CREDO-1 - ilCATECUMENO.it

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1ª Parte - IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA;
2ª Parte - E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE, IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE,
             
3ª Parte - PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI;
4ª Parte - IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE; SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE,
5ª Parte - DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI.
6ª Parte - CREDO NELLO SPIRITO SANTO,
7ª Parte - LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI,
8ª Parte - LA REMISSIONE DEI PECCATI, LA RISURREZIONE DELLA CARNE, LA VITA ETERNA. COSÌ SIA.
PRESENTAZIONE
Di solito per una Presentazione di un proprio libro si va a cercare un personaggio ‘di rispetto’, meglio se autorevole, anzi meglio ancora se anche ‘di fama’.
Ma chi volete che faccia una Prefazione a uno sconosciuto come me?
E allora – la Prefazione - me la faccio da solo.
MARIA VALTORTA: UN NOME e 8 RAGIONI PER CREDERE
Come è nata l’idea di questo libro e di questo titolo?
Anche i meno informati sanno che il Cristianesimo è ormai agli sgoccioli: è quasi pressoché sconosciuto fra la grande maggioranza dei cosiddetti ‘cristiani’, langue come una fiammella tremolante di candela in una minoranza.
Chi è il "cristiano"?
In teoria è una persona che, battezzata, segue - ma soprattutto mette in pratica - la Dottrina che ci ha insegnato Gesù Cristo 2000 anni fa.
Quanti sono però coloro che veramente la praticano? Per praticarla bisogna infatti conoscerla e soprattutto bisogna imparare a conoscere Gesù.
Come lo si conosce Gesù? Lo si conosce attraverso la meditazione dei Vangeli.
Questo è il punto, al di là dei costumi sociali e dei principi etici ormai largamente deteriorati, nessuno della massa conosce più i Vangeli né tantomeno è attirato dall’idea di conoscerli.
Il crollo poi delle vocazioni sacerdotali, inoltre, fa sì che sempre meno sacerdoti parlino di Gesù e talvolta, quando ne parlano, sembra quasi che alcuni parlino di un Gesù diverso da quello dei Vangeli, così come spiegatoci e tramandatoci anche dalla Tradizione bimillenaria della Chiesa.
Certo, i tempi cambiano, ma la Dottrina di Gesù è cosa divina, eterna, e come tale essa è immutabile e resterà immutabile in eterno.
Per far conoscere Gesù bisogna innanzitutto credere veramente in Lui, ma se non c’è convinzione, cioè vera Fede, come si può pretendere di portare altri alla Fede?
Senza la vera Fede, qualunque cosa si dica non ha il sapore del buon fieno nutriente ma della paglia che riempie ma non nutre.
Ecco allora sorgere nella Chiesa cattolica l’iniziativa – prima ad opera di Papa Giovanni Paolo II e poi di Papa Benedetto XVI – di promuovere una ‘Nuova Evangelizzazione’.
Per quelli di altre religioni? Sarebbe certo doveroso: è anzi uno dei più importanti comandi datici da Gesù prima di salire al Cielo, ma oggi - prima di salvare la casa degli altri dalle possibili fiamme - non è forse meglio cominciare almeno dalla propria dove l’incendio sta già divampando?
Dunque, ecco la Nuova Evangelizzazione, rivolta soprattutto a coloro che sono oggi ‘cristiani’ di nome ma non più di fatto.
Ovviamente è la Chiesa che si muove, ma – nella crisi delle vocazioni sacerdotali – i laici sono chiamati a svolgere un ruolo importante di supporto e di iniziativa.
La Chiesa non è infatti un affare interno dei ‘sacerdoti’ o in genere delle gerarchie ecclesiastiche, ma è una ‘unione spirituale’ – il cui Capo Mistico è Gesù -  di tutti noi cristiani che siamo chiamati ciascuno a dare un contributo alla sua ‘crescita’.
Fra le tante iniziative prese dai ‘laici’ al riguardo, ve ne è una sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione.
Una mistica del Novecento – Maria Valtorta, ormai conosciuta in tutto il mondo fra coloro che sono ben introdotti nel campo delle opere mistiche ma sconosciuta alla maggior parte della gente comune – ha avuto nel corso degli anni ’40 del secolo scorso, una serie lunghissima di visioni, oltre seicento, in cui Gesù le parlava o le appariva  quasi giornalmente facendole rivedere ed ascoltare in tempo reale come in un film la sua vita e predicazione di duemila anni fa.
A quale scopo? Era uno straordinario dono di Gesù per gli uomini dei tempi moderni al fine di almeno rallentare la corsa dell’Umanità verso il precipizio, facendole conoscere la sua persona, la sua predicazione e Dottrina, la figura di Sua Mamma, quelle degli apostoli e dei loro caratteri, dell’ambiente politico e sociale nel quale Egli dovette operare: bene accolto nell’ambiente degli umili, mal sopportato in quello di una Casta ostile la quale lo avrebbe alla fine fatto condannare alla Croce.
Attraverso le visioni di Maria Valtorta i Vangeli acquistano vita, colore e maggior comprensione, come pure la figura di Gesù che balza fuori dalle pagine dell’Opera come se noi lo vedessimo ed ascoltassimo oggi in carne ed ossa: oggi come duemila anni fa.
Dieci volumi di visioni di Vita evangelica «L’Evangelo come mi è stato rivelato» tradotti in oltre venti lingue, più altri volumi di ‘Dettati’ di Gesù, dello Spirito Santo, di Maria SS., dell’Angelo custode della mistica: Azaria, che meglio chiariscono la Dottrina cristiana, quella per cui il Verbo si era incarnato nell’Uomo-Gesù per aiutare l’Umanità – grazie al Suo Sacrificio in Croce – a ritrovare la via più facile per la propria salvezza e risalire un giorno al Cielo.
Un gruppo di laici, profondamente credenti nonché studiosi ed estimatori delle Opere e Rivelazioni della mistica - nel momento in cui la Chiesa ha indetto nel 2011 a livello mondiale l’Anno della Fede - ha dunque costituito, nell’ambito della più ampia iniziativa della Chiesa per una Nuova Evangelizzazione, il "Movimento per una Nuova Evangelizzazionealla luce delle Rivelazioni a Maria Valtorta".
La finalità principale è quella di formare con il tempo dei futuri ‘evangelizzatori’ laici che possano collaborare con i sacerdoti appunto per la nuova evangelizzazione, potendo raggiungere – proprio in quanto ‘laici’ – ambienti e persone più difficilmente ‘penetrabili’ dai sacerdoti nella distratta ed ostile società odierna.
Ciò nel presupposto che niente più della conoscenza ‘personale’ di Gesù – veduto ed ascoltato dalla mistica in presa diretta nelle sue visioni – potrebbe aiutare a riscoprire il vero Cristianesimo di 2000 anni fa, quello che conoscevano bene gli apostoli, i discepoli ed i Padri della Chiesa ma che poi – con l’andare dei secoli – è stato via via sempre più abbandonato e dimenticato.
Come far conoscere però questa Vita di Gesù donata per noi alla mistica, Vita che nell’Opera originale è descritta e raccontata in circa cinquemila pagine?
La risposta è consistita nell’idea di fare una sorta di ‘estratto’ di alcune aspetti semplici e fondamentali concernenti Gesù e la Sua Dottrina, lasciando alla iniziativa individuale l’approfondimento della conoscenza del resto dell’Opera.
Partire pertanto dalla illustrazione del Credo, che è alla base della Dottrina cristiana, per poi proseguire con l’approfondimento dei Dieci Comandamenti, il cui rispetto rappresenta il ‘minimo’ per salvarsi, e quindi completare con la meditazione sul Discorso della Montagna che costituisce la ‘summa’ della Dottrina di Gesù venuto non per modificare la Legge ma per meglio chiarirla e sublimarla.
E’ così che il sopra menzionato ‘Movimento’ – ha istituito una Scuola di Evangelizzazione per i suoi iscritti e attraverso un Team di coordinamento e supporto didattico della Scuola stessa - ha affidato l’incarico di tenere un ciclo di ‘riflessioni’ a due persone non solo appartenenti al Gruppo dei Fondatori del Movimento ma soprattutto ‘esperte’ dell’Opera valtortiana.
Le due persone in realtà non si possono definire veramente ‘esperte’ di un’Opera così enciclopedica e di tale straordinaria complessità: serviranno infatti generazioni di studiosi per maturare una conoscenza che si possa qualificare come ‘vera esperienza’.
Comunque poiché bisognava pur cominciare - esse sono state considerate ‘esperte’ almeno al punto di poter aiutare altri forse meno esperti a conoscere meglio l’Opera, guidando appunto i futuri aspiranti ‘nuovi evangelizzatori’ lungo scorciatoie che potranno portare in un ragionevole lasso di tempo questi laici alla necessaria ‘formazione’ per una Nuova Evangelizzazione, sempre eguale quanto alla sostanza della Dottrina cristiana ma ‘nuova’ nel metodi e nella forma, più adatta ai tempi moderni ed all’uomo razionalista di oggi.
Il Vangelo è eterno, ma le tecniche di ‘comunicazione’ cambiano con l’evoluzione della cultura, della tecnologia e della società che in tema di Fede vuole avere oggi risposte che soddisfino anche la ragione.
La prima di queste due persone è la Signora Giovanna Busolini, davvero una esperta dell’Opera, persona eccezionale che io considero senz’altro fra le migliori del campo a livello nazionale, la seconda è lo …. scrivente, la cui posizione in realtà non è tanto quella di essere un vero ‘esperto’ che conosca a memoria tutta l’Opera e ne abbia soprattutto compreso le numerose complesse valenze spirituali, quanto quella di aver scritto negli ultimi quindici anni – soprattutto per i ‘laici agnostici’, quale io ero - una ventina di libri di meditazione dedicati alle visioni della mistica ed agli insegnamenti che se ne traggono.
Lo ‘scrivente’ si è infatti ‘convertito’ venti anni fa – colpito anch’egli sulla via di Damasco - grazie alla lettura ed approfondimento dell’Opera.
E’ nata così l’idea – dovendo cominciare dal ‘Credo’ - di raggruppare le sue varie affermazioni in otto parti principali, quindi svilupparle e commentarle una alla volta, alla luce appunto delle visioni e Rivelazioni date da Gesù alla mistica.
Ogni ‘riflessione’ in merito ad una singola ‘parte’ sarebbe stata preventivamente inviata all’attenzione dei vari membri del ‘Team di Coordinamento e supporto didattico’.
Quest’ultimo – dopo averla vagliata – l’avrebbe inoltrata via e-mail agli oltre cento attuali iscritti del Corso di Nuova Evangelizzazione, Corso che in definitiva, grazie alla tecnologia informatica ed alle opportunità offerte dal Web, si può considerare una Scuola on-line, particolarmente adatta alle nuove generazioni e forse la prima del genere quanto a ‘tecnica’ e modalità attuative.
I ‘due’ si sono dunque consultati ed eccovi ora – tanto per rilassarci - un loro ‘siparietto’ svoltosi dietro le ‘quinte’.
Lei ha detto a lui: ‘Senti se tu vai avanti e cominci a commentare la prima delle otto affermazioni in cui abbiamo suddiviso il Credo, poi io ti seguirò a ruota completando la stessa affermazione nei punti dove mi sembrerà che tu avresti invece potuto dire di più..., e così per le successive, che te ne pare?’.
‘Dire di più? Io? Tu a ruota? – fa luima allora questo è un ‘Tandem’. E se poi quello davanti ‘tira’ di più e quello di dietro spinge di meno? Come la mettiamo?’.
‘Ma c’è sempre l’Occhio del Signore, no?’, fa con un amabile sorriso lei.
‘Giusto – fa lui - c’è l’Occhio del Signore, ed il Suo è un Occhio che vede fin nel profondo del cuore. Vero! Mi hai convinto’.
Fine del ‘siparietto’: siete però anche liberi di non crederci.
Così è in ogni caso cominciata la ‘pedalata’, durata otto mesi per circa una sessantina di capitoli, due ogni settimana, quelli di lui seguiti contemporaneamente da quelli di lei, capitoli suddivisi per argomento in otto parti di affermazioni a testa, parti delle quali riporto qui solo le mie: appunto le … 8 ragioni per credere di cui al titolo del mio libro.
La totalità delle riflessioni sul Credo di entrambi i ‘relatori’, cioè le mie otto e le sue otto del ‘tandem’, le troverete invece in un testo complessivo unificato nel Sito Scuola del Movimento, ▼
Visto che le riflessioni di lei completano le mie, è il testo complessivo unificato che vorrei però proporvi, salvo il fatto che voi andiate ora… di fretta e vi riserviate di leggere le altre in seguito.
A Giovanna, mia valentissima compagna di ‘squadra’, dedico questa mia Prefazione, perché – come appunto nelle squadre ciclistiche – non abbiamo esitato a passarci l’un l’altro la borraccia dissetante dell’incoraggiamento reciproco affinché la fatica della ‘corsa’, fatta in così pochi mesi, non prendesse il sopravvento e non ci inducesse al ritiro dalla ‘gara’ dando così la vittoria all’Avversario.
Guido Landolina
Introduzione
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Vi è chi crede e chi non crede.
Quanti aforismi scettici sul credere…, come ad esempio: ‘Si crede soltanto in ciò che piace credere’, ‘ognuno è incline a credere in ciò che desidera, da un biglietto della lotteria a un passaporto per il paradiso’, ‘per credere a qualcosa, ai giorni nostri, bisogna essere allucinati’, ‘nel credere c'è qualcosa che ricorda una leggera demenza, ma la convinzione, credenza raddoppiata, è chiaramente segno di ritardo mentale’, ‘gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero’, ‘se non credessimo nelle cose, in noi stessi e negli altri, la nostra vita sarebbe impossibile’.
Non si contano davvero gli aforismi disincantati ed ironici sul ‘credere’, non c’è che l’imbarazzo della scelta, eppure l’uomo nasce con il bisogno interiore di credere, e non solo in una religione ma anche in un uomo, in una ideologia, nel concetto di Patria, nel Potere, nel Denaro, nella ‘Donna’.
E per questo suo ‘credere’ è talvolta persino disposto a morire.
Aforismi scettici a parte, da parte mia ‘credo’ che un uomo il quale ‘non crede’ in niente sia – anche se non se ne rende conto coscientemente - un povero disgraziato, perché non vede più alcuna ragione seria per la quale valga la pena di vivere o di morire, e vive allora ‘soffrendo’ anche se non riesce a mettere a fuoco natura e causa di questa sofferenza.
E’ una ‘sofferenza’ che deriva non da una ragione oggettiva esterna ma da una ‘privazione’ interna.
Un uomo siffatto rischia prima o poi di cadere vittima di una nevrosi, e magari diventa nei casi estremi un potenziale candidato al suicidio, perché finisce nichilisticamente per negare gli aspetti più significativi della vita, per cui questa diviene priva di senso, di scopo, di valori etici e la ‘Verità’ diventa incomprensibile, come la stessa realtà fisica della natura che ci circonda al punto di negarla credendola – come sostengono alcuni ‘pensatori’ - soltanto frutto di una qualche forma di nostra ‘immaginazione’ interiore: il mondo esterno inteso cioè come una mera ‘proiezione mentale’ del nostro cervello, insomma una ‘allucinazione’.
Dicono che l’inferno – ovviamente per chi ci crede - sia popolato di persone, la cui punizione è appunto la ‘mancanza di Dio’, intesa come ‘privazione assoluta’.
