mondo finirà, contrariamente a quanto si pensa, non ci sarà “immediatamente” il Giudizio Universale, ma passerà un congruo periodo di tempo perché ogni anima di “estremo vivente” che sarà passata dalla Terra al Purgatorio abbia a purificarsi come le anime di tutti i tempi precedenti che avevano dovuto espiare pienamente le loro colpe.
6. Quest'ultima Purificazione, però, sarà abbreviata con un aumento di “fuochi” divini perché - come dice Gesù - “non
7. troppo attendano i beati di portare alla glorificazione la loro carne santa e di far gioire anche la stessa vedendo il suo Dio, il suo Gesù nella sua perfezione e nel suo trionfo.”
Solo Dio dunque conosce l’Ora della Risurrezione dei Morti, il ritorno glorioso di Gesù sulle nubi del Cielo di cui parla l'Apocalisse e il conseguente Giudizio Finale che verrà dato a tutta l’Umanità, da Adamo all’ultimo uomo morto sulla terra. Di tutto questo avremo tuttavia modo di parlare esaustivamente in seguito, leggendo quanto la nostra mistica, Maria Valtorta, ci descrive nella sua visione della Risurrezione dei Morti e nei dettati che Gesù ci ha voluto dare al riguardo.
Prima parte
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1. INFINITA MISERICORDIA E INFINITA GIUSTIZIA.
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Leggendo e meditando bene il primo volume di queste riflessioni sui Novissimi, volume dedicato alla Morte e al Giudizio particolare, dove l’amico Guido Landolina mi ha preceduto spiegandoci esaustivamente in cosa consistano queste due realtà e come si debba imparare a vivere e morire, abbiamo anche appreso che, dopo la morte, l’anima viene istantaneamente giudicata da Gesù Cristo, “Giusto Giudice”, nel luogo esatto in cui in quel momento si trova il suo corpo esanime.
Perché usare il termine di “Giusto Giudice”?
Perchè Gesù chiederà agli uomini conto e “giustizia” per le colpe da essi commesse non solo contro il prossimo ma anche nei confronti specifici del Padre e dello Spirito Santo: «Ogni giudizio è rimesso al Figlio, ma il Figlio farà giudizio anche delle colpe commesse contro il Padre e lo Spirito».
Chi pensa quindi che al momento del Giudizio Particolare si troverà a dover “fare i conti” con un Dio che è “solo” infinita Misericordia farebbe un errore fatale, perché Dio - e Gesù è Dio a tutti gli effetti - possiede tutti i suoi attributi nella loro unità e perfezione, e quindi anche quello della Giustizia.
Oggi si tende troppo a mettere l'accento sulla Misericordia di Dio.
Ovvio che Dio è misericordioso, anzi infinitamente misericordioso, ma è altrettanto ovvio che la sua Misericordia infinita trova un limite nella sua Giustizia, altrettanto infinita.
Dio Perdona, è vero, ma a condizione che da parte nostra gli si chieda perdono con un atto di perfetta contrizione per i propri peccati.
Se non vi fosse questa contrizione e il “Dio Misericordioso” perdonasse comunque, Egli sarebbe ingiusto nei confronti di coloro che invece si sono correttamente pentiti, fatto che in ogni caso la Perfezione della sua Giustizia non consentirebbe.
Così come a maggior ragione la Sua Giustizia non consentirebbe - per troppa Misericordia - di emettere un severo giudizio anche in merito ai peccati commessi nei confronti del Padre e dello Spirito Santo.
Questo concetto della Giustizia divina è sovente espresso in maniera molto limpida e cristallina nell’Opera valtortiana, come nel brano seguente dove Gesù - per misericordia nei nostri confronti - non teme di passare per “immisericorde”, proprio al fine di chiarirci per bene le idee e quindi “misericordiosamente” salvarci.
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Dice Gesù:
«Non chi mi dice: "Signore! Signore!" entrerà nel Regno dei Cieli, ma coloro che fanno la volontà del Padre mio. Questi soli entreranno nel Regno di Dio. Verrà un giorno in cui Io che vi parlo, dopo essere stato Pastore, sarò Giudice. Non vi lusinghi l'aspetto attuale.
Ora il mio vincastro aduna tutte le anime disperse ed è dolce per invitarvi a venire ai pascoli della Verità.
Allora il vincastro sarà sostituito dallo scettro del Giudice Re e ben altra sarà la mia potenza. Non con dolcezza ma con giustizia inesorabile.
Io allora separerò le pecore pasciute di Verità da quelle che mescolarono Verità ad Errore o si nutrirono solo di Errore.
Una prima volta e poi una ancora Io farò questo. E guai a coloro che fra la prima e la seconda apparizione davanti al Giudice non si saranno purgati, non potranno purgarsi dai veleni.
La terza categoria non si purgherà. Nessuna pena potrebbe purgarla. Ha voluto solo l'Errore e nell'Errore stia. Eppure allora fra questi vi sarà chi gemerà: "Ma come, Signore? Non abbiamo noi profetato in tuo nome, e in tuo nome cacciato i demoni, e fatto in tuo nome molti prodigi?".
Ed Io allora molto chiaramente dirò ad essi: "Sì. Avete osato rivestirvi del mio Nome per apparire quali non siete. Il vostro satanismo lo avete voluto far passare per vita in Gesù. Ma il frutto delle vostre opere vi accusa. Dove sono i vostri salvati? Le vostre profezie dove si sono compiute? I vostri esorcismi a che hanno concluso? I vostri prodigi che compàre ebbero? Oh! ben egli è potente il Nemico mio! Ma non è da più di Me. Vi ha aiutati ma per fare maggior preda, e per opera vostra il cerchio dei travolti nell'eresia si è allargato. Sì, avete fatto prodigi. Ancor più apparentemente grandi di quelli dei veri servi di Dio, i quali non sono istrioni che sbalordiscono le folle, ma umiltà e ubbidienze che sbalordiscono gli angeli. Essi, i miei servi veri, con le loro immolazioni non creano i fantasmi, ma li debellano dai cuori; essi, i miei servi veri, non si impongono agli uomini, ma agli animi degli uomini mostrano Iddio. Essi non fanno che fare la volontà del Padre e portano altri a farla, così come l'onda sospinge e attira l'onda che la precede e quella che la segue, senza mettersi su un trono per dire: 'Guardate'. Essi, i miei servi veri, fanno ciò che Io dico, senza pensare che a fare, e le loro opere hanno il mio segno di pace inconfondibile, di mitezza, di ordine.
Perciò posso dirvi: questi sono i miei servi; voi non vi conosco. Andatevene lungi da Me voi tutti, operatori di iniquità
Questo dirò Io allora. E sarà tremenda parola. Badate di non meritarvela e venite per la via sicura, benché penosa, dell'ubbidienza verso la gloria del Regno dei Cieli».
1.1. Dio ci ha creati “maggiorenni”.
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Posti di fronte al problema della nostra salvezza e della Vita eterna, molti potrebbero fatalisticamente rassegnarsi e pensare che è inutile preoccuparsi perché tanto... se è “destino” che ci salviamo..., allora ci salveremmo comunque, per cui è inutile “darsi da fare”.
Si tratta di una concezione sia socialmente che spiritualmente molto pericolosa che ha le sue origini nelle credenze pagane della storia antica quando si credeva al Fato, per cui era la divinità quella che stabiliva a priori l'ordine delle cose e quel che la divinità aveva detto... era ormai detto, per cui bisognava rassegnarsi ed adeguarvisi.
In questo senso, quella del destino predeterminato è una concezione che limita gli stimoli sani dell'uomo, volti al ricerca del proprio miglioramento di stato mantenendolo bloccato in una sorta di “sedentarietà” spirituale, intellettuale, economica e sociale di tipo “quietistico”.
Vero è che gli stessi latini non erano tutti dello stesso parere, tanto che molti dicevano invece che “unusquisque est arbiter sui”, vale a dire che il “fato” - inteso come sorte predestinata e immodificabile - non esiste e che in realtà ognuno si “fabbrica” da sé il proprio destino, essendo peraltro più o meno direttamente responsabile della propria sorte.
È il Cristianesimo che ha chiarito le idee a questo riguardo: Dio crea gli uomini, e li crea liberi, liberi di decidere cosa e come fare. E la loro libertà è funzionale non solo ad una loro piena realizzazione umana, che senza libertà sarebbe inconcepibile per la sua dignità, ma anche a stabilire il merito delle loro azioni, per cui nel merito come nel demerito - grazie al libero arbitrio - Dio troverebbe materia di giusto premio e giusto castigo nella Vita eterna.
Certo le circostanze casuali possono pure influire sul nostro “destino”, ma esse coagiscono anche con le nostre libere azioni, e comunque Dio - ferma restando la “Sua” Libertà - di norma non le modifica perché in tal modo menomerebbe la “nostra” libertà, uno dei doni più grandi che Egli ci ha dato.
Bisogna comprendere che se Dio intervenisse in meglio nel “destino” di una persona, dovrebbe - per equità e giustizia - intervenire in meglio anche nel destino di tutte le altre: saremmo a quel punto tutti degli “automi” telecomandati senza più alcuna possibilità di meritarci, con nostro personale merito, la salvezza in Paradiso ed una Vita eterna felice al cospetto di Dio.
Questo non significa che Dio - per ragioni spirituali e a Suo insindacabile giudizio - non possa intervenire nella Storia per modificiare il corso degli eventi.
Non è dunque Dio che “programma” la nostra esistenza. Dio si limita ad “ispirarci”, liberi noi di seguire o meno la Voce silenziosa del Suo Pensiero all'interno della nostra Coscienza.
Noi siamo perfettamente liberi e soprattutto la nostra anima viene creata “maggiorenne''. L’anima nostra non è, infatti, “bambina”, mai, neanche quando siamo ancora nel grembo materno. L’anima è creata “adulta”, intelligente e immortale fin dall'inizio. È come una “scintilla” di Dio, ed Egli è talmente rispettoso del nostro libero arbitrio che ci lascia commettere anche i crimini peggiori senza fermarci, ma poi, al Giudizio Particolare (come già esaurientemente spiegato nel primo volume di Guido Landolina) dovremo rendere conto del nostro comportamento davanti alla Giustizia divina.
Sempre a proposito del “destino” dell'uomo, non è Dio che “fabbrica” uno specifico “destino” per ognuno di noi, per cui quando qualcosa va storto ce la prendiamo con Dio accusandolo di ingiustizia e malvagità. Anzi, spesso il dolore che ci colpisce ha una sua funzione salvifica perché - se accettato con spirito sovrannaturale, se offerto a Dio - ci purifica permettendoci di espiare in terra colpe che in Purgatorio comporterebbero una sofferenza molto più grande.
Questa espiazione svolge, infatti, la funzione di una sorta di amara medicina che però porta alla guarigione del nostro spirito, proprio per fargli ottenere al più presto (dopo la morte) la visione beatifica e consentendoci una Vita eterna di maggior gaudio e - nel momento della Risurrezione dei Morti- un corpo “luminoso” già prima della “tremenda rassegna” e poi, dopo il Giudizio Universale e prima del passaggio dalla terra morta e desolata alla Gerusalemme Celeste, la “glorificazione” dello stesso, a immagine di quella del Gesù Risorto.
Ecco il nostro vero destino per la Vita eterna: la gloria in anima e corpo, un corpo incorruttibile e glorificato, bello di una inimmaginabile bellezza e non più soggetto alle “leggi” di questo nostro mondo.
A questo riguardo, il Gesù valtortiano ancora ci spiega:
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«È detto nell’Ecclesiastico cap. 33 v. 11-15 che diversi sono i destini dell’uomo.
Chi segna il vostro destino? Questo è un grande punto da stabilirsi per non cadere in errore. Errore che può essere cagione di pensiero blasfemo e anche di morte dell’anima.
L’uomo dice delle volte: “Posto che il destino lo fa Iddio, Dio fu ingiusto e malvagio con costui perché lo ha colpito da sventure”.
No, figlia. Dio non è mai malvagio e non è mai ingiusto. Voi siete dei miopi e non vedete che molto malamente e solo le cose che sono vicine alla vostra pupilla. Come potete voi allora sapere il perché - scritto nel Libro del Signore - del destino vostro? Come potete voi, dalla Terra, granello di polvere turbinante nello spazio, comprendere ciò che è la verità vera delle cose e che è scritta in Cielo? Come dare un nome giusto ad una cosa che vi accade?
Il bambino al quale la madre porge una medicina piange, chiama brutta e cattiva la madre, cerca respingere quel farmaco che a lui appare inutile e ripugnante. Ma la madre sa che essa fa ciò non per cattiveria, ma per bontà, sa che nella autorità che dispiega in quel momento per farsi ubbidire essa non è brutta, ma anzi si riveste di una maestà che l’abbellisce, essa sa che quella medicina è utile alla sua creatura e con carezze o con voce severa la obbliga a prenderla. Se la madre potesse prenderla lei per guarire il suo piccino malato, quanta ne prenderebbe!
Anche voi siete dei bambini rispetto al Padre buono che avete nei cieli. Egli vede le vostre malattie e non vuole che rimaniate ammalati. Vi vuole sani e forti, il vostro Padre d’amore. E vi dà i farmachi per rendere robuste le vostre anime, per raddrizzarle, guarirle, per renderle non solo sane ma anche belle.
Se Egli potesse farne a meno, di farvi piangere, credete che lo farebbe, Egli il cui Cuore tutto amore è rigato dalle lacrime dei suoi figli? Ma a ognuno il suo tempo. Egli ha fatto tutto per voi, per portarvi alla salute eterna. Si è persino esiliato dai Cieli, ha persino spremuto il suo Sangue fino all’ultima goccia per darvelo, farmaco santissimo che sana ogni piaga, vince ogni malattia, rinforza ogni debolezza.
Ora è il vostro tempo. Poiché, nonostante la Parola scesa dai Cieli a darvi la guida della Vita e nonostante il Sangue profuso per redimervi, voi non avete saputo staccarvi dal peccato e in esso sempre ricadete, Egli, l’Eterno che vi ama, vi dà un castigo di dolore, più o meno grande a seconda dell’altezza a cui vuole portarvi o del punto fino al quale vuole farvi espiare quaggiù il vostro debito di figli disertori.
Vi sono, è vero, creature che hanno il dolore per divenire splendenti di doppia luce nell’altra vita. Ma vi sono altre creature che devono avere il dolore per detergere la loro stola macchiata e raggiungere la luce. Sono la grande maggioranza. Ma - è un controsenso ma è vero - ma sono proprio costoro che più si ribellano al dolore e dicono ingiusto Iddio e cattivo perché li abbevera di dolore. Sono i più malati e si credono i più sani.
Quanto più uno è nella Luce e tanto più accetta, ama, desidera il dolore.
Accetta quando è una volta nella Luce.
Ama quando è nella Luce due volte.
Desidera e chiede il dolore quando è tre volte nella Luce, immerso in essa e vivente di essa.
Mentre invece, quanto più uno è nelle tenebre e più fugge, odia, si ribella al dolore.
Fugge: le anime deboli che non hanno forza di compiere il gran male e il bene ma vivacchiano una povera vita spirituale avvolta nelle caligini della tiepidezza e delle colpe veniali, hanno una paura incoercibile per ogni pena di qualunque natura sia. Sono spiriti senza scheletro, senza forza.
Odia: i viziosi ai quali il dolore è ostacolo a seguire i vizi d’ogni natura, odiano questo grande maestro di vita spirituale.
Si ribella: il grande peccatore, venduto totalmente a Satana, accumula delitto a delitto spirituale attingendo le vette della ribellione che sono bestemmia e suicidio o omicidio, pur di vendicarsi (almeno egli lo crede) della sofferenza. Su questo, l’opera paterna di Dio si tramuta in fermentazione di male, perché esso gran peccatore è impastato col Male come farina impastata col lievito. E il Male, come lievito sotto la lavorazione del dolore, gonfia in essi e li rende pane per l’Inferno.
A quale hai appartenuto di queste tre categorie? A quale appartieni ora? In quale vuoi restare? Non occorre la risposta. La so. È per questo che ti parlo e sono con te.
Altre volte l’uomo dice: “Se ognuno ha un destino segnato è inutile arrabattarsi e lottare. Lasciamoci andare, tanto tutto è segnato”.
Altro pernicioso errore. Il destino è conosciuto da Dio, sì. Ma voi lo conoscete? No. Non lo conoscete ora per ora.
Ti porto un esempio. Pietro mi rinnegò. Nel suo destino era segnato che egli conoscesse questo errore. Ma egli si pentì di avermi rinnegato e Dio lo perdonò e lo fece suo Pontefice. Se egli avesse persistito nel suo errore, avrebbe potuto divenire il mio Vicario?
Non dire: era destinato. Non dimenticare mai che Dio conosce i vostri destini, ma il destino lo fate voi. Egli non violenta la vostra libertà d’azione. Vi dà i mezzi e i consigli, vi dà gli avvertimenti per rimettervi sulla via buona, ma se voi non ci volete stare su quella via, Egli non vi ci forza a restare.
Siete liberi. Vi ha creati maggiorenni. Gioia di Dio è se voi rimanete nella casa del Padre, ma se dite: “Voglio andarmene” Egli non vi trattiene. Piange su voi e si accora sul vostro destino. E di più non vuole fare, ché facendo di più vi leverebbe quella libertà che vi ha dato. Gioia di Dio quando, comprendendo, sotto il morso della carestia, che solo nella casa del Padre è gioia, voi tornate a Lui. […]».
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E poi ancora lo Spirito Santo, che Maria Valtorta, chiama il “Divinissimo autore”, aggiunge di Suo sempre in merito alla Vita eterna:
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«Molti, fra i cristiani, e anche fra coloro che se alcuno dicesse loro che sono affetti da quietismo si ribellerebbero come davanti ad una calunnia, cadono nell'eresia di credere che, posto che c'è Chi ha espiato per tutti e dato la Grazia con abbondanza infinita, è inutile reprimersi dal peccare facendo violenza al proprio io. Anzi spingono la loro eresia sino a dirsi e a dire che così facendo essi aumentano la gloria e potenza di Dio, dimostrando che solo per i meriti infiniti dell'Uomo-Dio, e senza cooperazione di buona volontà umana, gli uomini si salvano.
No. Così non è. Infinita l'abbondanza della Grazia. Ma quasi senza confini l'enormità di questa eresia che è vilipendio del Sangue divino, del divino Sacrificio di Cristo.
Egli è morto per tutti, pietoso a tutti, medicina a tutti, salute a tutti, Vita a tutti. Ma questi tutti devono avere la volontà di giustizia. Che se poi la loro debolezza li fa cadere, se il demonio proditoriamente li atterra e trascina, Gesù, secondo il suo Nome, salva, accorre, solleva, guarisce, perdona, purifica. È l’eterno Riparatore.
Ogni sorgente può cessare di gemere, ogni bacino acqueo si può essiccare. Nei secoli e secoli della Terra, interi mari e laghi si sonò prosciugati dando luogo a sabbiosi deserti o a desolati e petrosi bassopiani circondati da monti che prima si specchiavano in un lago. Ma una sorgente non si prosciugherà mai, sino alla fine dei secoli. Generosa e santissima, Essa effonderà sempre il suo flusso per misericordia degli uomini. Essa è la Sorgente scaturente dal Corpo dell'Agnello immolato.
Ma lo pensate, voi, cristiani, quale onda continua di Sangue divino vi bagna e nutre di continuo?
Se un re fosse così ricco e munifico da congiungere le case dei suoi sudditi con un suo pozzo meraviglioso fluente oro, i sudditi di questo re lo adorerebbero come un dio. Eppure quell'oro non sarebbe eternamente loro. Alla loro morte essi dovrebbero lasciarlo. Ma il Sangue di Cristo, questo Sangue più prezioso di ogni più prezioso metallo o gioiello, questo Sangue del Re dei re, non vi è gratuitamente dato, riversato su voi con abbondanza, senza limite nel potere e nel tempo? Esso Sangue vince la Morte, vince il Peccato, supera il tempo e dura, nei suoi frutti ricchissimi, per l'eternità. Anzi è proprio in virtù di Esso che salite in veste purpurea, di re, al Regno; e nell’eternità, nel Cielo, più che nel tempo e sulla Terra, godete dell'infinito Tesoro.
Egli, il Vivente, ha consumato l'orrore della morte perché voi moriste al peccato e risorgeste nella Grazia. Non vi è dunque lecito ritornare al peccato e alla morte con previa volontà di tornarvi.
Egli disse: “Non si può servire insieme Dio e Mammona”.
Io dico: “Non si può avere insieme la Vita e la Morte”.
Quando Gesù risorse testimoniò tre cose:
1. che era Dio, e perciò da Sé solo poteva risorgere;
2. che era realmente morto crocifisso. Per questo conservò nel Corpo glorioso le stimmate della Passione. Da quel Corpo erano spariti tutti i segni della Passione, l'invecchiamento, le sozzure, i balsami pesanti dell'imbalsamazione. Ma a mostrare che il Cristo reale, umano, e non una figurazione incorporea di Lui, era stato affisso in croce, rimasero nella vera Carne i veri buchi dei chiodi e il taglio della lancia.
3. Che aveva vinto per sempre la morte ed era risorto, da Dio, in Corpo ed Anima, per i secoli dei secoli. Così come lo videro le pie donne al sepolcro, gli apostoli la sera della Risurrezione, i discepoli nelle successive apparizioni, così lo videro e lo vedono e lo vedranno nell'attimo del giudizio particolare ogni spirito d'uomo trapassato dalla vita terrena a quella ultraterrena; e così lo vedranno tutti gli uomini al Giudizio finale, come già lo videro apparire nel Limbo e disserrarne le porte i giusti saliti con Lui al Cielo riaperto ai santi di Dio.
Ma una quarta cosa testimoniò il Cristo risorgendo, e la testimoniò con il simbolo del suo risorgere dopo il sacrificio. Questa: che il cristiano, sommerso nelle onde salutari del suo Sangue, sepolto in questo bagno salvatore come in una tomba che dal suo profondo esprime vita e non morte, incorruttibilità e non corruzione, risusciti a vita novella, a vita gloriosa. Così come lo fu di Lui, deposto nelle viscere del sepolcro “simile a lebbroso dalle ossa slogate e scoperte e le membra trafitte”, ma uscito da quelle viscere in una veste di così gloriosa bellezza che solo gli angeli e la Purissima poterono mirarla nel suo completo splendore.
Cristo dopo la Risurrezione raggiunse la completezza della perfezione del suo mistero. Prima della Passione era già perfezione: perfezione dell'Uomo. Perfezione dell'Uomo-Dio. Perfezione di Dio. Ma nella Passione la perfezione antecedente di Uomo-Dio si perfezionò in quella di Dio-Redentore. E dopo la Risurrezione si completò in quella, misteriosa sino alla fine dei secoli, contenuta e spiegata “nel nome noto a Lui solo” di cui parla Giovanni nel suo Apocalisse.
Anche l'uomo, vivendo in Cristo (la lotta dell'uomo, la sofferenza, la passione diuturna lottata, sopportata, consumata in giustizia) e risorgendo per Cristo e in Cristo, raggiungerà la perfezione che da adito ai Cieli e riceverà “il nome nuovo scritto sul sassolino bianco, il nome che nessuno conosce se non colui che lo riceve”.
“Io sono la vera Vite... Il tralcio se non può rimanere unito alla vite non da frutto. Così voi se non rimarrete innestati in Me non porterete frutto... e sarete gettati via come ramo secco”. Egli disse.
È verità. Egli “ha portato tutti i vostri mali” perché ha portato e consumato tutte “le vostre iniquità”. Egli si è “disseccato come un coccio” perché per farvi vivere vi ha dato il suo Sangue, la linfa vitale della vera Vite fruttifera.
Egli: Vite fruttifera. Voi: tralci selvatici incapaci di dar frutto. E il Padre suo e vostro, coltivatore della Vigna eterna, ha preso voi, tralci sterili e selvatici, e vi ha innestati in Lui. Ed Egli ha accettato di assorbire e consumare tutti i vostri succhi omicidi, tutte le vostre febbri di concupiscenza, sino a morire nella carne vittima senza che la vostra corruzione turbasse e avvelenasse il suo spirito santo di Innocente eterno, perché voi foste alla fine dei secoli come Lui gloriosi in anima e corpo avendo rivestito di incorruttibile carne i vostri spiriti santi, e beati già foste prima ancora del giudizio primo e di quello ultimo per l'amicizia di Dio, l'inabitazione in voi dello Spirito Santo, la fusione col Cristo Amico e Pane del Cielo sulla Terra, e la pace in Dio dopo la morte in attesa della risurrezione della carne per essere compartecipe della gioia e gloria dell'anima.
Il Pensiero e il Volere divini hanno operato un mistero volendo che, prima ancora che voi foste, i peccati vostri fossero espiati da Cristo. “Egli ha preso su di Sé i peccati di molti” dice Isaia. E questi molti sono coloro che durante la vita, o almeno avanti la morte, per loro volontà buona, non lasceranno inerti, per loro, i meriti infiniti di Cristo.
Sulla bilancia della Croce, su quel patibolo di Giustizia in cui erano tutta la Santità e tutta l'Iniquità, e la prima consumava la seconda, ogni vostro peccato era infisso come una freccia nel Corpo del Martire.
Numerosissime le battiture dei flagelli, numerose le punture delle spine sul Capo torturato, atroci gli spasimi dei chiodi. Ma nessuno dei tanti che compassionano il Cristo penante delle torture date da una giustizia umana e crudele, si batte il petto dicendo: “Ecco: questo, questo, questo, questi mille e diecimila aculei, io te li ho infissi nelle carni e nel cuore coi miei mille e diecimila peccati. Tu mi hai conosciuto, o mio Redentore, con tutti i miei mille peccati. Non te ne è stato ignoto uno solo. Io ti sono stato tortura nelle torture”.
Chi numera i milioni di milioni di peccati che il Purissimo ha sentito infissi nel suo Corpo espiatore? Chi, meditando questo, non dovrebbe sentire l'odio perfetto al peccato, la fuga da esso, l'obbligo, il dovere di non servire più il peccato, posto che il Sacrificio di un Dio vi ha affrancati da esso?
Siete morti ad esso peccato. Il morto non compie più le opere che faceva da vivo. Come allora, se in voi è fede sicura che la morte di Cristo e la Grazia che essa morte vi ha meritata vi hanno affrancati dalla morte del peccato e dato i mezzi per rimanere affrancati, come allora voi similmente a Cristo non risorgete per sempre da questa morte e vivete per sempre in Dio, così come Gesù — il Figlio di Dio, il Figlio dell'Uomo, morto come Uomo per espiare la Colpa e le colpe dell'uomo — vive “per Iddio”, ossia da Dio?
Ma non solo Lui Dio. Ognuno che vive in Cristo e per Cristo, ricordatelo, si divinizza divenendo figlio dell'Altissimo».
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Questa dello Spirito Santo è una meravigliosa catechesi che non mediteremo mai abbastanza, ma che - se riuscissimo a comprenderla con cuore aperto e sincero - potrebbe invece salvarci anche in punto di morte!
1.1.1.  La vita eterna: il Paradiso: luce, gioia, pace, amore. L’Inferno: tenebre, dolore, orrore,odio.
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Di norma la nostra attenzione è concentrata sul “quotidiano”, fatto di problemi di lavoro e di guadagno, questioni famigliari e stress di vario tipo.
Raramente ci viene in mente di pensare alla “Vita eterna” e quando ci pensiamo ci viene la tentazione di allontanarne l'idea quasi che la nostra “coscienza” temesse l'appuntamento con essa.
Raramente pensiamo poi che questa nostra Vita terrena - fosse pur centenaria ma comunque breve - è una preziosa opportunità, una preziosa “moneta”, da spendere per acquistare una vita spirituale che non ha limiti di tempo.
Raramente, infine, ci poniamo il problema se questo tempo sarà poi di gioia o di dolore.
La nostra vita terrena, come dice qui di seguito il Gesù valtortiano, è invece proprio una “moneta di eternità”... per conquistarci l'Eternità:
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«Ogni vivente ed ogni cosa dei viventi muore e dilegua per non più tornare. Gioia, dolore, salute, malattia, vita, sono episodi che vengono e si dissolvono, prima o poi, né tornano, in quella forma, mai più. Potrà la gioia o il dolore, la salute o la malattia, tornare con altre forme e altri volti. Ma quella data gioia, quel dato dolore, quella malattia, quella salute non tornano più. È cosa del momento.
Passato quel momento, verrà un altro momento consimile, ma non mai più quello.
E la vita... Oh! la vita, passata che sia, non torna mai più. Vi è data un’ora di eternità, un momento di eternità per conquistarvi l’Eternità.