Al di là dei tanti aforismi sul credere, nessuno si sarà però mai domandato quale sia la vera ragione per cui l’uomo – inteso in senso generale - ‘crede’ in Dio?
A parte l’ateo dichiarato e orgoglioso di essere tale, che però crede almeno in se stesso, anzi ‘solo’ in se stesso credendosi in tal modo ‘dio’, e anche questo è comunque un ‘credere’, non c’è in realtà al mondo un uomo di qualsiasi razza e latitudine – e soprattutto che sia sano di mente - che non creda in Dio.
Il suo sarà un ‘dio’ diverso da caso a caso, ma sarà in ogni caso una ‘Entità superiore’ in cui egli sente il bisogno ‘istintivo’ di credere per dare un senso alla propria vita.
Da cosa deriva questo bisogno?
Trae origine dal fatto che l’uomo nasce con dentro di sé il desiderio innato di Dio e di volerlo quindi conoscere.
Da dove viene questo ‘bisogno innato’?
Viene dal nostro ‘io interiore’, dal nostro Subconscio che in realtà è un Superconscio, che altro non è che il nostro spirito che è stato creato da Dio al momento del concepimento, per essere appunto infuso nell’essere appena concepito.
Un’anima spirituale nella quale Dio – per Amore - ha impresso il ricordo di Sé, insieme alla ‘Legge naturale’ di buon comportamento che ‘il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe’ fece conoscere nei ‘Dieci comandamenti’.
Una Legge impressa come un ‘software’ spirituale nella nostra anima, affinché l’uomo – di qualsiasi razza e religione, anche senza conoscere la ‘religione giusta’ - sappia come ben condursi nella vita, salvando la propria anima immortale e consentendole così di ritornare alla sua Fonte dopo la morte del corpo.
Questo libro non si propone certo di portare un ateo a credere.
Per costruire una ‘cattedrale’ bisognerebbe infatti prima poter demolire e rimuovere completamente le macerie del tempio pagano preesistente.
Tuttavia bisogna fare distinzione fra ateo e ateo.
Vi è l’ateo che non si pone neanche – nella sua indifferenza – il problema di Dio.
Ciò é grave, sia perché tutta la natura che ci circonda – da quella della Terra all’Universo, composto da miliardi di galassie contenenti ciascuna centinaia di miliardi di stelle e pianeti - è come l’ombra di Dio che è il ‘Sole’ e ne è quindi la ‘Causa prima’, sia perché l’indifferenza è pur sempre una forma di ‘odio’, posto che non è ‘amore’.
L’ateo che si comporta tuttavia bene in vita - magari amando Dio, pur senza rendersene conto, nel suo prossimo nel quale è pure Dio - si può pur salvare, anche se con il rischio di trovarsi in un posto in cui in vita mai avrebbe creduto: il Purgatorio, ma con un piede sul primo gradino (in basso) della Scala lunghissima e dura che un giorno lo porterà in Cielo.
Forse costui, più che ateo sarebbe da definire ‘agnostico’, o meglio quello che in ‘filosofia’ viene definito un ‘ateo-agnostico’, cioè una persona che ‘sospende il suo giudizio’ su Dio considerando inconoscibile il problema della Sua esistenza.
Vi è però anche ‘l’ateo militante’ che non si limita a considerare Dio ‘inconoscibile’, ma anzi ne combatte l’idea, talvolta con furore ‘iconoclasta’ perché ne vuole distruggere persino l’immagine nel cuore e nella mente di chi l’idea di Dio invece ce l’ha.
L’ateo è strano, perché neppure Satana nega Dio, anzi vi crede a tal punto che lo odia incommensurabilmente ritenendolo ‘responsabile’ della sua cacciata dal Cielo e della sua condanna all’Inferno, da dove infatti ha cercato di vendicarsi per distruggere il Primo Uomo in Grazia, il ‘Figlio’ di Dio, il Capolavoro del creato, uno spirito unito a Dio ma abitante in una carne umana.
Quel che caratterizza l’ateo militante è l’attivismo, il suo ‘voler darsi da fare’ per indurre gli uomini a non credere così come nemmeno crede lui.
E’ come se - senza rendersene conto - dicesse un ‘muoia Sansone con tutti i filistei’, trascinando più persone che può nel gorgo della sua autodistruzione.
La sua negazione è ammantata spesso da una cultura filosofica che l’ateo intellettuale scambia per ‘sapienza’, e che altre volte si colora di sarcasmo.
Di atei ve ne sono molte categorie, da quelli che uccidono i corpi di coloro che ‘credono’ per il solo fatto che credono, a quelli che invece ne uccidono sottilmente l’anima, magari utilizzando l’arma subdola ma sferzante dell’ironia, o cercando di chiuderli in una gabbia di discredito ‘sociale’ dalla quale non vorrebbero farli più uscire.
Il famoso scienziato Antonino Zichichi, un grande Fisico, ha scritto vari libri a carattere scientifico-fideistico per dimostrare le ragioni anche scientifiche della sua Fede: uno di questi è il suo ‘IO CREDO IN COLUI CHE HA FATTO IL MONDO’.
Gli ha risposto appunto con ironia – come è facile scoprire sul Web – un altro ‘scienziato’, anzi un ‘matematico’ - il noto ‘ateo dichiarato’ Pier Giorgio Odifreddi il quale, commentando il libro del Prof. Zichichi, pare abbia fra l’altro raccontato la seguente storiella:
Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull'autore di questo libro, una delle quali rilevante in questa sede.
Narra di un suo collega che ad un congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l'emozione muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta, e fra le nuvole non c'è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. "Ma come, è morto pure lui?'', gli chiede allarmato il nuovo arrivato. "No. In realtà la conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa''.
Se avete sorriso, di ‘storiella’ ve ne racconto allora io un’altra che spero possa far sorridere anche un Pier Giorgio Odifreddi, visto che la storiella mostra come Dio sappia accontentare anche gli atei:
Un ateo, stava facendo una passeggiata nella foresta…
‘Che alberi maestosi! Che fiumi impetuosi! Che begli animali!’, si ripeteva.
Mentre camminava lungo il fiume sentì un movimento fra i cespugli dietro di sé. Si voltò per dare un’occhiata e vide un orso di 3 metri che lo caricava.
Si mise a correre più velocemente che poteva su per il sentiero.
Guardò dietro le sue spalle e vide che l’orso si avvicinava sempre più.
Guardò ancora e vide che l’orso era sempre più vicino. Il suo cuore pompava freneticamente e lui cercava di correre ancora più veloce.
Inciampò e cadde a terra.
Rotolò per cercare di tirarsi su ma vide che l’orso era proprio sopra di lui, avendolo raggiunto con la sua zampa sinistra e alzando la destra per colpirlo. In quell’istante l’ateo gridò: ‘Mio Dio’!
Il tempo si fermò. L’orso si congelò. La foresta era silenziosa.
Mentre una Luce abbagliante brillava sull’uomo, una Voce venne fuori dal cielo: ‘Hai negato la mia esistenza per tutti questi anni, insegnato ad altri che non esisto e addirittura attribuito il creato ad un incidente cosmico. Ti aspetti che ti aiuti in questa circostanza? Devo considerarti un credente?’
L’ateo guardò diritto verso la Luce: ‘Sarebbe ipocrita da parte mia chiederti all’improvviso di considerarmi credente ora, ma forse puoi rendere credente l’Orso?’
‘Molto bene!’, rispose la Voce.
La Luce se ne andò. I suoni della foresta ricominciarono. L’orso abbassò la sua zampa destra, accostò insieme entrambe le zampe, abbassò il capo e disse: ‘Signore, benedici questo cibo che sto per ricevere e per il quale ti sono molto grato’.
Ma quanto a me? Quali e quante ragioni ho io – ex agnostico ma non ateo – per credere?
L’ho già detto nella Presentazione, sono 8, come potrete constatare in questo libro.
Lascio eventualmente agli atei, che spero almeno garbatamente ironici come Odifreddi, il compito di coniare - se non un’altra ‘storiella’ a mia misura - almeno un ‘aforisma’ in più su questo mio ‘credere’, non basandosi però – come temo - sul titolo di un libro non letto, ma sul suo contenuto.
Ci sorrideremo sopra insieme.
Guido Landolina
1ª Parte - IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA
1. LA NEGAZIONE DEL DIO CREATORE E L'EVOLUZIONISMO.
1.1 Le due categorie dei negatori di Dio: quelli che non lo vedono e quelli che vorrebbero demolirne l’idea.
San Paolo nei versetti 18 e 19 del Cap.1 della sua ‘’Lettera ai Romani’ aveva invitato a difendere l'Idea religiosa e a non offendere Dio né a deridere la religione, se non si vuole che 'l'ira di Dio si manifesti'.
Ora - nei successivi versetti 20, 21 e 22 dello stesso capitolo - l'Apostolo delle ‘genti’, cioè dei 'gentili': i pagani, afferma che non si può negare l'esistenza di Dio perché Egli - ancorché di per Se stesso invisibile in quanto purissimo Spirito - è chiaramente visibile attraverso la perfezione del Creato.
La manifestazione di Dio - dice San Paolo - è infatti di tale evidenza da rendere del tutto inescusabile la sua negazione.
Lo Spirito Santo - che parla alla grande mistica del Novecento, Maria Valtorta, nell’Opera da lei scritta: ‘Lezioni sulla Epistola di Paolo ai Romani’ - inizia dunque in questa ‘lezione’ a commentare questi concetti di San Paolo, spiegando che vi sono due categorie di negatori: quelli che negano Dio perché 'non lo vedono' e coloro che vorrebbero demolirne l'idea ricorrendo a ragionamenti artificiosi che - inconcludenti come sono - finiscono per rendere Dio ancor più credibile agli uomini retti.
È infatti impossibile - conferma lo S.S. - negare Dio ove si osservi la perfezione di tutta la natura e quella stessa dell'uomo nel quale l'elemento 'animale' e lo spirito sono fusi in maniera talmente sublime da rendere manifesto - a chi non sia in mala fede - che l'uomo è la quintessenza della Creazione: uno spirito in carne umana.
I negatori di Dio, pur di negare all'uomo la paternità della creazione divina, preferiscono avvilirne l'origine facendolo discendere da una scimmia: costoro sono gli atei 'evoluzionisti'.
Nonostante il fatto che Dio sia palesemente visibile in tutte le cose create, essi continuano a negarlo o schernirlo, o ripudiarlo, e lo fanno per odio.
La ragione per cui Dio non li punisce per questo loro spirito di menzogna e di orgoglio – spiega sempre lo Spirito Santo che parla alla mistica - dipende dal fatto che Dio, nella sua perfezione e bontà, è al di sopra dell'astio e della vendetta.
Egli è infatti Amore e perdona non ‘70 volte sette’ ma ‘700 volte sette’, perché vuole dare anche a questi negatori-denigratori il tempo di pentirsi e di salvare la propria anima finché in loro c'è vita.
Dopo, però, l'ultima parola sarà di Dio che pronuncerà il suo inappellabile giudizio.
1.2 Dio, la scienza, il microscopio elettronico ed il 50% di Blaise Pascal.
Parole chiarissime, limpide, quelle dello Spirito Santo ma anche tremende.
Parole che non si prestano ad equivoci e che costituiscono condanna senza appello contro tutti quegli evoluzionisti che - essendo tali non in buona fede ma per odio a Dio - non si pentano prima che la morte li colga, talvolta all'improvviso quando meno se l'aspettano.
Nei miei lavori di commento agli scritti valtortiani - dove il tema degli evoluzionisti-razionalisti viene affrontato a più riprese - ho meditato l'argomento considerandolo da angolazioni diverse.
Per un approfondimento rimando a quanto citato in nota - almeno a titolo esemplificativo - non sapendo qui cosa aggiungere che non abbia già detto nei miei precedenti scritti, in un modo o nell'altro.
Ciò perché questa sede, anzi questa piccola serie di riflessioni in uno spazio volutamente limitato, non si presta ad un approfondimento quale invece un tema così complesso richiederebbe.
La scienza, lo sappiamo, si nutre della sperimentazione e questa si fa prevalentemente in ‘laboratorio’, ma Dio - in quanto purissimo Spirito e quindi invisibile - sfugge ad una analisi da parte della scienza in quanto sfugge a qualsiasi sperimentazione di laboratorio.
Egli non è un ‘qualcosa’ di materiale analizzabile, ad esempio, come una cellula o come un 'virus' sopra il vetrino di un microscopio.
Nel corso di un Convegno a Parigi, dove si parlava anche di Creazione e della esistenza di Dio, una nota patologa francese concluse un suo dotto intervento con una frase volutamente ad effetto, probabilmente per ‘colpire’ i molti credenti presenti, dicendo testualmente che lei avrebbe creduto in Dio “solo il giorno in cui lo avesse potuto vedere e ‘mettere a fuoco’ sotto l’occhio del suo microscopio elettronico”.
In quell’occasione – nel silenzio generale – io non ebbi il coraggio, non fidandomi del mio buon francese, di alzare una manina per replicare che è proprio il microscopio elettronico, con i suoi enormi ingrandimenti dell’infinitamente piccolo, che ci consente invece di scoprire i segreti incredibili non della ‘Natura’, come pensava lei, ma della Creazione di Dio con le sue leggi, al punto che la semplice cellula, considerata fino a qualche decennio fa l’entità più piccola e semplice alla base della vita, sotto il microscopio elettronico ha rivelato la sua enorme perfezione e complessità.
Evoluzione, dunque? La Genetica - con le sue scoperte sulla cellula, sul DNA, sul Genoma, ecc. - ha tuttavia distrutto la credibilità del mito evoluzionista, dimostrando ad esempio la diversità fra genoma umano e scimmiesco e smontando nel contempo anche la teoria che asseriva che l'evoluzione è un cammino dove dall'organismo più semplice, a cominciare appunto dalla minuscola cellula, si procede verso il più complesso.
La cellula primordiale, sia essa vegetale che animale, come già detto sopra ha infatti rivelato ai moderni microscopi elettronici non la sua ‘semplicità’ – in quanto all’origine della catena evolutiva progressiva - bensì una complessità stupefacente.
Essa appare addirittura come una sorta di moderna fabbrica cibernetica cioè una 'fabbrica' che – dalla lavorazione del prodotto base, alla eliminazione degli scarti, alla rigenerazione degli elementi cellulari 'morti' ed all'approvvigionamento della 'energia' necessaria alla sua esistenza e riproduzione - fa tutto intelligentemente da sé.
Il grande matematico francese Blaise Pascal, meditando da credente sul tema della esistenza di Dio, aveva affermato che - essendo 'scientificamente' indimostrabili sia la dottrina creazionista che quella anticreazionista - sembra quasi che Dio abbia scientemente voluto dare a ognuno il cinquanta per cento di possibilità di voler credere come di non voler credere.
Non mi ricordo se Pascal se ne fosse mai chiesto il perché, ma almeno una ragione a mio avviso c'é: lasciandoci liberi di voler credere come di non voler credere, Dio rispetta la nostra libertà e dignità ma nel contempo ci 'saggia' come fa l'orafo con l'oro, per vagliare la nostra disponibilità interiore e la volontà di obbedire al primo dei Suoi Comandi: onorare il nome di Dio e amarlo.
Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, ma li lascia liberi di amarlo - e in tal caso di dimostrare tale amore comportandosi coerentemente secondo i suoi precetti: i Comandamenti - o di non amarlo. Quello dell'Amore, non solo a Dio ma anche verso il nostro 'prossimo', sarà infatti il 'metro' che Egli utilizzerà per misurare i nostri meriti o demeriti, valutando se siamo degni o meno della vita eterna in Paradiso.
1.3 Le due opposte visioni del mondo ed il ‘pensiero dominante’ del dogmatismo evoluzionista. Darwin. La Causa Intelligente ed il Finalismo nella Realtà Cosmica e nella Natura.
Alla base di queste due opposte concezioni: credere o non credere al Dio Creatore, stanno due opposte visioni del mondo che toccano la nostra più intima sensibilità: la visione spirituale e quella materialista, dove l'una esclude l'altra.
A seconda che si scelga la prima o la seconda ne derivano implicazioni spirituali, psicologiche, morali, sociali e politiche.
È un conflitto carico di emotività perché tocca l'essenza del proprio essere e del proprio credere.
L’Evoluzionismo, ideologia diffusasi a seguito degli studi di Charles Darwin, è frutto della visione materialista.
Non parve vero ai materialisti dell’Ottocento di prendere per buona la teoria di Darwin sulla evoluzione della specie per far discendere l’uomo da una scimmia e poter così demolire il racconto Biblico della Creazione dell’uomo, con relativa anima spirituale destinata ad una Vita Eterna e di tutto il resto che ne conseguiva.
In realtà Darwin – come emerge dal suo epistolario privato – aveva dei buoni dubbi sulla sua stessa teoria ma non ebbe il coraggio di esporli pubblicamente, o forse lui rimase ‘prigioniero’ del ‘ruolo’, della fama e della sua stessa teoria presentata in tutto il mondo dai Negatori della Bibbia come un Dogma scientifico.
Negli ultimi decenni del Novecento, tuttavia, la tecnologia ed importanti scoperte scientifiche hanno messo in crisi la teoria originaria di Darwin, al punto che gli  Evoluzionisti – pur di non rinunciare alla loro ideologia anticristiana – hanno dovuto reinventarsi (Neo-darwinismo) delle nuove teorie ‘pseudoscientifiche’, e comunque mai provate - come ad esempio ‘mutazioni’ genetiche improvvise -  per giustificare l’anello mancante (fra una specie e l’altra della presunta catena evolutiva) e l’apparizione di nuove specie dal nulla, apparizione dal nulla che se non argomentata in qualche modo presupporrebbe la esistenza di un Dio che crea appunto… dal nulla.
Questo ‘accanimento’ ha fatto venire ancor più allo scoperto la componente ideologica, anzi dogmatica, delle loro argomentazioni come reso evidente dalle loro reazioni violente sulla Stampa - reazioni al limite dell’isterismo e dell’insulto - nei confronti degli studi di centinaia di scienziati che sostenevano l’inconsistenza di questa teoria.
Costoro infatti – con prove e varie argomentazioni veramente scientifiche - mettevano in discussione il ‘Pensiero dominante’ degli evoluzionisti, pensiero che ‘dominava’ non solo sui mass-media in termini di ‘cultura comune’ ma veniva imposto nelle scuole fin dalla più giovane età a dei bambini privi di spirito critico e poi nelle cattedre universitarie e nella stessa organizzazione dei Congressi scientifici.
Studi di scienziati, quelli dei ‘dissidenti’, che - pur senza essere credenti – sono riusciti a dimostrare – in laboratorio - se non l'esistenza del Dio invisibile e personale della Bibbia, almeno l'evidenza di una perfezione e di un finalismo nella Realtà cosmica e nella Natura che lascia di per sè dedurre l'esistenza - a monte – almeno di una Causa Intelligente che ne ha fissato le leggi con rigore assolutamente matematico e... scientifico.
1.4 L’anello mancante della ‘catena’ evoluzionista ed il ‘dio Tempo’. L’ibrido impossibile di certi teologi. Macro-evoluzione, Micro-evoluzione ed evoluzione discendente per la Legge dell’Entropia.
A proposito del sopra citato ‘anello mancante’ della catena evoluzionista, nonostante che nell’ultimo secolo vi siano stati scavi e febbrili ricerche paleontologiche, mai é stato trovato un solo resto fossile che testimoni che sia un tempo esistito un passaggio intermedio di transizione evolutiva e di congiunzione fra una specie ed un'altra, di qualsiasi animale.
Al contrario vi sono stati casi di pretese scoperte di ‘anelli mancanti’ fra la scimmia e l’uomo rivelatesi - a più attente indagini - delle clamorose falsificazioni per avvalorare la ‘teoria’.
Gli evoluzionisti, allora, per dimostrare la ‘possibilità’ della loro teoria, di fronte all'evidenza delle obbiezioni di chi dice che nessuno ha mai potuto trovare i suddetti reperti di qualsiasi animale nonostante l’Umanità viva da millenni, sono ricorsi al 'dio Tempo' che spiegherebbe e farebbe tutto.
Essi sostengono infatti - ovviamente senza alcuna prova scientifica se non una mera affermazione fideistica, peraltro strana in bocca a chi si propone di combattere le affermazioni di fede 'oscurantiste' di chi crede nel Dio della Bibbia - che l'evoluzione non può essere constatata oggi attraverso la scoperta di anelli mancanti fra una specie e l’altra perché sarebbe avvenuta con processi lentissimi di decine di milioni di anni ma che un giorno o l’altro tali prove si troveranno.
Charles Lyell, influente personaggio dell’Ottocento appassionato di geologia e 'protettore' di Charles Darwin nonché promotore della sua Opera, si era impadronito della teoria evoluzionista darwinista presentandola all’esterno come una effettiva realtà provata scientificamente.
Egli la associò alle sue ipotesi geologiche stratigrafiche attualiste, elaborando una sua teoria sulla lentissima formazione delle sedimentazioni geologiche terrestri, teoria seguita ancora oggi anche perché tornerebbe a ‘supporto’ dell’evoluzionismo, la quale reinterpreta l'età geologica della Terra (e dei reperti fossili sepolti negli strati sedimentari) nonché l'epoca della presunta apparizione dell'uomo sulla faccia della Terra spostando l’apparizione della vita animale indietro di milioni di anni.
Con tale teoria sulla formazione delle sedimentazioni e sulla stratigrafia si darebbe quindi tempo al ‘dio Tempo’ di trasformare una specie in un’altra senza che – a causa appunto dell’immenso tempo trascorso – sia più possibile trovare tracce degli anelli mancanti.
Ma se questa nuova teoria evoluzionista fosse 'vera', in un lasso di tempo così grande avrebbero dovuto essere stati trovati decine di migliaia di reperti fossili di transizione da una specie all'altra: non è credibile che siano spariti, consunti dal tempo, tutti: di qualsiasi specie animale.
Come se non bastasse, nel campo evoluzionista, si sostiene ora che la mancanza di anelli mancanti si può spiegare anche con il fatto che la ‘Natura’ – contrariamente alla precedente ipotesi di una lunghissima evoluzione progressiva durata milioni di anni - farebbe dei ‘salti’, con l’apparizione di specie nuove a causa di improvvise … mutazioni genetiche.
La Genetica - a proposito della teoria evoluzionista per cui dal più semplice e meno perfetto ci si evolve verso il più perfetto e complesso – ha ultimamente accertato che il genoma degli organi animali considerati più complessi non si è evoluto verso una maggior perfezione evolutiva ma, al contrario, è degenerato con il passare dei secoli.
La linea di tendenza al riguardo è anzi quella di continuare a degenerare nel futuro fino a fare scomparire, in proiezione, la possibilità di sopravvivenza.
Se ne dedurrebbe agevolmente che l'evoluzione non sia stata ascendente ma discendente.
Questo fatto accertato - oltre a far crollare il mito filosofico orgoglioso dell'evoluzionismo per cui l'uomo si evolverebbe in una direzione sempre più perfetta per diventare in futuro una sorta di 'superuomo' - fa per contro pensare che percorrendo il percorso a ritroso fino alle origini, questi organi animali e quindi anche l'uomo dovessero essere un tempo meno 'degenerati' e quindi avrebbero dovuto essere tanto più perfetti quanto più si sarebbero avvicinati al capostipite originario.
Questa considerazione risulta però particolarmente imbarazzante per chi – specialmente se ateo - non vuole credere al Dio biblico della Genesi che crea Adamo ed Eva umanamente perfetti, per poi vederli degenerare nei loro discendenti a causa delle conseguenze del Peccato Originale.
In sostanza pare dunque così confermato anche per la vita animale il principio fisico della cosiddetta legge dell'entropia, per cui l'Universo è destinato a passare gradualmente da una fase di ordine ad una di disordine sempre più accentuato fino al suo dissolvimento finale nel Caos: insomma la fine del mondo di apocalittica e biblica memoria.
In questo quadro diventano perfino patetici i tentativi di coloro che tentano di tenere il piede in due scarpe sostenendo l'ibrido impossibile, e cioè un compromesso fra Creazione ed Evoluzione, asserendo che sì... l'evoluzione dalla cellula verso altre più complesse forme di vita o l’evoluzione dalla scimmia all’uomo ci sarebbe stata ma... guidata da Dio.
E fra questi vi sono anche dei teologi di Chiesa (preoccupati forse dal fatto che la cosiddetta scienza evoluzionista contraria alla Creazione biblica dell'uomo da parte di Dio li esponga al pubblico ludibrio da parte della cultura dominante laicista) pronti così a buttare a mare Bibbia, Vangeli, insegnamenti di Gesù e Tradizione bimillenaria della Chiesa, sperando in tal modo, cioè con questo compromesso ibrido, di salvare capra e cavoli, anche se essi finiscono poi per perdere la Fede.
Se infatti si nega il racconto della Genesi biblica, se si nega la Creazione da parte di Dio dei primi due capostipiti: uomo e donna con uno spirito eterno ‘insufflato’ da Dio nella ‘carne’, se si parte invece dall’idea della discendenza da una scimmia, che senso ha – allora - parlare di Peccato Originale (commesso da una scimmia?) e di successiva Incarnazione del Verbo-Dio in un Uomo per redimere l’Umanità dal Peccato stesso e dalle sue conseguenze per riaprirle le porte chiuse dei Cieli per una vita eterna?
Quella degli scienziati evoluzionisti atei negatori di Dio e della Sua Creazione nonostante la prova dell'Evidenza, come detto da San Paolo nella sua Lettera, non è dunque una questione di mancanza di 'intelligenza', ma di indurimento del cuore e di accecamento spirituale.
Per altro verso, l'unica forma di ‘evoluzione’ scientificamente provata e riconosciuta da tutti è invece la cosiddetta 'microevoluzione', la trasformazione cioè - rispetto alla specie capostipite originaria - di nuovi caratteri secondari che differenziano uno specifico animale da un altro pur rimanendo esso della stessa specie.
Vi sono ad esempio tanti tipi di fringuelli, o di corvi, o di pappagalli che variano in dimensione, colore, forma del becco e delle ali, tipo di grido, ecc., ma sono sempre fringuelli, corvi, pappagalli che non si trasformano in un ibrido che abbia le caratteristiche sia della specie originaria che di quella successiva.
L'uomo può essere - ad esempio - di pelle bianca, gialla, rossa o nera, alto o basso, con gli occhi a mandorla o meno, il naso camuso o col profilo greco, le labbra prominenti o sottili e così via, ma cambia solo in questi caratteri secondari, continuando a rimanere sempre un essere della specie 'uomo'.
E così per tante altre specie animali, come quelle dei cani, dei gatti, degli equini e via di seguito.
Al contrario la macroevoluzione, cioè la trasformazione di una specie con i suoi caratteri primari in un'altra con differenti caratteri primari, come già detto non è stata mai accertata a causa appunto della mancanza di specie di ‘transizione’.
È stato questo l'errore di Darwin: l'aver interpretato i cambiamenti di carattere secondari di animali o vegetali - dovuti a differenti condizioni ambientali o alimentari o climatiche, se non di competizione - come un segno della possibile evoluzione di una specie in un'altra completamente diversa.
Il resto lo ha fatto l'ideologia atea, quella appunto contraria all'Idea religiosa, di cui si è già parlato all’inizio.
2. LA CREAZIONE DEGLI ANGELI E L’ORIGINE DEL MALE CON LA CADUTA DI LUCIFERO E DEI SUOI ANGELI RIBELLI.
2.1 Lucifero non era 'tutto amore'. Egli non avrebbe potuto accettare di adorare un giorno Gesù Cristo 'tutto amore'.
Dopo aver ragionevolmente dimostrato nella nostra prima precedente ‘riflessione’ l’irragionevolezza delle teorie evoluzionistiche atee che non credono nell’esistenza di Dio e nel suo ruolo di Creatore, anche per la creazione degli Angeli faremo riferimento alle rivelazioni ricevute dalla grande mistica del Novecento Maria Valtorta.
La mistica è a letto, come al solito, e lavora d’ago mentre contempla mentalmente la figura di Gesù.
Azaria – il suo Angelo Custode - interviene e le parla svelandole uno dei misteri, se non il mistero dei misteri, che avrebbe spiegato l’origine del Male con la caduta degli Angeli.
Egli esordisce spiegandole che Gesù, Verbo Incarnato, è il ‘Compendio’ di ciò che è la SS. Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Gesù, in quanto ‘Compendio’, è la Perfezione di Dio Trinitario e, in quanto tale, è Amore.
Possono però apprezzare l’Amore assoluto solo coloro che posseggono amore.
Lucifero non era ‘tutto amore’.
In lui, creato libero, permaneva del compiacimento verso se stesso e questo fatto era già segno di vanità, di una punta di orgoglio che già di per se stesso è disamore.
Egli non avrebbe potuto accettare di adorare un giorno Gesù Cristo ‘tutto Amore’.
Dio è Ordine – spiega ancora Azaria - e nell’ordine ha creato gli Angeli, creature spiritualmente perfette ma libere, perché se non fossero state libere ciò sarebbe stata una violazione dell’ordine ed essi non avrebbero avuto il merito - praticando l’amore - di godere della vita paradisiaca e dei benefici incommensurabili della vista di Dio.
Dio Padre lesse ‘nel cuore’ della sua creatura angelica, Lucifero, come esso non avrebbe accettato di amare il Cristo e come - in quanto il Cristo sarebbe nato dall’Umanità che sarebbe stata creata da Dio - egli non avrebbe accettato di sottomettersi alla regalità di Cristo Re, non Uomo deificato ma Dio umanizzato.
Allora il Padre, in un gesto di Amore - anziché intimorire Lucifero - cercò con le buone di portarlo sulla retta strada, facendogli vedere in visione il Progetto creativo dell’Umanità (creazione di spiriti in carne umana destinati al Paradiso che avrebbero adorato il Cristo Glorificato) e le conseguenze della sua ribellione a tale Progetto.
Lucifero vide in anticipo la sua Tentazione in occasione del Peccato Originale che avrebbe provocato la caduta degli uomini e che avrebbe reso necessaria l’incarnazione del Dio-Verbo per redimerli con la successiva morte in Croce, però fraintese il tentativo dolce di Dio Padre per convincerlo all’Amore.
Lo scambiò per debolezza, sentì Dio come un suo pari, anzi si credette egli stesso Dio. Rifiutò l’idea di adorare un giorno un Dio-umanizzato, come il Cristo risorto e asceso al Cielo, e sfidò Dio accusandolo di non volere rivali.
Lucifero - perfetto al massimo, ma sempre creatura – rispose a Dio che Gli avrebbe dimostrato di saper egli pure creare e di poter distruggere la Creazione di Dio costruendo su quelle rovine la ‘propria’ creazione.