Non hai mai riflettuto che potrebbe essere questo motivo applicato alla parabola delle mine di cui parla Luca?
Vi è data una moneta di eternità. Il Signore ve la affida e vi dice: “Andate. Negoziate la vostra moneta finché Io ritorno”. E al suo ritorno, anzi al vostro ritorno a Lui, Egli vi chiede: “Che ne hai fatto della moneta avuta?”. E il servo fedele, lui felice, può rispondere: “Ecco, mio Re. Con questa moneta di eternità ho fatto questo, questo e questo lavoro. E, non per calcolo mio, ma per parola angelica, so di aver guadagnato dieci volte tanto”. E a lui il Signore dice: “Bravo servo fedele! Poiché sei stato fedele nel poco, avrai potere su dieci città e, nel tuo caso, regnerai qui, dove Io regno per l’eternità, subito, poiché hai lavorato come più e meglio non potevi”.
Un altro, chiamato da Dio, dirà: “Con la tua moneta ho fatto questo e questo. Vedi, mio Re, ciò che di me è scritto”. Ed lo dirò: “Anche tu entra, poiché hai lavorato come e quanto hai potuto”.
Ma a colui che mi dirà: “Ecco: la moneta è tale a quale. Io non l’ho negoziata perché avevo paura della tua giustizia”, dirò: “Va’ a conoscere l’Amore nel Purgatorio e lavora là a conquistarti il regno, poiché sei stato un servo ignavo né ti sei dato pena di conoscere chi Io sono e mi hai giudicato ingiusto, dubitando della giustizia mia e dimenticando che Io sono l’Amore. Il tuo denaro sia mutato in espiazione”.
E a quello che mi si presenterà dicendo: “io ho dilapidato la tua moneta e me la sono goduta poiché non credevo che vi fosse realmente questo Regno e ho voluto godere l’ora che mi era data”, Io dirò sdegnato: “Servo stolto e bestemmiatore! Ti sia levato il mio dono e sia versato nel Tesoro eterno, e tu va’ dove Dio non è e non è Vita, poiché hai voluto non credere e hai voluto godere.
Hai goduto. Hai avuto dunque già la tua gioia di carne senza anima. Basta. Il Regno d’eternità ti è per sempre chiuso”.
Quante volte non dovrei tuonare queste parole, se fossi soltanto Giustizia! Ma l’Amore è più grande della mia Giustizia. Perfetta l’una e perfetto l’altro. Ma l’Amore è la mia natura e ha la precedenza sulle mie altre perfezioni. Ecco perché temporeggio col peccatore operando in modo che non perisca del tutto il colpevole.
Vi do tempo. Questo è amore ed è giustizia insieme. Che direste se vi percuotessi al primo errore? Direste: “Ma, Signore! Se mi davi tempo da riflettere mi sarei pentito!”.
Vi lascio tempo. Una, due, dieci, settanta volte mancate e potrei colpirvi. Vi do tempo. Perché non possiate dirmi: “Non hai avuto benignità”.
No. Siete voi che non siete benigni con voi stessi. E vi defraudate della ricchezza che Io ho creata per voi. E vi suicidate levandovi la Vita che vi ho creata.
La maggioranza di voi disperde o fa mal uso della moneta di eternità che Io vi dono, e della giornata terrena fate non già la vostra eterna gloria ma il mezzo di una eterna sofferenza. La minoranza, avendo paura della mia Giustizia, sta inerte e si condanna a imparare chi è Dio-Amore fra le fiamme dell’amore purgativo.
Solo una parte piccolissima sa apprezzare la mia moneta e farla fruttare al dieci per uno, sa tuffarsi nell’amore come pesce in limpida peschiera e risalire la corrente per giungere alla sorgente, al Dio suo, e dirgli: “Eccomi. Ho creduto, amato, sperato in Te. Tu sei stato la mia fede, il mio amore, la mia speranza. Ora vengo, e la mia fede e la mia speranza cessano e tutto diviene amore. Poiché ora non ho più bisogno di credere che Tu sei, ora non ho più bisogno di sperare in Te e in questa Vita. Ora ti ho, mio Dio. E l’amarti, unicamente l’amarti, è l’eterno compito di questa mia eterna Vita”.
Sii di queste, anima mia, e la mia pace sia con te per aiutarti a questa opera.»
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Di Inferno e Paradiso ne parlerò approfonditamente più avanti, ma per ora vorrei ancora una volta farvi riflettere su che cosa sia la vita eterna che Dio ha promesso ai Suoi Creati. Vita eterna che spetterà a tutti gli uomini, buoni e cattivi, cioè nel Bene come nel Male.
1.1.2. «Dio ha lasciato libertà ai figli di scegliere il Bene o il Male».
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Come più sopra detto nel corso di queste riflessioni, l’Umanità creata da Dio è sempre stata libera di scegliere fra il Bene e il Male.
Dio, infatti, rispetta in maniera divina questa nostra libertà. La rispetta al punto da accettare persino un nostro “No” al Suo Amore per noi.
In caso contrario - come già detto - noi non saremmo dei “figli” liberi, ma “schiavi o marionette” che fanno solo quello che vuole il “Burattinaio”.
Al riguardo vi riporto qui di seguito un commento del Gesù valtortiano ad una delle Sue più famose parabole, parole che ci illuminano sull’Aldilà e su quello che succederà agli uomini che non vivono come “figli” veri, ma come i “fattori” infedeli della parabola stessa.
Potrà stupire sentire che Gesù spieghi come anche le ricchezze guadagnate ingiustamente possano servire ad ottenere la Salvezza nella Vita eterna.
Negli ospedali non è raro trovare nella sala di ingresso delle enormi lapidi contenenti  l'elenco - nomi e cognomi - dei “benefattori” che ne hanno consentito la costruzione grazie alle loro ricchezze, non di rado ottenute ingiustamente.
Non sono pochi coloro che hanno ritenuto di farsi perdonare da Dio i loro peccati in tale maniera, ma sono pochi quelli che sanno che essi - grazie a questa loro munificenza - guadagneranno anche la riconoscenza di tanti malati beneficati che - indipendentemente da come quelle loro ricchezze sono state guadagnate -  una volta in Cielo pregheranno per la salvezza dei loro “benefattori”.
Non solo, ma nell'episodio della parabola troveremo la riconferma della resurrezione della carne affinchè gli spiriti - nella Vita eterna - siano “completati” dalla “carne” che essi hanno avuto in vita, una carne che diverrà (se la vita sarà stata usata per fare del bene) “glorificata” di maestosa bellezza. Però, sempre a proposito di essere già a priori “destinati” a sorte fausta o infausta - anche la conferma che il “destino” non esiste.
Ritengo appena opportuno ricordare che Dio ci ha tutti “destinati” potenzialmente alla salvezza, dandocene i mezzi, ma non tutti - nella loro libertà - vorranno approfittarne facendo la Sua Volontà.
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10 febbraio 1946.
[…] «4Ma udite una parabola e vedrete che anche i ricchi possono salvarsi pur essendo ricchi, o riparare ai loro errori passati coll'uso buono delle ricchezze anche se male acquistate. Perché Dio, il Buonissimo, lascia sempre molti mezzi ai suoi figli perché si salvino.
C'era dunque un ricco il quale aveva un fattore. Alcuni, nemici di questo perché invidiosi del buon posto che aveva, oppure molto amici del ricco e perciò premurosi del suo benessere, accusarono il fattore al suo padrone: "Egli dissipa i tuoi beni. Se ne appropria. Oppure trascura di farli fruttare. Sta' attento! Difenditi!".
Il ricco, udite le ripetute accuse, comandò al fattore di comparirgli davanti. E gli disse: "Di te mi è stato detto questo e quello. Come mai hai agito in tal modo? Dammi il rendiconto della tua amministrazione perché non ti permetto più di tenerla. Non posso fidarmi di te e non posso dare un esempio di ingiustizia e di supinità che indurrebbe i conservi ad agire come tu hai agito. Va' e torna domani con tutte le scritture, che io le esamini per rendermi conto della posizione dei miei beni prima di darli ad un nuovo fattore".
E licenziò il fattore, che se ne andò pensieroso dicendo fra sé: "E ora? Come farò ora che il padrone mi leva la fattoria? Economie non ne ho perché, persuaso come ero di farla franca, tanto usurpavo tanto godevo. Mettermi come contadino e sottoposto non mi va perché sono disusato al lavoro e appesantito dai bagordi. Chiedere l'elemosina mi va meno ancora. Troppo avvilimento! E che farò?".
Pensa e pensa, trovò modo di uscire dalla penosa situazione.
Disse: "Ho trovato! Con lo stesso mezzo come mi sono assicurato un bel vivere fino ad ora, d'ora in poi mi assicurerò amici che mi ospiteranno per riconoscenza quando non avrò più la fattoria. Chi benefica ha sempre amici. Andiamo dunque a beneficare per essere beneficato e andiamoci subito, prima che la notizia si sparga e sia troppo tardi".
E andato dai diversi debitori del suo padrone disse al primo: "Quanto devi tu al mio padrone per la somma che ti prestò alla primavera di tre anni fa?".
E l'interrogato rispose: "Cento barili d'olio per la somma e gli interessi".
"Oh! poverino! Tu, così carico di prole, tu afflitto da malattie nei figli, dover dare tanto?! Ma non ti dette per un valore di trenta barili?".
"Sì. Ma avevo bisogno subito e lui mi disse: 'Te lo do. Ma a patto che tu mi dia quanto la somma ti frutta in tre anni'. Mi ha fruttato per un valore di cento barili. E li devo dare".
"Ma è un'usura! No. No. Lui è ricco e tu sei appena fuori della fame. Lui è con poca famiglia e tu con tanta. Scrivi che ti ha fruttato per cinquanta barili e non ci pensare più. Io giurerò che ciò è vero. E tu avrai benessere".
"Ma non mi tradirai? Se lo viene a sapere?".
"Ti pare? Io sono il fattore, e ciò che giuro è sacro. Fa' come ti dico e sii felice".
L'uomo scrisse, consegnò e disse: "Te benedetto! Mio amico e salvatore! Come compensarti?".
"Ma in nessun modo! Vuol dire che, se per te avessi a soffrire ed essere cacciato, tu mi accoglierai per riconoscenza".
"Ma certo! Certo! Contaci pure".
Il fattore andò da un altro debitore, tenendo su per giù lo stesso discorso. Costui doveva rendere cento staia di grano, perché per tre anni la secca aveva distrutto le sue biade e aveva dovuto chiederne al ricco per sfamare la famiglia.
"Ma non ci pensare a raddoppiare ciò che ti ha dato! Negare il grano! Esigerne il doppio da uno che ha fame e figli, mentre il suo tarla nei granai perché ce ne è in esuberanza! Scrivi ottanta staia".
"Ma se si ricorda che me ne ha date venti e venti e poi dieci?".
"Ma che vuoi che ricordi? Io te li ho dati e io non voglio ricordare. Fa', fa' così e mettiti a posto. Giustizia ci vuole fra poveri e ricchi!  Io già, se ero io il padrone,  volevo solo le cinquanta staia e forse condonavo anche quelle".
"Tu sei buono. Fossero tutti come te! Ricordati che la mia casa ti è amica".
Il fattore andò da altri, tenendo lo stesso metodo, professandosi pronto a soffrire per rimettere le cose a posto con giustizia. E offerte di aiuti e benedizioni piovvero su lui.
5Rassicurato sul domani, andò tranquillo dal padrone, il quale a sua volta aveva pedinato il fattore e scoperto il suo giuoco. Pure lo lodò dicendo: "La tua azione non è buona e per essa non ti lodo. Ma lodarti devo per la tua accortezza. In verità, in verità i figli del secolo sono più avveduti dei figli della luce".
E ciò che disse il ricco Io pure vi dico: "La frode non è bella, e per essa Io non loderò mai nessuno. Ma vi esorto ad essere, almeno come figli del secolo, avveduti con i mezzi del secolo, per farli usare a monete per entrare nel regno della Luce".
Ossia con le ricchezze terrene, mezzi ingiusti nella ripartizione e usati per l'acquisto di un benessere transitorio che non ha valore nel Regno eterno, fatevene degli amici che vi aprano le porte di esso.
Beneficate coi mezzi che avete, restituite quello che voi, o altri della vostra famiglia, hanno preso senza diritto, distaccatevi dall'affetto malato e colpevole per le ricchezze. E tutte queste cose saranno come amici che nell'ora della morte vi apriranno le porte eterne e vi riceveranno nelle dimore beate.
Come potete esigere che Dio vi dia i suoi beni paradisiaci se vede che non sapete fare buon uso neppure dei beni terrestri?
Volete che, per un impossibile supposto, ammetta nella Gerusalemme celeste elementi dissipatori? No, mai. Lassù si vivrà con carità e con generosità e giustizia. Tutti per Uno e tutti per tutti.
La comunione dei santi è società attiva e onesta, è santa società. E nessuno che abbia mostrato di essere ingiusto e infedele può entrarvi.
Non dite: "Ma lassù saremo fedeli e giusti perché lassù tutto avremo senza temenze di sorta".
No. Chi è infedele nel poco sarebbe infedele anche se il Tutto possedesse, e chi è ingiusto nel poco ingiusto è nel molto.
Dio non affida le vere ricchezze a chi nella prova terrena mostra di non sapere usare delle ricchezze terrene.
Come può Dio affidarvi un giorno in Cielo la missione di spiriti sostenitori dei fratelli sulla Terra, quando avete mostrato che carpire e frodare, o conservare con avidità, è la vostra prerogativa?
Vi negherà perciò il vostro tesoro, quello che per voi aveva conservato, dandolo a quelli che seppero essere avveduti sulla Terra, usando anche ciò che è ingiusto e malsano in opere che giusto e sano lo fanno.
Nessun servo può servire due padroni. Perché o dell'uno o dell'altro sarà, o l'uno o l'altro odierà. I due padroni che l'uomo può scegliere sono Dio o Mammona. Ma se vuole essere del primo non può vestire le insegne, seguire le voci, usare i mezzi del secondo».
6Una voce si alza, dal gruppo degli esseni: «L'uomo non è libero di scegliere. È costretto a seguire un destino. Né diciamo che sia distribuito senza saggezza. Anzi la Mente perfetta ha stabilito, a proprio disegno perfetto, il numero di coloro che saranno degni dei Cieli.
Gli altri inutilmente si sforzano di divenirlo. Così è. Diverso non può essere. Come uno, uscendo di casa, può trovare la morte per una pietra che si stacca dal cornicione, mentre uno nel più fitto di una battaglia si può salvare dalla più piccola ferita, ugualmente colui che vuole salvarsi, ma così non è scritto, non farà che peccare anche senza saperlo, perché è segnata la sua dannazione».
«No, uomo. Così non è, e ricrediti. Pensando così tu fai grave ingiuria al Signore».
«Perché? Dimostramelo ed io mi ravvederò».
«Perché tu, dicendo questo, ammetti mentalmente che Dio è ingiusto verso le sue creature.
Egli le ha create in ugual modo e con uno stesso amore. Egli è un Padre Perfetto nella sua paternità come in ogni altra cosa.
Come può allora fare distinzioni, e quando un uomo viene concepito maledirlo mentre è innocente embrione? Sin da quando è incapace di peccare?».
«Per avere una rivalsa all'offesa avuta dall'uomo».
«No. Non così si rivale Dio! Egli non si accontenterebbe di un misero sacrificio quale questo, e di un ingiusto, forzato sacrificio.
La colpa a Dio può essere solo levata dal Dio fatto Uomo. Egli sarà l'Espiatore. Non questo o quell'uomo.
Oh! fosse stato possibile che Io avessi a levare solo la colpa d'origine! Che nessun Caino avesse avuto la Terra, nessun Lamec, nessun corrotto sodomita, nessun omicida, ladro, fornicatore, adultero, bestemmiatore, nessuno senza amore ai genitori, nessun spergiuro, e così via! Ma di ognuno di questi peccati non Dio, ma il peccatore è colpevole e autore.
Dio ha lasciato libertà ai figli di scegliere il Bene o il Male».
«Non fece bene», urla uno scriba. «Ci ha tentati oltre misura. Sapendoci deboli, ignoranti, avvelenati, ci ha messi in tentazione. Ciò è imprudenza o malvagità. Tu che sei giusto devi convenire che dico una verità».
«Dici una menzogna per tentarmi. Dio ad Adamo ed Eva aveva dato tutti i consigli, e a che servì?».
«Fece male anche allora. Non doveva mettere l'albero, la tentazione, nel Giardino».
«E allora dove il merito dell'uomo?».
«Ne faceva senza. Viveva senza proprio merito e per unico merito di Dio».
«Essi ti vogliono tentare, Maestro. Lascia quei serpi e ascolta noi che viviamo in continenza e meditazione», grida di nuovo l'esseno.
«Sì, vi vivete. Ma malamente. Perché non vivervi santamente?».
L'esseno non risponde a questa domanda, ma chiede: «Come mi hai detto ragione persuasiva sul libero arbitrio, ed io la mediterò senza malanimo sperando poterla accettare, or dimmi. Credi Tu realmente in una risurrezione della carne e in una vita degli spiriti completati da essa?».
«E vuoi che Dio ponga fine così alla vita dell'uomo?».
«Ma l'anima... Posto che il premio la fa beata, a che serve far risorgere la materia? Aumenterà ciò il gaudio dei santi?».
«Niente aumenterà il gaudio che un santo avrà quando possederà Iddio. Ossia una cosa sola lo aumenterà l'ultimo Giorno: quello di sapere che il peccato non è più.
Ma non ti pare giusto che, come durante questo giorno carne e anima furono unite nella lotta per possedere il Cielo, nel Giorno eterno carne e anima siano unite per godere il premio? Non ne sei persuaso? E allora perché vivi in continenza e meditazione?».
«Per... per essere maggiormente uomo, signore sopra gli altri animali che ubbidiscono agli istinti senza freno, e per essere superiore alla maggior parte degli uomini che sono imbrattati di animalità anche se ostentano filatterie e fimbrie, e zizit, e larghe vesti, e si dicono "i separati"».
Anatema! I farisei, ricevuta in pieno la frecciata che fa mormorare di approvazione la folla, si contorcono e gridano come ossessi.
«Egli ci insulta, Maestro! Tu sai la santità nostra. Difendici», urlano gesticolando.
Gesù risponde: «Anche egli sa la vostra ipocrisia. Le vesti non corrispondono alla santità.
Meritate di esser lodati e potrò parlare.
Ma a te, esseno, Io rispondo che troppo per poco ti sacrifichi.
Perché? Per chi? Per quanto?
Per una lode umana. Per un corpo mortale. Per un tempo rapido come volo di falco. Eleva il tuo sacrificio.
Credi al Dio vero, alla beata risurrezione, alla volontà libera dell'uomo. Vivi da asceta. Ma per queste ragioni soprannaturali. E con la carne risorta godrai dell'eterna gioia».
«È tardi! Sono vecchio! Ho forse sciupato la mia vita stando in una setta d'errore... È finita!...».
«No. Mai finita per chi vuole il bene! Udite, o voi peccatori, o voi che siete negli errori, o voi, quale che sia il vostro passato. Pentitevi.
Venite alla Misericordia. Vi apre le braccia. Vi indica la via. Io sono fonte pura, fonte vitale. Gettate le cose che vi hanno traviato fin qui.
Venite nudi al lavacro. Rivestitevi di luce. Rinascete.
Avete rubato come ladroni sulle vie, o signorilmente e astutamente nei commerci e nelle amministrazioni? Venite.
Avete avuto vizi o passioni impure? Venite.
Siete stati oppressori? Venite. Venite.
Pentitevi. Venite all'amore e alla pace.
Oh! ma lasciate che l'amore di Dio possa riversarsi su di voi. Sollevatelo questo amore in ambascia per la vostra resistenza, paura, titubanza.
Io ve ne prego in nome del Padre mio e vostro.
Venite alla Vita e alla Verità, e avrete la vita eterna».
1.1.3. Anima e corpo vivranno insieme gioendo o soffrendo, a seconda di come insieme meritarono, per l’eternità.
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Sempre parlando di Vita eterna abbiamo parlato di un'anima ovviamente immortale, ma vi è chi quest'anima la nega sostenendo che noi siamo semplici animali discendenti da scimmie, oppure pensa che - se anche discendenti da scimmie originariamente senza anima - Dio nel corso della nostra supposta evoluzione da animale ad uomo ci abbia ad un certo punto dotato di un'anima immortale.
A questo riguardo ci viene ancora una volta in soccorso lo Spirito Santo che ci pone una serie di domande alle quali dovremmo sinceramente e scientemente rispondere. Nessuna paura però, perché dopo averci interrogato, da grande Maestro quale Egli è, ci dà poi anche tutte le risposte…
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«[…] Quando e come avrebbe l’uomo dovuto ricevere l’anima, se egli fosse il prodotto ultimo di una evoluzione dai bruti? È da supporsi che i bruti abbiano ricevuto insieme alla vita animale l’anima spirituale? L’anima immortale? L’anima intelligente? L’anima libera? È bestemmia solo il pensarlo. Come allora potevano trasmettere ciò che non avevano? E poteva Dio offendere Se stesso infondendo l’anima spirituale, il suo divino soffio, in un animale, evoluto sin che si vuole pensarlo, ma sempre venuto da una lunga procreazione di bruti? Anche questo pensiero è offensivo al Signore.
Dio volendosi creare un popolo di figli per espandere l’amore di cui sovrabbonda e ricevere l’amore di cui è sitibondo, ha creato l’uomo direttamente, con un suo volere perfetto, in un’unica operazione avvenuta nel sesto giorno creativo, nella quale fece della polvere una carne viva e perfetta, che poi ha animata, per la sua speciale condizione di uomo, figlio adottivo di Dio ed erede del Cielo, non già solo dell’anima “che anche gli animali hanno nelle nari” e che cessa con la morte dell’animale, ma dell’anima spirituale che è immortale, che sopravvive oltre la morte del corpo e che rianimerà il corpo, oltre la morte, al suono delle trombe del Giudizio finale e del Trionfo del Verbo Incarnato, Gesù Cristo, perché le due nature, che insieme vissero sulla Terra, vivano insieme gioendo o soffrendo, a seconda di come insieme meritarono, per l’eternità».
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Anche in questo brano viene dunque confermato il fatto che nella Vita eterna - dopo la Resurrezione dei morti - le due nature dell'uomo, corporea e spirituale, coesisteranno insieme a seconda di come, nel Bene come nel Male, esse hanno meritato.
1.2. La Risurrezione dei morti. Riflessioni.
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Come c’insegnano la Sacra Scrittura, la Tradizione e il Catechismo della Chiesa Cattolica, giorno verrà che ogni essere umano concepito, venuto o non venuto alla vita sulla terra, da Adamo fino all’ultimo uomo, risorgerà in anima e corpo per l’ultimo estremo giudizio.
Anche accettendo che esista un’anima immortale, il fatto che questa - all'ultimo giorno, prima del Giudizio Universale - possa rivestirsi, atomo per atomo, molecola per molecola, del suo antico corpo e per di più vivere poi eternamente, è francamente una cosa che da un punto di vista “razionalistico” è piuttosto difficile da accettare, venendo la tentazione di relegarla nel limbo delle utopie. Sembra impossibile: atomi dispersi nel nulla da millenni che si ricompongono con le antiche fattezze?
Infatti se nell'antico Israele i farisei avevano questa ferma fede, i sadducei erano piuttosto ironici al riguardo. Significativo l'episodio evangelico riportato da Marco:
«...18Vennero da lui alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».
Gesù non solo conferma qui la resurrezione dei morti in anima e corpo, ma vuole far capire che i Risorti salvati, non saranno più soggetti alle leggi e soprattutto agli stimoli e abusi che vigono ora. E - quanto alla domanda ironica dei sadducei in merito ad un nuovo matrimonio - Gesù spiega che matrimonio e riproduzione nella vita terrena erano visti in funzione della generazione di “figli di Dio”, destinati appunto al Cielo, esigenza che cesserà alla fine del mondo quando il numero dei “salvati” sarà completo, secondo il progetto divino.
Era dunque il martedi della settimana santa che precede la Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, il giorno dell'episodio del fico seccato e dell'insidiosa domanda dei farisei a Gesù in merito al fatto se fosse lecito o meno pagare il tributo a Roma. Successivamente, sempre nel Tempio, dopo i farisei si avvicinano a Gesù i sadducei ed ecco come la mistica Valtorta vede in visione l'episodio con la precisa risposta di Gesù:
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...È già quasi il tramonto e gli apostoli, stanchi, stanno seduti per terra sotto il portico, sbalorditi da quel continuo rimuoversi di folla che sono i cortili del Tempio nell'imminenza pasquale, quando all'Instancabile si avvicinano dei ricchi, certo ricchi a giudicare dalle vesti pompose.
Matteo, che sonnecchia con un occhio solo, si alza scuotendo gli altri.
Dice: «Vanno dal Maestro dei sadducei. Non lasciamolo solo, che non lo offendano o cerchino di nuocergli e di schernirlo ancora».
Si alzano tutti raggiungendo il Maestro, che circondano subito. Credo intuire che ci sono state rappresaglie nell'andare o tornare al Tempio a sesta.
I sadducei, che ossequiano Gesù con inchini persino esagerati, gli dicono: «Maestro, hai risposto così sapientemente agli erodiani che ci è venuto desiderio di avere noi pure un raggio della tua luce. Senti. Mosè ha detto: "Se uno muore senza figli, il suo fratello sposi la vedova, dando discendenza al fratello". Ora c'erano fra noi sette fratelli. Il primo, presa in moglie una vergine, morì senza lasciar prole e perciò lasciò la moglie al fratello. Anche il secondo morì senza lasciar prole, e così il terzo che sposò la vedova dei due che lo precederono, e così sempre, sino al settimo. In ultimo, dopo aver sposato tutti i sette fratelli, morì la donna. Di' a noi: alla risurrezione dei corpi, se è pur vero che gli uomini risorgono e che a noi sopravviva l'anima e si ricongiunga al corpo all'ultimo giorno riformando i viventi, quale dei sette fratelli avrà la donna, posto che l'ebbero sulla Terra tutti e sette?».
«Voi sbagliate. Non sapete comprendere né le Scritture né la potenza di Dio. Molto diversa sarà l'altra vita da questa, e nel Regno eterno non saranno le necessità della carne come in questo. Perché, in verità, dopo il Giudizio finale la carne risorgerà e si riunirà all'anima immortale riformando un tutto, vivo come e meglio che non sia viva la mia e la vostra persona ora, ma e soprattutto agli stimoli e abusi che vigono ora.
Nella risurrezione, gli uomini e le donne non si ammoglieranno né si mariteranno, ma saranno simili agli angeli di Dio in Cielo, i quali non si ammogliano né si maritano, pur vivendo nell'amore perfetto che è quello divino e spirituale.
In quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto come Dio dal roveto parlò a Mosè? Che disse l'Altissimo allora? "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe". Non disse: "Io fui", facendo capire che Abramo, Isacco e Giacobbe erano stati ma non erano più. Disse: "Io sono". Perché Abramo, Isacco e Giacobbe sono. Immortali. Come tutti gli uomini nella parte immortale, sino a che i secoli durano, e poi, anche con la carne risorta per l'eternità.
Sono, come lo è Mosè, i profeti, i giusti, come sventuratamente è Caino e sono quelli del diluvio, e i sodomiti, e tutti coloro morti in colpa mortale. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi».
«Anche Tu morrai e poi sarai vivente?», lo tentano. Sono già stanchi di essere miti. L'astio è tale che non sanno contenersi.
«Io sono il Vivente e la mia Carne non conoscerà sfacimento. L'arca ci fu levata e l'attuale sarà levata anche come simbolo. Il Tabernacolo ci fu tolto e sarà distrutto. Ma il vero Tempio di Dio non potrà essere levato e distrutto. Quando i suoi avversari crederanno di averlo fatto, allora sarà l'ora che si stabilirà nella vera Gerusalemme, in tutta la sua gloria. Addio».
E si affretta verso il cortile degli Israeliti, perché le tube d'argento chiamano al sacrificio della sera.
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Sempre a questo riguardo, dice San Paolo nella sua Lettera ai Corinti:
«...Fratelli, noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita. Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato (Sal 115, 10), anche noi crediamo e perciò parliamo, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi. Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio. Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne. Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste: a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi. In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito. Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione. Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore...».
Su questo importantissimo punto, il cui solo pensiero può cambiare completamente la vita di un uomo, è quindi bene soffermarci a riflettere con calma e attenzione.
1.2.1. «Un giorno verrà che su un mondo morto, sotto un firmamento spento, appariranno allo squillo angelico ossa e ossa di morti».