Precisa Azaria:
«Lucifero, già insatanassato, […] guerra mosse contro il Perfettissimo dicendo:
“Tu sei? Io pure sono. Ciò che tu hai fatto, per me l’hai fatto. Non c’è dio. E se Dio c’è, io sono. Io mi adoro. Io ti aborro. Io mi rifiuto di riconoscere chi non mi sa vincere per mio Signore. Non mi dovevi creare così perfetto se non volevi rivali. Ora io sono e ti sono contro. Vincimi se puoi. Ma non ti temo. Io pure creerò; e per me tremerà il tuo Creato perché io lo scrollerò come brandello di nuvola preso dai venti, perché ti odio e voglio distruggere ciò che è tuo per creare sulle rovine ciò che sarà mio. Non conosco e non riconosco nessun’altra potenza all’infuori di me. E non adoro più, non adoro più, non adoro più altro che me stesso’.
Veramente allora nel Creato, in tutto il Creato, dall'imo al profondo – dice ancora Azaria - fu una convulsione orrenda per l'orrore delle sacrileghe parole. Una convulsione quale non sarà alla fine del Creato. E nacque da essa l'Inferno, il regno dell'Odio».
‘Chi come Dio?!’, gridò allora l’Arcangelo Michele. E Lucifero, ormai ‘Satan’, con tutte le sue miriadi di angeli come lui ribelli, venne combattuto e sconfitto e si ritrovò all’Inferno in eterno, senza più possibilità di perdono.
Ecco, da qui - conclude Azaria - nacque il Male, ed è per questo che, tentando alla ribellione i due Progenitori, sin dall’inizio Satana cominciò a boicottare il Progetto creativo di Dio (quello di crearsi un popolo di figli che volessero liberamente essere Suoi figli e destinandoli per questo amore intelligente e soprattutto non forzato - dopo la sosta sulla terra - all’eterno Paradiso) per renderli invece – in virtù del loro mal usato libero arbitrio - ‘figli suoi propri’ e, come lui quindi, farli precipitare nell’Inferno per sempre.
2.2 Ancora sul peccato degli angeli ribelli. Dio è ordine, ma l'ordine non esclude libertà.
La «lezione» di S. Azaria non è però finita perché la mistica scrive ancora:
« Rileggo più tardi, medito e mi impunto sulla frase: “Lucifero non santo al punto da essere tutto amore”. Nel concetto sublime che ho io degli angeli non riesco a capire come uno spirito quale è lo spirito che è angelo abbia potuto avere manchevolezze. È sempre stato un invincibile stupore il mio davanti al peccato degli angeli! E mai nessuno mi ha dato una spiegazione che mi persuadesse del come degli esseri spirituali, creati dal volere perfetto di Dio, in un creato dal quale mancava l’elemento “Male” che ancora non si era formato, contemplanti l’eterna Perfezione, e quella sola, abbiano potuto peccare. Ora la frase: “...non santo da essere tutto amore” mi arresta, suscitando di nuovo il mio: “Come poté essere ciò?”.
S. Azaria mi dice: «Gli angeli sono superiori agli uomini. Dico “uomini” per dire gli esseri così chiamati, composti di materia e di spirito. Allora siamo superiori noi, tutto spirito.
Ma ricorda che quando nell’uomo vive la Grazia e circola il Sangue del Mistico Corpo il cui capo è Cristo, mentre i sette Sacramenti lo corroborano dalla nascita alla morte, per ogni stato e per ogni fase della vita, allora in voi, “templi vivi del Signore”, noi vediamo il Signore e adoriamo Egli in voi, e allora voi siete superiori a noi, “altri Cristi” siete, e avete ciò che è detto “Pane degli angeli” ma solo degli uomini è Pane. Mistica, insaziata fame d’Eucarestia che è in noi e che ci fa stringere a voi, quando di Essa vi nutrite, per sentire la fragranza divina di questo Cibo perfetto!
Ma, per tornare al punto iniziale, ti dico che negli angeli, diversi in natura e perfezione a voi, vi è, come in voi, libertà di volere. Dio nulla ha creato di schiavo.
In origine nel creato non era che Ordine. Ma l’Ordine non esclude la libertà. Anzi nell’Ordine è perfetta libertà. Nell’ordine non è neppure, ad essere costrittrice, la paura di un’invasione, di un’intrusione, di un’anarchia di altre volontà che possano produrre collusioni e rovine penetrando nell’orbita e nella traiettoria di altri esseri o cose create. Così era l’Universo tutto, prima che Lucifero abusasse della sua libertà e con volontà propria mettesse in sé disordine di passioni per creare disordine nell’Ordine perfetto. Se fosse stato tutto amore, non avrebbe avuto posto in sé per altro che non fosse amore. Invece ebbe posto per la superbia che potrebbe dirsi: il disordine dell’intelletto.
Dio avrebbe potuto impedire questo fatto? Si. Ma perché violentare la volontà libera del bellissimo, intelligentissimo arcangelo? Non avrebbe allora Lui stesso, il Giustissimo, messo disordine nell’ordinato suo Pensiero, non più volendo ciò che prima aveva voluto, ossia la libertà dell’arcangelo? Dio non oppresse lo spirito turbato per metterlo con violenza nella impossibilità di peccare. Il suo non peccare non avrebbe avuto allora nessun merito. Anche per noi fu necessario il “saper volere il Bene” per continuare a meritare di godere la vista di Dio, Beatitudine infinita!...».
Bene, dopo queste due prime meditazioni dedicate rispettivamente alla esistenza di un ‘Dio Padre Onnipotente’, ed alla prima fase della Creazione: quella spirituale degli Angeli con la caduta di quelli ribelli e l’origine del Male, affronterò nella nostra prossima riflessione il tema della creazione materiale e cioè: « LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO E DELLA TERRA »
3. LA CREAZIONE DELL’UNIVERSO E DELLA TERRA.
Dopo avervi parlato nella prima riflessione dell’Esistenza di Dio, nella seconda della Creazione spirituale - e cioè degli Angeli, con la caduta di Lucifero e dei suoi compagni ribelli da cui ebbe origine il Male - possiamo passare in questa terza meditazione alla Creazione materiale, cioè a quella dell’universo e della terra.
A questo proposito ci sembra opportuno segnalarvi un discorso fatto da Gesù, ma ripetuto successivamente in maniera assolutamente perfetta dall’apostolo Giovanni, tratto da un episodio dell’Opera di Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.
Ripetuto ‘in maniera perfetta’ perché Giovanni, l’apostolo prediletto da Gesù in quanto apostolo dell’Amore, era spiritualmente fuso a Gesù e quindi allo Spirito Santo che costantemente lo illuminava.
3.1 Un viaggio istruttivo di Gesù da Cana a Nazareth con gli Apostoli, Maria SS. ed alcune discepole.
La mistica osserva in visione e descrive il Gruppo apostolico in cammino, gruppo del quale - oltre a Gesù che lo guida ed agli apostoli - fanno parte, in questa circostanza, delle ‘donne’, in particolare Maria SS., Susanna (la sposa del miracolo di Cana che ora, con il consenso del marito, segue talvolta Gesù essendone divenuta discepola), Maria Maddalena (futura Santa Maddalena, la famosa peccatrice che i Vangeli dicono inizialmente posseduta da sette demoni ma che in questo episodio appare già convertita da Gesù grazie alle preghiere del fratello Lazzaro e della sorella Marta) e la stessa Marta.
Il Gruppo, partito dalla casa di Susanna a Cana, è diretto verso Nazareth in ambiente collinoso. I presenti – nel camminare – discorrono fra di loro quando, nel soffermarsi sulla cima di un monte per ammirare un meraviglioso panorama con uno scorcio in basso del Lago di Tiberiade, non possono fare a meno di contemplarne la bellezza e provare grande ammirazione per il Creato.
È a questo punto che l’apostolo Simone lo Zelote invita il giovane e puro Giovanni, (considerato dagli altri apostoli sempre misticamente ispirato) a ripetere un discorso sul Creato che Gesù aveva fatto in una occasione precedente rimirando il panorama dalla cima del Monte Tabor.
L’apostolo Giovanni, sollecitato ma timido e imbarazzatissimo, non riesce a sottrarsi e lo ripete alla perfezione, grazie allo Spirito Santo che lo illumina.
3.2 Tre sono le cose che più parlano di Dio nel Creato che è tutto testimonianza di Lui: la luce, il firmamento e il mare.
Ecco dunque la trascrizione dell’episodio che si innesta perfettamente nelle nostre ‘riflessioni’ sul ‘Credo’ ed in particolare in quella che abbiamo ora iniziato (i grassetti sono i miei):
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244. Giovanni ripete un discorso di Gesù sul Creato e sui popoli che attendono la Luce.
5 agosto 1945.
Stanno tutti salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazareth. Le coste delle colline galilee sembrano create in quella mattina, tanto la recente burrasca le ha lavate e la rugiada le mantiene lucide e fresche, tutte un brillio al primo sole. L'aria è così pura che discopre ogni particolarità dei monti più o meno vicini e dà un senso di leggerezza e di brio. Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle la vista si bea su uno scorcio di lago, bellissimo in questa luce mattinale. Tutti ammirano, imitando Gesù. Ma Maria di Magdala presto storce lo sguardo da quel punto cercando in altra direzione qualche cosa. I suoi occhi si posano sulle creste montane che sono a nord-ovest dal punto dove si trova, e pare non trovare. Susanna, perché è presente anche lei, le chiede: «Che cerchi?».
«Vorrei riconoscere il monte dove incontrai il Maestro».
«Chiedilo a Lui».
«Oh! non merita che io lo disturbi. Sta parlando proprio con Giuda di Keriot».
«Che uomo quel Giuda!», sussurra Susanna. Non dice altro, ma si capisce il resto.
«Quel monte non è certo su questa via. Ma qualche volta ti ci condurrò, Marta. C’era un'aurora come questa e tanti fiori... E tanta gente... Oh! Marta! Ed io ho osato mostrarmi a tutti con quella veste di peccato e con quegli amici... No, non puoi essere offesa per le parole di Giuda. Me le sono meritate. Tutto mi sono meritato. E in questo soffrire è la mia espiazione. Tutti ricordano, tutti hanno diritto di dirmi la verità. E io devo tacere. Oh! se si riflettesse prima di peccare! Chi mi offende ora è il mio più grande amico, perché mi aiuta ad espiare».
«Ma ciò non toglie che egli ha mancato. Madre, è proprio contento di quell'uomo tuo Figlio?».
«Bisogna molto pregare per lui. Così Egli dice».
Giovanni lascia gli apostoli per venire ad aiutare le donne in un passaggio scabroso su cui i sandali scivolano, molto più che il sentiero è sparso di pietre lisce, come scaglie di ardesia rossastra, e di un'erbetta lucida e dura, molto traditrici per il piede che su esse non ha presa. Lo Zelote lo imita e appoggiandosi a loro le donne superano il punto pericoloso.
«È un poco faticosa questa via. Ma è senza polvere e senza folla. Ed è più breve», dice lo Zelote.
«La conosco, Simone», dice Maria.
«Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Gesù fu cacciato da Nazareth», dice Maria SS. e sospira.
«Però è bello da qui il mondo. Ecco là il Tabor e l'Hermon, e a settentrione i monti d'Arbela, e là in fondo il grande Hermon. Peccato che non si veda il mare come si vede dal Tabor», dice Giovanni.
«Ci sei stato?».
«Sì, col Maestro».
«Giovanni, col suo amore per l'infinito, ci ha ottenuto una grande letizia, perché Gesù, là in cima, parlò di Dio con un rapimento mai udito. E poi, dopo avere avuto già tanto, ottenemmo una grande conversione. Lo conoscerai anche tu, Maria. E ti si fortificherà lo spirito più ancora che già non sia. Trovammo un uomo indurito nell'odio, abbruttito dai rimorsi, e Gesù ne fece uno che non esito a dire che sarà un grande discepolo. Come te, Maria. Perché, credi pure che è verità ciò che ti dico, noi peccatori siamo i più cedevoli al Bene che ci prende, perché sentiamo il bisogno di essere perdonati anche da noi stessi», dice lo Zelote.
«È vero. Ma tu sei molto buono dicendo "noi peccatori". Tu sei stato un disgraziato, non un peccatore».
«Tutti lo siamo, chi più chi meno, e chi crede di esserlo meno è il più soggetto a divenirlo se pure non lo è già. Tutti lo siamo. Ma i più grandi peccatori che si convertono sono quelli che sanno essere assoluti nel bene come lo furono nel male».
«Il tuo conforto mi solleva. Sei sempre stato un padre per i figli di Teofilo, tu».
«E come un padre giubilo di avervi tutti e tre amici di Gesù».
«Dove lo avete trovato quel discepolo gran peccatore?».
«A Endor, Maria. Simone vuol dare al mio desiderio di vedere il mare il merito di tante cose belle e buone. Ma se Giovanni l'anziano è venuto a Gesù non è per merito di Giovanni lo stolto. È per merito di Giuda di Simone», dice sorridendo il figlio di Zebedeo.
«Lo ha convertito?», chiede dubbiosa Marta.
«No. Ma ha voluto andare a Endor e...».
«Sì, per vedere l'antro della… È un uomo molto strano Giuda di Simone... Bisogna prenderlo come è... Già!... E Giovanni di Endor ci guidò alla caverna e poi rimase con noi. Ma, figlio mio, sempre tuo è il merito, perché senza il tuo desiderio di infinito non avremmo fatto quella via e non sarebbe venuto a Giuda di Simone il desiderio di andare a quella strana ricerca».
«Mi piacerebbe sapere cosa ha detto Gesù sul Tabor... come mi piacerebbe riconoscere il monte dove lo vidi», sospira Maria Maddalena.
«Il monte è quello su cui pare ora accendersi un sole per quel piccolo stagno, usato dalle greggi, che raccoglie le acque sorgive. Noi eravamo più su, dove la cima pare spaccata come un largo bidente che voglia infilzare le nuvole e portarle altrove. Per il discorso di Gesù, credo che Giovanni te lo può dire».
«Oh! Simone! Può mai un ragazzo ripetere le parole di Dio?».
«Un ragazzo no. Tu sì. Provati. Per compiacenza alle tue sorelle e a me che ti voglio bene».
Giovanni è molto rosso quando inizia a ripetere a memoria il discorso di Gesù:
«Egli disse:
"Ecco la pagina infinita su cui le correnti scrivono la parola 'Credo'. Pensate il caos dell'Universo avanti che il Creatore volesse ordinare gli elementi e costituirli a meravigliosa società, che ha dato agli uomini la Terra e quanto contiene e al firmamento gli astri e i pianeti.
Tutto già non era. Né come caos informe, né come cosa ordinata.
Dio la fece. Fece dunque per primi gli elementi. Perché necessari sono, sebbene talora sembra che siano nocivi.