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Vi è però ancora un episodio in cui Gesù parla della resurrezione dei morti e ciò avviene nel contesto del brano riferito dall'apostolo Giovanni nel discorso dell'Acqua viva: «...Chi ha sete venga a me e beva. Dal seno di chi crede in me, come dice la Scrittura, scaturiranno fiumi di Acqua viva...».
Il riferimento è qui alle Acque della Grazia che dove arrivano tutto risanano.
Nell'Opera di Maria Valtorta il seguente episodio è riferito al terzo anno della vita pubblica di Gesù e ci stiamo avvicinando alla Sua Passione e Morte che avverrà la primavera successiva. Egli è al Tempio nell'ultimo giorno della festa dei Tabernacoli.
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13 settembre 1946.
[…] Gesù alza il braccio destro nel suo atto abituale di quando inizia a parlare, mentre con la sinistra stretta sul petto si tiene a posto il manto.
Ripete le parole iniziali:
«Chi ha sete venga a Me e beva! Dal seno di coloro che credono in Me scaturiranno fiumi d'acqua viva!
Colui che vide la teofania del Signore, il grande Ezechiele, sacerdote e profeta, dopo avere profeticamente visto gli atti impuri nella profanata casa del Signore, dopo avere sempre profeticamente visto che solo i segnati dal Tau saranno viventi nella Gerusalemme vera, mentre gli altri conosceranno una e una strage, una e una condanna, uno e un castigo - e il tempo è vicino, o voi che mi udite, è vicino, è più vicino di quanto voi pensiate, onde vi esorto come Maestro e Salvatore a non tardare oltre a segnarvi del segno che salva, a non tardare oltre a mettere in voi la Luce e la Sapienza, a non tardare oltre a pentirvi e piangere, per voi e per gli altri, per potervi salvare - Ezechiele, dopo aver visto tutto questo e altro ancora, parla di una terribile visione.
Quella delle ossa aride.
Un giorno verrà che su un mondo morto, sotto un firmamento spento, appariranno allo squillo angelico ossa e ossa di morti. Come un ventre che si apre per partorire, così la Terra espellerà dalle sue viscere ogni ossa d'uomo che è morto su di essa ed è sepolto nel suo fango, da Adamo all'ultimo uomo.
E sarà allora la risurrezione dei morti per il grande e supremo giudizio, dopo il quale, come un pomo di Sodoma, il mondo si svuoterà, divenendo un nulla, e cesserà il firmamento coi suoi astri. Tutto avrà termine, meno due cose eterne, lontane, agli estremi di due abissi di una profondità incalcolabile, in antitesi totale nella forma e nell'aspetto e nel modo con cui in essi proseguirà in eterno la potenza di Dio: il Paradiso: luce, gioia, pace, amore; l'Inferno: tenebre, dolore, orrore, odio.
Ma credete voi che, perché il mondo non è ancora morto e le trombe angeliche non suonano a raccolta, lo sterminato campo della Terra non sia coperto di ossa senza vita, disseccate oltremodo, inerti, separate, morte, morte, morte?
In verità vi dico che così è.
Fra i viventi, perché respirano ancora, innumerevoli sono coloro che sono simili a cadaveri, alle ossa aride viste da Ezechiele.
Chi sono costoro? Sono quelli che non hanno in loro la vita dello spirito.
Ve ne sono in Israele come in tutto il mondo. E che fra i gentili e gli idolatri non siano che morti che attendono di essere vitalizzati dalla Vita, è cosa naturale, e dà dolore soltanto a coloro che possiedono la vera Sapienza, perché Essa fa loro comprendere che l'Eterno ha creato le creature per Lui e non per le idolatrie, e si affligge di vederne tante nella morte.
Ma se l'Altissimo ha questo dolore, ed è già grande, quale dolore sarà il suo per quelli del suo Popolo che sono ossa biancheggianti, senza vita, senza spirito?
Gli eletti, i prediletti, i protetti, i nutriti, gli istruiti da Lui direttamente o dai suoi servi e profeti, perché devono essere colpevolmente ossa aride, mentre per loro ha sempre gemuto un filo d'acqua vitale dal Cielo e li ha abbeverati di Vita e Verità?
Perché si sono disseccati essi, piantati nella terra del Signore?
Perché il loro spirito è morto, quando tutto un tesoro sapienziale lo Spirito Eterno ha messo a loro disposizione perché ne attingessero e vivessero?
Chi, con qual prodigio potranno tornare alla Vita, se essi hanno lasciato le fonti, i pascoli, le luci date da Dio, e brancolano fra le caligini, e bevono fonti non pure, e si pascono di cibi non santi?
Non torneranno dunque mai più vivi? Sì. In nome dell'Altissimo Io lo giuro. Molti risorgeranno.
Dio ha già pronto il miracolo, anzi esso è già attivo, esso ha già operato in alcuni, e delle ossa aride si sono rivestite di vita perché l'Altissimo, al quale nulla è vietato, ha mantenuto la promessa e la mantiene, e sempre più la completa. Egli, dall'alto dei Cieli, grida a queste ossa che attendono la Vita: "Ecco, Io infonderò in voi lo spirito e vivrete".
Ed ha preso il suo Spirito, Se stesso ha preso, e ha formato una Carne a rivestire la sua Parola, e l'ha mandata a questi morti perché, parlando ad essi, si infondesse di nuovo in essi la Vita.
Quante volte nei secoli Israele ha gridato: "Sono inaridite le nostre ossa, la nostra speranza è morta, siamo staccati!".
Ma ogni promessa è sacra, ogni profezia è vera. Ecco che è venuto il tempo in cui il Messo di Dio apre le tombe per trarne i morti e vivificarli per condurli seco nella vera Israele, nel Regno del Signore, nel Regno del Padre mio e vostro.
Io sono la Risurrezione e la Vita! Io sono la Luce venuta ad illuminare chi giaceva nelle tenebre! Io sono la Fonte che zampilla Vita eterna.
Chi viene a Me non conoscerà la Morte. Chi ha sete di Vita venga e beva. Chi vuole possedere la Vita, ossia Dio, creda in Me, e dal suo seno sgorgheranno non stille, ma fiumi d'acqua viva. Perché chi crede in Me formerà con Me il nuovo Tempio, dal quale scaturiscono le acque salutari delle quali parla Ezechiele.
Venite a Me, o popoli! Venite a Me, o creature! Venite a formare un unico Tempio, perché Io non respingo nessuno, ma per amore vi voglio con Me, nel mio lavoro, nei miei meriti, nella mia gloria.
E io vidi acque che scaturivano di sotto la porta della casa, ad oriente... E le acque scendevano nel lato destro, a mezzogiorno dell'altare".
Quel Tempio sono i credenti nel Messia del Signore, nel Cristo, nella Nuova Legge, nella Dottrina del tempo di Salute e di Pace. Come di pietre sono formati i muri di questo tempio, così di spiriti vivi saranno formate le mistiche mura del Tempio che non morrà in eterno e che dalla Terra assurgerà al Cielo, come il suo Fondatore, dopo la lotta e la prova.
Quell'altare dal quale sgorgano le acque, quell'altare a oriente sono Io. E le mie acque sgorgano da destra perché la destra è il posto degli eletti al Regno di Dio.
Sgorgano da Me per riversarsi nei miei eletti e farli ricchi delle acque vitali, portatori di esse, spargitori di esse a settentrione e a mezzogiorno, a oriente e occidente, per dare Vita alla Terra nei suoi popoli che attendono l'ora di Luce, l'ora che verrà, che assolutamente verrà per ogni luogo prima che la Terra cessi di essere.
Sgorgano e si spargono le mie acque mescolate a quelle che Io stesso ho dato e darò ai miei seguaci, e pur essendo sparse per bonificare la Terra saranno unite in un solo fiume di Grazia, sempre più profondo, sempre più vasto, accrescentesi giorno per giorno, passo per passo, delle acque dei nuovi seguaci, finché diverrà come un mare che bagnerà ogni luogo per santificare tutta la Terra.
Dio questo vuole. Dio questo fa. Un diluvio ha lavato il mondo dando morte ai peccatori. Un nuovo diluvio, di altro liquido che pioggia non sia, laverà il mondo dando Vita.
E, per un misterioso atto di grazia, gli uomini potranno esser parte di quel diluvio santificatore, unendo le loro volontà alla mia, le loro fatiche alla mia, le loro sofferenze alla mia. E il mondo conoscerà la Verità e la Vita. E chi vorrà parteciparvi potrà.
E solo chi non vorrà essere nutrito delle acque di Vita diverrà luogo paludoso e pestifero, o rimarrà tale, e non conoscerà i pingui raccolti dei frutti di grazia, sapienza, salute, che conosceranno coloro che vivranno in Me.
In verità vi dico per un'altra volta che chi ha sete e venga a Me beverà e non avrà più sete, perché la mia Grazia aprirà in lui fonti e fiumi d'acqua viva. E chi non crede in Me perirà come salina dove la vita non può sussistere.
In verità vi dico che dopo di Me non cesserà la Fonte, perché Io non morrò ma vivrò e, dopo che me ne sarò andato, andato e non morto, ad aprire le porte dei Cieli, un Altro verrà che mi è uguale e che completerà la mia opera facendovi comprendere quello che vi ho detto e incendiandovi per farvi "luci", posto che avete accolto la Luce».
Gesù tace.
1.2.2. Sulla fine del mondo e la Risurrezione della carne, alla luce delle rivelazioni a Maria Valtorta.
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Se il tema della Resurrezione della carne lo abbiamo letto in Ezechiele, tutto il discorso precedente fatto da Gesù, quando ancora i Suoi Piedi calcavano la nostra terra, lo possiamo conoscere solo dalle rivelazioni fatte a Maria Valtorta.
Forse qualcuno potrà chiedersi quanto queste siano vere ed affidabili.
Io ho però - in ragione della razionalità di quanto Egli dice e spiega e che trova conferma in tutti gli altri testi biblici - ho fatto la scelta di credere che tutto quello che Gesù ha rivelato al nostro “Piccolo Giovanni”, come la chiamava Gesù dal nome del suo apostolo prediletto, risponda a verità e quindi continuerò a farvi riflettere e meditare punto per punto l’importantissima e direi unica – nel suo genere - visione della Risurrezione dei Morti.
Parlare dei Novissimi sembra sia campo “riservato” a degli “specialisti”, dotti e sapienti, ma poi in realtà quelli che dovrebbero parlarne non ne parlano o ne accennano appena, perché manca loro - più che l'approfondimento - la “materia prima” alla quale fare riferimento: cioè le “rivelazioni”.
Noi invece - grazie all'Opera valtortiana donataci da Gesù per confermare e rinsaldare i cristiani in questa loro fede titubante in questi tempi di apostasia - questa “materia prima” l’abbiamo avuta, e in abbondanza, per cui se queste nostre meditazioni possono servire a convincere e magari salvare anche solo qualche anima, allora abbiamo il dovere di farvene parte, ragionandoci sopra insieme.
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Ciò che io vedo questa sera:
Una immensa estensione di terra. Un mare, tanto è senza confini.
Dico “terra” perché vi è della terra come nei campi e nelle vie.
Ma non vi è un albero, non uno stelo, non un filo d’erba. Polvere, polvere e polvere.
Vedo questo ad una luce che non è luce. Un chiarore appena disegnato, livido, di una tinta verde-viola quale si nota in tempo di fortissimo temporale o di eclissi totale. Una luce, che fa paura, di astri spenti.
Ecco. Il cielo è privo di astri. Non ci sono stelle, non luna, non sole. Il cielo è vuoto come è vuota la terra.
Spogliato l’uno dei suoi fiori di luce, l’altra della sua vita vegetale e animale.
Sono due immense spoglie di ciò che fu.
Ho tutto l’agio di vedere questa desolata visione della morte dell’universo, che penso sarà dello stesso aspetto dell’attimo primo, quando era già cielo e terra ma spopolato il primo d’astri e la seconda nuda di vita, globo già solidificato ma ancora inabitato, trasvolante per gli spazi in attesa che il dito del Creatore le donasse erbe e animali.
Perché io comprendo che è la visione della morte dell’universo?
Per una di quelle “seconde voci” che non so da chi vengano, ma che fanno in me ciò che fa il coro nelle tragedie antiche: la parte di indicatrici di speciali aspetti che i protagonisti non illustrano di loro. È proprio quello che le voglio dire e che le dirò dopo.
Mentre giro lo sguardo su questa desolata scena di cui non comprendo la necessità, vedo, sbucata non so da dove, ritta nel mezzo della piana sconfinata, la Morte.
Uno scheletro che ride con i suoi denti scoperti e le sue orbite vuote, regina di quel mondo morto, avvolta nel suo sudario come in un manto. Non ha falce. Ha già tutto falciato.
Gira il suo sguardo vuoto sulla sua messe e ghigna.
Ha le braccia congiunte sul petto. Poi le disserra, queste scheletriche braccia, e apre le mani senza più altro che ossa nude e, poiché è figura gigante e onnipresente - o meglio detto: onnivicina - mi appoggia un dito, l’indice della destra, sulla fronte. Sento il ghiaccio dell’osso pontuto che pare perforarmi la fronte ed entrare come ago di ghiaccio nella testa. Ma comprendo che ciò non ha altro significato che quello di voler richiamare la mia attenzione a ciò che sta avvenendo.
Infatti col braccio sinistro fa un gesto indicandomi la desolata distesa su cui ci ergiamo essa, regina, ed io unica vivente.
Al suo muto comando, dato con le dita scheletriche della mano sinistra e col volgere a destra e a manca ritmicamente il capo, la terra si fende in mille e mille crepe e nel fondo di questi solchi scuri biancheggiano bianche cose sparse che non comprendo che siano.
Mentre mi sforzo di pensare che sono, la Morte continua ad arare col suo sguardo e il suo comando, come con un vomere, le glebe, e quelle sempre più si aprono fino all’orizzonte lontano; e solca le onde dei mari privi di vele, e le acque si aprono in voragini liquide.
E poi da solchi di terra e da solchi di mare sorgono, ricomponendosi, le bianche cose che ho visto sparse e slegate. Sono milioni e milioni e milioni di scheletri che affiorano dagli oceani, che si drizzano su dal suolo.
Scheletri di tutte le altezze.
Da quelli minuscoli degli infanti dalle manine simili a piccoli ragni polverosi , a quelli di uomini adulti, e anche giganteschi, la cui mole fa pensare a qualche essere antidiluviano.
E stanno stupiti e come tremanti, simili a coloro che sono svegliati di soprassalto da un profondo sonno e non si raccapezzano del dove si trovano.
La vista di tutti quei corpi scheletriti, biancheggianti in quella “non luce” da Apocalisse, è tremenda.
E poi intorno a quegli scheletri si condensa lentamente una nebulosità simile a nebbia sorgente dal suolo aperto, dagli aperti mari, prende forma e opacità, si fa carne, corpo simile a quello di noi vivi; gli occhi, anzi le occhiaie, si riempiono d’iridi, gli zigomi si coprono di guance, sulle mandibole scoperte si stendono le gengive e le labbra si riformano e i capelli tornano sui crani e le braccia si fanno tornite e le dita agili e tutto il corpo torna vivo, uguale a come è il nostro.
Uguale, ma diverso nell’aspetto.
Vi sono corpi bellissimi, di una perfezione di forme e di colori che li fanno simili a capolavori d’arte.
Ve ne sono altri orridi, non per sciancature o deformazioni vere e proprie, ma per l’aspetto generale che è più da bruto che da uomo.
Occhi torvi, viso contratto, aspetto belluino e, ciò che più mi colpisce, una cupezza che si emana dal corpo aumentando il lividore dell’aria che li circonda.
Mentre i bellissimi hanno occhi ridenti, viso sereno, aspetto soave, e emanano una luminosità che fa aureola intorno al loro essere dal capo ai piedi e si irradia all’intorno.
Se tutti fossero come i primi, l’oscurità diverrebbe totale al punto di celare ogni cosa.
Ma in virtù dei secondi la luminosità non solo perdura ma aumenta, tanto che posso notare tutto per bene.
I brutti, sul cui destino di maledizione non ho dubbi poiché portano questa maledizione segnata in fronte, tacciono gettando sguardi spauriti e torvi, da sotto in su intorno a sé, e si aggruppano da un lato ad un intimo comando che non intendo ma che deve esser dato da qualcuno e percepito dai risorti.
I bellissimi pure, si questi bellissimi, cantano un coro lento e soave di benedizione a Dio.
Non vedo altro. Comprendo di aver visto la risurrezione finale.
1.2.3. Un ulteriore chiarimento dello stesso Gesù a riguardo della fine dell’Universo creato.
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A conferma di quanto supposto da Maria Valtorta a proposito dello stato della Terra e del firmamento al momento della visione della Risurrezione dei Morti, leggiamo ora questa ulteriore spiegazione che lo stesso Signore ci dà, nella sua Opera, proprio perché non ci restino dubbi in proposito:
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Dice Gesù:
Quando il tempo sarà finito e la vita dovrà essere unicamente Vita nei cieli, il mondo universo tornerà, come hai pensato, ad essere quale era all’inizio, prima d’esser dissolto completamente. Il che avverrà quando Io avrò giudicato.
Molti pensano che dal momento della fine al Giudizio universale vi sarà un attimo solo. Ma Dio sarà buono sino alla fine, o figlia. Buono e giusto.
Non tutti i viventi dell’ora estrema saranno santi e non tutti dannati. Vi saranno fra quei primi coloro che sono destinati al Cielo ma che hanno un che da espiare. Ingiusto sarei se annullassi ad essi l’espiazione che pure ho comminata a tutti coloro che li hanno preceduti trovandosi nelle loro medesime condizioni alla loro morte.
Perciò, mentre la giustizia e la fine verranno per altri pianeti, e come faci su cui uno soffia si spegneranno uno ad uno gli astri del cielo, e oscurità e gelo andranno aumentando, nelle mie ore che sono i vostri secoli - e già si è iniziata l’ora dell’oscurità, nei firmamenti come nei cuori - i viventi dell’ultima ora, morti nell’ultima ora, meritevoli di Cielo ma bisognosi di mondarsi ancora, andranno nel fuoco purificatore. Aumenterò gli ardori di quel fuoco perché più sollecita sia la purificazione e non troppo attendano i beati di portare alla glorificazione la loro carne santa e di far gioire anche la stessa vedendo il suo Dio, il suo Gesù nella sua perfezione e nel suo trionfo.
Ecco perché hai visto la terra priva di erbe e alberi, di animali, di uomini, di vita, e gli oceani privi di vele, distesa ferma di acque ferme poiché non sarà più necessario ad esse il moto per dar vita ai pesci delle acque, come non più necessario calore alla terra per dar vita alle biade e agli esseri. Ecco perché hai visto il firmamento vuoto dei suoi luminari, senza più fuochi e senza più luci. Luce e calore non saranno più necessari alla terra, ormai enorme cadavere portante in sé i cadaveri di tutti i viventi da Adamo all’ultimo figlio di Adamo.
La Morte, mia ultima ancella sulla Terra, compirà il suo ultimo incarico e poi cesserà d’essere essa pure. Non vi sarà più Morte. Ma solo Vita eterna. Nella beatitudine o nell’orrore. Vita in Dio o vita in Satana per il vostro io ricomposto in anima e corpo.
Ora basta. Riposa e pensa a Me.»
E anche questa sera, che non volevo scrivere perché ero sfinita, ho dovuto scrivere 12 facciate!... Senza commenti.
Dimenticavo dirle che i corpi erano tutti nudi ma che non faceva senso, come se la malizia fosse morta essa pure: in loro e in me. E poi, ai corpi dei dannati faceva schermo la loro oscurità e a quello dei beati faceva veste la loro stessa luce.
Perciò, ciò che è animalità in noi scompariva sotto l’emanazione dello spirito interno, signore ben lieto o ben disperato della carne.
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Da questo brano di Gesù si apprende che, non solo la Terra, ma l'intero Universo verrà completamente dissolto, dopo il Giudizio Universale.
Il che pone una domanda: quando la Bibbia parla della fine del mondo e di “Nuovi cieli e Nuova Terra” forse non bisogna interpretare - come molti fanno - in senso materiale, cioé nel senso di una “nostra” Terra rinnovata e rinverdita, ma di un qualcosa di innimaginabilmente diverso, atto tuttavia ad “ospitare” dei corpi solidi in carne ed ossa glorificati
Maria SS., infatti - in un altro brano dell'Opera valtortiana - commenta la sua Assunzione al Cielo  dicendo che una cosa che l'aveva colpita - e che mai avrebbe immaginato - era stato di aver sentito il “corpo solido” di Gesù quando questi le era andato incrontro sulle “soglie” del Cielo, abbracciandola.
In altre parole l'attuale Universo con le sua migliaia di miliardi di galassie e pianeti sembrerebbe destinato a dissolversi nel nulla, per lasciare spazio ad una Realtà soprannaturale dei Cieli di cui però non possiamo immaginare assolutamente niente.
Interessantissima poi la spiegazione dell'intervallo di tempo che decorrerà dalla fine della vita sulla Terra fino al Giudizio Universale per consentire che anche gli ultimi a morire possano adempiere alla loro espiazione prima del Giudizio per non far torto a quelli che - morti prima - avevano interamente compiuto la loro espiazione.
1.3. Il Giudizio Universale.
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Come abbiamo già letto nel precedente volume di Guido Landolina, del Giudizio Universale se ne parla nel Vangelo di Matteo in quel celeberrimo brano che ascoltiamo almeno due volte all’anno durante la lettura delle Sacre Scritture.
1.3.1. Gli Angeli del Segno.
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Gli Angeli del Segno sono quelli che, simbolicamente, pongono il sigillo glorioso su tutte le fronti di coloro che hanno meritato d’essere eletti alla gloria.
Gesù, che parlava alla mistica negli anni '40, diceva che - osservando gli orrori e le empietà di quanto era accaduto e stava ancora accadendo nel Novecento (dopo due guerre mondiali e cento milioni di morti) - sembrava quasi che fossero stati già aperti i “setti sigilli” di cui parla l'Apocalisse, per cui pareva essere quasi prossimo il tempo della fine del mondo e del Giudizio Universale.
Non era invece ancora il tempo del Giudizio Universale, ma quello dell'Anticristo.
Se però gli uomini di allora e di dopo - anche sotto la sferza dei futuri dolori - non si fossero pentiti e non fossero tornati a Dio, allora avrebbe anche potuto succedere che Dio decretasse anzitempo la fine del mondo e quindi, a tempo debito, il Giudizio Universale.
Tremenda sarà la sorte di coloro che non avranno voluto pentirsi e ancora più tremenda quella di coloro che - adulteri nello spirito - avranno rinnegato Dio dopo averlo ben conosciuto.
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Dice Gesù:
«Se si osservasse per bene quanto da qualche tempo avviene, e specie dagli inizi di questo secolo che precede il secondo mille, si dovrebbe pensare che i sette sigilli sono stati aperti.
Mai come ora Io mi sono agitato per tornare fra voi con la mia Parola a radunare le schiere dei miei eletti per partire con essi e coi miei angeli a dare battaglia alle forze occulte che lavorano per scavare all’umanità le porte dell’abisso.
Guerra, fame, pestilenze, strumenti di omicidio bellico  che sono più che le bestie feroci menzionate dal Prediletto - terremoti, segni nel cielo, eruzioni dalle viscere del suolo e chiamate miracolose a vie mistiche di piccole anime mosse dall’Amore, persecuzioni contro i miei seguaci, altezze d’anime e bassezze di corpi, nulla manca dei segni per cui può parervi prossimo il momento della mia Ira e della mia Giustizia.
Nell’orrore che provate, esclamate: “Il tempo è giunto; più tremendo di così non può divenire!” E chiamate a gran voce la fine che vi liberi.
La chiamano i colpevoli, irridendo e maledicendo come sempre; la chiamano i buoni che non possono più oltre vedere il Male trionfare sul Bene.
Pace, miei eletti! Ancora un poco e poi verrò. La somma di sacrificio necessaria a giustificare la creazione dell’uomo e il Sacrificio del Figlio di Dio non è ancora compiuta.
Ancora non è terminato lo schieramento delle mie coorti e gli angeli del Segno non hanno ancora posto il sigillo glorioso su tutte le fronti di coloro che hanno meritato d’essere eletti alla gloria.
L’obbrobrio della terra è tale che il suo fumo, di poco dissimile a quello che scaturisce dalla dimora di Satana, sale sino ai piedi del trono di Dio con sacrilego impeto. Prima della apparizione della mia Gloria occorre che oriente ed occidente siano purificati per essere degni dell’apparire del mio Volto.
Incenso che purifica e olio che consacra il grande, sconfinato altare dove l’ultima Messa sarà celebrata da Me, Pontefice eterno, servito all’altare da tutti i santi che cielo e terra avranno in quell’ora, sono le preghiere e i patimenti dei miei santi, dei diletti al mio Cuore, dei già segnati del mio Segno: della Croce benedetta, prima che gli angeli del Segno li abbiano contrassegnati.
È sulla terra che il segno si incide ed è la vostra volontà che lo incide. Poi gli angeli lo empiono di un oro incandescente che non si cancella e che fa splendere come sole la vostra fronte nel mio Paradiso.
Grande è l’orrore di ora, diletti miei; ma quanto, quanto, quanto ha ancora da aumentare per essere l’Orrore dei tempi ultimi!
E se veramente pare che assenzio si sia mescolato al pane, al vino, al sonno dell’uomo, molto, molto, molto altro assenzio deve ancora gocciare nelle vostre acque, sulle vostre tavole, sui vostri giacigli prima che abbiate raggiunto l’amarezza totale che sarà la compagna degli ultimi giorni di questa razza creata dall’Amore, salvata dall’Amore e che si è venduta all’Odio».
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E ancora questo sermone di Gesù a Gerusalemme per la Pentecoste (ebraica) del Suo terzo anno di vita pubblica:
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«[...] La Verità è Colui che vi parla. Perché il Verbo di Dio traduce il Pensiero di Dio, e Dio è Verità».
La gente è tutt'orecchi, in un silenzio attento, a seguire il battibecco che però procede senza asprezze. Altri, da altri luoghi, sono affluiti lì e il cortile è pieno, stipato di gente. Centinaia di visi rivolti verso un sol punto. E dagli sbocchi che portano da altri cortili a questo si affacciano volti e volti, a collo teso, nell'intento di vedere e sentire...
Il sinedrista Elchia e i suoi amici si guardano... Una vera telefonia di sguardi. Ma si contengono. Anzi, un vecchio dottore chiede tutto cortese:
«E per evitare i castighi che Tu prevedi, che si dovrebbe fare?».
«Seguirmi. E soprattutto credermi. E più ancora amarmi».
«Sei un portafortuna?».
«No. Sono il Salvatore».
«Ma non hai eserciti...».
«Ho Me stesso. Ricordate, ricordate per vostro bene, per pietà delle vostre anime, ricordate le parole del Signore a Mosè e ad Aronne quando ancora erano in terra d'Egitto: "Ciascuno del popolo di Dio prenda un agnello senza macchia, maschio, di un anno. Uno per casa, e se non basta il numero dei familiari a finire l'agnello prenda i vicini. E lo immolerete il quattordicesimo giorno di abid, che ora è detto nisam, e col sangue dell'immolato bagnino gli stipiti e l'architrave della porta delle vostre case. E nella stessa notte ne mangerete le carni arrostite al fuoco, col pane senza lievito e lattughe selvatiche. E quanto potrebbe rimanere distruggerete col fuoco. E mangerete coi fianchi cinti, i calzari al piede, il bordone in mano, in fretta, perché è il passaggio del Signore. E quella notte Io passerò percuotendo ogni primogenito d'uomo o d'animale che si trovino nelle case non segnate del sangue dell'agnello".
Al presente, nel nuovo passaggio di Dio, il più vero passaggio, perché realmente Dio passa fra di voi visibile, riconoscibile ai suoi segni, la salvezza sarà su quelli che saranno segnati del Sangue dell'Agnello col segno salutare.
Perché in verità tutti ne sarete segnati. Ma soltanto quelli che amano l'Agnello e ameranno il suo Segno, da quel Sangue avranno salvezza. Per gli altri sarà il marchio di Caino. E voi sapete che Caino non meritò più di vedere il volto del Signore, né mai più conobbe sosta. E percosso a tergo dal rimorso, dal castigo, da Satana, suo re crudele, andò ramingo e fuggiasco per la Terra e finché ebbe vita.
Una grande, grande figura del Popolo che percuoterà il nuovo Abele...»
«Anche Ezechiele parla del Tau... Tu credi che il tuo Segno sia il Tau di Ezechiele? ».
«Quello è».
«Tu allora ci accusi che in Gerusalemme sono abominazioni?».
«Vorrei non poterlo fare. Ma così è».