Ma, pensatevelo sempre, non c'è la più piccola stilla di rugiada che non abbia la sua ragione buona di essere; non c’è insetto, per piccolo e noioso che sia, che non abbia la sua ragione buona di essere. E così non c’è mostruosa montagna eruttante dalle viscere fuoco e incandescenti lapilli che non abbia la sua ragione buona di essere. E non vi è ciclone senza motivo. E non vi è - passando dalle cose alle persone - e non vi è evento, non pianto, non gioia, non nascita, non morte, non sterilità o maternità abbondante, non lungo coniugio né rapida vedovanza, non sventura di miserie e malattie, come non prosperità di mezzi e di salute, che non abbia la sua ragione buona di essere, anche se tale non appaia alla miopia e alla superbia umana, che vede e giudica con tutte le cataratte e tutte le nebbie proprie delle cose imperfette. Ma l'occhio di Dio, ma il pensiero senza limitazione di Dio, vede e sa. Il segreto per vivere immuni da sterili dubbi che innervosiscono, esauriscono, avvelenano la giornata terrena, è nel saper credere che Dio fa tutto per ragione intelligente e buona, che Dio fa ciò che fa per amore, non nello stolido intento di crucciare per crucciare.
Dio aveva già creato gli angeli. E parte di essi, per avere voluto non credere che fosse buono il livello di gloria al quale Dio li aveva collocati, si erano ribellati e con l'animo arso dalla mancanza di fede nel loro Signore avevano tentato di assalire il trono irraggiungibile di Dio. Alle armoniose ragioni degli angeli credenti avevano opposto il loro discorde, ingiusto e pessimistico pensiero, e il pessimismo, che è mancanza di fede, li aveva da spiriti di luce fatti divenire spiriti ottenebrati.
Viva in eterno coloro che in Cielo come in Terra sanno basare ogni loro pensiero su un presupposto di ottimismo pieno di luce! Mai sbaglieranno completamente, anche se i fatti li smentiranno. Non sbaglieranno almeno per quanto riguarda il loro spirito, il quale continuerà a credere, a sperare, ad amare soprattutto Dio e prossimo, rimanendo perciò in Dio fino ai secoli dei secoli!
Il Paradiso era già stato liberato da questi orgogliosi pessimisti, i quali vedevano nero anche nelle luminosissime opere di Dio, così come in Terra i pessimisti vedono nero anche nelle più schiette e solari azioni dell'uomo, e per volersi separare in una torre di avorio, credendosi gli unici perfetti, si autocondannano ad una oscura galera, la cui via termina nelle tenebre del regno infero, il regno della Negazione. Perché il pessimismo è Negazione esso pure.
Dio fece dunque il Creato. E come per comprendere il mistero glorioso del nostro Essere uno e trino bisogna saper credere e vedere che fin dal principio il Verbo era, ed era presso Dio, uniti dall'Amore perfettissimo che solo possono effondere due che Dèi sono pur essendo Uno, così ugualmente, per vedere il creato per quello che è, occorre guardarlo con occhi di fede, perché nel suo essere, così come un figlio porta l'incancellabile riflesso del padre, così il creato ha in sé l'incancellabile riflesso del suo Creatore.
Vedremo allora che anche qui in principio fu il cielo e la terra e fu poi la luce, paragonabile all'amore. Perché la luce è letizia così come lo è l'amore. E la luce è l'atmosfera del Paradiso. E l'incorporeo Essere che è Dio, Luce è, ed è Padre di ogni luce intellettiva, affettiva, materiale, spirituale, così in Cielo come in Terra.
In principio fu il cielo e la terra, e per essi fu data la luce e per la luce tutte le cose furono fatte.
E come nel Cielo altissimo furono separati gli spiriti di luce da quelli di tenebre, così nel creato furono separate le tenebre dalla luce e fu fatto il Giorno e la Notte, e il primo giorno del creato fu, col suo mattino e la sua sera, col suo meriggio e la sua mezzanotte. E quando il sorriso di Dio, la luce, tornò dopo la notte, ecco che la mano di Dio, il suo potente volere, si stese sulla terra informe e vuota, si stese sul cielo su cui vagavano le acque, uno degli elementi liberi nel caos, e volle che il firmamento separasse il disordinato errare delle acque fra il cielo e la terra, acciò fosse velario ai fulgori paradisiaci, misura alle acque superiori, perché sul ribollire dei metalli e degli atomi non scendessero i diluvi a dilavare e disgregare ciò che Dio riuniva.
L'ordine era stabilito nel Cielo. E l'ordine fu sulla Terra per il comando che Dio dette alle acque sparse sulla Terra. E il mare fu. Eccolo. Su esso, come sul firmamento, è scritto: 'Dio è'. Quale che sia l'intellettualità di un uomo e la sua fede o la sua non fede, davanti a questa pagina, in cui brilla una particella dell'infinità che è Dio, in cui è testimoniata la sua potenza - perché nessuna potenza umana né nessun assestamento naturale di elementi possono ripetere, seppure in minima misura, un simile prodigio - è obbligato a credere.
A credere non solo alla potenza ma alla bontà del Signore, che per quel mare dà cibo e vie all'uomo, dà sali salutari, dà tempera al sole e spazio ai venti, dà semi alle terre l'una dall'altre lontane, dà voce di tempeste perché richiamino la formica che è l'uomo all'Infinito suo Padre, dà modo di elevarsi, contemplando più alte visioni, a più alte sfere.
Tre sono le cose che più parlano di Dio nel creato che è tutto testimonianza di Lui.
La luce, il firmamento, il mare.
L'ordine astrale e meteorologico, riflesso dell'Ordine divino; la luce, che solo un Dio poteva fare; il mare, la potenza che solo Dio, dopo averla creata, poteva mettere in saldi confini, dandole moto e voce, senza che per questo, come turbolento elemento di disordine, sia danno alla terra che lo sopporta sulla sua superficie.
Penetrate il mistero della luce che mai si consuma. Alzate lo sguardo al firmamento dove ridono le stelle e i pianeti. Abbassate lo sguardo al mare. Vedetelo per quello che è. Non separazione, ma ponte fra i popoli che sono sulle altre sponde, invisibili, ignote anche, ma che bisogna credere che ci siano solo perché è questo mare.
Dio non fa nulla di inutile. Non avrebbe perciò fatto questa infinità se essa non avesse a limite, là, oltre l'orizzonte che ci impedisce di vedere, altre terre, popolate da altri uomini, venuti tutti da un unico Dio, portati là, per volere di Dio, a popolare continenti e regioni, da tempeste e correnti. E questo mare porta nei suoi flutti, nelle voci delle sue onde e delle sue maree, appelli lontani. Tramite è, non separazione.
Quell'ansia che dà dolce angoscia a Giovanni è questo appello di fratelli lontani. Più lo spirito diviene dominatore della carne e più è capace di sentire le voci degli spiriti che sono uniti anche se divisi, così come i rami sgorgati da un'unica radice sono uniti anche se l'uno neppur più vede l'altro perché un ostacolo si frappone fra essi.
Guardate il mare con occhi di luce.
Vi vedrete terre e terre sparse sulle sue spiagge, ai suoi limiti, e nell'interno terre e terre ancora, e da tutte giunge un grido: “Venite! Portateci la Luce che voi possedete. Portateci la Vita che vi viene data. Dite al nostro cuore la parola che ignoriamo ma che sappiamo essere la base dell'universo: amore. Insegnateci a leggere la parola che vediamo tracciata sulle pagine infinite del firmamento e del mare: Dio. Illuminateci perché sentiamo che una luce vi è più vera ancora di quella che arrossa i cieli e fa di gemme il mare. Date alle nostre tenebre la Luce che Dio vi ha data dopo averla generata col suo amore, e l'ha data a voi ma per tutti, così come la dette agli astri ma perché la dessero alle terre. Voi gli astri, noi la polvere. Ma formateci così come il Creatore creò con la polvere la terra perché l'uomo la popolasse adorandolo ora e sempre, finché venga l'ora che più terra non sia, ma venga il Regno. Il Regno della luce, dell'amore, della pace, così come a voi il Dio vivente ha detto che sarà, perché noi pure siamo figli di questo Dio e chiediamo di conoscere il Padre nostro. E per vie di infinito sappiate andare. Senza timori e senza sdegni. Incontro a quelli che chiamano e piangono. Verso quelli che vi daranno anche dolore perché sentono Dio ma non sanno adorare Dio, ma che pure vi daranno la gloria perché grandi sarete quanto più possedendo l'amore lo saprete dare, portando alla Verità i popoli che attendono”.
Gesù ha detto così, molto meglio di come io ho detto. Ma almeno questo è il suo concetto».
«Giovanni, tu hai dato una esatta ripetizione del Maestro. Solo hai lasciato ciò che disse del tuo potere di capire Iddio per la tua generosità di donarti. Tu sei buono, Giovanni. Il migliore fra noi! Abbiamo fatto la via senza avvedercene. Ecco là Nazareth sulle sue colline. Il Maestro ci guarda e sorride. Raggiungiamolo solleciti per entrare in città uniti».
«Io ti ringrazio, Giovanni», dice la Madonna. «Hai fatto un grande regalo alla Mamma».
«Io pure. Anche alla povera Maria tu hai aperto orizzonti infiniti...».
«Di che parlavate tanto?», chiede Gesù ai sopraggiungenti.
«Giovanni ha ripetuto il tuo discorso del Tabor. Perfettamente. E ne fummo beati».
«Sono contento che la Madre lo abbia udito, Lei che porta un nome in cui il mare non è estraneo e possiede una carità vasta come il mare».
«Figlio mio, Tu la possiedi come Uomo, e nulla ancora è rispetto alla tua infinita carità di Verbo divino. Mio dolce Gesù!».
«Vieni, Mamma, al mio fianco. Come quando tornavamo da Cana o da Gerusalemme quando ero bambino e tu mi tenevi per mano».
E si guardano col loro sguardo d'amore.
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Nell’Opera valtortiana sono molti i brani che parlano della Creazione ma per questi, e per coloro che fossero eventualmente interessati ad approfondire anche scientificamente questo argomento, rimando ad alcuni libri da me scritti, che trattano più ampiamente il tema.
Nella prossima quarta ed ultima meditazione affronteremo un argomento che completa in maniera sorprendente questo ‘ciclo’ sulla esistenza di un Dio Onnipotente ed in particolare sulla Creazione:
«L’UBBIDIENZA DELL’INCREATO E DEL CREATO. LA CREAZIONE DELLA ‘LUCE’ DEL PRIMO GIORNO DELLA GENESI BIBLICA. LA SCALA ASCENSIONALE DELLA CREAZIONE, LA CUI PERFEZIONE E’ GESÙ CRISTO, L’UOMO-DIO, CHE UNISCE IN SE’ LA NATURA DIVINA E QUELLA UMANA. LO SCOPO ED IL QUADRO COMPLETO DELLA CREAZIONE»
4. L’UBBIDIENZA DELL’INCREATO E DEL CREATO. LA CREAZIONE DELLA ‘LUCE’ DEL PRIMO GIORNO DELLA GENESI BIBLICA. LA SCALA ASCENSIONALE DELLA CREAZIONE, LA CUI PERFEZIONE E’ GESÙ CRISTO, L’UOMO-DIO, CHE UNISCE IN SE’ LA NATURA DIVINA E QUELLA UMANA. LO SCOPO ED IL QUADRO COMPLETO DELLA CREAZIONE.
4.1 La creazione: l’ubbidienza dell’Increato e del Creato.
Nella riflessione precedente, la terza di questo ciclo, abbiamo ascoltato - attraverso il discorso di Gesù ripetuto alla lettera dall’apostolo Giovanni – un sintetico racconto della Creazione.
Lo stesso racconto può però essere visto anche da angolazioni diverse e con l’aggiunta di nuovi particolari.
Quanti teologi si saranno chiesti come dovesse essere interpretato il racconto della Creazione come si legge nella Genesi biblica?
Quanti avranno pensato ad un mito oppure avranno visto in quel racconto sulla creazione e formazione della Terra la traccia di una visione cosmogonica tanto antica quanto poco ‘scientifica’?
Ebbene ora affronteremo più a fondo questa tematica che è da considerare di capitale importanza anche rispetto a tante teorie sulla formazione dell’Universo e della Terra di cui sentiamo parlare e per tante persone che cerchino di darsi delle risposte sulla propria esistenza.
Ecco come ne parla Azaria alla mistica Maria Valtorta, prendendo lo spunto dall’importanza della ubbidienza in rapporto all’Increato ed al Creato (i grassetti sono i miei):
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5 gennaio 1947
Dice Azaria:
« Le S. Messe di oggi: Domenica celebrativa del S. Nome di Gesù e Vigilia dell’Epifania, sono il poema dell’ubbidienza, di questa grande virtù che, dopo le tre virtù teologali, andrebbe amata e seguita alla perfezione, e che all’opposto passa quasi inosservata, o osservata male o amata meno ancora. Eppure essa è uno dei cardini dell’Increato e del Creato, ed è indispensabile cardine per sorreggere l’edifizio della santità. Contempliamola insieme, anima mia, e vedrai che essa è, dovunque è, cosa buona.
Ubbidienza dell’Increato: Il Verbo ubbidisce al desiderio del Padre. Sempre. Non si rifiuta mai di essere Colui per la cui Parola i voleri del Padre si fanno. Del Verbo divino si sanno le perfette ubbidienze. Brillano, a voi mortali, dalle prime parole della Genesi:
“Dio disse: ‘Sia fatta la luce’”.
Ecco che subito il Verbo espresse il comando che il Padre aveva pensato, e la luce fu.
Fu la luce, e il Verbo prese presso gli uomini Carne dichiarandosi più volte ‘Luce’, e Luce è detto dalla bocca ispirata di Giovanni Apostolo: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di Lui, e senza di Lui nessuna delle cose create è stata fatta. In Lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini. E la Luce splendé nelle tenebre, ma le tenebre non la compresero. Ci fu un uomo mandato da Dio. Il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per attestare la Luce, affinché tutti credessero per mezzo di Lui. Non era lui la Luce, ma venne per rendere testimonianza alla Luce. Era la vera Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”.
Questa pagina serafica del serafico che aveva conosciuto Dio, e non soltanto Dio-Uomo, Salvatore e Maestro, ma Dio, l’Inconoscibile, e ne aveva compreso la Natura, è veramente un canto, il canto della verità sulla Natura del Verbo e mette ali all’anima di chi lo sa ascoltare, ali per salire a contemplare il Verbo che si fece Uomo per dare la Vita e la Luce agli uomini.
Il Verbo ha voluto a sua caratteristica il nome di “Luce”. Ha quasi battezzato Sé stesso di questo nome che è stato detto da Lui nel primo suo atto di ubbidienza al Padre: “La Luce sia!”.
Il Verbo ha sempre ubbidito.
Il Padre gli disse: “Tu sarai Uomo perché Tu solo puoi istruire l’Umanità”.
Il Verbo disse: “Sarò Uomo. La tua Volontà sia fatta”.
Il Padre disse: “Tu morrai perché solo il tuo Sacrificio potrà redimere l’Umanità”.
Il Verbo disse: “Io morrò. La tua Volontà sia fatta”.
Il Padre disse: “E morrai sulla Croce perché per redimere il mondo non mi è sufficiente il sacrificio della tua vita fra i dolori della morte per malattia”.
Il Verbo disse: “E morirò sulla Croce. La tua Volontà sia fatta.”
Passarono i secoli, e il Verbo, venuta la sua ora, si incarnò nel Seno della Vergine e nacque come tutti i nati d’uomo; piccino, debole, incapace di parlare e camminare; e crebbe lentamente come tutti i figli degli uomini, ubbidendo anche in questo al Padre che lo voleva soggetto alle leggi comuni per preservarlo dalle insidie di Satana e degli uomini, guatanti  feroci in attesa del temuto Messia, e per prevenire le future obbiezioni dei negatori e degli eretici sulla vera Umanità del Figlio di Dio.