«E fra i segnati del Tau non vi sono peccatori? Lo puoi giurare?».
«Io non giuro nulla. Però dico che, se fra i segnati vi saranno peccatori, ancor più tremendo sarà il loro castigo, perché gli adulteri dello spirito, i rinnegatori, gli uccisori di Dio dopo essere stati i suoi seguaci, saranno i più grandi nell'Inferno».
«Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati...».
«No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me.
Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi.
Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete.
La salvezza è nel ripudiarle e nell'accogliere la Verità che vi parla.
E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l'Eterno è Giudice dei suoi creati».
«Perché parli così, Signore? Severo sei».
«Veritiero sono. Io sono la Luce. La Luce è stata mandata per illuminare le Tenebre. Ma la Luce deve splendere liberamente.
Inutile sarebbe che l'Altissimo avesse mandato la sua Luce se poi ad essa Luce avesse imposto il moggio.
Neppure gli uomini così fanno quando accendono un lume, perché allora sarebbe stato inutile lo avessero acceso. Se l'accendono è perché illumini e chi entra in casa ci vegga. Io, nella oscurata casa terrena del Padre mio, vengo a mettere la Luce, perché chi è in essa veda. E la Luce splende. E beneditela se col suo raggio purissimo vi discopre rettili, scorpioni, trabocchetti, ragnatele, crepe delle muraglie. Ve lo fa per amore. Per darvi modo di conoscervi, ripulirvi, cacciare gli animali nocivi - le passioni e i peccati - ricostruirvi prima che sia troppo tardi, vedere dove mettete il piede - sul tranello di Satana - prima che vi precipitiate.
Ma per vedere, oltre al lume netto ci vuole occhio netto. Da un occhio che la malattia fa coperto di materia non passa la luce.
Pulite i vostri occhi. Pulite il vostro spirito perché la Luce possa scendere in voi.
Perché perire nelle Tenebre quando il Buonissimo vi manda Luce e Medicina per guarirvi? Non è ancora troppo tardi. Venite, nell'ora che vi resta, venite alla Luce, alla Verità, alla Vita. Venite al Salvatore vostro che vi tende le braccia, che vi apre il cuore, che vi supplica di accoglierlo per il vostro eterno bene».[…]
1.3.2. Il Segno del Tau: Croce capitozzata.
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Leggiamo ora, a proposito del Segno del Tau, questa ulteriore spiegazione dataci da Gesù in un Suo dettato del 31 gennaio 1944 dove Egli evoca ancora il tempo del Giudizio Universale:
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Ezechiele da 9, 1 a 11, 21.
Dice Gesù:
"Il segno del Tau: croce capitozzata come è giusto sia quella che segna i sudditi, i quali non possono portare baldacchino al loro trono, col nome di re. Figli di Dio ma non "primogeniti del Padre".
Solo il Primogenito siede sul suo trono di re. Solo il Cristo, il cui trono terreno fu la Croce, porta in alto alla stessa, sull'asse che s'innalza oltre il capo, la sua gloriosa insegna: "Gesù Cristo, Re dei Giudei".
I cristiani portano il segno di Cristo umilmente monco nella cima come si conviene a figli di stirpe regale ma non primogeniti del Padre.
In che consiste il segno del Tau? Dove è apposto? Oh! lasciate la materialità delle forme quando vi immergete nella conoscenza del mio regno che è tutto dello spirito!
Non sarà un segno materiale quello che vi renderà immuni dal verdetto compiuto dagli angeli. Esso sarà scritto, con caratteri invisibili ad occhio umano ma ben visibili ai miei angelici ministri, sui vostri spiriti, e saranno le vostre opere, ossia voi stessi, che avrete durante la vita inciso quel segno che vi fa degni d'esser salvati alla Vita.
Età, posizione sociale, tutto sarà un nulla all'occhio dei miei angeli. Unico valore quel segno.
Esso uguaglierà i re ai mendicanti, le donne agli uomini, i sacerdoti ai guerrieri.
Ognuno lo porterà uguale, se nella rispettiva forma di vita avrà ugualmente servito Dio e ubbidito alla Legge, e uguale sarà il premio: vedere e godere Iddio eternamente, per tutti coloro che si presentano a Me con quel fulgido segno nel loro spirito.
Il solo esser tanto convinti della necessità, del dovere di dare a Dio ogni gloria e ogni ubbidienza, vi incide nell'anima quel segno santo che vi fa miei e che vi comunica una somiglianza soave con Me Salvatore, per cui voi, come Io, vi affliggete dei peccati degli uomini e per l'offesa che recano al Signore e per la morte spirituale che portano ai fratelli.
La carità si accende, e dove è carità è salvezza.
Ezechiele dice d'aver udito il Signore ordinare all'uomo vestito di lino di prendere i carboni accesi che stavano fra i cherubini e di gettarli sulla città a punire i colpevoli, cominciando da quelli del santuario, perché l'occhio del Signore era stanco di vedere le opere dell'uomo, il quale crede di poter fare il male impunemente perché Dio glielo lascia fare e si illude che Dio non veda altro che l'ipocrito aspetto esteriore.
No. Con la potenza sua infinita Dio vi legge nel fondo dei cuori, o voi, ministri del santuario, o voi, potenti della terra, o voi, coniugi che peccate, o voi, figli che contravvenite al quarto comandamento, o voi, professionisti che mentite, o voi, venditori che rubate, o voi tutti che disubbidite ai miei dieci comandamenti. Inutile ogni velame.
Come i vostri raggi X, di cui andate tanto fieri, molto più ancora, l'occhio di Dio vi fruga, vi penetra, vi trapassa, vi legge, vi sviscera per quello che realmente siete. Ricordatevelo.
Non è un'azione simbolica quella del fuoco preso fra i cherubini per punire.
In che mancate, mancando? Alla carità. Già ve l'ho spiegato parlando del Purgatorio e dell'Inferno, di questi due veri che voi credete fole.
Carità, verso Dio, i primi tre comandamenti. Carità verso il prossimo, gli altri sette.
Oh! molte volte mi sentirete ritornare su questo argomento. Meglio se non ve ne fosse tanto bisogno! Vorrebbe dire che migliorate. Ma non migliorate. Precipitate, anzi, con velocità di meteorite, verso l'anticarità.
Le vostre azioni, anzi le vostre "maleazioni" verso la Carità pullulano sempre più numerose come fungaia nata sulla corruzione di un terreno. Io osservo questo germinare sempre più vasto e forte, questo prosperare di maleazioni sulle maleazioni già esistenti, come se da strato di putredine sorgesse altro strato sempre più venefico, e così via. È l'atmosfera di peccato e delitto, è il terreno di peccato e delitto, è lo strato di peccato e delitto in cui vivete, su cui vi posate, da cui sorgete, quello che alimenta della sua corruzione il nuovo più corrotto e sanguinario strato, terreno, atmosfera.
È un moto perpetuo, è un caos rotante di male, simile a quello di certi microbi patogeni, i quali continuano a riprodursi senza soste e con sempre maggiore virulenza in un sangue inquinato.
Ora è giusto che siate puniti delle colpe contro la Carità col fuoco della Carità che avete respinta. Era Amore. Ora è Punizione. Non si spregia il dono di Dio. Voi l'avete spregiato. Il dono si muta in castigo. Dio vi ritira la Carità e vi lascia nella vostra anticarità.
Dio vi getta, come saette, la Carità che avete sprezzata e vi punisce. Per chiamarvi ancora, se non in molti, ancora quelli che sono suscettibili a resipiscenza e a meditazione.
I cherubini, ossia il simbolo della Carità soprannaturale, custodiscono fra loro le braci della Carità.
L'azione, che sembra unicamente simbolica, cela una verità reale.
Quando sarete evocati al grande Giudizio, coloro che vissero nella Carità non appariranno arsi dal fuoco punitivo.
Già ardenti di loro, per il santo amore che li colmò, essi non avranno conosciuto il morso delle accese punizioni divine, ma solo il bacio divino che li farà più belli.
Mentre coloro che furono carne, unicamente carne, porteranno sulla carne le cicatrici delle folgori divine, poiché la carne, essa sola, può esser segnata da tale cicatrice, non lo spirito che è fuoco vivente nel Fuoco del Signore.
A questo Giudizio, ai lati del Giudice che Io sono, saranno i miei quattro Evangelisti.
Consumarono se stessi per portare la legge della Carità nei cuori, e oltre la morte continuarono la loro opera coi loro Vangeli, dai quali il mondo ha vita poiché conoscere il Cristo è avere in sé la Vita.
Giusto dunque che Giovanni, Luca, Matteo e Marco siano meco quando sarete giudicati per avere o non avere vissuto il Vangelo.
Io non sono un Dio geloso e avaro. Vi chiamo a condividere la mia gloria. Non dovrei dunque, a questi miei servi fedeli che vi divulgarono la mia Parola e la sottoscrissero col loro sangue e colle loro pene, dare la compartecipazione alla gloria del Giudizio?
Non nella vita, ma per la vita che avrete vissuta vi giudicherò "ai confini" di essa, ossia là dove la vita cesserà per mutarsi in eternità.
Vi giudicherò tutti, dal primo all'ultimo, definitivamente, per quello che avrete fatto o non fatto di bene e, tu l'hai visto, nel risorgere sarete tutti uguali, povere ossa slegate, povero fumo che si ricondensa in carne, e delle quali cose siete tanto superbi ora, quasi che quelle ossa e quella carne fossero tal cosa da essere superiori a Dio.
Nulla siete come materia. Nulla. Solo il mio spirito infuso in voi vi fa qualcosa, e solo conservando in voi il mio spirito, divenuto in voi anima, meritate di esser rivestiti di quella luce imperitura che sarà veste alla vostra carne, fatta incorruttibile per l'eternità.
Vi giudicherò, e già fra voi, in voi, vi giudicherete, anche prima del mio apparire, perché allora vi vedrete.
Morta la Terra della quale siete tanto avidi, e con essa tutti i sapori della Terra, uscirete dall'ebrietà di cui vi saziate e vedrete.
Oh! tremendo "vedere" per chi visse unicamente della Terra e delle sue menzogne!
Oh! gaudioso "vedere" per chi oltre le voci della Terra "volle" ascoltare le voci del Cielo e rimase ad esse fedele.
Morti i primi, vivi i secondi, saranno oscurità o luce, a seconda della loro forma di vita, la quale è o con la Legge o contro la Legge per avere sostituito ad essa la legge umana o demoniaca, e andranno nell'abbraccio tremendo dell'Oscurità eterna o a quello beatifico della Luce trina, che arde in attesa di fondervi a Sé, o miei santi, o miei amatori, per tutta l'Eternità».
2. L’INFERNO: DOGMA DI FEDE.
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È evidente che chi non crede alla esistenza dell'Inferno è non solo - cristianamente parlando - un eretico, ma soprattutto - non credendo a questa realtà spirituale e sottovalutando quindi i pericoli di una propria condotta non adeguata, rischia davvero una condanna eterna.
Una condanna non tanto e non solo “voluta” da Dio - che infatti tutti vorrebbe salvare - ma da se stesso.
L'uomo - sin dalle civiltà più antiche e plurimillenarie - ha sempre avuto una certa coscienza del “mondo delle ombre”, definito con parole diverse ma ad indicare una destinazione soprannaturale di felicità o di orrore a seconda dei propri comportamenti in questa nostra vita.
Una “coscienza” piuttosto confusa perché gli uomini, colpiti dalle conseguenze del Peccato originale, non ancora redenti, non avevano la Grazia e non erano in condizione di percepire con chiarezza certe Verità soprannaturali.
È stato Gesù Cristo, Verbo Incarnato, a portare chiarezza con la Sua Parola e ad introdurre - come si evince dai Vangeli - una chiara concezione dell'Inferno, delle sue pene, e della esistenza senza alcun dubbio del demonio, Satana, Lucifero, sconfitto dagli Angeli di Dio in Cielo e precipitato sulla Terra con la coorte dei suoi angeli ribelli per continuare la sua guerra contro Dio cercando di far dannare quanti più uomini poteva per trascinarli nel suo regno infernale, in odio a Dio.
Lucifero, divenuto Satana, principe di questo mondo, lanciò a Dio una sfida: quelli che nel Progetto divino avrebbero dovuto essere “figli di Dio”, destinati al Paradiso, egli li avrebbe trasformati in “figli suoi”, destinati all'Inferno.
Da allora la sfida è sempre in corso, una sfida dove i due contendenti sono da un lato Dio e dall'altro Satana, mentre la posta in gioco è l'uomo.
Dio - noi, corrotti dalle conseguenze del Peccato Originale - cerca di attirarci dolcemente sulla strada del Bene.
Satana - facendo leva sui “richiami della carne” in senso lato (lussurie materiali, morali e spirituali) - cerca di attirarci dalla propria parte.
Chi decide però è sempre l'uomo.
Satana cerca di corromperlo grazie al suo libero arbitrio portandolo verso di sè, Dio - grazie allo stesso libero arbitrio di cui Satana aveva approfittato per sedurre i due Progenitori nel Paradiso terrestre - cerca di salvare gli uomini, solo che questi dimostrino di “volere” essere salvati.
Oggi, in un clima di modernismo imperante persino presso alti rappresentanti delle gerarchie della Chiesa, si cerca di sminuire questa realtà: si presenta l'uomo non già come una creatura creata perfetta dalle “mani” di Dio, ma come un “cascame”, un “derivato” di un animale inferiore: la scimmia.
Il racconto della Creazione - con Satana che tenta Eva - viene ricondotto ad un mito, l'uomo non necessita quindi di “redenzione”, l'incarnazione del Verbo non può essere conseguentemente mai avvenuta, Satana è una fantasia, l'inferno non esiste, il Male non è una personalità angelica ma un generico “principio” atto ad indicare le cose che vanno male.
Gesù ha parlato moltissimo di demoni, compiendo esorcismi a non finire su indemoniati che oggi vengono per lo più considerati dei malati mentali.
Sbagliato: esistono certamente delle malattie mentali, ma la possessione demoniaca è tutt'altra cosa e si manifesta in modo incontrovertibile nella sua avversione per tutto ciò che è il Sacro.
Semmai sono i demoni che si “nascondono” dietro a certe malattie mentali per mimetizzarsi meglio e non essere scacciati dal loro “territorio” di conquista.
La Chiesa da due millenni non si stanca di denunciare questa realtà.
Il pensiero dell’eternità dovrebbe essere uno dei temi centrali nella vita di ogni buon cristiano. La Sacra scrittura esorta ogni uomo a meditare sui “Novissimi”, meditazione che cerchiamo appunto di agevolare con le precedenti riflessioni di Guido Landolina sulla Morte e sul Giudizio Particolare ed ora con le mie che le seguono su Inferno e Paradiso.
Il grande Sant’Alfonso Maria de Liguori scrisse a tal proposito vari libri edificanti, tra i quali “Apparecchio alla morte” e “Riflessioni devote”.
Come più volte detto, sbagliano quelle persone che si illudono che dopo la morte vadano tutti in Paradiso o che l’Inferno sia vuoto.
Suor Lucia di Fatima disse di aver visto cadere all’Inferno le anime numerose come tanti fiocchi di neve.
Il 13 agosto 1917 la Madonna a Fatima disse che molte anime cadono all’Inferno perché non c’è chi si sacrifichi e preghi per la loro salvezza.
Chi si è dannato è perduto per sempre, ma bisogna pregare per i vivi affinché ne vadano all'Inferno il meno possibile, un Inferno dove non “morti”, ma più vivi che mai, si soffrono tormenti inimmaginabili, non solo di carattere spirituale ma - dopo il Giudizio universale - anche materiale, perché all'Inferno ci si finisce e si soffre, da quel momento in poi, anche con quella carne con la quale si è peccato in vita.
Anche Santa Faustina e Suor Josefa Menendez ci parlano dell’Inferno in termini drammatici e non dimentichiamoci poi la terribile storia della giovane Anneliese Michel (morta per denutrizione all’età di 24 anni) e le risposte dei demoni durante gli esorcismi. Ve ne riporto uno per tutti: Esorcismo del 20.10.75, Lucifero: «Ci sono alcuni che non credono nemmeno che io esista. E questi sono i miei più cari».
A questo proposito leggiamo qui di seguito anche quanto riportato dal sito Apologetica Cattolica il cui link vi trascrivo in nota:
Benedetto XII , Cost. Benedictus Deus : DS 1002 in cui tra l'altro si afferma:
Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte discendono all'inferno dove sono tormentate con supplizi infernali e che non di meno nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo con i loro corpi, per rendere conto delle loro azioni affinché ciascuno riporti le conseguenze di quanto ha operato con il corpo, sia il bene che il male
A ulteriore conferma di quanto abbiamo appena detto riportiamo quanto si afferma nel motu proprio di Giovanni Paolo IIAd tuendam fidem”:
“A) Il can. 750 del Codice di Diritto Canonico d'ora in poi avrà due paragrafi, il primo dei quali consisterà del testo del canone vigente e il secondo presenterà un testo nuovo, cosicché nell'insieme il can. 750 suonerà:
Can. 750 - § 1. Per fede divina e cattolica sono da credere tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, vale a dire nell'unico deposito della fede affidato alla Chiesa, e che insieme sono proposte come divinamente rivelate, sia dal magistero solenne della Chiesa, sia dal suo magistero ordinario e universale, ossia quello che è manifestato dalla comune adesione dei fedeli sotto la guida del sacro magistero; di conseguenza tutti sono tenuti a evitare qualsiasi dottrina ad esse contraria.”
Il canone 751 afferma che sono eretici coloro che negano ostinatamente una verità da tenere per fede divina e cattolica o ostinatamente dubitano su di essa.
Il canone 1364 afferma che per tale peccato è prevista la scomunica latae sententiae.
Nella "Nota illustrativa della professio fidei" si dice riguardo alle verità del canone 750 comma 1 più sopra indicato
5. Con la formula del primo comma: « Credo pure con ferma fede tutto ciò che è contenuto nella parola di Dio scritta o trasmessa e che la Chiesa, sia con giudizio solenne sia con magistero ordinario e universale, propone a credere come divinamente rivelato », si vuole affermare che l'oggetto insegnato è costituito da tutte quelle dottrine di fede divina e cattolica che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili (11).
Tali dottrine sono contenute nella parola di Dio scritta o trasmessa e vengono definite con un giudizio solenne come verità divinamente rivelate o dal Romano Pontefice quando parla «ex cathedra» o dal Collegio dei Vescovi radunato in concilio, oppure vengono infallibilmente proposte a credere dal magistero ordinario e universale.
Queste dottrine comportano da parte di tutti i fedeli l'assenso di fede teologale. Per tale ragione chi ostinatamente le mettesse in dubbio o le dovesse negare, cadrebbe nella censura di eresia, come indicato dai rispettivi canoni dei Codici canonici.
11. Esemplificazioni. Senza alcuna intenzione di esaustività o completezza, si possono ricordare, a scopo meramente indicativo, alcuni esempi di dottrine relative ai tre commi sopra esposti (Cfr. Codice di Diritto Canonico, cann. 752; 1371; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, cann. 599,1436, §2.). Alle verità del primo comma appartengono gli articoli di fede del Credo, i diversi dogmi cristologici( Cfr. DS 301-302.) e mariani (Cfr. DS 2803; 3903); la dottrina dell'istituzione dei sacramenti da parte di Cristo e la loro efficacia quanto alla grazia (Cfr. DS 1601; 1606.); la dottrina della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucaristia (Cfr. DS 1636) e la natura sacrificale della celebrazione eucaristica((Cfr. DS 1740; 1743.)); la fondazione della Chiesa per volontà di Cristo(Cfr. DS 3050.); la dottrina sul primato e sull'infallibilità del Romano Pontefice(Cfr. DS 3059-3075.); la dottrina sull'esistenza del peccato originale (Cfr. DS 1510-1515.); la dottrina sull'immortalità dell'anima spirituale e sulla retribuzione immediata dopo la morte ( Cfr. DS 1000-1002 : Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus: DS 1002 in cui tra l'altro si afferma; “Noi inoltre definiamo che, secondo la generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono in peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte discendono all'inferno dove sono tormentate con supplizi infernali e che non di meno nel giorno del giudizio tutti gli uomini compariranno davanti al tribunale di Cristo con i loro corpi, per rendere conto delle loro azioni affinché ciascuno riporti le conseguenze di quanto ha operato con il corpo, sia il bene che il male “)
DUNQUE risulta ulteriormente confermato che NEGARE OSTINATAMENTE LA (O DUBITARE OSTINATAMENTE SULLA) ESISTENZA DELL'INFERNO NEL QUALE SONO PUNITI I DEMONI E I DANNATI È ERESIA CHE SI OPPONE, COME VISTO, A UNA VERITÀ DI FEDE DIVINA E CATTOLICA sulla base del canone 750 1° comma ; L'ERETICO INCORRE NELLA SCOMUNICA latae sententiae SECONDO IL CANONE 1364 .
Conclusione:
Carissimo fratello, carissima sorella che hai letto questo testo, il Signore apra il tuo cuore alle verità che hai udito, ti liberi da ogni peccato e ti faccia suo apostolo nel mondo di oggi che, purtroppo, giustifica e conferma, in certo modo, quella terribile frase del Vangelo “Larga è la strada della perdizione e molti la percorrono. Quanto difficile la strada e angusta la porta che conduce alla vita e pochi la trovano
Sii dunque tu un grande apostolo di Cristo Signore per strappare molti dalla strada che porta all'inferno e per condurli alla Vita che è lo stesso Gesù Cristo Signore.
Molto interessante è anche leggere (sempre presi dallo stesso sito) questi detti di persone famose che ben ci fanno comprendere come questo tema della Vita Eterna e dell’esistenza di Inferno e Paradiso fosse già molto discusso anche nel passato.
Prima di tutto leggiamo, però, quello che ci dicono Il Catechismo di S. Pio X e il Catechismo della Chiesa Cattolica a questo proposito:
2.1. Perché l’Inferno?
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Ora che abbiamo ben compreso che credere nell’Inferno non è un optional, ma è un dogma di fede, desidero ricapitolare qui di seguito quanto in precedenza è stato già detto circa la creazione degli Angeli e la conseguente caduta di moltissimi di loro.
Dio è Amore infinito e l'Amore per sua natura, ha bisogno di espandersi in atti di amore. Egli perciò, al giusto tempo, ha creato miriadi di creature bellissime e “spirituali” (cioè fatte non di “materia e spirito” come l'uomo ma di solo spirito) sulle quali riversare il Suo Amore.
2.1.1. La prova per gli Angeli, non superata dai ribelli, provoca la creazione dell’Inferno.
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Prima però di ammettere gli Angeli alla partecipazione eterna del Suo Regno, Dio ha chiesto loro di superare una Prova (come farà successivamente con i due Progenitori, perché ogni grande premio deve essere meritato), prova che purtroppo un ingente numero di angeli - addirittura un terzo - non ha voluto superare preferendo seguire la ribellione di Lucifero.
La prova consisteva nel dare a Gesù Uomo-Dio, il futuro Verbo Incarnato, l’adorazione e l’obbedienza dovuta a Dio stesso.
Lucifero (Principe del popolo angelico, creato da Dio e secondo solo a Dio in bellezza, potenza e intelligenza) non ritenne di poter accettare che l’eterno figlio di Dio potesse assumere la natura “umana”, una natura cioè inferiore a quella angelica, e che questa natura “materiale”, cioè inferiore, dovesse essere addirittura adorata dagli angeli.
Fu allora che egli urlò a Dio il suo “Non serviam!” e corruppe miliardi di angeli a seguirlo nella sua folle impresa.
Da qui l’odio senza misura e la rivolta che determinò la grande battaglia e la terribile spaccatura che diede vita all’oscurità terrificante dell’Inferno: non voluto da Dio ma meritato da Satana.
A capo degli Angeli fedeli si mise allora S. Michele Arcangelo che rispose al grido di ribellione di Lucifero gridando il suo: “Chi come Dio?”.
Fu una battaglia di intelligenza e di volontà ed è alquanto difficile per noi farcene una idea. Gli angeli ribelli, sconfitti dagli angeli ubbidienti e fedeli, pur mantenendo la loro intelligenza ma persa la Grazia furono tramutati in demoni orrendi e precipitati all'Inferno, divorati dalla concupiscenza dello spirito, permeati e compenetrati da un odio implacabile ed inestinguibile, generatore di tutte le più vili passioni nelle quali sono “congelati”, senza più speranza di pentimento.
Essi hanno così dato vita al male, anzi sono tutto il Male con il quale si identificano. Non potendo riversare il loro odio su Dio, essi spargono di continuo il loro odio sull'Umanità.
Solo alla fine dei tempi, dopo il Giudizio Universale, le porte dell'Inferno sarànno chiuse per sempre, inchiavardate dagli Angeli del Signore, e da quel Regno di dannazione e di odio nessuno (uomo o demone) potrà mai più uscirne in eterno.
Ma leggiamo ora, come meglio ci spiega il Gesù valtortiano in un dettato dato alla mistica Maria Valtorta, come andarono veramente le cose:
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«[...]Compiuta senza fatica, perché compiuta ordinatamente, la creazione sarebbe continuata senza sforzo da parte delle creature, se il disordine non fosse venuto a turbare l'armonia dei Cieli con la ribellione di Lucifero e l'armonia dell'Eden con la ribellione dell'Uomo-Adamo.
"Eden" era chiamato il luogo dove l'Uomo era stato creato e posto perché con la compagna lo popolasse. Così come "Cielo" era chiamato il luogo dove gli angeli, spiriti puri, erano stati posti dopo esser stati creati da Dio, per adorarlo e servirlo nei secoli dei secoli. Eden vuoi dire "giardino", ossia luogo di delizie. Cielo vuoi dire "Regno di Dio", ossia luogo di santità e gaudio. Se l'ordine non fosse mai stato volontariamente violato dalle creature che da Dio avevano ricevuto l'essere e luoghi di gaudio e delizie, l'Eden sarebbe rimasto Eden per tutti i discendenti dell'Uomo-Adamo e l'Inferno non sarebbe stato.
Ma l'angelo per primo, conoscendo per sublime dono i misteri futuri e le future opere del Signore, misteri ed opere che Lucifero, benché sublime fra gli angeli, mai avrebbe potuto compiere, in luogo di contemplare adorando l'infinita Potenza e Carità del suo Creatore — e ciò sarebbe stato "vivere nell'ordine, vivere nell'armonia dei moti intellettivi buoni" — si aderse contro il suo Signore, in una folle ribellione che uccise in lui e nei suoi seguaci la carità, e quindi l'armonia e l'ordine, e creò. Sì, esso pure creò. Ma che? Creò il disordine, il peccato, l'inferno. Ciò che poteva creare uno che si era avulso da Dio.
Il disordine nei moti ed istinti umani, che Dio aveva dato buoni, ordinati ed armonici fra loro, in ordine ed armonia al fine ultimo per cui Dio aveva creato l'uomo, venne creato da Lucifero, il ribelle, che per essere stato "splendente al mattino" della celeste creazione degli angeli, si credette "simile all'Altissimo" sopra i cui cieli tentò "innalzare il suo trono".
Il peccato contro l'amore, ossia la superbia della mente e del cuore per cui l'Uomo-Adamo innocente divenne colpevole, il tremendo peccato dell'io che vuole "divenire come Dio" (Genesi II), è stato creato da Lucifero, che poi ad esso peccato sedusse l'uomo per farlo simile a lui in ribellione al Signore.
L'Inferno, il luogo di eterna e inconcepibile tortura in cui precipitano quelli che ostinatamente vivono in odio al Signore ed alla sua Legge, è stato creato a causa di lui, dell'Arcangelo ribelle folgorato coi suoi seguaci dall'ira divina e vinto dagli angeli fedeli, vinto, perché ormai spogliato della potenza del suo stato di grazia, folgorato e "precipitato nel profondo dell'Abisso" (Isaia) nel quale il suo orrendo fuoco d'odio, la sua ormai orrenda luce e fiamma, così diversa dalla luce e fiamma di grazia e d'amore di cui Dio lo aveva dotato nel crearlo, accesero i fuochi eterni ed atrocissimi.
Il Cielo rimase Cielo, anche dopo la ribellione e la caduta dei ribelli. Perché nel Regno di Dio tutto è fissato da regole eterne e — cacciati i superbi, i ribelli, gli autoidolatri, la cui dimora è lo stagno ardente infernale — santità, gaudio, amore, armonia, ordine perfetti, continuano eterni.