Crebbe in sapienza e grazia, ubbidendo. Si fece uomo e operaio, ubbidendo. A Dio Padre, e ai parenti. Giunto al 30° anno divenne il Maestro per istruire l’Umanità, ubbidendo. Passati tre anni e tre mesi, e giunta l’ora del morire, e di morte di Croce, ubbidì ripetendo: “La tua Volontà sia fatta”.
E ubbidire sinché l’ubbidienza è soltanto di pensiero è facile ancora. Dire: “Tu farai…’ E rispondere: “Io farò”, avendo davanti anni fra l’ordine e l’esecuzione del medesimo – nel caso di Cristo: secoli – è ancora facile. Ma ripetere: “Sia fatta la tua Volontà” quando la Vittima ha già davanti tutti gli strumenti della Passione ed è l’ora di abbracciarli per compiere la volontà di Dio, è molto più difficile. Tutto ripugna alla creatura umana: il dolore, le offese, la morte. Nel caso di Cristo, anche il peso dei peccati degli uomini che si accalcavano su Lui, Redentore prossimo alla Redenzione. Ma Gesù ubbidì dicendo: “Sia fatta la tua Volontà” e morì sulla Croce dopo aver tutto sofferto e consumato.
Questa l’ubbidienza dell’Increato.
Nel Creato.
Gli elementi che erano confusi nel caos, ubbidirono ordinandosi. Ricordati qui le parole della Genesi, per non dire che il portavoce sente malamente: «Dio creò il cielo e la terra, e la terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso, e lo Spirito di Dio si librava sulle acque e Dio disse: “Sia fatta la Luce”».
Aria, acqua, fuoco, luce, erano dunque fatti, ma non erano separati ed ordinati.
Dio comandò loro di separarsi e ordinarsi, secondo la legge che Egli dava loro, ed essi ubbidirono, e ubbidiscono da migliaia di anni, facendo il giorno e la notte, i mari e le terre, e lavorando, il fuoco, nelle vene del globo, a preparare i minerali dei quali l’uomo necessita.
Ubbidienza nel Creato: Dio, dopo aver fatto il cielo, ossia gli strati dell’atmosfera, li sparse d’astri comandando loro di seguire una certa via immutabile, e gli astri ubbidirono. Dio, dopo aver fatto la Terra, ossia dopo aver reso compatta e ordinata la materia, prima sparsa e confusa di polvere e di acque, creò le piante e gli animali della terra e delle acque, e comandò loro di fruttificare e moltiplicare, ed animali e piante ubbidirono.
Poi venne l’uomo, la creatura-re del creato e Dio diede all’uomo comando di ubbidienza.
E l’ubbidienza dell’uomo avrebbe mantenuto la Terra allo stato di un Paradiso terrestre nel quale morte, fame, guerre, sventure, malattie, fatiche, sarebbero state ignorate; un giocondo soggiorno di pace e amore nell’amicizia di Dio sarebbe stata la vita dell’uomo sino al suo passaggio alla Dimora celeste, nel modo che lo fu per Maria SS., che non morì, ma si addormì nel Signore e si svegliò sul suo Seno, bella e glorificata col suo spirito perfetto e con le sue carni senza colpa.
E Satana non volle questa gioia dell’uomo, questa gioia di poco inferiore a quella degli angeli e con, a compenso della differenza fra gli angeli e gli uomini, la gioia dei figli avuti senza concupiscenza - che è sempre dolore - e senza dolore, frutto della concupiscenza. E l’uomo secondò il desiderio di Lucifero e disubbidì, portando a sé e ai suoi discendenti tutte le conseguenze della disubbidienza che non è mai buona e che crea sempre delle rovine.
Da allora, da quando lo spirito dell’uomo si è inquinato con la disubbidienza, caratteristica di Satana, soltanto gli amanti di Dio sanno ubbidire e, su questo cardine che è lo spirito di ubbidienza, santificarsi.
L’ubbidienza, che sembra inferiore alle tre teologali virtù, soltanto perché non è nominata neppure nelle quattro virtù cardinali, è in realtà presente in tutte, inscindibile da tutte le virtù.
Essa è come il sostegno su cui esse si appoggiano per crescere in voi…’’».
4.2 La creazione della ‘luce’ del ‘primo giorno’, una luce misteriosa, prima di quella del sole, della luna e delle stelle, indipendente da ogni altra sorgente che non fosse il volere di Dio.
A ben vedere questa lezione di Azaria è una miniera di informazioni, anzi di certezze.
Mi piacerebbe fra l’altro commentarvi proprio quella sua frase concernente Maria SS. che non morì nel senso comunemente da noi inteso ma – distesa su un letto, in una delle sue numerose estasi - si ‘addormì’ avendo vicino Giovanni apostolo che le leggeva i brani profetici dell’Antico Testamento che le parlavano del suo Gesù di cui Lei serbava una struggente nostalgia. Una contemplazione estatica del suo spirito (cioè l’anima dell’anima) che si era proteso verso le infinità celesti distaccandosi dal corpo inerte ma ancora vivo.
Vi riporto comunque a tal riguardo, in nota, una spiegazione di Maria Valtorta circa la differenza fra ‘separazione dell’anima dal corpo per la morte’ e la ‘momentanea separazione dello spirito dal corpo ed anima per l’estasi o il rapimento’.
In una splendida visione della Valtorta sul ‘trapasso’ di Maria SS., Maria SS. viene letteralmente ‘sollevata’ e ‘trasportata’ in Cielo da uno stuolo di angeli ‘tre dì dopo la morte, se morte può dirsi tal morte’ - mentre Giovanni Apostolo, che l’aveva vegliava notte e giorno sperando nell’arrivo degli Apostoli, da lui fatti avvertire, si era poi addormentato seduto al suo fianco sfinito dalla lunga attesa. Ma Dio gli farà la Grazia di assistere alla Sua Assunzione al Cielo.
Nel ‘tragitto’ fra terra e Cielo avviene poi il Suo risveglio e la glorificazione del Suo Corpo Immacolato, con Gesù che, ‘Lui pure splendido e splendente, bello di una bellezza indescrivibile, scende ratto dal Cielo, raggiunge la Madre, se la stringe sul cuore, e insieme, più fulgenti di due astri maggiori, con Lei ritorna da dove è venuto. ’
Mi piacerebbe anche commentarvi la frase di Azaria concernente Satana, invidioso della gioia dell’uomo, inferiore solo a quella degli Angeli, ma compensata – cosa che gli Angeli, esseri solamente spirituali, mai avrebbero potuto avere – dalla gioia di poter procreare dei figli, senza concupiscenza, cioè senza ‘libidine’, risvegliata invece poi dall’accondiscendenza alla tentazione del Maligno e dalle sue lezioni “lussuriose”.  
Non ha invece bisogno di commenti quel tacito dialogo fra Padre e Figlio, tacito perché Entrambi purissimi Spiriti, in merito alla necessità della Incarnazione del Verbo ed alla successiva Crocifissione.
È un dialogo che va solo riletto e meditato nel silenzio.
Mi preme invece commentarvi qui di seguito quel racconto della Creazione, che molti, troppi, anche nelle stesse Gerarchie ecclesiastiche moderne, tendono a credere un mito, mentre la scienza si arrampica su pure ipotesi prive di qualsiasi prova a sostegno.
Nel testo della Genesi biblica – nella traduzione che ci è pervenuta - si dice che in principio Dio creò il cielo e la terra che era deserta, vuota, ricoperta dalle tenebre mentre lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse allora ‘Sia la luce’, e la luce fu e – dice il testo tradotto - nominò la luce ‘giorno’ e le tenebre ‘notte’.  Fine del primo ‘giorno’.
Poi - secondo giorno - fece apparire il firmamento che chiamò ‘cielo’.
Quindi al terzo giorno fece apparire la terraferma, separandola dalle acque marine. Allora fece germogliare sulla terraferma erbe ed alberi fruttiferi.
Nel quarto giorno creò il sole e la luna, il primo per illuminare la terra di giorno e la seconda per illuminarla di notte distinguendo così la luce dalle tenebre.
Nel quinto giorno creò gli esseri che vivono nell’acqua e gli uccelli del cielo.
Nel - sesto creò gli animali che vivono sulla terra e infine l’uomo.
Fine dei sei giorni e – con la creazione di Eva – inizio anche della vita dei Progenitori e del cosiddetto Riposo di Dio nel settimo ‘giorno’.
Qui mi limiterò a fare solo poche osservazioni.
Sembra esserci una palese contraddizione nel testo della Genesi riferito al primo ed al quarto giorno, contraddizione che io attribuirei forse ad una traduzione imperfetta da parte degli ‘scribi’ che misero i testi per iscritto.
Nel primo giorno – termine ‘giorno’ che nell’Opera valtortiana ci viene spiegato che va inteso non in senso letterale di giorno di 24 ore, ma come ‘fase della Creazione’ o ‘epoca’ - sembrerebbe che la creazione della luce sia quella connessa ad una contestuale creazione del sole, perché vi si dice che la luce venne separata dalle tenebre, per cui la ‘luce’ venne chiamata ‘giorno’ e le tenebre ‘notte’.
Ma della creazione del sole e della luna (i due ‘luminari’ che il testo dice furono creati per distinguere il giorno dalla notte) se ne parla invece molto chiaramente solo nel quarto giorno.
Ora Azaria dice che il primo atto di ubbidienza al Padre fu la creazione della luce quando sopra precisa: ‘Il Verbo ha voluto a sua caratteristica il nome di “Luce”. Ha quasi battezzato Sé stesso di questo nome che è stato detto da Lui nel primo suo atto di ubbidienza al Padre: “La Luce sia!”.
Ma di quale luce si parla, allora, se la Genesi dice successivamente che solamente nella quarta fase creativa apparvero il giorno e la notte come conseguenza della creazione del sole e della luna?
Le rivelazioni valtortiane – specie se non facili da comprendere, come questa di Azaria - vanno interpretate alla luce di altre rivelazioni concernenti lo stesso argomento. Che a parlare sia l’Angelo Azaria, oppure sia il Gesù Valtortiano o lo stesso Spirito Santo, la Parola divina è sempre la stessa, come sempre la stessa è la Luce che la pervade.
Ecco allora – sempre sul tema della Creazione - quanto ci dice invece più diffusamente lo Spirito Santo che – nelle ‘Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani’ - offre una più ampia spiegazione (i ‘grassetti’ sono sempre i miei) alla nostra mistica:
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2 febbraio 1948
Dice il Divinissimo Autore:
«[…] ‘Lo Spirito di Dio si librava sulle acque’, è detto, ed è una delle prime parole della meravigliosa storia della Creazione. Già era Dio. Sempre Egli fu. E per il suo Essere poté creare dal nulla il tutto; dal disordine l’ordine; dall’incompleto - più: dall’informe - il completo, il formato con legge di sapienza potentissima. Dal caos sorse l’universo. Dai vapori carichi di molecole confuse, dalla anarchia degli elementi, ‘creò il cielo e la terra’ e subito il suo Spirito ‘si librò sopra le acque’.
E mano a mano che le successive opere della creazione si compievano, ‘lo Spirito del Signore’ si librava su esse con le sue leggi e provvidenze. Successive opere e sempre più potenti. Dal caos che si separa e ordina per, dirò, famiglie – parti solide con parti solide per formare il globo del pianeta Terra, parti umide con parti umide per formare successivamente i mari, laghi, fiumi, ruscelli – alla luce, la prima delle cose non solo ordinate con elementi già esistenti nel caos, ma creata, con potere proprio, dal nulla.
Poiché la luce non era, ‘le tenebre coprivano la faccia dell’abisso’, ossia del caos nel quale confusamente si urtavano masse di vapori, carichi di umidità, di gas, di molecole.
E Dio creò la luce. La sua luce. Egli concesse al mondo, che sorgeva dal nulla per suo volere, l’attributo, uno degli attributi suoi: la luce.
Dio è Luce ed è il Padre della Luce e delle luci. E alla Terra, sua prima creatura, concede e dona la luce. Così come all’uomo, perfezione della creazione e ultima delle sue opere delle sei giornate divine dopo le quali Dio si riposò, concede l’attributo che lo fa a Lui somigliante: lo spirito libero, immortale, l’alito suo divino, infuso nella materia perché essa sia animata da Dio e abbia diritto al Cielo, alla dimora del Padre. […]».
4.3 Ancora sulla ‘luce’ del primo giorno creativo. La scala ascensionale della creazione.
Lo Spirito Santo – sempre parlando della Creazione - approfondisce alcuni giorni dopo l’argomento in una successiva lezione:
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12 febbraio 1948
Ai Romani Cap. 5° v. 1-5
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Dice il Divinissimo Autore:
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«[…] Ho detto che dal caos Dio creò l’Universo, ordinando le caotiche materie ed elementi in quella perfezione di mondi, stagioni, creature ed elementi che da milioni di secoli dura.
Ma pochi, osservando il Creato, sanno meditare come la Creazione sia simile ad una scala ascensionale, ad un canto che sempre più sale da nota a nota sino a toccare la nota perfetta e sublime. Come simile ad un generarsi di vite che dalla precedente escono sempre più complete e perfette, sino a raggiungere la completezza perfetta.
Guarda: prima dalle molecole solide, dai vapori e fuochi disordinati che erano la nebulosa primitiva, si formano la Terra e le acque, e nella Terra e nelle acque ancor mescolati ai futuri mari, laghi, sorgenti, fiumi, vengono chiusi o diluiti minerali. Mentre le molecole solide fanno crosta e forno agli interni fuochi e agli interni zolfi e metalli e fondo alle acque.
L’atmosfera si purifica alquanto, liberata come è in parte, da ciò che rendeva pesante la nebulosa originaria, il nulla caotico, e la terra, lanciata nella sua traiettoria, ancor nuda, sterile, muta, trascorre pei muti spazi con le creste calve delle sue montagne emergenti appena dalle cupe acque dei futuri bacini.
Poi fu la luce.
Non quella solare, non quella lunare, non quella stellare.
Il sole, la luna, le stelle, sono creature più giovani del globo terrestre.
Dopo la loro creazione il cielo, ossia l’elemento ‘aria’, fu mondo da ogni resto della nuvola primitiva, e gli astri e i pianeti splendettero dando col loro splendore elementi vitali al globo terrestre.
Ma la luce fu prima di essi.
Una luce propria, indipendente da ogni altra sorgente che non fosse il volere di Dio.
Una luce misteriosa, che solo gli angeli videro operare misteriose operazioni a favore del globo terrestre. Perché nessuna delle cose create da Dio è inutile, né nessuna è stata creata senza una ragione d’ordine perfetto.
Così, se prima fu la luce che non gli astri e pianeti, segno è che la Perfezione volle quest’ordine creativo per motivo utile e ragionevole.
Poi fu il sole, la luna, le stelle.
E l’elemento ‘aria’, privato dai gas deleteri e ricco di quelli utili alla vita, favorì il persistere delle nuove creature: i vegetali.
Quelle che ancora sono creature schiave nelle radici, ma che già hanno moto nelle fronde; quelle che create una volta, hanno già in se stesse elementi per riprodursi, cosa che non è concessa alla polvere della Terra, ai minerali, alle acque.
Queste tre cose possono mutare aspetto e natura, da legna sommersa diventar carbone, da fuochi zolfi, da carboni gemme, trasformarsi da acque in vapori e da questi in acque, o consumarsi, ma riprodursi non possono.
Il mondo vegetale sì. In esso è già la linfa, gli organi riproduttivi atti a fecondare e ad essere fecondati. Manca però ad essi la libertà del volere, anche istintivo. Ubbidiscono a leggi climatiche, stagionali, al volere degli elementi e dell’uomo. Non può la palma vivere e fruttificare nelle terre fredde, né il lichene polare decorare le rocce delle zone torride. Non può la pianta fiorire fuor della stagione della fioritura o sfuggire al ciclone, all’incendio, alla scure. Eppure la vita vegetale è già un prodigio di ascesa dal caos alla perfezione della Creazione.
Ascesa che aumenta con la vita animale, libera nei moti, negli istinti, nel volere dei suoi esseri. Vi è un ordine anche in essa. Ma l’animale gode già della libertà di scegliersi una tana e una compagna, di fuggire dall’insidia dell’uomo e degli elementi; ha anzi un istinto, più: un magnetismo suo proprio, che lo avverte dell’avvicinarsi di un cataclisma e lo guida nel cercare salvezza, così come ha una rudimentale capacità di pensare e decidere sul come nutrirsi, e difendersi, e offendere, sul come farsi amico l’uomo ed essergli amico.
Nell’animale, oltre che perfezioni creative della linfa vitale (il sangue) e gli organi riproduttori come sono nelle piante, sono anche le perfezioni creative della polvere, della pietra, dei minerali. Lo scheletro, il midollo, il sangue, gli organi, non vi insegnano forse gli scienziati che sono composti e contengono quelle sostanze chiamate minerali delle quali è, in fondo, composta la Terra che l’uomo abita e che popolano gli animali?
Dunque negli animali è già rappresentato e perfezionato ciò che è nei regni inferiori: il minerale e il vegetale.
E la scala ascende. La nota si fa più alta e pura, più completa, più magnificante Iddio.
Ed ecco l’uomo. L’uomo nel quale ai tre regni precedenti - privo di linfa il primo, di moto il secondo, di ragione il terzo - è aggiunto il quarto regno: quello della creatura ragionevole dotata di parola, di intelligenza, di ragione.
Ragione che regola gli istinti. Intelligenza che apre il pensiero a comprensioni e visioni che sono molto, talora infinitamente, superiori a quelle che danno agli animali capacità di pensare ad un bene materiale.
Parola che lo fa capace di esprimere i suoi bisogni e affetti, capire quelli del suo simile e soprattutto lodare Dio suo Creatore e pregarlo o evangelizzarlo a chi lo ignora.
Nell’uomo sono il regno minerale, quello vegetale, quello animale, quello umano e, perfezione nella perfezione, quello spirituale.
Ecco la scala che dal disordine del caos sale all’ordine soprannaturale passando per quello naturale.
Ecco che alla creatura naturale in cui sono rappresentati e riuniti in sintesi tutti gli elementi e caratteri di ciò che forma le altre creazioni, riuniti e perfezionati; alla creatura - medita bene - fatta col fango, ossia con la polvere nella quale sono sminuzzati i sali minerali, e con l’elemento acqua, dotata di calore (elemento fuoco), di respiro (elemento aria), di vista naturale e intellettiva (elemento luce), di sangue e umori, di glandole e organi riproduttivi (linfa), di istinti e di pensiero, di moto, libertà e volere, Dio infonde il suo soffio, ossia il ‘soffio della Vita’.
L’anima: la parte immortale come tutto ciò che viene dato direttamente dall’Eterno, lo spirito che non muore, lo spirito libero da tutte le leggi di tempo, di malattie, di cataclismi meteorologici, di insidie umane, lo spirito creato per riunirsi al suo Fonte, possederlo, goderlo eternamente, lo spirito che l’uomo soltanto, di sua propria volontà, può fare schiavo di un re crudele, ma che, per sua natura e volontà divina, non ha schiavitù alcuna, ma solo dolce figliolanza, sublime destino di eredità al Signore e al suo Regno.
Coloro che negano l’anima e la sua immortalità (immortalità perché creazione, infusione; ‘parte’  di Dio eterno) e dicono che l’uomo ha l’intelletto, il genio, la libertà e volontà e capacità di rapire al Creato le sue forze e i suoi segreti solo perché è ‘l’uomo’, ossia la creatura che si è evoluta al grado perfetto, e non per l’anima, sono simili a cocciuti che pretendessero che una perfetta opera di artista (scultore o pittore) abbia vita e vista solo perché è stata modellata o dipinta con una realtà perfetta.
Anche l’animale ha vita e vista. Ha anche una rudimentale ragione.
Nell’animale da secoli addomesticato dall’uomo, questa rudimentale ragione si è ancor più sviluppata, raggiungendo più una ragione che un istinto, per comportarsi nei suoi rapporti con l’uomo, cosa che manca negli animali selvatici e selvaggi nei quali predomina solo l’istinto. Ma nessun animale, per addomesticato che sia, amato, istruito, può avere quella potenza di intelletto e di capacità multiformi che ha l’uomo.
È l’anima quella che distingue l’uomo dall’animale, e lo fa dio sopra tutti gli esseri creati, dio-re che domina, soggioga, comprende, istruisce, provvede, e lo fa dio per sua origine e destino futuri.
È l’anima quella che, illuminata dalla sua divina origine, sa, vuole, può, con forza già semidivina. Forza che Dio potentemente sorregge e aiuta quanto più l’anima si eleva nella giustizia e l’uomo si divinizza con una vita di giustizia.
È l’anima che dà all’uomo il diritto di dire a Dio: ‘Padre mio’.
È l’anima che fa dell’uomo un vivente Tempio dello Spirito di Dio.
È l’anima che fa della creazione dell’uomo l’opera più perfetta del Creato.
E allora si potrebbe dire. ‘Ecco che con l’uomo, e uomo giusto, si è toccato l’ultimo gradino della scala ascensionale, la nota più alta di questo divino canto, la perfezione della perfezione creativa’.
No. Tutto ciò è creazione di un creato sensibile. È processione da processione. È unione della creazione naturale con una creazione soprannaturale. Ma non è ancora la Perfezione.
La Perfezione è Gesù. La Perfezione è il Cristo. L’Uomo-Dio.
La Perfezione è il Figlio di Dio e dell’Uomo, Colui che per la Divinità non ebbe che il Padre, Colui che per l’Umanità non ebbe che la Madre.
Colui che in veste di carne rinchiuse due Nature. Unite queste due nature, che l’infinita distanza - che è fra la perfezione anche dell’uomo più santo e quella di Dio -  tiene sempre separate.
Solo in Gesù è la natura divina e quella umana unite e non confuse e pur facenti un sol Cristo. In Lui, Figlio dell’uomo, è rappresentato tutto il creato sensibile così come in ogni uomo; è rappresentato tutto il creato soprasensibile: la natura spirituale; è infine rappresentato l’Increato, l’Eterno: Dio, Colui che, senza mai essere stato generato, è, Colui che, senza altra operazione che il suo amore, genera.
Il Cristo: Colui che divinizza la materia, la glorifica, restituisce all’Adamo la sua dignità; il Cristo: anello che ricongiunge ciò che si è spezzato, l’Agnello che riverginizza l’uomo nell’innocenza che è Grazia.
Per la sua natura divina può tutto; per la sua carità umano-divina può tutto; per la sua volontà può tutto, poiché dà tutto.
Chi sa contemplare il Cristo possiede la Sapienza. Perché Egli è la Perfezione non solo divina ma anche umana. Chi lo contempla con sapienza vede l’ammirabile persona del Figlio dell’Uomo nel quale è la pienezza della santità. […]».
Dunque - conclude lo S.S. nel Dettato a Maria Valtorta - bisogna saper contemplare la figura di Gesù Cristo che, per dirla con San Paolo, fu 'il primogenito di tutte le creature, immagine dell'invisibile Dio', e - come dice San Pietro - 'fu preordinato dalla creazione del mondo per fare gli uomini partecipi della divina natura'.
È grazie alla fede in Gesù Cristo - Gesù Uomo-Dio, e poi Dio-Uomo dopo la Resurrezione - che gli uomini, come dicono i versetti di San Paolo citati in nota all'inizio, si possono salvare molto più facilmente 'nella speranza della Gloria in Cielo' quali 'figli di Dio' al momento della resurrezione dei morti.
Lo Spirito Santo ci ha prima invitato a contemplare la figura di Gesù Cristo, ma io vorrei qui ora – per non andare fuori tema - 'contemplare' il racconto della Creazione... in controluce, anche se non piacerà troppo ai fautori dell'evoluzionismo.
Vediamo allora di fare questo esercizio riepilogativo.
La Creazione non è ‘evoluzione’ progressiva ma è una scala ascensionale.
Il concetto di ‘scala’ – cioè un susseguirsi di gradini creativi – presuppone una discontinuità e si contrappone al concetto evoluzionista che è di ‘continuità’. È una differenza sottile ma molto importante dal punto di vista ‘filosofico’ e soprattutto… scientifico.
Vediamo la ‘scala’ ascensionale anche nella natura che ci circonda: mondo minerale, vegetale, animale, dove all’interno di ognuno di questi tre ‘scalini’ vi sono una serie di altri scalini ascendenti e tendenti a forme sempre più perfette.
Ad esempio, un animale che noi considereremmo biologicamente più ‘perfetto’ non è il prodotto naturalmente evolutivo di quello supposto precedente, ma piuttosto un gradino creativo di livello superiore: ogni vegetale e animale è infatti creato secondo la sua ‘specifica’ specie e non deriva – come abbiamo già detto - da una specie vegetale o animale precedente, come non è vero che l’uccello è la derivazione evolutiva in scala-micro degli antichi dinosauri volanti, né che il gatto è una evoluzione dalla tigre o viceversa.
Con la scala evolutiva è un po’ come se un Artista spirituale eccelso – per propria Gloria e per convincerci della Sua Realtà – volesse dimostrare agli increduli che la Sua Esistenza è nell’evidenza delle cose e che non c’è limite alla sua capacità e fantasia ‘creativa’.
All’inizio della Creazione, anzi direi subito dopo il calcio di pallone dell’inizio, vi è una nebulosa caotica.
L’astrofisica ci spiega oggi che le nebulose sono masse enormi di gas e di particelle di polvere situate nello spazio interstellare.
Oggi ne esistono parecchie, distinte da stelle e pianeti, ma all’inizio, prima della formazione di stelle e pianeti, tutto doveva essere una estesa e indifferenziata nebulosa.
La nebulosa conteneva dunque gas, molecole, elementi vari.
Questa potrebbe essere dunque la situazione che viene descritta dagli astrofisici odierni come immediatamente successiva a quello che viene chiamato Big - bang, cioè l’enorme esplosione di ‘energia’ che avrebbe dato inizio alla nebulosa e poi, per successive trasformazioni, all’universo che noi conosciamo.
Prima della nebulosa, che era già di per sé un prodotto della creazione materiale, esisteva evidentemente quello che noi chiamiamo il ‘nulla’, cioè la ‘non materia’.
Esisteva però già la creazione spirituale, quella degli Angeli.
La Terra – sempre seguendo analiticamente la spiegazione dello Spirito Santo – è il primo atto di trasformazione di una parte della nebulosa, una piccolissima parte, che in qualche modo sconosciuto viene ‘condensata’ e trasformata negli elementi minerali e chimici che conosciamo.
Dopo la Terra – ancora informe - viene la ‘luce’, non luce solare o di stelle ma una luce ‘misteriosa’.
La Terra è dunque il primo significativo atto creativo di un qualcosa che sia più di un agglomerato nebulare di gas e molecole varie.
Il sole e le stelle (e cioè queste prime condensazioni di materia nebulare che si sono forse già differenziate dalla primitiva diffusa massa nebulare) diverranno ‘soli e stelle’ solo successivamente quando verranno ‘accese’ da Dio, perché lo stadio ‘evolutivo’ della terra ne renderà utile la presenza attiva.
Quelle che divergono invece dalla spiegazione dello Spirito Santo valtortiano sono le ipotesi scientifiche odierne che presentano la terra come un prodotto tardivo della nascita dell’Universo che - secondo queste teorie - sarebbe sorto quindici o anche venti miliardi di anni fa con una terra che verrebbe datata a circa 5 miliardi di anni fa.
La Terra è stata creata per prima, dunque prima anche degli altri pianeti.
In senso lato tutto è ‘creazione’, compreso il caos che è venuto dopo il nulla, compresa la nebulosa che è venuta dopo il caos, compreso il sole, parte di nebulosa, e le stelle in genere.
Ma niente in questo tipo di ‘creazione’, pur nella sua perfezione relativa, è neanche lontanamente paragonabile a quella della Terra dove esiste la vita in tutte le sue innumerevoli varietà vegetali ed animali e, ancor di più, l’uomo spirituale.
Lo S.S. dice che questa 'misteriosa' lucedopo il globo terraqueo informe e coperto di acque - fu creata per prima e ribadisce che fu creata prima del sole, della luna e delle stelle: ‘una luce propria, indipendente da ogni altra sorgente che non fosse il volere di Dio’.
«Una luce misteriosa – aggiunge lo Spirito Santo -  che solo gli angeli videro operare misteriose operazioni a favore del globo terrestre. Perché nessuna delle cose create da Dio è inutile, né nessuna è stata creata senza una ragione d’ordine perfetto».  
Che cosa sarà mai questa 'luce'?
Che essa sia un qualche cosa che 'dà vita' alla terra come lo spirito dà vita all’uomo?
Che sia magari quel principio vitale che anima vegetali e animali che nascono avendo già dentro al proprio germe quelle leggi di forma e di sviluppo che ne disciplinano perfettamente caratteristiche e finalità?
Cosa è che trasforma un semino di pigna in un pino, sempre e invariabilmente?
Cosa è questo ‘genoma’ che presiede allo sviluppo dell’uomo dandogli forma e sostanza, oltre che vita?
C’è poi da fare una riflessione sulla datazione dell’universo.
L’astrofisica avanza ipotesi dell’ordine di quindici e anche venti miliardi di anni per quanto attiene l’universo, e di cinque miliardi per la Terra.
Lo S.S. parla invece qui molto più modestamente di ‘milioni di secoli’. Avrete capito dal contesto che Egli non parla mai a caso, e se dice ‘milioni di secoli’ (e non decine o centinaia di milioni) vorrà dire che ciò va verosimilmente interpretato proprio come ‘milioni’ e non come ‘decine’ o ‘centinaia’ di milioni.
Parlando dunque solo di ‘milioni’ e non di ‘decine’, per quanto concerne l’età dell’universo e della Terra dovremmo allora intendere un’età che non supera la prima decina di milioni di secoli, e cioè una antichità che va ad esempio da un minimo di tre milioni di secoli ad un massimo di dieci milioni, il che – tradotto in anni – fa da un minimo di trecento milioni di anni a un massimo di un miliardo, quindi ben lontano dai quindici miliardi ipotizzati dalla scienza attuale.
Ecco che, di fronte a ciò, crollerebbero così tutte le tesi geologiche, paleontologiche ed evoluzioniste.
Volendo considerare per preconcetto ideologico un mito il racconto biblico sulla Creazione da parte di Dio, i sostenitori dell’Evoluzionismo - per giustificare la possibilità della loro teoria dell’evoluzione naturale contrapposta a quella della Creazione divina dal nulla delle varie specie - hanno dovuto ipotizzare, come già detto nella prima ‘riflessione’, una antichità di formazione dell’universo e della Terra con ordini di grandezza talmente smisurati da dar il tempo di realizzarsi (almeno in teoria) ai processi evolutivi delle specie vegetali ed animali.