Ma il disordine ormai era, e con esso il peccato, il dolore e la morte poterono insinuarsi sinuosamente fra le delizie dell'Eden, turbarne l'ordine, l'armonia, l'amore, spargervi il tossico, corrompere intelletto, volontà, sentimenti e istinti, suscitare appetiti colpevoli, distruggere innocenza e grazia, addolorare il Creatore, fare delle creature, dianzi soprannaturalmente e naturalmente felici, due infelici, condannato uno a trarre faticosamente il suo pane dalla terra ormai maledetta e producente triboli e spine, condannata l'altra a partorire con dolore, a vivere nel dolore e nella soggezione dell'uomo, condannati entrambi a conoscere il dolore del figlio ucciso dal figlio e la vergogna d'esser genitori di un fratricida, ed infine a conoscere il dolore del morire.
Tutto questo millenario dolore viene da un disordine creato da un ribelle in Cielo e da un'acquiescenza al disordine proposto da esso, ormai maledetto serpente, nell'Eden, ai due primi abitatori della Terra.
Né mai più la prima perfezione, il primo amore, la prima armonia, l'ordine primo, poterono risorgere dopo che volontariamente un angelo e due innocenti preferirono il Male al Bene supremo.
Neppure il Sacrificio di un Dio, fattosi Uomo per redimere, valse a ristabilire lo stato primevo di ordine, armonia, amore, perfezione. La Grazia restaura, ma la ferita resta. La Grazia soccorre, ma i fomiti restano.
Mentre prima sarebbe stato dolce e senza sforzo il pervenire al Regno di Dio, ora occorre "usare violenza" per conseguire il Regno dei Cieli. Violenza santa contro violenza maligna. Perché dal momento del Peccato il Bene ed il Male sono, e si combattono fuori ed entro l'uomo.
Dio chiama. Satana chiama. Dio ispira. Satana ispira. Dio offre i suoi doni. Satana i suoi.
E tra Dio e Satana sta l'uomo. L'uomo nel quale sono due nature già in lotta fra loro. Quella carnale in cui sono i fomiti della Colpa. Quella spirituale in cui sono le voci della Grazia. E se Dio si volge alla parte che da Lui ha somiglianza, perché è il Padre che ama la sua creatura e ad essa si vuole riunire dopo la prova terrena di essa, Satana, l'Avversario, l'Odiatore di Dio e dell'Uomo creatura di Dio, all'una e all'altra parte si volge, ed aizza la carnale mentre tenta sedurre la spirituale, per vincere e fare preda, da quel "leone ruggente che vuol divorare", di cui parla l'apostolo Pietro».
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Il Male, dunque, come poi dichiara fermamente il Gesù “valtortiano”, non è stato voluto né è stato creato da Dio:
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Il Male è una forza che è nata da sola, come certi mali mostruosi nel corpo più sano.
Lucifero era angelo, il più bello degli angeli. Spirito perfetto, inferiore a Dio soltanto. Eppure nel suo essere luminoso nacque un vapore di superbia che esso non disperse. Ma anzi condensò covandolo. E da questa incubazione è nato il Male. Esso era prima che l'uomo fosse. Dio l'aveva precipitato fuor dal Paradiso, l'Incubatore maledetto del Male, questo insozzatore del Paradiso. Ma esso è rimasto l'eterno Incubatore del Male e, non potendo più insozzare il Paradiso, ha insozzato la Terra.”.
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Azaria, l’angelo custode di Maria Valtorta, ribadisce:
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«[...] E come l'Amore così eterno è l'Odio. Non perfezione di eternità, come quella di Dio che non ha avuto mai principio, che è l'eterno è. Ma eterno dal momento che sorse nello spirito maledetto di Lucifero e dei suoi. Eterno nell'Inferno, che è da allora, e che non avrà mai termine. Eterno nel cuore degli uomini che lo eleggono come loro signore, e che seco lo porteranno oltre il tempo. Scorazzatore sulla Terra da quando il sangue di Abele fu sparso per odio da Caino, instancabilmente ferisce Dio. Tutto presente al Cristo nell'ora del suo patire, lo frantumò, come corpo gettato in una macina, tante furono le ferite che inferse all'Amore Incarnato. Dopo il tempo continuerà a bestemmiare nel popolo dei maledetti i quali saranno, oltre il tempo, il frutto del lavoro di Satana. E queste due eternità: l'Amore e l'Odio, l'Espiatore e il Peccato, Gesù e Lucifero, saranno, in un continuo è, il Re del Cielo e il re dell'Abisso, a capo ognuno del suo popolo.
Di quel popolo che doveva essere uno: dell'Umanità al seguito del suo Creatore e Signore, e che, con libera volontà, elesse di dividersi in due popoli eleggendosi, il ramo novello, un re maledetto per il quale volse le spalle a Dio, eleggendo il Male a sua legge. Perché Male insanabile non è essere: nati fra le tenebre del Gentilesimo o di una idolatria, e neppure fra le nebbie di una fede eretica nella quale persiste un ricordo del Vero, delle parti della Vera Religione, ma private di Vita perché separata dal Corpo mistico che è l'unico Corpo vivente. Ma male è, essendo nati nella Chiesa, vivere da eretici, pagani, separati e morti per il peccato.[...]».
2.1.2 Maria Regina degli Angeli
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Quanti però sanno che fu anche grazie a Maria SS. se gli angeli buoni riuscirono a perseverare nella loro fermezza e superare la prova? Maria è Regina degli Angeli ed è tale proprio perché ancora prima di venire al mondo, già fu Regina delle Vittorie.
Ce lo spiega ancora l'Angelo Azaria in un altro Dettato alla mistica:
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Dice Azaria:
«Meditiamo cantando le glorie di Maria Ss. La S. Messa di questa festività è tutta un inno alla potenza di Dio e alla gloria di Maria. Mettiamoci, per ben comprenderla questa liturgia di luce e fuoco, nei sentimenti della Regina e Maestra di ogni creatura che ami il Signore.
Regina e Maestra! Degli uomini. Ma anche degli angeli. Vi sono misteri che voi non sapete, che non ci è concesso di svelare completamente. Ma sollevarne un velo è concesso perché qualche anima molto amata ne goda. Ed io lo sollevo per te. Un lembo di velo. Dall'ostacolo rimosso ti si concederà di affissare lo sguardo spirituale sull'infinita Luce che è il Cielo, e nella Luce meglio comprenderai. Guarda, ascolta e sii beata.
Quando il peccato di Lucifero sconvolse l'ordine del Paradiso e travolse nel disordine gli spiriti meno fedeli, un grande orrore ci percosse tutti, quasi che qualcosa si fosse lacerato, si fosse distrutto, e senza speranza di vederlo risorgere più. In realtà ciò era. Si era distrutta quella completa carità che prima era sola esistente lassù, ed era crollata in una voragine dalla quale uscivano fetori d'Inferno.
Si era distrutta l'assoluta carità degli angeli, ed era sorto l'Odio. Sbigottiti, come lo si può essere in Cielo, noi, i fedeli al Signore, piangemmo per il dolore di Dio e per il corruccio suo. Piangemmo sulla manomessa pace del Paradiso, sull'ordine violato, sulla fragilità degli spiriti. Non ci sentimmo più sicuri essere impeccabili, perché fatti di puro spirito. Lucifero e i suoi uguali ci avevano provato che anche l'angelo può peccare e divenire demonio. Sentimmo che la superbia poteva - era latente - e poteva svilupparsi in noi. Tememmo che nessuno fuorché Dio, potesse resistere ad essa se Lucifero aveva ad essa ceduto. Tremammo per queste forze oscure che non pensavamo potessero invaderci, che potrei dire: ignoravamo che esistessero, e che brutalmente ci si disvelavano. Abbattuti, ci chiedevamo, con palpiti di luce: "Ma dunque l'esser così puri non serve? Chi mai allora darà a Dio l'amore che Egli esige e merita, se anche, noi siamo soggetti a peccare ?".
Ecco allora che, alzando il nostro contemplare dall'abisso e dalla desolazione alla Divinità, e fissando il suo Splendore, con un timore sino allora ignorato, contemplammo la seconda Rivelazione del Pensiero Eterno. E se per la conoscenza della prima venne il Disordine creato dai superbi che non vollero adorare la Parola Divina, per la conoscenza della seconda tornò in noi la pace che si era turbata.
Vedemmo Maria nel Pensiero eterno. Vederla e possedere quella sapienza che è conforto, sicurezza, e pace, fu una sola cosa. Salutammo la futura nostra Regina con il canto della nostra Luce, e la contemplammo nelle sue perfezioni gratuite e volontarie. Oh! bellezza di quell'attimo in cui a conforto dei suoi Angeli l'Eterno presentò ad essi la gemma del suo Amore e della sua Potenza! E la vedemmo umile tanto da riparare da sé sola ogni superbia di creatura.
Ci fu maestra da allora nel non fare dei doni uno strumento di rovina. Non la sua corporea effige, ma la sua spiritualità ci parlò senza parola, e da ogni pensiero di superbia fummo preservati per aver contemplata per un attimo, nel Pensiero di Dio, l'Umilissima. Per secoli e secoli operammo nella soavità di quella fulgida rivelazione. Per secoli e secoli, per l'eternità, gioimmo e gioiamo e gioiremo del possedere Colei che avevamo spiritualmente contemplata. La Gioia di Dio è la nostra gioia e noi ci teniamo nella sua Luce per essere di essa compenetrati e per dare gioia e gloria a Colui che ci ha creati.”
2.2. L’Inferno, ovvero la morte eterna dell’anima.
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Molti santi e mistici hanno avuto in passato visioni dell'Inferno, visioni antropomorfiche per far comprendere meglio, a noi uomini, una realtà altrimenti inimmaginabile.
La descrizione dell’Inferno che più sotto ci viene data dal Gesù valtortiano, non vuol essere un modo per terrorizzarci, ma piuttosto un aiuto per farci comprendere che con certe “verità eterne” non ci si deve scherzare, mai!
L’Inferno non è uno “stato dell’anima”, ma un vero “luogo” di dolore insopportabile ed eterno. Creato per Lucifero ed i suoi angeli ribelli, questo “regno” servirà anche ad essere dimora, prima delle anime dannate e poi dei corpi risorti nell’ultimo giorno che, per la loro ferrea volontà di odiare Dio in eterno, saranno messi alla sinistra di Gesù nel Giudizio Universale: i famosi “capri” del Vangelo di Matteo.
Nel dettato che segue, avremo un’ulteriore conferma di quanto già esposto:
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Dice Gesù:
«Quando Io faccio dire dalla bocca dell’Amato che “anche quelli che mi trafissero” mi vedranno,  non intendo fare alludere a coloro che mi trafissero or sono 20 secoli.
Quando Io verrò sarà venuto il tempo del trionfo del mio Regno. Ti ho spiegato come sarà il Regno e come i sudditi di esso. Sarà il tempo della testimonianza dello spirito, parte divina chiusa in voi e che vi dà l’immagine e somiglianza con Dio. Essendo tale, saranno le parti spirituali quelle che saranno in causa avanti la decisione di giudizio che separa i maledetti dai benedetti. E nei maledetti saranno coloro che col loro spirito sacrilego, che ha cercato la Bestia, adorato la Bestia e prostituito con la Bestia, hanno trafitto, nei secoli, lo spirito divino del Figlio di Dio dopo avere, nei capostipiti della serie maledetta, trafitto le carni del Figlio dell’Uomo.
Figlio dell’Uomo. Hai mai riflettuto che in questa parola è la verità spiegata ieri? Io sono, per linea umana, il Figlio (primogenito) di Adamo.
La schiera dei trafittori miei è numerosa come rena sulla spiaggia di mare. Non si contano i suoi granelli.
Tutti i delitti, tutti i peccati commessi contro di Me, intangibile ormai alla sofferenza umana, ma suscettibile ancora alle offese recate al mio Spirito, sono segnati nei libri che ricordano le opere degli uomini.
Tutti i tradimenti dopo i miei benefici, tutte le abiure, tutte le negazioni e i peccati contro la Verità, da Me portata, tutti i peccati contro lo Spirito Santo che ha parlato per bocca mia e che per merito mio è venuto ad illuminare la parola del Verbo, tutte queste trafitture, fatte nei secoli, dalla razza che Io volli salvare pur sapendola così restia al Bene, saranno presenti nell’interno degli spiriti adunati, i quali, nella Luce folgorante del mio balenare, riconosceranno quello che fecero colla loro pervicace volontà di impugnare ciò che fu detto e fatto da Uno che non poteva mentire, né fare opere non utili secondo la legge divina d’amore.
I negatori dell’Amore sono coloro che mi hanno trafitto e con Me hanno colpito Colui che mi ha generato e Colui che procede dal nostro amore di Padre e Figlio. Ogni giudizio è rimesso al Figlio, ma il Figlio farà giudizio anche delle colpe commesse contro il Padre e lo Spirito.
Il portatore di Vita, il Vivente eterno e l’eterno Immolato che il mondo volle morto, ucciso come si uccide il delinquente che nuoce - mentre Io ero il Santo che perdonava, il Buono che beneficava, il Potente che guariva, il Sapiente che istruiva - è Colui che aprirà le porte alla Morte vera e immetterà in essa e corpi ed anime dei suoi trafittori. Il portatore della Vita che si vive in Cielo chiuderà le porte dell’Inferno sul numero intoccabile dei maledetti, i quali hanno preferito la Morte alla Vita.
Io lo farò perché Io, Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore e Signore vostro, Giudice eterno, ho le chiavi della Morte e dell’Inferno».
2.2.1. L’Inferno e la “Gehenna” alla luce delle rivelazioni a Maria Valtorta.
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Ma quanto era conosciuto - all’epoca di Gesù - l’Inferno o - come anche gli antichi lo chiamavano: “Ades” o “fuochi della Gehenna”?
Non abbiamo opere letterarie “storiche”, nel senso che noi diamo a questa parola, che documentino questa realtà che prima di Gesù era davvero solo confusamente conosciuta od immaginata, specialmente in ambiente pagano.
Chiunque però abbia letto l'Opera Valtortiana ed in particolare la predicazione reale di Gesù vista in visione “in presa diretta” da Maria Valtorta ne “L'Evangelo come mi è stato rivelato” ha avuto la possibilità di conoscere il contesto culturale, sociale e religioso di quei tempi, in Israele.
Proviamo dunque a fare un rapido excursus nei testi valtortiani per vedere che cosa scopriamo a tale riguardo. Sono certa che avremo delle meravigliose “catechesi” che ci chiariranno in modo inequivocabile anche la consapevolezza che avevano gli Ebrei di 2000 anni fa di questo regno di Satana:
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...Viene la sera, anticipata dalla furia temporalesca che è violentissima. Acqua torrenziale, vento, fulmini, vi è di tutto, meno la grandine che è andata ad abbattersi altrove.
Uno dei garzoni nota questa violenza e dice: «Sembra che Satana sia uscito coi suoi demoni dalla Geenna. Guarda che nubi nere! Senti che fiato di zolfo è nell'aria, e fischi e sibili e voci di lamento e maledizione. Se è lui, è furente questa sera!».
L'altro garzone ride e dice: «Gli sarà sfuggita una grande preda, oppure Michele lo ha percosso con nuova folgore di Dio, e lui ne ha corna e coda mozze e arse».
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Vedo un bellissimo tramonto estivo. Il sole ha infuocato tutto l'occidente, e il lago di Genezaret è una enorme lastra accesa sotto il cielo acceso.
Le strade di Cafarnao cominciano appena a popolarsi di gente: donne che vanno alla fonte, uomini, pescatori che preparano reti e navigli per la pesca notturna, bambini che corrono giuocando per le vie, asinelli con le corbe che vanno verso la campagna, forse per prendere verdure.
Gesù si affaccia su un uscio che dà su un cortiletto tutto ombreggiato da una vite e da un fico, oltre il quale vi è una vietta sassosa che bordeggia il lago. Deve essere la casa di Pietro (invece è la casa della suocera di Pietro) perché questo è sulla riva con Andrea e prepara nella barca le ceste per il pesce e le reti, dispone sedili e rotoli di corde. Tutto per la pesca, insomma, e Andrea lo aiuta, andando e venendo dalla casa alla barca.
Gesù interpella il suo apostolo: «Sarà buona pesca?».
«È il tempo propizio. Calma l'acqua, e chiara sarà la luna. I pesci affioreranno dal profondo e la mia rete li trascinerà seco».
«Andiamo soli?».
«Oh! Maestro! Ma come vuoi fare, con questo sistema di reti, ad esser soli?».
«Non ho mai pescato e aspetto che tu mi insegni».
Gesù scende piano piano verso il lago e si ferma sulla riva di rena grossa e ciottolosa, presso la barca.
«Vedi, Maestro, si fa così. Io esco a fianco della barca di Giacomo di Zebedeo e si va sino al punto buono, così a pariglia. Poi si cala la rete. Un capo lo teniamo noi. Tu lo vuoi tenere, mi hai detto».
«Sì, se mi dici che devo fare».
«Oh! non c'è che da sorvegliare la discesa. Che la rete scenda adagio e senza far nodi. Adagio, perché saremo su acque di pescagione e un movimento troppo brusco può allontanare i pesci. E senza nodi per non rendere chiusa la rete, che si deve aprire come una borsa, o un velo, se più ti piace, gonfiato dal vento. Poi, quando la rete è tutta discesa, noi remeremo piano o andremo con la vela, a seconda del bisogno, facendo un semicerchio sul lago, e quando il vibrare del cavicchio di sicurezza ci dirà che la pesca è buona, dirigeremo a terra e là, quasi a riva - non prima per non risicare di veder sfuggire la preda, non dopo per non rovinare pesci e rete sui sassi - isseremo la rete. E qui ci vuole occhio, perché le barche devono venire tanto vicine che da una si possa ritirare l'estremo della rete dato all'altra, ma non urtarsi per non schiacciare la sacca piena di pesce. Mi raccomando, Maestro, è il nostro pane. Occhio alla rete, che non si scavicchi con le scosse. I pesci difendono la loro libertà con forti colpi di coda, e se sono molti... Tu capisci... Sono piccole bestie, ma messe in dieci, in cento, in mille, diventano forti come Leviatan».
«Come avviene delle colpe, Pietro. In fondo, una non è irreparabile. Ma se uno non cura di limitarsi a quell'una e accumula, accumula, accumula, finisce che la piccola colpa, forse una semplice omissione, una semplice debolezza, diviene sempre più grossa, diviene abitudine, diviene vizio capitale. Delle volte si comincia da uno sguardo concupiscente e si finisce ad un adulterio consumato. Delle volte da una mancanza di carità di parola verso un parente, e si finisce a una violenza contro un prossimo. Guai a incominciare e a lasciare che le colpe aumentino di peso col loro numero!  Diventano pericolose e prepotenti come il Serpente infernale stesso, e trascinano nell'abisso della Geenna».
«Dici bene, Maestro... Ma siamo tanto deboli!».
«Avvertenza e preghiera per esser forti e avere aiuto, e ferma volontà di non peccare. Poi una grande fiducia nell'amorosa giustizia del Padre».
«Tu dici che non sarà troppo severo per il povero Simone?».
«Per il vecchio Simone poteva essere anche severo. Ma per il mio Pietro, l'uomo nuovo, l'uomo del suo Cristo... no, Pietro. Egli ti ama e ti amerà».
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Ancora Gesù e Giuda che, dopo aver pregato nel luogo più vicino al Santo, concesso agli israeliti maschi, escono dal Tempio.
Giuda vorrebbe rimanere con Gesù. Ma questo desiderio trova l'opposizione del Maestro.
«Giuda, Io desidero di rimanere solo nelle ore notturne. Nella notte il mio spirito trae il suo nutrimento dal Padre. Orazione, meditazione e solitudine mi sono più necessarie del nutrimento materiale. Colui che vuole vivere per lo spirito e portare altri a vivere la stessa vita, deve posporre la carne, direi quasi ucciderla nelle sue prepotenze, per dare tutte le sue cure allo spirito. Tutti, sai, Giuda. Anche tu, se vuoi veramente essere di Dio, ossia del soprannaturale».
«Ma noi siamo ancora della terra, Maestro. Come possiamo trascurare la carne dando tutte le cure allo spirito? Non è, ciò che dici, in antitesi con il comando di Dio: "Non ucciderai"? In questo non è anche compreso il non uccidersi? Se la vita è dono di Dio, dobbiamo amarla o meno?».
«Risponderò a te come non risponderei ad un semplice, al quale basta fare alzare lo sguardo dell'anima, o della mente, a sfere soprannaturali, per portarselo seco noi in volo nei regni dello spirito. Tu non sei un semplice. Ti sei formato in ambienti che ti hanno affinato... ma che anche ti hanno inquinato con le loro sottigliezze e colle loro dottrine. Ricordi Salomone, Giuda? Era sapiente, il più sapiente di quei tempi. Ricordi che disse, dopo aver conosciuto tutto il sapere? "Vanità delle vanità, tutto è vanità. Temere Dio e osservare i suoi comandamenti, questo è tutto l'uomo". Or Io ti dico che occorre saper prendere dai cibi nutrimento, ma non veleno. E se un cibo lo si comprende a noi nocivo, perché vi sono in noi reazioni per cui quel cibo è nefasto, essendo più forte dei nostri umori buoni che lo potrebbero neutralizzare, occorre non prendere più di quel cibo, anche se è appetitoso al gusto. Meglio semplice pane e acqua di fonte ai piatti complicati della mensa del re, in cui sono droghe che turbano e avvelenano».
«Che devo lasciare, Maestro?».
«Tutto quello che sai che ti turba. Perché Dio è Pace e, se ti vuoi mettere sul sentiero di Dio, devi sgombrare la tua mente, il tuo cuore e la tua carne da tutto ciò che pace non è e porta seco turbamento. So che è difficile riformare se stesso. Ma Io sono qui per aiutarti a farlo. Sono qui per aiutare l'uomo a tornare figlio di Dio, a ricrearsi come per una seconda creazione, un'autogenesi voluta dallo stesso. Ma lascia che Io ti risponda a quanto chiedevi, acciò tu non dica che sei rimasto in errore per mia colpa. È vero che l'uccidersi è uguale all'uccidere. Sia la propria o l'altrui, la vita è dono di Dio, e solo a Dio che l'ha data è deferito il potere di toglierla. Chi si uccide confessa la sua superbia, e la superbia è odiata da Dio».
«La superbia confessa? Io direi la disperazione».
«E che è la disperazione se non superbia? Considera, Giuda. Perché uno dispera? O perché le sventure si accaniscono su di lui, e lui vuole da sé vincerle e non riesce a tanto. Oppure perché è colpevole e si giudica non perdonabile da Dio. Nel primo e nel secondo caso non è forse la superbia che è regina? Quell'uomo che vuole fare da sé non ha più l'umiltà di tendere la mano al Padre e dirgli: "Io non posso, ma Tu puoi. Aiutami, ché da Te io tutto spero e attendo". Quell'altro uomo che dice: "Dio non mi può perdonare", lo dice perché, misurando Dio su se stesso, sa che uno, offeso come egli ha offeso, non potrebbe perdonarlo. Ossia è superbia anche qui. L'umile compatisce e perdona, anche se soffre dell'offesa ricevuta. Il superbo non perdona. È superbo anche perché non sa chinare la fronte e dire: "Padre, ho peccato, perdona al tuo povero figlio colpevole". Ma non sai, Giuda, che tutto sarà perdonato dal Padre, se sarà chiesto perdono con cuore sincero e contrito, umile e volonteroso di risurrezione nel bene?».
«Ma certi delitti non vanno perdonati. Non possono essere perdonati».
«Tu lo dici. E vero sarà perché così l'uomo vorrà. Ma in verità, oh! in verità ti dico che anche dopo il delitto dei delitti, se il colpevole corresse ai piedi del Padre - si chiama Padre per questo, o Giuda, ed è Padre di perfezione infinita - e piangendo lo supplicasse di perdonarlo, offrendosi all'espiazione, ma senza disperazione, il Padre gli darebbe modo di espiare per meritarsi il perdono e salvarsi lo spirito».
«Allora Tu dici che gli uomini che la Scrittura cita, e che si uccisero, fecero male».
«Non è lecito fare violenza ad alcuno, e neppure a se stesso. Fecero male. Nella loro relativa conoscenza del bene avranno, in certi casi, avuto ancor misericordia da Dio. Ma da quando il Verbo avrà chiarito ogni verità e dato forza agli spiriti col suo Spirito, da allora non sarà più perdonato a chi muore in disperazione. Né nell'attimo del particolare giudizio, né, dopo secoli di Geenna, nel Giudizio finale, né mai. Durezza di Dio questa? No: giustizia. Dio dirà: “Tu hai giudicato, tu, creatura dotata di ragione e di soprannaturale scienza, creata libera, da Me, di seguire il sentiero da te scelto, e hai detto: ‘Dio non mi perdona. Sono separato per sempre da Lui. Giudico che devo di mio applicarmi giustizia per il mio delitto. Esco dalla vita per fuggire dai rimorsi’, senza pensare che i rimorsi non ti avrebbero più raggiunto se tu fossi venuto sul mio paterno seno. E, come hai giudicato, abbiti. Io non violento la libertà che ti ho data.”
Questo dirà l'Eterno al suicida. Pensalo, Giuda. La vita è un dono e va amata. Ma che dono è? Dono santo. E allora la si ami santamente. La vita dura finché la carne regge. Poi comincia la grande Vita, l'eterna Vita. Di beatitudine per i giusti, di maledizione per i non giusti. La vita è scopo o è mezzo? È mezzo. Serve per il fine che è l'eternità. E allora diamo alla vita quel tanto che le serva per durare e servire lo spirito nella sua conquista. Continenza della carne in tutti i suoi appetiti, in tutti. Continenza della mente in tutti i suoi desideri, in tutti. Continenza del cuore in tutte le passioni che sanno di umano. Illimitato, invece, sia lo slancio verso le passioni che sono del Cielo: amore di Dio e di prossimo, volontà di servire Dio e prossimo, ubbidienza alla Parola divina, eroismo nel bene e nella virtù. Io ti ho risposto, Giuda. Ne sei persuaso? Ti basta la spiegazione? Sii sempre sincero e chiedi, se non sai ancora abbastanza: sono qui per esser Maestro».
«Ho compreso e mi basta. Ma... è molto difficile fare ciò che ho compreso. Tu lo puoi perché sei santo. Ma io... Sono un uomo, giovane, pieno di vitalità...».
«Sono venuto per gli uomini, Giuda. Non per gli angeli. Quelli non hanno bisogno di maestro. Vedono Dio. Vivono nel suo Paradiso. Non ignorano le passioni degli uomini, perché l'Intelligenza, che è loro Vita, li fa cogniti di tutto, anche quelli che non sono custodi di un uomo. Ma, spirituali come sono, non possono avere che un peccato, come uno lo ebbe di loro, e seco trascinò i meno forti nella carità: la superbia, freccia che deturpò Lucifero, il più bello degli arcangeli, e ne fece il mostro orripellente dell'Abisso. Non sono venuto per gli angeli, i quali, dopo la caduta di Lucifero, inorridiscono anche solo alla larva di un pensiero d'orgoglio. Ma sono venuto per gli uomini. Per fare, degli uomini, degli angeli.
L'uomo era la perfezione del creato. Aveva dell'angelo lo spirito e dell'animale la completa bellezza in tutte le sue parti animali e morali. Non vi era creatura che l'eguagliasse. Era il re della terra, come Dio è il Re del Cielo, e un giorno, quel giorno in cui si sarebbe addormentato l'ultima volta sulla terra, sarebbe divenuto re col Padre nel Cielo. Satana ha strappato le ali all'angelo-uomo e vi ha messo artigli di fiera e brame di immondezza e ne ha fatto un che ha più nome di uomo-demone che di uomo soltanto. Io voglio cancellare la deturpazione di Satana, annullare la fame corrotta della carne inquinata, rendere le ali all'uomo, riportarlo ad essere re, coerede del Padre e del celeste Regno. So che l'uomo, se vuole volerlo, può fare quanto Io dico per tornare re e angelo. Non vi direi cose che non poteste fare. Non sono uno dei retori che predicano dottrine impossibili. Ho preso vera carne per poter sapere, per esperienza di carne, quali sono le tentazioni dell'uomo».
«E i peccati?».
«Tentati, tutti lo possono essere. Peccatori, solo chi vuole esserlo».
«Non hai mai peccato, Gesù?»  
«Non ho mai voluto peccare. E questo non perché sono il Figlio del Padre. Ma questo ho voluto e vorrò per mostrare all'uomo che il Figlio dell'uomo non peccò perché non volle peccare e che l'uomo, se non vuole, può non peccare».
«Sei stato mai in tentazione?».
«Ho trent'anni, Giuda. E non sono vissuto in una spelonca su un monte. Ma fra gli uomini. E, anche fossi stato nel più solitario luogo della terra, credi tu che le tentazioni non sarebbero venute? Tutto abbiamo in noi: il bene e il male. Tutto portiamo con noi. E sul bene ventila il soffio di Dio e lo avviva come turibolo di graditi e sacri incensi. E sul male soffia Satana e lo accende in rogo di feroce vampa. Ma la volontà attenta e la preghiera costante sono umida rena sulla vampa d'inferno: la soffoca e doma».
«Ma se non hai mai peccato, come puoi giudicare i peccatori?».
«Sono uomo e sono il Figlio di Dio. Quanto potrei ignorare come uomo, e mal giudicare, conosco e giudico come Figlio di Dio. E del resto!... Giuda, rispondi a questa mia domanda: uno che ha fame, soffre più nel dire "ora mi siedo al desco", o nel dire  “non vi è cibo per me"?».
«Soffre di più nel secondo caso, perché solo il sapere che ne è privo gli riporta l'odore delle vivande, e le viscere si torcono nella voglia».
«Ecco, la tentazione è mordente come questa voglia, Giuda. Satana la rende più acuta, esatta, seducente di ogni atto compiuto. Inoltre l'atto soddisfa e talora nausea, mentre la tentazione non cade ma, come albero potato, getta più robusta fronda».
«E non hai mai ceduto?».
«Non ho mai ceduto».
«Come hai potuto?».
«Ho detto: "Padre, non mi indurre in tentazione"».
«Come? Tu, Messia, Tu che operi miracoli, hai chiesto l'aiuto del Padre?».
«Non solo l'aiuto, gli ho chiesto di non indurmi in tentazione. Credi tu che, perché Io sono Io, possa fare a meno del Padre? Oh! no! In verità ti dico che tutto il Padre concede al Figlio, ma che anche tutto il Figlio riceve dal Padre. E ti dico che tutto quanto sarà chiesto in mio nome al Padre verrà concesso. Ma eccoci al Get-Sammi, dove Io abito. Già sono i primi ulivi oltre le mura. Tu stai oltre Tofet. Già scende la sera. Non ti conviene salire sin là. Ci rivedremo domani allo stesso posto. Addio. La pace sia con te».
«La pace a Te pure, Maestro... Ma vorrei dirti ancora una cosa. Ti accompagnerò sino al Cedron, poi tornerò indietro. Perché stai in quel luogo così umile? Sai, la gente guarda a tante cose. Non conosci nessuno in città che abbia una bella casa? Io, se vuoi, posso portarti da amici. Ti ospiteranno per amicizia a me; e sarebbero dimore di Te più degne».
«Lo credi? Io non lo credo. Il degno e l'indegno sono in tutti i ceti. E senza mancare di carità, ma per non offendere giustizia, ti dico che l'indegno, e maliziosamente indegno, è sovente fra i grandi. Non occorre e non serve esser potenti per esser buoni o per nascondere il peccare agli occhi di Dio. Tutto deve capovolgersi sotto il mio segno. E grande non sarà chi è potente, ma chi è umile e santo».
«Ma per essere rispettato, per imporsi...»
«È rispettato Erode? E Cesare è rispettato? No. Sono subìti e maledetti dalle labbra e dai cuori. Sui buoni, o anche solamente nei volonterosi di bontà, credi, Giuda, che saprò impormi più con la modestia che con l'imponenza».
«Ma allora... spregerai sempre i potenti? Te ne farai dei nemici! Io pensavo parlare di Te a molti che conosco e che hanno un nome...»
«Io non spregerò nessuno. Andrò ai poveri come ai ricchi, agli schiavi come ai re, ai puri come ai peccatori. Ma se sarò grato a chi darà pane e tetto alle mie fatiche, quale che sia il tetto e il cibo, darò sempre preferenza a ciò che è umile. I grandi hanno già tante gioie. I poveri non hanno che la retta coscienza, un amore fedele, dei figli, e il vedersi ascoltati dai più di loro. Io sarò curvo sempre sui poveri, gli afflitti e i peccatori. Io ti ringrazio del tuo buon volere. Ma lasciami a questo luogo di pace e preghiera. Va'. E Dio ti ispiri ciò che è bene».
Gesù lascia il discepolo e si interna fra gli ulivi, e ogni cosa finisce.
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Davvero stupendi questi dialoghi e rivelazioni di Gesù che aprono un panorama illimitato alla realtà dell'Inferno.
Ma Gesù continua in altri punti dell'Opera:
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« […] L'uomo è essere libero. Io sono venuto a liberare vieppiù l'uomo. E dal peccato, e ciò per lo spirito. E dalle catene di una religione svisata, oppressiva, che soffoca sotto fiumi di clausole, di parole, di precetti, la vera parola di Dio, netta, breve, luminosa, facile, santa, perfetta. La mia venuta è vaglio delle coscienze. Io raccolgo il mio grano sull'aia e lo batto colla dottrina di sacrificio e lo crivello col crivello della sua stessa volontà. La pula, le saggine, le vecce, le zizzanie voleranno via leggere e inutili, cadranno pesanti e nocive e saranno pasto ai volatili, e nel mio granaio entrerà solo il grano eletto, puro, solido, buono. Il grano: i santi. Una sfida è corsa da secoli fra l'Eterno e Satana. Satana, inorgoglito dalla prima vittoria sull'uomo, ha detto a Dio: "I tuoi creati saranno per sempre miei. Nulla, neppure il castigo, neppure la Legge che loro vuoi dare li farà capaci di guadagnarsi il Cielo, e questa tua Dimora da cui mi hai cacciato, cacciato me, l'unico intelligente fra i tuoi creati, ti rimarrà vuota, inutile, triste come tutte le cose inutili".
E l'Eterno rispose al Maledetto: "Questo ancor potrai sinché il tuo veleno è solo a regnare nell'uomo. Ma Io manderò il mio Verbo, e la sua parola neutralizzerà il tuo veleno, sanerà i cuori, li guarirà dalla demenza di cui li hai macchiati o insatanassati, ed essi torneranno a Me. Come pecore che sviate ritrovano il pastore, essi torneranno al mio Ovile, e il Cielo sarà popolato. Per essi l'ho fatto. E tu digrignerai i tuoi orridi denti per rabbia impotente, là nel tuo orrido regno, prigione e maledetto, e su te verrà ribaltata dagli angeli la pietra di Dio e sigillata, e tenebre e odio saranno teco e coi tuoi, mentre luce e amore, canto e beatitudine, e libertà infinita, eterna, sublime, sarà dei miei".
E Mammona con risata di scherno ha giurato: "E sulla mia Geenna io giuro che quando sarà l'ora io verrò. Sarò onnipresente presso gli evangelizzati, e vedremo se io o Tu saremo vincitori".
Sì, che Satana vi insidia per vagliarvi. Ed Io pure vi circuisco per vagliarvi. I contendenti sono due: Io e lui. Voi nel mezzo. Il duello dell'Amore con l'Odio, della Sapienza con l'Ignoranza, della Bontà col Male è su voi e intorno a voi. A stornare i colpi malvagi su voi, Io basto. Mi frappongo fra l'arma satanica e il vostro essere, e accetto di esser ferito in vostra vece perché vi amo. Ma i colpi all'interno di voi, voi li dovete stornare con la vostra volontà, correndo verso di Me, mettendovi nella mia Via che è Verità e Vita. Chi non è voglioso di Cielo non avrà il Cielo. Chi non è atto ad esser discepolo del Cristo sarà pula leggera che il vento del mondo seco trasporta. Chi è nemico del Cristo è seme nocivo che rinascerà nel regno satanico....».
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Gesù lascia il suo posto e viene a sedersi al centro della barca, su una panchetta che va da sponda a sponda. Di fronte ha l'altra barca, intorno gli altri della sua.
«Udite. Vi parrà che Io mi astragga talora dai vostri discorsi e sia perciò un maestro infingardo che non sorveglia la propria scolaresca. Sappiate che l'anima mia non vi lascia un momento. Avete mai visto un medico che studia uno malato di un male ancora incerto e di contrastanti sintomi? Lo tiene d'occhio dopo averlo visitato, lo sorveglia e nel sonno e nella veglia, al mattino e alla sera, e nel silenzio e nel parlare, perché tutto può esser sintomo e guida a decifrare il morbo nascosto e ad indicare una cura. Lo stesso faccio Io con voi. Vi tengo con fili invisibili, ma sensibilissimi, che si innestano in Me e mi trasmettono le anche più lievi vibrazioni del vostro io. Vi lascio credere di esser liberi, perché vi palesiate sempre più per quello che siete, cosa che avviene quando uno scolaro, o un maniaco, si crede perso di vista dal sorvegliante. Voi siete un gruppo di persone, ma formate un nucleo, ossia una cosa sola. Perciò siete un complesso che si forma a ente e che va studiato nelle singole sue caratteristiche, più o meno buone, per formarlo, amalgamarlo, smussarlo, accrescerlo nei lati poliedrici e farne un unico "che" perfetto. Perciò Io vi studio. E studio su voi anche mentre voi dormite.
Cosa siete voi? Cosa dovete divenire? Voi siete il sale della Terra. Tali dovete divenire: sale della Terra. Con il sale si preservano le carni dalla corruzione e con la carne molte altre derrate. Ma potrebbe il sale salare se non fosse salato? Con voi Io voglio salare il mondo per renderlo insaporito di sapor celeste. Ma come potete salare se mi perdete voi sapore?
Cosa vi fa perdere sapore celeste? Ciò che è umano. L'acqua del mare, del vero mare, non è buona a bere tanto è salata, non è vero? Eppure, se uno prende una coppa di acqua di mare e la getta in un'idria di acqua dolce, ecco che può bere, perché l'acqua di mare è tanto diluita che ha perso il suo mordente. L'umanità è come l'acqua dolce che si mescola alla vostra salsedine celeste. Ancora, se per un supposto si potesse derivare un rio dal mare e immetterlo nell'acqua di questo lago, potreste poi voi ritrovare quel filo di acqua salata? No. Si sarebbe perso in tanta acqua dolce. Così avviene di voi quando immergete la vostra missione, meglio: la sommergete, in tanta umanità. Siete uomini. Sì. Lo so. Ma, e Io chi sono? Io sono Colui che ha seco ogni forza. E che faccio Io? Io vi comunico questa forza poi che vi ho chiamati. Ma che giova che Io ve la comunichi se voi la disperdete sotto valanghe di senso e di sentimenti umani? Voi siete, dovete essere, la luce del mondo. Vi ho scelti, Io, Luce di Dio, fra gli uomini, per continuare ad illuminare il mondo dopo che Io sarò tornato al Padre.
Ma potete voi dare luce se siete lanterne spente o fumose? No, che anzi col vostro fumo ‒ peggio è il fumo ambiguo all'assoluta morte di un lucignolo ‒ voi offuschereste quel barlume di luce che ancora possono avere i cuori. Oh! miseri quelli che cercando Dio si rivolgeranno agli apostoli e in luogo di luce avranno fumo! Scandalo e morte ne avranno. Ma maledizione e castigo ne avranno gli apostoli indegni. Grande sorte la vostra! Ma anche grande, tremendo impegno! Ricordatevi che colui a cui più è dato, più è tenuto a dare. E a voi il massimo è dato, di istruzione e di dono. Siete istruiti da Me, Verbo di Dio, e ricevete da Dio il dono di essere "i discepoli", ossia i continuatori del Figlio di Dio. Io vorrei che voi meditaste sempre questa vostra elezione, e ancor vi scrutaste, e ancor vi pesaste... e se uno sente di esser atto ad esser fedele - non voglio neppur dire: se uno non si sente che peccatore e impenitente; dico solo: se uno si sente atto ad esser solo un fedele - ma non sente in sé nerbo di apostolo, si ritiri. Il mondo, per chi è amante di esso, è tanto vasto, bello, sufficiente, vario! Offre tutti i fiori e tutti i frutti atti al ventre e al senso. Io non offro che una cosa: la santità. Questa, sulla Terra, è la cosa più angusta, povera, erta, spinosa, perseguitata che esista. Nel Cielo la sua angustia si muta in immensità, la sua povertà in ricchezza, la sua spinosità in tappeto fiorito, il suo esser erta in sentiero liscio e soave, la sua persecuzione in pace e beatitudine. Ma qui è fatica da eroe esser santi. Io non vi offro che questo.
Volete voi rimanere con Me? Non vi sentite di farlo? Oh! non vi guardate stupiti o addolorati! Mi sentirete fare ancora molte volte questa domanda. E quando la sentirete, pensate che il mio cuore nel farla piange, perché è ferito dalla vostra sordità alla vocazione. Esaminatevi, allora, e poi giudicate con onestà e sincerità, e decidete. Per non essere dei reprobi, decidete. Dite: "Maestro, amici, io conosco di non essere fatto per questa via. Vi do bacio di commiato e vi dico: pregate per me". Meglio così che tradire. Meglio così...
Che dite? Chi tradire? Chi? Me. La mia causa, ossia la causa di Dio - perché Io sono uno col Padre - e voi. Sì. Vi tradireste. L'anima vi tradireste, dandola a Satana. Volete rimanere ebrei? Ed Io non vi forzo a cambiare. Ma non tradite. Non tradite la vostra anima, il Cristo e Dio. Io vi giuro che né Io, né i fedeli a Me vi criticheranno, né vi additeranno allo sprezzo delle turbe fedeli. Poco fa un vostro fratello ha detto una grande parola: "Le nostre piaghe e quelle di coloro che amiamo si cerca di tenerle nascoste". E colui che si separerebbe sarebbe una piaga, una cancrena che, nata nel nostro organismo apostolico, si staccherebbe per cancrena completa, lasciando un segno doloroso che con ogni cura terremmo nascosto.
No. Non piangete, o voi migliori. Non piangete. Io non vi porto rancore, né sono intransigente per vedervi così tardi. Siete appena presi e non posso pretendere che siate perfetti. Ma non lo pretenderò neppure fra anni, dopo aver detto cento e duecento volte le stesse cose inutilmente. Anzi, udite, fra anni sarete, almeno alcuni, meno ardenti di ora che siete neofiti. La vita è così... l'umanità è così... Perde lo slancio dopo il primo balzo. Ma (Gesù si alza di scatto) ma Io vi giuro che Io vincerò. Depurati per natural selezione, fortificati da soprannaturale mistura, voi migliori diverrete i miei eroi. Gli eroi del Cristo. Gli eroi del Cielo. La potenza dei Cesari sarà polvere rispetto alla regalità del vostro sacerdozio. Voi, poveri pescatori di Galilea, voi ignoti giudei, voi, numeri fra la massa degli uomini presenti, sarete più noti, acclamati, venerati di Cesare e di tutti i Cesari che ebbe e avrà la Terra. Voi noti, voi benedetti in un prossimo futuro e nel più remoto dei secoli, sino alla fine del mondo.
A questa sublime sorte Io vi eleggo. Voi che siete onesti nella volontà. E, perché di essa siate capaci, vi do le linee essenziali del vostro carattere di apostoli.
Esser sempre vigili e pronti. I vostri lombi siano cinti, sempre cinti, e le vostre lampade accese come è di coloro che da un attimo all'altro devono partire o correre incontro ad un che arriva. E infatti voi siete, voi sarete, sin che la morte vi fermi, gli instancabili pellegrini alla ricerca di chi è errante; e finché la morte la spenga, la vostra lampada deve esser tenuta alta e accesa per indicare la via agli sviati che vengono verso l'ovile di Cristo. Fedeli dovete essere al Padrone che vi ha preposti a questo servizio. Sarà premiato quel servo che il Padrone trova sempre vigilante e che la morte sorprende in stato di grazia. Non potete, non dovete dire: "Io sono giovane. Ho tempo di fare questo e quello, e poi pensare al Padrone, alla morte, all'anima mia". Muoiono i giovani come i vecchi, i forti come i deboli. E all'assalto della tentazione sono vecchi e giovani, forti e deboli, ugualmente soggetti.
Guardate che l'anima può morire prima del corpo e voi potete portare, senza sapere, in giro un'anima putrida. È così insensibile il morire di un'anima! Come la morte di un fiore. Non ha grido, non ha convulsione... china solo la sua fiamma come corolla stanca, e si spegne. Dopo, molto dopo talora, immediatamente dopo talaltra, il corpo si accorge di portare dentro un cadavere verminoso, e diviene folle di spavento, e si uccide per sfuggire a quel connubio... Oh! non sfugge! Cade proprio con la sua anima verminosa su un brulicare di serpi nella Geenna.
Non siate disonesti come sensali o causidici che parteggiano per due opposti clienti, non siate falsi come i politicanti che dicono "amico" a questo e a quello, e poi sono di questo e di quello nemici. Non pensate di agire in due modi. Dio non si irride e non si inganna. Fate con gli uomini come fate con Dio, perché offesa fatta agli uomini è come fatta a Dio. Vogliate che Dio veda voi quali volete esser veduti dagli uomini.
Siate umili. Non potete rimproverare il vostro Maestro di non esserlo. Io vi do l'esempio. Fate come faccio. Umili, dolci, pazienti. Il mondo si conquista con questo. Non con violenza e forza. Forti e violenti siate contro i vostri vizi. Sradicateli, a costo di lacerarvi anche lembi di cuore. Vi ho detto, giorni or sono, di vigilare gli sguardi. Ma non lo sapete fare. Io vi dico: meglio sarebbe diveniste ciechi con lo strapparvi gli occhi ingordi, anziché divenire lussuriosi.
Siate sinceri. Io sono Verità. Nelle eccelse come nelle umane cose. Voglio siate schietti voi pure. Perché andare con inganno o con Me, o coi fratelli, o con il prossimo? Perché giocare di inganno? Che? Tanto orgogliosi qual siete, e non avete l'orgoglio di dire: "Voglio non esser trovato bugiardo"? E schietti siate con Dio. Credete di ingannarlo con forme di orazione lunghe e palesi? Oh! poveri figli! Dio vede il cuore! Siate casti nel fare il bene. Anche nel fare elemosina. Un pubblicano ha saputo esserlo prima della sua conversione. E voi non lo sapreste? Sì, ti lodo, Matteo, della casta offerta settimanale che Io e il Padre solo conoscevamo tua, e ti cito ad esempio. È una castità anche questa, amici. Non scoprire la vostra bontà come non scoprireste una figlia giovinetta agli occhi di una folla. Siate vergini nel fare il bene. È vergine l'atto buono quando è esente da connubio di pensiero di lode e di stima o da fomite di superbia.
Siate sposi fedeli della vostra vocazione a Dio. Non potete servire due padroni. Il letto nuziale non può accogliere due spose contemporaneamente. Dio e Satana non possono dividersi i vostri amplessi. L'uomo non può, e non lo possono né Dio né Satana, condividere un triplice abbraccio in antitesi fra i tre che se lo danno. Siate alieni da fame d'oro come da fame di carne, da fame di carne come da fame di potenza. Satana questo vi offre. Oh! le sue bugiarde ricchezze! Onori, riuscita, potere, dovizie: mercati osceni che hanno a moneta la vostra anima. Siate contenti del poco. Dio vi dà il necessario. Basta. Questo ve lo garantisce come lo garantisce all'uccello dell'aria, e voi siete da ben più degli uccelli. Ma vuole da voi fiducia e morigeratezza. Se avrete fiducia, Egli non vi deluderà. Se avrete morigeratezza, il suo dono giornaliero vi basterà.
Non siate pagani, pur essendo, di nome, di Dio. Pagani sono coloro che, più che Dio, amano l'oro e il potere per apparire dei semidei. Siate santi e sarete simili a Dio nell'eternità.
Non siate intransigenti. Tutti peccatori, vogliate essere con gli altri come vorreste che gli altri con voi fossero: ossia pieni di compatimento e perdono. ...».
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«Io sono il Vomere e la mia parola è Fuoco. Per preparare al trionfo eterno. Vi è chi, pigro o gaudente, ancor non mi chiede, non mi vuole, si appaga del suo vizio, delle passioni malvagie, che paiono veste di verde e di fiori e sono triboli e spine che lacerano a morte lo spirito, lo legano e ne fanno fascina per i fuochi della geenna.»
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«"Non ti farai degli déi nel mio cospetto".
Avete udito come Dio sia onnipresente col suo sguardo e la sua voce. In verità sempre siamo al suo cospetto. Chiusi nell'interno di una camera o fra il pubblico del Tempio, ugualmente siamo al suo cospetto.
Benefattori nascosti che anche al beneficato celiamo il nostro volto o assassini che assaliamo il viandante in una gola solitaria e lo trucidiamo, ugualmente siamo al suo cospetto. Al suo cospetto è il re in mezzo alla sua corte, il soldato sul campo di battaglia, il levita nell'interno del Tempio, il saggio curvo sui libri, il contadino sul solco, il mercante al suo banco, la madre curva sulla cuna, la sposa nella camera nuziale, la vergine nel segreto della paterna dimora, il bimbo che studia nella scuola, il vecchio che si stende per morire. Tutti al suo cospetto e tutte le azioni dell'uomo ugualmente al suo cospetto.
Tutte le azioni dell'uomo! Tremenda parola! E consolante parola! Tremenda se azioni di peccato, consolante se azioni di santità. Sapere che Dio vede. Freno al mal fare. Conforto al ben fare. Dio vede che bene agisco. Io so che Egli non dimentica ciò che vede. Io credo che Egli premia le buone azioni. Perciò sono certo di avere di queste premio e su questa certezza mi riposo. Essa mi darà serena vita e placida morte, perché in vita e in morte sarà la mia anima consolata dal raggio stellare dell'amicizia di Dio. Così ragiona colui che agisce bene. Ma colui che agisce male, perché non pensa che fra le azioni proibite sono i culti idolatrici? Perché costui non dice: "Dio vede che, mentre fingo culto santo, adoro un dio o degli dèi bugiardi, ai quali ho eretto un altare segreto agli uomini ma noto a Dio"?
Quali dèi, direte, se neppure nel Tempio è figura di Dio? Quale volto hanno questi dèi, se al vero Dio ci fu impossibile dare un volto? Sì. Impossibile dare un volto, perché il Perfetto e il Purissimo non può essere degnamente raffigurato dall'uomo. Solo lo spirito intravede la sua incorporea e sublime bellezza e ne ode la voce, ne gusta la carezza quando Egli si effonde presso un suo santo meritevole di questi contatti divini. Ma l'occhio, l'udito, la mano dell'uomo non possono vedere e udire, e perciò ripetere con il suono sulla cetra, col mazzuolo e lo scalpello sul marmo, ciò che è il Signore.
Oh! felicità senza fine quando, o spiriti dei giusti, vedrete Iddio! Il primo sguardo sarà l'aurora della beatitudine che nei secoli e dei secoli vi sarà compagna. Eppure ciò che non potemmo fare per il vero Dio, ecco che l'uomo fa per gli dèi bugiardi. Ed uno erige l'altare alla donna; l'altro all'oro; l'altro al potere; l'altro alla scienza; l'altro ai trionfi militari; l'uno adora l'uomo potente, suo simile in natura, solo superiore in prepotenza o fortuna; l'altro adora se stesso e dice: "Non c'è altri pari a me". Ecco gli dèi di coloro che sono del popolo di Dio.
Non stupitevi dei pagani che adorano animali, rettili ed astri. Quanti rettili! Quanti animali! Quanti astri spenti adorate nei vostri cuori! Le labbra pronunziano parole di menzogna per adulare, per possedere, per corrompere. E non sono queste le preghiere degli idolatri segreti? I cuori covano pensieri di vendetta, di mercimonio, di prostituzione. E non sono questi i culti agli dèi immondi del piacere, dell'avidità, del male?
È detto: "Non adorerai nulla di ciò che non è il tuo Dio vero, unico, eterno". È detto: "Io sono il Dio forte e geloso".
Forte: nessuna altra forza è più forza della sua. L'uomo è libero di fare, Satana è libero di tentare. Ma quando Dio dice: "Basta", l'uomo non può più male agire e Satana non può più tentare. Respinto questo nel suo inferno, abbattuto quello dal suo abuso nel mal fare, perché vi è un limite ad esso, oltre il quale Dio non permette si vada.... ».
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“Non dirai falsa testimonianza” è detto.
Cosa c'è di più nauseante di un bugiardo? Non si può dire che egli accentra crudeltà con impurità? Sì, che si può. Il bugiardo, parlo del bugiardo in cose gravi, è crudele. Egli uccide una stima con la sua lingua. Dunque non è diverso dall'assassino. Anzi dico: è più di un assassino. Costui uccide solo un corpo. Il bugiardo uccide anche il buon nome, il ricordo di un uomo. Perciò è due volte assassino. È l'assassino impunito perché non sparge sangue, ma lede un onore, e del calunniato e della sua intera famiglia. E non contemplo neppure il caso di uno che giurando il falso mandi un altro alla morte. Su questo già sono accumulati i carboni della Geenna. Ma parlo solo di chi con bugiarda parola insinua e persuade altri in sfavore di un innocente. Perché lo fa? O per odio senza ragione. O per avidità di avere ciò che l'altro ha. Oppure per paura....»
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«... Guai a voi, ricchi e gaudenti! Perché è proprio fra voi che fermenta la più grande impurità a cui fanno letto e guanciale ozio e denaro! Ora siete satolli. Fino alla gola vi arriva il cibo delle concupiscenze e vi strozza. Ma avrete fame. Una fame tremenda, insaziabile e senza addolcimento in eterno. Ora siete ricchi. Quanto bene potreste fare colla vostra ricchezza! Ve ne fate tanto male per voi e per gli altri. Conoscerete una povertà atroce in un giorno che non avrà fine. Ora ridete. Credete d'essere i trionfatori. Ma le vostre lacrime empiranno gli stagni della Geenna. E non avranno più sosta. ...».
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Anche in un altro brano emerge il concetto della Gehenna. È il brano in cui la mistica assiste in visione alla morte di Lazzaro di Betania.
Gesù si era allontanato da qualche tempo da Gerusalemme per sottrarsi alle continue minacce e persecuzioni da parte di scribi e farisei.
Egli conosceva - nella sua onniscienza - che Lazzaro malato gravemente sarebbe morto, ma ancorché volesse bene all'amico e protettore, fratello di Marta e di Maria Maddalena, se ne era andato lasciando detto che lo chiamassero dopo che Lazzaro fosse morto.
Potrebbe parere strana una richiesta di questo genere, ma Gesù voleva dare ai suoi nemici di Gerusalemme - ancorché sapesse che a nulla sarebbe servito - una prova incontrovertibile della propria divinità, del suo essere veramente il “Messia” atteso da Israele, non un “Messia di guerra” ma un “Messia d'amore”, Verbo divino incarnatosi in terra per amore dell'Umanità.
Niente più della morte di Lazzaro, conosciuta da tutti, e di una sua resurrezione dopo quattro giorni dalla sepoltura nella tomba, con un corpo cioè completamente corrotto non solo dalla malattia ma dal lungo periodo di attesa dopo la morte, avrebbe potuto dare la prova inconfutabile della divinità di Gesù.
Sarà tuttavia un miracolo, ironia della sorte, che - come racconta Giovanni nel suo Vangelo - finirà per essere determinante per fare decretare senza altro indugio la condanna definitiva a morte di Gesù da parte del Sinedrio.
Troppo strepitoso e “divino” il miracolo per consentire che non solo Gesù ma anche lo stesso Lazzaro rimanessero in vita, simboli viventi di una realtà divina che i capi Giudei non volevano assolutamente accettare, temendo per lo più che il popolo li esautorasse dal loro potere religioso e politico.
Il brano è anche uno splendido ed atroce “spaccato” delle sofferenze spirituali di Lazzaro a causa della precedente dissolutezza e lussuria di sua sorella Maria Maddalena, scandalo e vergogna della famiglia prima che Gesù la convertisse per aderire ad una richiesta di Lazzaro che aveva perfino nascostamente offerto la sua vita e le sue sofferenze per ottenerla.
È un Lazzaro che parla nel delirio della morte ormai imminente, ma che rivela agli astanti la sua tremenda sofferenza... d'amore.
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(Lazzaro è ormai giunto alla fine dei suo giorni) […] Sopraggiunge il medico, chiamato da qualcuno. Lo osserva: «È il delirio. Me lo attendevo. La corruzione del sangue accende il cervello». Si sforza a riadagiarlo e raccomanda di tenerlo e torna fuori, ai suoi decotti.
Lazzaro un poco si inquieta di esser tenuto e un poco piange come un bambino, alternativamente.
«È proprio in delirio», geme Maria.
«No. Nessuno capisce nulla. Non sapete credere. Ma già! Non sapete... A quest'ora il Maestro sa che Lazzaro è morente. Sì. L'ho fatto, Maria! L'ho fatto senza dirti nulla...».
«Ah! sciagurata! Hai distrutto il miracolo!», grida Maria.
«Ma no! Egli, lo vedi, ha iniziato a migliorare all'ora che Giona ha raggiunto il Maestro. Delira... Certo... È debole e ha ancora il cervello annebbiato dalla morte che già lo teneva. Ma non delira come il medico crede. Sentilo! Sono parole di delirio, queste?».
Infatti Lazzaro dice: «Ho chinato il capo al decreto di morte e ho gustato quanto sia amaro il morire, ed ecco che Dio si è detto pago della mia rassegnazione e mi rende alla vita e alle sorelle. Potrò ancora servire il Signore e santificarmi insieme a Marta e Maria... A Maria! Cosa è Maria? Maria è il dono di Gesù al povero Lazzaro. Me lo aveva detto... Quanto tempo da allora! "Il vostro perdono farà più di tutto. Mi aiuterà". Me lo aveva promesso: "Ella sarà la tua gioia". E quel giorno che ero inquieto perché ella aveva portato la sua vergogna qui, presso il Santo, che parole per invitarla al ritorno! La Sapienza e la Carità si erano unite per toccare il cuore a lei... E l'altro, che mi trovò che mi offrivo per lei, per la sua redenzione?... Voglio vivere per godere di lei redenta! Voglio con lei lodare il Signore! Fiumi di lacrime, affronti, vergogna, amarezza... tutto mi ha penetrato e ucciso la vita per causa di lei... Ecco il fuoco, il fuoco della fornace! Ritorna, col ricordo... Maria di Teofilo e di Eucheria, mia sorella, la prostituta. Poteva essere regina e si è fatta fango che anche il porco calpesta. E mia madre che muore. E il non poter più andare fra la gente senza dover sopportare i suoi scherni. Per lei! Dove sei, sciagurata? Ti mancava il pane, forse, per venderti come ti sei venduta? Cosa hai succhiato dal capezzolo della nutrice? Tua madre che ti ha insegnato? Lussuria una? Peccato l'altra? Va' via! Disonore della nostra casa!».
La voce è un urlo. Sembra pazzo. Marcella e Noemi si affrettano a chiudere ermeticamente le porte e a ricalare le tende pesanti per attutire le risonanze, mentre il medico, tornato nella stanza, si sforza inutilmente di calmare il delirio che diventa sempre più furioso.
Maria, gettata a terra come uno straccio, singhiozza sotto l'inesorabile accusa del morente che prosegue: «Uno, due, dieci amanti. L'obbrobrio d'Israele passava da braccia a braccia... Sua madre moriva, essa fremeva nei suoi amori sconci. Belva! Vampiro! Hai succhiato la vita a tua madre. Hai distrutto la nostra gioia. Marta sacrificata per te. Non si sposa la sorella di una meretrice. Io... Ah! io! Lazzaro, cavaliere, figlio di Teofilo... Su me sputavano i monelli di Ofel!! "Ecco il complice di un'adultera e di una immonda", dicevano scribi e farisei e scuotevano le vesti per significare che respingevano il peccato di cui ero sozzo per il suo contatto! "Ecco il peccatore! Colui che non sa colpire il colpevole è colpevole come lo stesso", urlavano i rabbi quando salivo al Tempio, ed io sudavo sotto il fuoco delle pupille sacerdotali...
Il fuoco. Tu! Tu vomitavi il fuoco che dentro avevi. Perché sei un demonio, Maria. Lurida sei. Sei l'anatema. Il tuo fuoco si apprendeva a tutti, perché il tuo fuoco era di molti fuochi fatto, e ce ne era per i lussuriosi, che parevano pesci presi al tramaglio quando tu passavi... Perché non ti ho uccisa? Brucerò nella Geenna per averti lasciata vivere rovinando tante famiglie, dando scandalo a mille...
Chi dice: "Guai a colui per il quale avviene lo scandalo"? Chi lo dice? Ah! il Maestro! Voglio il Maestro! Lo voglio! Perché mi perdoni. Voglio dirgli che non la potevo uccidere perché l'amavo...
Maria era il sole della casa nostra... Voglio il Maestro! Perché non è qui? Non voglio vivere! Ma avere perdono dello scandalo che ho dato lasciando vivere lo scandalo. Sono già nelle fiamme. È il fuoco di Maria. Mi ha preso. Tutti prendeva. Per dare lussuria per lei, odio per noi, e bruciare le carni a me. Via queste coperte, via tutto! Sono nel fuoco. Carne e spirito mi ha preso. Sono perduto in causa di lei. Maestro! Maestro! Il tuo perdono! Non viene. Non può venire nella casa di Lazzaro. È un letamaio per causa di lei. Allora... voglio dimenticare. Tutto.
Non sono più Lazzaro. Datemi del vino. Lo dice Salomone: "Date del vino a quelli dal cuore straziato, che bevano e dimentichino la loro miseria, e non si ricordino più del loro dolore". Non voglio più ricordare. Dicono tutti: "Lazzaro è ricco, è l'uomo più ricco di Giudea".
Non è vero! È tutta paglia. Non è oro. E le case? Nuvole. I vigneti, le oasi, i giardini, gli uliveti? Nulla. Inganni. Io sono Giobbe. Non ho più nulla. Avevo una perla. Bella! Di infinito valore. Era il mio orgoglio. Si chiamava Maria. Non l'ho più. Sono povero. Il più povero di tutti. Di tutti il più ingannato... Anche Gesù mi ha ingannato. Perché mi aveva detto che me l'avrebbe resa, e invece essa... Dove è essa? Eccola là. Pare una etera pagana la donna d'Israele, figlia di una santa! Seminuda, ubriaca, folle... E intorno... cogli occhi fissi sul corpo nudo di mia sorella, la muta dei suoi amanti... E lei ride di essere ammirata e bramata così.
Io voglio riparare al mio delitto. Voglio andare per Israele dicendo: "Non andate presso la casa di mia sorella. La sua casa è la via dell'inferno e discende negli abissi della morte". E poi voglio andare da lei e calpestarla, perché è detto: "Ogni donna impudica sarà calpestata come sterco nella via".
Oh! Hai il coraggio di mostrarti a me che muoio disonorato, distrutto da te? A me che ho offerto la mia vita per riscatto della tua anima, e senza scopo?
Come ti volevo, dici? Come ti volevo per non morire così? Ecco come ti volevo: come Susanna, la casta.
Dici che ti hanno tentata? E non avevi un fratello a difenderti? Susanna, da sola, rispose: "Meglio è per me cadere nelle vostre mani che peccare nel cospetto del Signore", e Dio fece rilucere il suo candore. Io le avrei dette le parole contro i tuoi tentatori e ti avrei difesa. Ma tu! Tu te ne sei andata. Giuditta era vedova e viveva nella stanza appartata, col cilicio ai fianchi e in digiuno, ed era in grandissima stima presso tutti perché temeva il Signore, e di lei si canta: "Tu sei gloria di Gerusalemme, letizia d'Israele, onore del nostro popolo, perché hai agito virilmente e il tuo cuore è stato forte, perché hai amato la castità e dopo il tuo matrimonio non hai conosciuto altro uomo. Per questo la mano del Signore ti ha resa forte e sarai benedetta in eterno".
Se Maria fosse stata come Giuditta, il Signore mi avrebbe guarito. Ma non ha potuto per via di lei. Per questo non ho chiesto di guarire. Non può essere miracolo dove lei è. Ma morire, soffrire, nulla è. Dieci e dieci volte di più, e una e una morte, purché ella si salvi. Oh! Altissimo Signore! Tutte le morti! Tutto il dolore! Ma Maria salva! Godere di lei un'ora, un'ora sola! Di lei tornata santa, pura come nella fanciullezza! Un'ora di questa gioia! Gloriarmi di lei, il fiore d'oro della mia casa, la gazzella gentile dai dolci occhi, l'usignolo in sulla sera, l'amorosa colomba...
Voglio il Maestro per dirgli che questo voglio: Maria! Maria! Vieni! Maria! Quanto dolore ha tuo fratello, Maria! Ma se tu vieni, se ti redimi, il mio dolore dolce si fa. Cercate Maria! Sono in fine! Muoio! Maria! Fate luce! Aria... Io... Soffoco... Oh! che cosa sento!...».
Il medico fa un gesto e dice: «È la fine. Dopo il delirio, il sopore e poi la morte. Ma può avere un ritorno all'intelligenza. Fatevi accosto. Tu in specie. Ne avrà gioia», e riadagiato Lazzaro, sfinito dopo tanta agitazione, va da Maria, che ha sempre pianto là in terra gemendo: «Fatelo tacere!».
La alza e la conduce al letto.
Lazzaro ha chiuso gli occhi. Ma deve soffrire atrocemente. È tutto un fremito e una contrazione. Il medico cerca di soccorrerlo con delle pozioni... Passano del tempo così.
Lazzaro apre gli occhi. Pare smemorato di ciò che è stato prima, ma è in sé. Sorride alle sorelle e cerca prendere le loro mani, rispondere ai loro baci. Impallidisce mortalmente. Geme: «Ho freddo...», e batte i denti cercando di coprirsi sino alla bocca. Geme: «Nicomede, non resisto più ai dolori. I lupi mi scarnano le gambe e mi divorano il cuore. Quanto dolore! E se così è l'agonia, che sarà la morte? Come farò? Oh! se avessi qui il Maestro! Perché non me lo avete portato? Sarei morto felice sul suo seno...», piange.
Marta guarda Maria severamente. Maria comprende quell'occhiata e, ancora accasciata dal delirio del fratello, viene presa dal rimorso e curvandosi, inginocchiata come è contro il letto, a baciare la mano del fratello, geme: «Sono io la colpevole. Marta voleva farlo da due giorni già. Io non ho voluto. Perché Egli ci aveva detto di avvisarlo soltanto dopo la tua morte. Perdonami! Tutto il dolore della vita io te l'ho dato... Eppure ti ho amato e ti amo, fratello. Dopo il Maestro, te amo più che tutti, e Dio vede se mento. Dimmi che mi assolvi del passato, dammi pace...».
Domina!», richiama il medico. «Il malato non ha bisogno di commozioni».
«È vero... Dimmi che mi perdoni di averti negato Gesù...»
«Maria! Per te Gesù è venuto qui... e ci viene per te... perché tu hai saputo amare... più di tutti... Mi hai amato più di tutti... Una vita... di delizie non mi avrebbe... non mi avrebbe dato la... gioia che ho goduto per te... Ti benedico... Ti dico... che bene hai fatto... a ubbidire a Gesù... Non sapevo... So... Dico... è bene... Aiutatemi a morire!... Noemi... tu eri capace di... farmi dormire... un tempo... Marta... benedetta... pace mia,... Massimino... con Gesù. Anche... per me... La mia parte... ai poveri,... a Gesù... per i poveri... E perdonate... a tutti... Ah! che spasimi!... Aria!... Luce!... Tutto trema... Avete come una luce intorno a voi e mi abbacina se... vi guardo... Parlate... forte...».
Ha messo la sinistra sulla testa di Maria e ha abbandonato la destra nelle mani di Marta.
Anela...
Lo sollevano con precauzione aggiungendo guanciali, e Nicomede gli fa sorbire ancora gocce di pozioni. La povera testa affonda e spenzola in un abbandono mortale. Tutta la vita è nel respiro. Pure apre gli occhi e guarda Maria che gli sorregge il capo, e le sorride dicendo: «La mamma! È tornata... Mamma! Parla! La tua voce... Tu sai... il segreto... di Dio... Ho servito... il Signore?...».
Maria, con una voce fatta bianca dalla pena, sussurra: «Il Signore ti dice: "Vieni con Me, servo buono e fedele, perché tu hai ascoltato ogni mia parola e amato il Verbo che ho mandato"».
«Non sento! Più forte!».
Maria ripete più forte...
«È proprio la mamma!...», dice soddisfatto Lazzaro e abbandona il capo sulla spalla della sorella... Non parla più. Solo gemiti e tremiti di spasimo, solo sudore e rantolo. Insensibile ormai alla terra, agli affetti, sprofonda nel buio sempre più assoluto della morte.
Le palpebre calano sugli occhi invetrati, nei quali luccica l'ultima lacrima.
«Nicomede! Si appesantisce! Raffredda!...», dice Maria.
«Domina, è un sollievo la morte per lui».
«Tienilo in vita! Domani è certo qui Gesù. Sarà partito subito. Forse ha preso il cavallo del servo o un'altra cavalcatura», dice Marta. E rivolta alla sorella: «Oh! se tu mi avessi lasciato mandare prima!». Poi al medico: «Fallo vivere!», impone convulsa.
Il medico allarga le braccia. Prova con dei cordiali. Ma Lazzaro non inghiotte più.
Il rantolo cresce... cresce... È straziante...
«Oh! non si può più sentire!», geme Noemi.
«Sì. Ha una lunga agonia...», annuisce il medico. Ma non ha ancora finito di dirlo che, con una convulsione di tutta la persona che si marca e poi si abbandona, Lazzaro esala l'ultimo respiro.
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E poi ancora - sempre sull'Inferno che sarebbe spettato a scribi e farisei - altri brani di Gesù:
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«Tacete. Ascoltate. Io non vi ho mai ingannati. Vi ho sempre detto la verità. Se ho potuto, vi ho difeso e tutelato. La vostra vicinanza mi è stata amabile come quella di figli. Non vi ho neppure nascosto la mia ultima ora... i miei pericoli... la mia passione. Ma quelle erano cose mie, esclusivamente mie. Ora sono i vostri pericoli, la vostra sicurezza, quella delle vostre famiglie che sono da considerarsi. Vi prego di farlo. Con libertà assoluta. Non considerateli attraverso l'amore che avete per Me, attraverso alla vostra elezione fatta da Me. Fate conto, poiché Io vi sciolgo da ogni obbligo verso Dio e il suo Cristo, fate conto di esserci incontrati qui, ora, per la prima volta, e che voi, dopo avermi ascoltato, vi misuriate se vi convenga o meno seguire lo Sconosciuto le cui parole vi hanno commossi. Fate conto di sentirmi e vedermi per la prima volta e che Io vi dica: "Badate che Io sono perseguitato e odiato, e che chi mi ama e segue è perseguitato e odiato come Me, nella persona, negli interessi, negli affetti. Badate che la persecuzione può finire anche nella morte e nella confisca dei beni di famiglia". Pensate, decidete. E Io vi amerò ugualmente, anche se mi direte: "Maestro, io non posso più venire con Te". Vi rattristate? No. Non dovete. Siamo buoni amici, che decidono con pace e con amore il da farsi, con compatimento reciproco. Io non posso lasciarvi andare incontro al futuro senza farvi riflettere. Non ho disistima di voi. Vi amo tutti. Ma Io sono il Maestro.
Il Maestro è ovvio che conosca i discepoli. Io sono il Pastore, e il Pastore è ovvio che conosca i suoi agnelli. Io so che i miei discepoli, portati ad una prova senza esserne preparati sufficientemente, non soltanto nella sapienza che viene dal Maestro, e che perciò è buona e perfetta, ma anche nella riflessione che deve venire da loro, potrebbero fallire o quanto meno non trionfare come degli atleti in uno stadio. Misurarsi e misurare è saggia misura, sempre. Nelle piccole e nelle grandi cose. Io, Pastore, devo dire ai miei agnelli: "Ecco, ora Io mi inoltro in paese di lupi e di beccai. Avete voi forza per andare fra essi?". Potrei anche già dirvi chi non avrà forza di sostenere la prova, per quanto vi possa rassicurare e assicurare che nessuno di voi cadrà per mano dei carnefici che sacrificheranno l'Agnello di Dio. La mia cattura è di tal valore che basterà ad essi... Pure vi dico: "Riflettete". Un tempo vi dicevo: "Non temete quelli che uccidono". Vi dicevo: "Colui che, messa la mano all'aratro, si volge a considerare il passato e ciò che può perdere o acquistare, non è atto alla mia missione. Ma erano norme per darvi la misura di ciò che era essere i discepoli, e norme per il futuro che verrà quando Io non sarò più il Maestro, ma saranno maestri i miei fedeli. Erano date a darvi un'anima forte. Ma anche questa fortezza, che è innegabile che abbiate raggiunta rispetto al nulla che eravate -parlo del vostro spirito- è ancora troppo poca rispetto alla grandezza della prova.
Oh! non pensate in cuor vostro: "Il Maestro si fa scandalo di noi!". Non mi faccio scandalo. Anzi vi dico che neppure voi dovete, e dovrete, scandalizzarvi della vostra debolezza. In tutti i tempi avvenire, fra i membri della mia Chiesa, sia agnelli che pastori, vi saranno persone che saranno inferiori alla grandezza della loro missione.
Vi saranno epoche in cui i pastori idoli e i fedeli idoli saranno più dei veri pastori e dei veri fedeli.
Epoche di eclissi dello spirito di fede nel mondo. Ma l'eclissi non è morte di un astro. È unicamente momentaneo oscuramento più o meno parziale dell'astro. Dopo, la sua bellezza riappare e sembra più luminosa. Così sarà del mio Ovile. Vi dico: "Riflettete". Ve lo dico come Maestro, Pastore e Amico. Io vi lascio in piena libertà di discutere fra voi. Vado là, in quel folto, a pregare. Uno per uno mi verrete a dire il vostro pensiero. E Io benedirò la vostra onestà sincera, quale che sia. E vi amerò per quanto già sin qui mi avete dato. Addio».
Si alza e se ne va. Gli apostoli sono esterrefatti, perplessi, commossi. Sul principio non sanno neppure parlare. Poi Pietro per il primo dice: «Mi inghiotta l'inferno se io lo voglio lasciare! Io sono sicuro di me. Neanche se mi venissero contro tutti i demoni che sono nella Geenna, col Leviatan in testa, io mi scosterei da Lui per paura!». […].
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«[…] Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che divorate le case delle vedove col pretesto di fare lunghe orazioni. Per questo subirete un giudizio severo!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che andate per mare e per terra, consumando gli averi non vostri, per fare un solo proselite e, fatto che sia tale, lo rendete figlio dell’inferno il doppio di voi!
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il Tempio non è niente il suo giuramento, ma se giura per l’oro del Tempio allora resta obbligato al suo giuramento”. Stolti e ciechi! E chi è di più? L’oro, o il Tempio che santifica l’oro? E che dite: “Se uno giura per l’altare non ha valore il suo giuramento, ma se uno giura per l’offerta che è sull’altare allora è valido il suo giurare e resta obbligato al suo giuramento”. Ciechi! Che cosa è più grande? L’offerta, o l’altare che santifica l’offerta? Chi dunque giura per l’altare giura per esso e per tutte le cose che sono sopra di esso, e chi giura per il Tempio giura per esso e per Colui che lo abita, e chi giura per il Cielo giura per il trono di Dio e per Colui che vi sta assiso.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate le decime della menta e della ruta, dell’anice e del cumino, e poi trascurate i precetti più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste sono le virtù che bisognava avere, senza tralasciare le altre cose minori! Guide cieche, che filtrate le bevande per paura di contaminarvi inghiottendo un moscerino affogato, e poi trangugiate un cammello senza sentirvi immondi per questo.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che lavate l’esterno del calice e del piatto, ma dentro siete ricolmi di rapina e d’immondezza. Fariseo cieco, lava prima il di dentro del tuo calice e del tuo piatto, di modo che anche il di fuori divenga pulito.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che volate come nottole nelle tenebre per le vostre opere di peccato e patteggiate nella notte coi pagani, i ladroni e i traditori, e poi, al mattino, cancellati i segni dei vostri occulti mercati, salite al Tempio in bella veste.
Guai a voi, che insegnate le leggi della carità e della giustizia contenute nel Levitico, e poi siete avidi, ladri, falsi, calunniatori, oppressori, ingiusti, vendicativi, odiatori, e giungete ad abbattere colui che vi dà noia, anche se è vostro sangue, e a ripudiare la vergine che vi è divenuta moglie, e ripudiare i figli avuti da lei perché sono infelici, e ad accusare di adulterio la vostra donna che più non vi piace, o di malattia immonda, per esser liberi di essa, voi che immondi siete nel vostro cuore libidinoso, anche se non parete tali agli occhi della gente che non sa le vostre azioni.
Siete simili a sepolcri imbiancati, che di fuori sembrano belli mentre dentro sono pieni d’ossa di morti e di marciume.
Così anche voi. Sì. Così! Di fuori sembrate giusti, ma dentro siete ricolmi di ipocrisia e d’iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che innalzate sontuosi sepolcri ai profeti e abbellite le tombe dei giusti dicendo: “Se noi fossimo vissuti ai tempi dei nostri padri non saremmo stati complici e partecipi di coloro che sparsero il sangue dei profeti”. E così testimoniate contro di voi di essere i discendenti di coloro che uccisero i vostri profeti. E voi, del resto, colmate la misura dei padri vostri… O serpenti, razza di vipere, come scamperete alla condanna della Geenna
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Da quanto letto sopra mi pare che si possa dire senza ombra di dubbio che gli Ebrei avevano ben chiaro sia il concetto d’Inferno sia quello di Gehenna riferita appunto alla condanna eterna.
2.2.2. La visione di Satana e dell’Inferno negli scritti di Maria Valtorta.
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Leggiamo ora con molta attenzione, la descrizione che ci fa Maria Valtorta di Satana, che pur essendo puro spirito è visto qui come una bestia reale, materiale.
Ovviamente questa visione è permessa da Dio in maniera simbolica, antropomorfica, così come - nella Bibbia - Tobiolo, figlio di Tobia ne “Il Libro di Tobia”, vide l’Arcangelo Raffaele che si era presentato a lui in vesti umane in carne ed ossa che erano tuttavia - quantunque “materiali” - solo una “apparenza”.
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Dice Gesù:
«Una volta ti ho fatto vedere il Mostro d’abisso: […]».
«[…] Considera il mio Fulgore e la mia Bellezza rispetto alla nera mostruosità della Bestia.
Non avere paura di guardare anche se è spettacolo repellente. Sei fra le mie braccia. Esso non può accostarsi e nuocerti. Lo vedi? Non ti guarda neppure. Ha già tante prede da seguire.
Ora ti pare che meriti lasciare Me per seguire lui? Eppure il mondo lo segue e lascia Me per lui.
Guarda come è satollo e palpitante. È la sua ora di festa. Ma guarda anche come cerca l’ombra per agire. Odia la Luce, e si chiamava Lucifero! Lo vedi come ipnotizza coloro che non sono segnati dal mio Sangue? Accumula i suoi sforzi perché sa che è la sua ora e che si avvicina l’ora mia in cui sarà vinto in eterno.
La sua infernale astuzia e intelligenza satanica sono un continuo operare di Male, in contrapposto al nostro uno e trino operare di Bene, per aumentare la sua preda. Ma astuzia e intelligenza non prevarrebbero se negli uomini fossero il mio Sangue e la loro onesta volontà. Troppe cose mancano all’uomo per avere armi da opporre alla Bestia, ed essa lo sa e apertamente agisce, senza neppure più velarsi di apparenze bugiarde.
La sua schifosa bruttezza ti spinga ad una sempre maggiore diligenza e a una sempre maggiore penitenza. Per te e per i tuoi disgraziati fratelli che hanno l’anima orba o sedotta e non vedono, o, vedendolo, corrono incontro al Maligno, pur di averne l’aiuto di un’ora da pagare con una eternità di dannazione.»
Devo spiegare io, se no non ci capisce nulla.
È dalla sera del 18 che il buon Gesù mi fa vedere una bestiaccia orrenda ma così orrenda che mi dà ribrezzo e voglia di urlare. Il suo nome è noto. E il buon Gesù mi fa capire che quell’aspetto è sempre inferiore alla realtà, perché nessuna realtà umana può giungere a impersonare con esattezza la suprema Bellezza e la suprema Bruttezza. Ora le descrivo la bestiaccia.
Mi pare di vedere un gran buco nero nero e profondissimo. Comprendo che è profondissimo, ma non ne vedo che l’orifizio, tutto occupato da un mostro orribile. Non è serpe, non è coccodrillo, non è dragone, non è pipistrello, ma ha, di tutti e quattro, qualcosa.
Testa lunga e puntuta senza orecchie e con due occhi sornioni e feroci che sono sempre in caccia di preda, una bocca vastissima e armata di ben aguzzi denti, sempre intenta ad acchiappare a volo qualche incauto che arriva a portata delle sue mandibole. La testa insomma ha molto di quella del serpe per la forma e del coccodrillo per i denti. Collo lungo e flessibile che permette molta agilità alla testa tremenda.
Un corpaccio lubrico ricoperto da una pelle come quella delle anguille (per intendersi) ossia senza scaglie, di colore fra il ruggine, il viola, il bigio scuro... non saprei. Ha persino il colore delle sanguisughe.
Alle spalle e alle anche (dico “anche” perché là finisce il ventre palpitante e gonfio di preda e comincia la lunga coda che termina a punta), sono quattro zampacce corte e palmate come quelle del coccodrillo. Alle spalle due alacce da pipistrello.
La bestiaccia non muove il gran corpo schifoso. Muove solo la coda che si divincola a “esse” qua e là, e muove la testa orribile dagli occhi fascinatori e dalle mascelle sterminatrici.
Misericordia divina! Che brutta bestiaccia! Dal suo antro nero sprigiona tenebra e orrore. Le assicuro che ieri, che la vedevo con tutta la sua più viva esattezza - e non capivo che ci stesse a fare - mi veniva voglia di urlare di ribrezzo. Meno male che vedevo che verso di me non guardava mai come per ripulsione. Reciproca ripulsione se mai. Se questo è una pallida raffigurazione di Satana, che sarà mai lui? Roba da morire due volte di fila solo a vederlo!
Meno male anche che, se in un angolo era la bestiaccia, vicino vicino era il mio Gesù bianco, bello, biondo... Luce nella luce! Confrontando la luminosa confortevole figura del Cristo con quella dell’altro, il suo sguardo dolcissimo, chiaro, con quello bieco dell’altro, c’è proprio da compiangere gli infelici peccatori destinati al secondo perché hanno respinto Gesù.
Ebbene, ora che l’ho visto... vorrei non vederlo più perché è troppo brutto. Pregherò perché il meno possibile di disgraziati vada a finire nelle sue grinfie, ma prego il buon Dio di levarmi questa vista.
Oggi è meno viva e ne sono gratissima al Signore. E ancora più grata perché la cara Voce mi fa capire il perché di quella visione che ieri mi terrorizzava credendola destinata a me per avvertimento.
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E ora - finalmente - la spiegazione che ci fa Gesù del Regno eterno di Satana, spiegazione che non potrebbe essere più chiara ed importante specialmente per coloro che l'Inferno lo negano:
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«Oggi ti parlerò del suo regno. Non ti posso sempre tenere in paradiso. Ricordati che tu hai la missione di richiamare delle verità ai fratelli che troppo le hanno dimenticate. E da queste dimenticanze, che sono in realtà sprezzi per delle verità eterne, provengono tanti mali agli uomini.
Scrivi dunque questa pagina dolorosa. Dopo sarai confortata. È la notte del venerdì. Scrivi guardando al tuo Gesù che è morto sulla croce fra tormenti tali che sono paragonabili a quelli dell’inferno, e che l’ha voluta, tale morte, per salvare gli uomini dalla Morte.
Gli uomini di questo tempo non credono più all’esistenza dell’inferno. Si sono congegnati un al di là a loro gusto e tale da essere meno terrorizzante alla loro coscienza meritevole di molto castigo. Discepoli più o meno fedeli dello Spirito del Male, sanno che la loro coscienza arretrerebbe da certi misfatti, se realmente credesse all’inferno così come la Fede insegna che sia; sanno che la loro coscienza, a misfatto compiuto, avrebbe dei ritorni in se stessa e nel rimorso troverebbe il pentimento, nella paura troverebbe il pentimento e col pentimento la via per tornare a Me.
La loro malizia, istruita da Satana, al quale sono servi o schiavi (a seconda della loro aderenza ai voleri e alle suggestioni del Maligno) non vuole questi arretramenti e questi ritorni. Annulla perciò la fede nell’inferno quale realmente è e ne fabbrica un altro, se pure se lo fabbrica, il quale non è altro che una sosta per prendere lo slancio ad altre, future elevazioni.
Spinge questa sua opinione sino a credere sacrilegamente che il più grande di tutti i peccatori dell’umanità, il figlio diletto di Satana, colui che era ladro come è detto nel Vangelo , che era concupiscente e ansioso di gloria umana come dico Io, l’iscariota, che per fame della triplice concupiscenza si è fatto mercante del Figlio di Dio e per trenta monete e col segno di un bacio - un valore monetario irrisorio e un valore affettivo infinito - mi ha messo nelle mani dei carnefici, possa redimersi e giungere a Me passando per fasi successive.
No. Se egli fu il sacrilego per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu l’ingiusto per eccellenza, Io non lo sono. Se egli fu colui che sparse con sprezzo il mio Sangue, Io non lo sono. E perdonare a Giuda sarebbe sacrilegio alla mia Divinità da lui tradita, sarebbe ingiustizia verso tutti gli altri uomini, sempre meno colpevoli di lui e che pure sono puniti per i loro peccati, sarebbe sprezzo al mio Sangue, sarebbe infine venire meno alle mie leggi.
Ho detto, Io Dio Uno e Trino, che ciò che è destinato all’inferno dura in esso per l’eternità, perché da quella morte non si esce a nuova resurrezione. Ho detto che quel fuoco è eterno e che in esso saranno accolti tutti gli operatori di scandali e di iniquità. Né crediate che ciò sia sino al momento della fine del mondo. No, ché anzi, dopo la tremenda rassegna, più spietata si farà quella dimora di pianto e tormento, poiché ciò che ancora è concesso ai suoi ospiti di avere per loro infernale sollazzo - il poter nuocere ai viventi e il veder nuovi dannati precipitare nell’abisso - più non sarà, e la porta del regno nefando di Satana sarà ribattuta, inchiavardata dai miei angeli, per sempre, per sempre, per sempre, un sempre il cui numero di anni non ha numero e rispetto al quale, se anni divenissero i granelli di rena di tutti gli oceani della terra, sarebbero meno di un giorno di questa mia eternità immisurabile, fatta di luce e di gloria nell’alto per i benedetti, fatta di tenebre e orrore per i maledetti nel profondo.
Ti ho detto che il Purgatorio è fuoco di amore. L’Inferno è fuoco di rigore.
Il Purgatorio è luogo in cui, pensando a Dio, la cui Essenza vi è brillata nell’attimo del particolare giudizio e vi ha riempito di desiderio di possederla, voi espiate le mancanze di amore per il Signore Dio vostro. Attraverso l’amore conquistate l’Amore, e per gradi di carità sempre più accesa lavate la vostra veste sino a renderla candida e lucente per entrare nel regno della Luce i cui fulgori ti ho mostrato giorni sono.
L’inferno è luogo in cui il pensiero di Dio, il ricordo del Dio intravveduto nel particolare giudizio non è, come per i purganti, santo desiderio, nostalgia accorata ma piena di speranza, speranza piena di tranquilla attesa, di sicura pace che raggiungerà la perfezione quando diverrà conquista di Dio, ma che già dà allo spirito purgante un’ilare attività purgativa perché ogni pena, ogni attimo di pena, li avvicina a Dio, loro amore; ma è rimorso, è rovello, è dannazione, è odio. Odio verso Satana, odio verso gli uomini, odio verso se stessi.
Dopo averlo adorato, Satana, nella vita, al posto mio, ora che lo posseggono e ne vedono il vero aspetto, non più celato sotto il maliardo sorriso della carne, sotto il lucente brillio dell’oro, sotto il potente segno della supremazia, lo odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere, dimenticando la loro dignità di figli di Dio, adorato gli uomini sino a farsi degli assassini, dei ladri, dei barattieri, dei mercanti di immondezze per loro, adesso che ritrovano i loro padroni per i quali hanno ucciso, rubato, truffato, venduto il proprio onore e l’onore di tante creature infelici, deboli, indifese, facendone strumento al vizio che le bestie non conoscono - alla lussuria, attributo dell’uomo avvelenato da Satana - adesso li odiano perché causa del loro tormento.
Dopo avere adorato se stessi dando alla carne, al sangue, ai sette appetiti della loro carne e del loro sangue tutte le soddisfazioni, calpestando la Legge di Dio e la legge della moralità, ora si odiano perché si vedono causa del loro tormento.
La parola “Odio” tappezza quel regno smisurato; rugge in quelle fiamme; urla nei chachinni dei demoni; singhiozza e latra nei lamenti dei dannati; suona, suona, suona come una eterna campana a martello; squilla come una eterna buccina di morte; empie di sé i recessi di quella carcere; è, di suo, tormento, perché rinnovella ad ogni suo suono il ricordo dell’Amore per sempre perduto, il rimorso di averlo voluto perdere, il rovello di non poterlo mai più rivedere.
L’anima morta, fra quelle fiamme, come quei corpi gettati nei roghi o in un forno crematorio, si contorce e stride come animata di nuovo da un movimento vitale e si risveglia per comprendere il suo errore, e muore e rinasce ad ogni momento con sofferenze atroci, perché il rimorso la uccide in una bestemmia e l’uccisione la riporta al rivivere per un nuovo tormento. Tutto il delitto di aver tradito Dio nel tempo sta di fronte all’anima nell’eternità; tutto l’errore di aver ricusato Dio nel tempo sta per suo tormento presente ad essa per l’eternità.
Nel fuoco le fiamme simulano le larve di ciò che adorarono in vita, le passioni si dipingono in roventi pennellate coi più appetitosi aspetti, e stridono, stridono il loro memento: “Hai voluto il fuoco delle passioni. Ora abbiti il fuoco acceso da Dio il cui santo Fuoco hai deriso”.
Fuoco risponde a fuoco. In Paradiso è fuoco di amore perfetto. In Purgatorio è fuoco di amore purificatore. In Inferno è fuoco di amore offeso. Poiché gli eletti amarono alla perfezione, l’Amore a loro si dona nella sua Perfezione. Poiché i purganti amarono tiepidamente, l’Amore si fa fiamma per portarli alla Perfezione. Poiché i maledetti arsero di tutti i fuochi, men che del Fuoco di Dio, il Fuoco dell’ira di Dio li arde in eterno. E nel fuoco è gelo.
Oh! che sia l’Inferno non potete immaginare. Prendete tutto quanto è tormento dell’uomo sulla terra: fuoco, fiamma, gelo, acque che sommergono, fame, sonno, sete, ferite, malattie, piaghe, morte, e fatene una unica somma e moltiplicatela milioni di volte. Non avrete che una larva di quella tremenda verità.
Nell’ardore insostenibile sarà commisto il gelo siderale. I dannati arsero di tutti i fuochi umani avendo unicamente gelo spirituale per il Signore Iddio loro. E gelo li attende per congelarli dopo che il fuoco li avrà salati come pesci messi ad arrostire su una fiamma. Tormento nel tormento questo passare dall’ardore che scioglie al gelo che condensa.
Oh! non è un linguaggio metaforico, poiché Dio può fare che le anime, pesanti delle colpe commesse, abbiano sensibilità uguali a quelle di una carne, anche prima che quella carne rivestano. Voi non sapete e non credete. Ma in verità vi dico che vi converrebbe di più subire tutti i tormenti dei miei martiri anziché un’ora di quelle torture infernali.
L’oscurità sarà il terzo tormento. Oscurità materiale e oscurità spirituale. Esser per sempre nelle tenebre dopo aver visto la luce del paradiso ed esser nell’abbraccio della Tenebra dopo aver visto la Luce che è Dio! Dibattersi in quell’orrore tenebroso in cui si illumina solo, al riverbero dello spirito arso, il nome del peccato per cui sono in esso orrore confitti! Non trovare appiglio, in quel rimestio di spiriti che si odiano e nuocciono a vicenda, altro che nella disperazione che li rende folli e sempre più maledetti. Nutrirsi di essa, appoggiarsi ad essa, uccidersi con essa. La morte nutrirà la morte, è detto. La disperazione è morte e nutrirà questi morti per l’eternità.
Io ve lo dico, Io che pur l’ho creato quel luogo: quando sono sceso in esso per trarre dal Limbo coloro che attendevano la mia venuta, ho avuto orrore, Io, Dio, di quell’orrore; e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce, perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore.
E voi ci volete andare.
Meditate, o figli, questa mia parola. Ai malati viene data amara medicina, agli affetti da cancri viene cauterizzato e reciso il male. Questa è per voi, malati e cancerosi, medicina e cauterio di chirurgo. Non rifiutatela. Usatela per guarirvi. La vita non dura per questi pochi giorni della terra. La vita incomincia quando vi pare finisca, e non ha più termine.
Fate che per voi scorra là dove la luce e la gioia di Dio fanno bella l’eternità e non dove Satana è l’eterno Suppliziatore».
2.3. La coscienza: retta, cattiva, addormentata.  
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Come fare allora, specie per chi non ha fede, per ridurre al minimo il rischio di finire all'Inferno?
È il seguire la legge dei Dieci comandamenti, incisi da Dio nella nostra anima, impressi nella nostra “coscienza”.
Ma quale “coscienza”? Quella dell'uomo comune che molte volte ha una coscienza addormentata o deturpata da una vita di peccato che non gli consente più di vedere la Verità?
Parlo invece della “retta coscienza”, quella dell'uomo che si sforza di fare la volontà di Dio, anche sbagliando, ma desideroso di rialzarsi e di camminare sulla retta via.
Quella retta coscienza che ci potrebbe permettere di abbandonarci a Dio nel momento della nostra morte affidandoci serenamente al Suo giudizio:
Ecco quanto ci dice al riguardo l'Angelo custode della nostra mistica, Azaria:
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Dice Azaria:
"Sii mio giudice, o Dio".
Solo i retti di cuore possono dire così, nell'intimo della loro coscienza. Perché se è facile lusingare gli uomini, invocando Dio a testimonio - e non comprendiamo noi angeli come possano farlo senza tremare di paura, ossia lo comprendiamo solo misurando di quanto fa decadere Satana l'uomo: creatura di Dio, e satanico tanto lo fa da dargli forza di osare di invocare Dio senza temenza sulle proprie malvage azioni - se è facile ingannare gli uomini con questa invocazione, che è sacrilega su certe bocche, non è facile, non è possibile farlo quando il colloquio è intimo, avendo solo a testimonio l'angelo che è custode.
Oh! non osa l'uomo colpevole e impenitente, invocare Dio quando non trae conforto da vicinanza di altri suoi simili! Anche il più rotto al delitto, alla menzogna, al sacrilegio, anche uno che, se il Ss. Signore Gesù ritornasse in Terra, sarebbe capace di inchiodarlo di nuovo al legno, perché Satana gli mostrerebbe Cristo come un semplice uomo e gli mostrerebbe inezia l'uccidere un uomo, anche costui non osa, quando è solo con sé stesso, di fronte alla propria coscienza e all'infinito Mistero di Dio, impudentemente dire: "Sii mio giudice, o Dio".
I colpevoli, da Adamo ed Eva in poi, non sanno che fuggire, o tentare di fuggire dal cospetto di Dio. Anche colui che nega esservi un Dio, se per un'improvvisa riflessione ha un baleno di ammissione che Dio può anche essere, non fa che fuggire... per dimenticare questa Esistenza. E così fa l'assassino, il ladro, il corruttore, tutti i colpevoli, e tanto più lo fanno quanto più la loro colpa è grande, quanto più si ripete più e più volte.. Anzi giungono a nuove colpe per stordirsi con la pseudo certezza che Dio non è perché li lascia fare. Il poter uccidere, seviziare, rubare, usurpare, per loro è prova che essi sono "i super-uomini", gli "dèi", e nessuno è al disopra di loro. In questa ragione di volersi dire che essi sono "dèi", che Dio non è, e non è seconda Vita, Giudizio, Castigo, che ognuno è libero di fare ciò che gli è utile, a qualunque costo, con qualunque mezzo, è la spiegazione dei ripetuti e sempre più gravi peccati dei grandi peccatori.
Ma soli, di fronte al Solo, non sanno mettersi, e fuggono. Colpevoli, davanti al Giudice, non sanno erigersi e gridare: "Sii mio giudice, o Dio". Per quanto lo neghino e lo irridano, hanno di Lui l'istintiva paura che ha la belva dell'uomo, quando questo uomo viene coraggiosamente incontro ad essa, con audacia e difesa pronte, la paura istintiva, rabbiosa, delle belve per il domatore, di cui temono la punizione e sentono la potenza. Cercano di distruggere con una subdola unghiata l'idea di Dio, ma aggirandola; non sanno, non possono aggredirla di fronte. Troppo alta quell'Idea, troppo potente quel Dio!... Li incenerisce, li schiaccia come pigmei sui quali caschi un masso marmoreo, come vermi sotto il piede del gigante. E fuggono.
Ma gli onesti sì, gli onesti possono gridare: "Sii mio giudice, o Dio". L'onestà ha molte facce. Non è solo onestà materiale sulle materie che hanno nome: monete, pesi e misure, rispetto delle frutta, dei raccolti, dei beni altrui; non è solo onestà morale sulle cose morali che hanno nome: buon nome, sincerità, amicizia, rispetto della donna o della posizione altrui; ma è anche onestà spirituale, ossia verità nell'apparire ciò che realmente si è spiritualmente, non un atomo di più.
Nel tuo caso, nel vostro caso, o strumenti straordinari, è proprio e principalmente questo.
Sono disonesti spirituali anche quelli che solo in apparenza sono cristiani-cattolici, ma che, potendo arretrare il tempo di 20 secoli, sarebbero perfetti esemplari di farisei, ossia solo in apparenza ossequiosi di Dio e della sua Legge, e di quella della S. Romana Cattolica Apostolica Chiesa, ma che in realtà, usciti dalla ribalta e rientrati nell'interno delle loro case, dei loro commerci o uffici, o occupazioni, sono dei veri e propri anticristiani, calpestanti tutti gli articoli e i precetti del Cristianesimo, cominciando da quello dell'amore a Dio, ai congiunti, ai dipendenti, al prossimo. E per disonesti saranno giudicati e pagati, secondo i loro atti menzogneri, dal Giudice che è pietoso per le colpe involontarie, ma che è inesorabile per le calcolate ipocrisie impenitenti.
2.4. Il peccato contro lo Spirito Santo: imperdonabile se consumato fino alla morte.
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Dallo stralcio qui sotto riportato, tratto dall’Evangelo come mi è stato rivelato, possiamo apprendere che c’è un particolare peccato che porta direttamente alla dannazione eterna e cioè aver conosciuto Gesù, aver capito che Lui è veramente il Figlio di Dio in terra e poi averlo volutamente scacciato dalla nostra vita.
Questo è infatti uno dei peccati contro lo Spirito Santo, che – come dice Gesù – non sarà perdonato, a meno di pentimento vero e sincero:
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[…] La gente è tutt'orecchi, in un silenzio attento, a seguire il battibecco che però procede senza asprezze. Altri, da altri luoghi, sono affluiti lì e il cortile è pieno, stipato di gente. Centinaia di visi rivolti verso un sol punto. E dagli sbocchi che portano da altri cortili a questo si affacciano volti e volti, a collo teso, nell'intento di vedere e sentire...
Il sinedrista Elchia e i suoi amici si guardano... Una vera telefonia di sguardi. Ma si contengono. Anzi, un vecchio dottore chiede tutto cortese: «E per evitare i castighi che Tu prevedi, che si dovrebbe fare?».
«Seguirmi. E soprattutto credermi. E più ancora amarmi».
«Sei un portafortuna?».
«No. Sono il Salvatore».
«Ma non hai eserciti...».
«Ho Me stesso. Ricordate, ricordate per vostro bene, per pietà delle vostre anime, ricordate le parole (Es 12,3-13) del Signore a Mosè e ad Aronne quando ancora erano in terra d'Egitto: "Ciascuno del popolo di Dio prenda un agnello senza macchia, maschio, di un anno. Uno per casa, e se non basta il numero dei familiari a finire l'agnello prenda i vicini. E lo immolerete il quattordicesimo giorno di abid, che ora è detto nisam, e col sangue dell'immolato bágnino gli stipiti e l'architrave della porta delle vostre case. E nella stessa notte ne mangerete le carni arrostite al fuoco, col pane senza lievito e lattughe selvatiche. E quanto potrebbe rimanere distruggerete col fuoco. E mangerete coi fianchi cinti, i calzari al piede, il bordone in mano, in fretta, perché è il passaggio del Signore. E quella notte Io passerò percuotendo ogni primogenito d'uomo o d'animale che si trovino nelle case non segnate del sangue dell'agnello".
Al presente, nel nuovo passaggio di Dio, il più vero passaggio, perché realmente Dio passa fra di voi visibile, riconoscibile ai suoi segni, la salvezza sarà su quelli che saranno segnati del Sangue dell'Agnello col segno salutare. Perché in verità tutti ne sarete segnati. Ma soltanto quelli che amano l'Agnello e ameranno il suo Segno, da quel Sangue avranno salvezza. Per gli altri sarà il marchio di Caino. E voi sapete che Caino non meritò più di vedere il volto del Signore, né mai più conobbe sosta. E percosso a tergo dal rimorso, dal castigo, da Satana, suo re crudele, andò ramingo e fuggiasco per la Terra e finché ebbe vita. Una grande, grande figura del Popolo che percuoterà il nuovo Abele...»
«Anche Ezechiele parla del Tau... Tu credi che il tuo Segno sia il Tau di Ezechiele?».
«Quello è».
«Tu allora ci accusi che in Gerusalemme sono abominazioni?».
«Vorréi non poterlo fare. Ma così è».
«E fra i segnati del Tau non vi sono peccatori? Lo puoi giurare?».
«Io non giuro nulla. Però dico che, se fra i segnati vi saranno peccatori, ancor più tremendo sarà il loro castigo, perché gli adulteri dello spirito, i rinnegatori, gli uccisori di Dio dopo essere stati i suoi seguaci, saranno i più grandi nell'Inferno».
«Ma quelli che non possono credere che Tu sia Dio non avranno peccato. Saranno giustificati...».
«No. Se non mi aveste conosciuto, se non aveste potuto constatare le mie opere, se non aveste potuto controllare le mie parole, non avreste colpa. Se non foste dottori in Israele, non avreste colpa. Ma voi conoscete le Scritture e vedete le mie opere. Potete fare un parallelo. E, se lo fate con onestà, Me vedete nelle parole della Scrittura, e le parole della Scrittura vedete tradotte in atti in Me. Perciò non sarete giustificati di misconoscermi e odiarmi.
Troppe abominazioni, troppi idoli, troppe fornicazioni sono dove solo Dio dovrebbe essere. E in ogni luogo dove voi siete. La salvezza è nel ripudiarle e nell'accogliere la Verità che vi parla. E perciò dove voi uccidete, o tentate di uccidere, sarete uccisi. E per questo sarete giudicati alle frontiere di Israele, là dove ogni potere umano decade e solo l'Eterno è Giudice dei suoi creati».
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Un altro peccato imperdonabile che condanna all'Inferno è poi stato proprio quello commesso da Giuda, il traditore: il peccato di “disperazione”.
Disperare cioè che Dio ci possa perdonare perché noi riteniamo che il nostro peccato sia imperdonabile. Pensare che Dio non ci possa perdonare, significa abbassare Dio al nostro livello di cattiveria e immisericordia. Infatti Dio ha perdonato all’uomo il Deicidio e quale peccato più terribile di quello può commettere l’uomo?
Però per ottenere il perdono bisogna anche essere pentiti dei nostri peccati e chiedere umilmente a Dio di ridarci la Sua amicizia e la Sua pace e infine essere disposti a riparare o sulla terra o nell’aldilà queste colpe.
Questo breve brano - nonostante vari teologi sostengano che l'inferno è “vuoto” e che  persino Giuda, il deicida per eccellenza, sarebbe stato perdonato , conferma che nessun perdono poté esservi per Giuda.
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Dice Gesù:
«[…] Venite, non respingete la mia mano che cerca di attirarvi a Me. Credete che Io non vi possa perdonare? Oh! Avrei perdonato anche a Giuda se in luogo di fuggire fosse venuto sotto la Croce dove morivo e m’avesse detto: “Perdono!”. Sarebbe stato il mio primo redento perché era il più grande colpevole, e su di lui avrei fatto piovere il Sangue del mio Cuore, trafitto non tanto dalla lancia quanto dal suo e dai vostri tradimenti».
2.5. Fede, speranza e carità permettono all’uomo carnale di seguire la legge spirituale e di non finire all'Inferno.
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Che cosa deve allora fare l’uomo per vivere secondo la legge di Dio ed evitare di sprofondare nell’Inferno?
Proviamo a leggere e meditare con attenzione questa lezione dello Spirito Santo che risponde all’amletica domanda di S. Paolo:
[…] 7,18Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; 19infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. 20Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. 21Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me.22Infatti nel mio intimo acconsento alla legge di Dio, 23ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che combatte contro la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra.24Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?
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Dice il Dolce Ospite:
«Carità, fede, speranza, permettono all'uomo carnale di seguire la legge spirituale, così in contrasto con la legge del peccato vivente nelle sue membra.
"E chi vi libera da questo corpo di morte? La Grazia di Dio per Gesù Cristo Signor nostro".
Essa non abolisce l'uomo, ma fa dell'uomo vecchio un uomo nuovo. Né si limita a rigenerarvi una volta sola mediante le acque salutari del Battesimo, sepolcro del Peccato originale, seno dal quale emerge una creatura nuova, innocente, santa, divinizzata. Ma tante volte vi rigenera e aiuta quante l'uomo si pente dopo una caduta volontaria in materia grave, o piange sulla sua debolezza, causa di involontarie cadute, o anche solo si turba, sentendo agitarsi in sé il vento dei fomiti e temendo che esso provochi tempesta di sensi nella quale si perda la vicinanza di Dio e venga soverchiata la sua voce pacifica, sempre simile "al soffio di un'aura leggera". Altrettante volte vi rigenera, o vi conforta, o vi rassicura, quante volte di ciò abbisognate, coi suoi divini aiuti, per Gesù Cristo, e mediante i Sacramenti, mezzi da Lui istituiti per rigenerarvi e rinforzarvi nella Grazia.
E chi potrà resistere a Colui che vinse il demonio, il peccato e la morte? Nessuno e nulla, se voi gli rimanete fedeli. Fedeli nell'uomo interiore, che è quello che ha realmente valore, come Gesù disse a Nicodemo, e non a lui solo.
Perché è lo spirito quello che anima la carne inferma, così come il sangue mantiene la vita nel corpo dell'uomo. Ma se l'uomo perde tutto il suo sangue, o se il sangue tutto si corrompe, non giova all'uomo aver sane le membra. La morte lo coglierà lo stesso, perché il liquido vitale è il sangue e, perduto o corrotto che questo sia, il corpo perisce, mentre che un corpo ancorché molto ferito, ma non svenato o corrotto nel sangue, certo guarirà.
Rimanete dunque fedeli nell'uomo interiore, e non temete.
Gli angeli, che vedono Dio e ne conoscono il pensiero, vi hanno annunciato questa grazia nella notte della Nascita del Figlio di Dio e di Maria: la grazia della pace agli uomini di buona volontà.
Dio sa e vede. Dio è Padre ed Amore. Dio è Giustizia e Misericordia. Sa compatire e premiare. Ma vuole "la buona volontà". Non sempre essa permane buona e costante realtà. Ha flessioni, e cadute anche. Ma l'occhio divino che vi vede cadere o flettere, vede anche chi vi assale nella buona volontà interiore, e vede la vostra pena per essere caduti o per esservi piegati nell'urto di un assalto improvviso, e perdona perché non vede in voi il consenso "al male che odiate, ma l'aspirazione a compiere il bene", anche se non sempre riuscite a compierlo, vede che non il vostro io intellettuale, ma le conseguenze, nella parte inferiore, della colpa d'Adamo: i fomiti, operano in voi.
E da questo contrasto tra le due forze che combattono in voi e le due volontà che si contrastano — una mossa dall'amore di Dio e verso Dio, l'altra dall'Odio che tiene desto il suo veleno, per odio a voi e a Dio — il Signore trae le ricchezze che vi daranno accesso al Regno dei Cieli.
Sono esse la vostra veste di nozze, quella veste di cui Gesù parlò nella parabola del convito per le nozze regali. E guai a chi non fila e tesse la sua veste di nozze durante la sua giornata terrena, traendo materia per filare e strumento per tessere dall'assidua volontà interiore di fare ciò che la Legge di Dio propone o Dio presenta, e dalla lotta continua tra la volontà dell'uomo interiore e la legge del peccato che è nelle membra, o tra la volontà buona e quanto di male vi circonda: il mondo, e vi tenta: il demonio. Guai a quelli che non si tessono quotidianamente la veste di nozze e non l'ornano con i gioielli conquistati, patendo la "grande tribolazione" che li fa degni di stare intorno al trono dell'Agnello con le palme dei vittoriosi tra le mani!
Non avete mai riflettuto a quelle palme viste da Giovanni nelle mani degli eletti? Nel simbolismo cristiano si suole mettere tra le mani dei martiri la palma gloriosa. Ma Giovanni, che fu rapito dallo Spirito di Dio a contemplare, a conoscere, a scrivere i misteri eccelsi e quelli dei tempi ultimi, dice che le palme sono nelle mani degli eletti, dei 144.000 che stanno intorno al trono dell'Agnello.
La moltitudine dei santi, degli eletti, non è composta solo di martiri che abbiano sofferto il martirio cruento. Ma veramente ogni santo è degno di portare la palma dei martiri perché ogni santo è un martire dell'Amore e dell'Odio, dello spirito e della carne, e tutte le potenze dei Cieli, quelle del mondo, quelle dell'io carnale e quelle degli abissi della Tenebra, lo hanno assalito sulla Terra per provarlo, tentarlo, martirizzarlo quotidianamente.
Veramente che è astuto, tenace, feroce, il martirio che da colui che Cristo chiama "omicida fin dal principio"! Né vi è omicida pari a lui. Perché nessun assassino può fare violenza altro che alla carne dell'uomo. Ma Satana uccide, o tenta uccidere, la parte immortale dell'uomo, privandola non dell'esistenza — perché l'anima, creata che sia, non perisce più in eterno — ma della Vita, ossia del suo Dio. E ciò fa perché mentre Dio ha, per fine della sua creazione, il premio da darsi agli uomini, ossia il riunire a Sé gli uomini dopo la loro morte — con lo spirito subito dopo la morte, con lo spirito riunito alla carne dopo la risurrezione e giudizio finale — per farli beati della sua Conoscenza e Visione e per giubilare tra il Popolo dei suoi figli, così Satana ha per fine della sua ribellione quello di privare il Creatore di quante più creature a Lui paternamente dilette può, e di privare quante più creature può del godimento del loro Creatore.
La scimmia di Dio vuole essa pure darsi il suo popolo, e lo fa predando, perché è ladrone, mentre Dio, per crearsi il suo popolo, ha dotato l'uomo, creato a sua immagine e somiglianza, di tutti i doni soprannaturali atti a condurlo al Regno eterno e, non ancora contento, ha dato il suo Figlio Unigenito e diletto perché venisse immolato onde essere Salvatore degli uomini. E ciò perché, mentre Satana è principio del male, è odio, è menzogna, è disordine, è ladrone, Dio è Principio del Bene, è Amore, è Verità, è Ordine, è divinamente munifico Datore d'ogni grazia.
Dal momento che Satana volle essere uguale a Dio in ogni sua azione, libertà, potenza e volontà d'azione, desiderando disordinatamente di essere esso, creatura creata, uguale a Colui che è Increato — perché Dio come il Padre da cui è generato: Unigenito Figlio — e desiderandolo perché il creato potesse dire di esso ciò che è detto del Verbo Incarnato al principio del Vangelo di Giovanni, dettato, all'Evangelista dell'Amore e della Luce, dallo Spirito di Dio che è Amore e Luce: "Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui", da quel momento il fulminato arcangelo è sacrilego, omicida, predone.
Era Lucifero. Si pensò: Luce. Ma essere "apportatore di luce" non è essere la Luce. Ben diverso è il "portare" dall' "essere". La Luce: il Figlio di Dio, il Verbo del Padre, l'Increato ed Eterno, Immenso e Perfettissimo, "generato, non fatto, consustanziale al Padre", per mezzo del Quale "tutte le cose sono state fatte", non ha nulla di uguale e comune con la creatura angelica creata ad essere apportatrice di luce e messaggera di Dio, quale, in origine, era Lucifero, che prevaricò volendo essere la Luce, perché liberamente e volontariamente volle essere infedele al Signore suo Creatore e alla Grazia sua. Delirante orgoglio del volersi credere Dio, e quindi non soggetto all'ubbidienza e adorazione a Dio, che folgorò il ribelle.
Da quel momento Satana vuole il suo popolo da contrapporre al Popolo di Dio. E questo fine persegue senza soste, in odio a Dio e alle creature che Dio ama da Padre. E la sua intelligenza, conservata anche dopo la folgorazione divina — intelligenza acutissima, quale si conveniva al principe del popolo angelico — e il suo potere, usa a questo scopo, spiando ogni azione dell'uomo, ascoltando ogni sua parola, traendo dalla cognizione di ogni azione e parola umana, dalla costituzione fisica dell'individuo, dalle malattie, dalle sventure, dagli studi, dagli affetti, dalle occupazioni, da tutto, tanti terreni per gettarvi la sua zizzania, creando prodigi atti a sedurre e trarre in errore.
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