Ma se parlando della prima affermazione del Credo: Io credo in Dio Onnipotente, Creatore del cielo e della terraabbiamo letto quanto hanno detto Lo Spirito Santo e Gesù che parlano alla mistica, perché non riassumere e meditare ora anche su quanto le aveva spiegato ancora il suo Angelo Custode, Azaria, in una delle sue ‘lezioni’ concernente lo scopo ed il quadro completo della Creazione?
4.4 Lo scopo ed il quadro completo della Creazione.
Gesù - spiega Azaria - in quanto Verbo, era Dio e quale Dio era già di per sé Gloria a Se stesso.
Tuttavia Egli si incarnò in un uomo per redimere l'umanità, sofferse atrocemente per risalire al Cielo unendo alla Sua Gloria infinita quella di tutti i Salvati che un giorno sarebbero anch'essi divenuti gloriosi in Cielo.
Un giorno - le spiega sempre Azaria - lo scopo della Creazione si rivelerà in pienezza: alla fine del mondo, nel momento del Giudizio Universale.
Separati i giusti dai reprobi, i primi giudicati alla destra del Signore ed i secondi alla sua sinistra, della Creazione rimarrà - per il Paradiso - la cosa più bella, cioè la rivelazione di ciascun 'figlio di Dio' il quale comporrà, come singola tessera di un mosaico, il quadro completo della Creazione.
La vita di ogni singolo - continua Azaria nella sua spiegazione - è infatti proprio come la 'tessera' di un mosaico che ciascuno di noi concorre a costruire di proprio, nel bene come nel male.
Il quadro della Creazione - in occasione del Giudizio alla fine del mondo - sarà formato dalla somma delle 'tessere' elette, quelle dei 'giusti': i veri 'figli di Dio', con le loro sfumature di colorazione (e di gloria) che ciascuno di loro avrà dato a se stesso nel combattimento contro il proprio ‘io’, contro le lusinghe del mondo e del Nemico.
La Colpa del Peccato Originale poi - contrariamente a quanto comunemente si pensa - fu Colpa 'felice', provvidenziale, anzi perfettamente rientrante nel superiore Progetto di Dio.
Se infatti non ci fosse stata la tentazione di Satana, e la caduta dell'uomo, questi - creato perfetto nella sua bellezza fisica, nella intelligenza e anche nello spirito e per di più con la consapevolezza della propria immortalità - con l'andare del tempo e nelle generazioni successive avrebbe finito per credersi 'troppo perfetto', quasi un 'dio', poi 'come Dio', anzi Dio.
Per l'uomo - in questo rigurgito di orgoglio e superbia che sono anche pretesa di prevaricazione nei confronti di Dio - sarebbe scattata la medesima punizione data a Lucifero, anch'egli, per la sua perfezione, ritenutosi 'Dio'.
In tale modo, anziché il Paradiso dei 'figli di Dio', a tutti gli uomini divenuti ribelli contro Dio sarebbe spettato l'Inferno.
Ecco dunque a Satana la concessione del permesso di 'tentare', perché la Colpa - che Satana credeva di portare a proprio vantaggio - avrebbe fatto precipitare l'uomo, in origine perfetto, in un abisso di miseria ma, nella umiliazione e nella acquistata consapevolezza dei propri limiti, l’uomo avrebbe capito che se avesse voluto salvarsi avrebbe anche dovuto volere combattere contro i 'fomiti', cioè le tendenze negative conseguenza del Peccato Originale, e risalire così la china verso Dio.
Ecco quindi i due rami dell'Umanità: i figli della 'schiava' e quelli della 'libera', cioè 'i figli del Peccato' ed i 'figli di Dio', ognuno libero di forgiare la sua 'tessera' secondo il proprio libero arbitrio.
La razza umana non sarebbe dunque perita nella sua totalità, come avrebbe voluto Satana, ma - per il Paradiso, il Regno di Dio - se ne sarebbe salvata la parte eletta, gli uomini appunto che avrebbero 'voluto' essere 'figli di Dio' dimostrando così di amarlo veramente e volontariamente.
Dio avrebbe certo potuto impedire a Satana di tentare l’uomo e indurlo a peccare, ma Satana era stato creato libero come sarebbero stati creati liberi gli uomini ed in ogni caso quel permesso da parte di Dio rientrò in un superiore progetto di Giustizia e di Gloria, quella che sarebbe spettata in Paradiso a coloro che (pur decaduti) avessero voluto combattere la 'buona battaglia'.
Dio, conclude Azaria, concede - agli uomini intesi quale 'materia' - la possibilità di procreare, cioè di essere quasi dei 'piccoli creatori', ma concede anche ai loro spiriti la possibilità di 'ricreare' se stessi affinché la loro anima possa un giorno essere compartecipe della Gloria eterna del Padre.
Che dire, noi, di questa stupefacente rivelazione relativa alla tentazione di Satana volutamente permessa da Dio?
Quanto volte non mi sono sentito dire: 'Ma se Dio è veramente Onnipotente, Buono e più forte di Satana, perché non gli ha impedito di tentarci o non ci ha aiutati a resistere alla tentazione o in ogni caso di non permetterci quasi 'fisicamente' di cadere, magari 'legando' la nostra cattiva volontà?'.
Non è mai capitato anche a voi, come è capitato a me, di pensarlo più o meno confusamente, almeno una volta?
Ecco dunque la spiegazione, grazie alla rivelazione di Azaria alla nostra mistica, alla quale possiamo ben volere tanto bene visto quante sofferenze ha sofferto per amor di Gesù e per amor nostro nella sua veste di ‘anima-vittima’ per la salvezza dei peccatori.
Ragioni - quelle di Dio - di Libertà (libertà di peccare e di dire di “no” anche a Dio), che è poi assoluto rispetto per la persona e per la dignità dell’uomo, e ragioni di Giustizia non intesa in senso umano ma divino (vale a dire premiare con il Paradiso – dopo la caduta - solo i meritevoli che lo avessero veramente voluto), e poi ancora ragioni di infinita Bontà, per impedire che a causa della perfezione originaria dell'uomo questi - senza alcuna tentazione di Satana - cadesse  da sé nel Peccato (quel Peccato di orgoglio e superbia in cui già il ben più perfetto Lucifero era caduto) e perisse in tal modo l'intera razza umana che (essendo allora immortale) sarebbe finita all'Inferno da subito in anima e corpo.
Per chi avesse tuttavia voglia di affrontare ancora l’affascinante tema della Genesi biblica con la Creazione dell’Universo ed in particolare anche della Terra e dell’uomo (tema qui solo marginalmente toccato) alla luce non solo delle mie riflessioni ma anche e soprattutto in chiave scientifica e sulla base dell’Opera valtortiana - ma non abbia tempo per tutto l’approfondimento che ne ho fatto nei miei tre volumi sulla Genesi biblica - potrei proporre la lettura di un mio sintetico ‘Saggio’ riassuntivo di una cinquantina di pagine: «I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE», leggibile e scaricabile semplicemente cliccando nella Sezione Opere del mio Sito citato qui sotto in nota.
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Nel prossimo ciclo di riflessioni approfondiremo l’affermazione del Credo:
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«E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE, IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE»
2. E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE, IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE ...
3. PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI; 4. IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE; SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE, 5. DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI. 6. CREDO NELLO SPIRITO SANTO, 7. LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI, LA REMISSIONE DEI PECCATI, 8. LA RISURREZIONE DELLA CARNE, LA VITA ETERNA. COSÌ SIA.
1. NON SI PUO’ PARLARE DELLA NASCITA DI GESÙ SE NON SI PARLA PRIMA DI MARIA.
1.1 Per comprendere meglio Gesù bisogna comprendere meglio Maria: il suo ‘ruolo’ nel Progetto Creativo di Dio.
Il Credo - si sa - è il fondamento della Fede Cristiana: chi ‘non crede’ al Credo, anche fosse a una sola parte di esso, non può dirsi veramente cristiano.
Il Credo, recitato con ardente fede è di tale rilevanza spirituale da assumere persino in taluni casi una rilevanza come preghiera di protezione… esorcistica.
Nel primo ciclo di queste nostre ‘riflessioni’ sulla prima affermazione del Credo abbiamo ragionato insieme sulla esistenza di un Dio Creatore delle cose visibili (l’universo con la Terra) ed invisibili (gli angeli).
In questo secondo ciclo, svilupperemo la seconda delle 8 affermazioni di fede del Credo, così come sopra evidenziata.
I Vangeli non raccontano la vita di Gesù secondo l’impostazione storico-biografica che intendiamo noi ‘moderni’ ma – scritti e utilizzati dagli evangelisti e dagli apostoli per essere strumento di catechizzazione – rappresentano una sintesi di fatti e concetti riguardanti la sua predicazione che poi gli evangelizzatori si riservavano di sviluppare nella loro opera di diffusione della Dottrina cristiana, così come Gesù aveva raccomandato a tutti loro ed ai ‘futuri’: andate ed evangelizzate tutte le genti!
Dunque non vi è nei quattro Vangeli – almeno in buona parte dei casi – una consequenzialità degli avvenimenti né una descrizione delle più ampie circostanze in cui tanti episodi si verificarono, ma è invece nell’Opera scritta negli anni ’40 del secolo scorso dalla mistica Maria Valtorta: ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ che si rilevano biografia e consequenzialità spazio-logico-temporale, vale a dire un succedersi logico e coordinato degli avvenimenti che getta una luce veramente illuminante su tanti episodi evangelici non facilmente comprensibili.
Aspetti, questi, chiaramente desumibili dalle oltre 650 visioni contenute nell’Opera suddetta sulla vita di Gesù, dalla nascita di Maria SS. a quella di Gesù stesso, alla predicazione apostolica, Passione, Resurrezione ed Ascensione al Cielo.
Cosa rispondere tuttavia a tutti coloro che – leggendo questi miei commenti sulla vita di Gesù tratti dalle visioni valtortiane – vi troveranno episodi sconosciuti, non menzionati nei Vangeli?
Anche la mia, a maggior ragione perché modesta, verrà chiamata ‘un’opera malamente romanzata’ della vita di Gesù come quell’anonimo redattore dell’Osservatore romano volle commentare circa cinquant’anni fa la messa all’Indice dell’Opera della mistica, opera che tuttavia - tradotta in oltre venti lingue – si è silenziosamente diffusa con il ‘passa parola’ ed è ormai conosciuta e letta quasi con venerazione da moltissime persone, laici ed ecclesiastici insigni, in tutto il mondo?
   Risponderò a costoro con le parole e l’iperbole dell’evangelista Giovanni alla conclusione del suo Vangelo: se si fossero dovuti raccontare tutti gli episodi della vita di Gesù che gli apostoli avevano vissuto con Lui nei suoi tre anni di vita pubblica, forse non sarebbe bastato ‘il mondo intero’ a contenere i libri che si sarebbero dovuti scrivere.
Una volta avevo citato la frase di uno dei maggiori scrittori cattolici del nostro tempo, Vittorio Messori, il quale – avendo prodotto in maniera splendidamente prolifica molte opere di carattere storico-spirituale – aveva osservato che nella prima era contenuto in potenza tutto lo scibile delle successive che in definitiva non facevano altro che ampliare ulteriormente i concetti delle opere precedenti.
La frase non era esattamente questa ma questo ne era il senso.
Lo stesso – ma al contrario - succede a me che ho scritto molti libri di commento all’Opera di Maria Valtorta per cui in questo sintetico ciclo (una sorta di ‘Bignami’ di ripasso scolastico) riprenderò dei concetti che hanno invece trovato un ben maggiore approfondimento negli altri miei scritti.
Potrei però parlare di Gesù senza parlare prima della Madonna, la Madre perfetta che Lo ha messo al mondo?
Come sarebbe stato possibile al Verbo di Dio entrare nella Storia e divenire Carne-Gesù se Maria non avesse dato il suo ‘Sì’ permettendo l’Incarnazione e l’Avvio dell’Opera della Redenzione dell’Umanità?
Comincerò dunque con il parlare di Maria SS. perché il Dio Uno e Trino - volendo incarnarsi attraverso il suo Verbo Purissimo - non poteva farlo che in un seno senza Macchia, preservato cioè dalle conseguenze del Peccato originale compiuto dai primi due Progenitori.
Il primo uomo - come poi Maria SS. concepita ‘immacolata’, cioè priva di colpa d'origine - amava perché pieno di 'Grazia'.
La Grazia è Sapienza, la Sapienza è Dio, Dio è Amore.
L'uomo aveva in sé l'Amore ed amava, ma quando la Superbia, quel vapore che già si era condensato in Lucifero, si condensò nei Primi Due - ed essi, non paghi di avere praticamente tutto, vollero essere come Dio, come Lucifero – ecco che essi diventarono di fatto ribelli, usurpatori, e come ribelli ed usurpatori vennero cacciati dal Paradiso Terrestre.
Come dunque il primo uomo perse la Grazia - e quindi il diritto, per cominciare, a rimanere nel Paradiso terrestre, anticipazione di quello celeste - così i 'successivi' nascono senza la Grazia proprio a causa del Peccato originale e anche quando battezzati e quindi purificati della macchia possono nuovamente perdere la Grazia a causa dei peccati “attuali” che essi commettono andando contro la legge che Dio ha messo nei loro cuori, la legge dei dieci comandamenti.
Essi peccando per mancanza d'amore contro Dio e contro il prossimo e anche contro se stessi sono ad un tempo omicidi degli altri (dell'anima degli altri, grazie al saper odiare) e suicidi ad un tempo di se stessi perché uccidono la Grazia in sé, quella che rende l'Anima 'viva', quella che la mantiene figlia di Dio e che, una volta perduta, li fa figli di Satana.
Nella sua Misericordia – Misericordia coi primi due (perché avrebbe potuto mandarli subito all’Inferno assieme al loro ‘padre’) ma Misericordia anche per i successivi - Dio fece però la Promessa, la promessa di salvarci: la promessa di Maria, già concepita nella sua mente ab-initio, pronta - come Anima - a discendere al giusto tempo per un concepimento in un  seno sulla terra – nel seno di una già umanamente santa, sua madre Anna - per santificare la terra accogliendo poi, con il suo libero arbitrio, l’Incarnazione) di un Dio che si sarebbe sacrificato per salvarci, che avrebbe dato la sua vita per ridarci la nostra: la vera Vita.
Un Dio che ci avrebbe dimostrato - con l'azione, per insegnarcelo - la vera sostanza dell'Amore che non è, no, dare la vita per gli amici - perché questa è generosità portata al massimo livello, altruismo, ancora venato da interesse umano - ma darla per i 'nemici', i nemici di Dio: non nemici perché lo crocefiggevano - ché la vita umana nulla vale se non per il fatto che essa è sofferenza e quindi mezzo di santificazione - ma perché nemici del proprio spirito, che è spirito infuso da Dio, creato da Dio a sua immagine e somiglianza.
Ecco spiegato in breve il ‘Progetto creativo’ di Dio. Non progetto sull’universo, fatto di materia, ma progetto sull’uomo, fatto di materia e spirito, che in spirito – se spirito di uomo giusto -  Dio vuole ritorni a sé.
In spirito dopo il primo giudizio, quello particolare, e con la carne glorificata (sempre se uomo ‘giusto’) dopo l’ultimo Giudizio: perché anche la carne dei Santi e Beati gioisca e venga ricompensata nella sua nuova gloria, gloria di carne martirizzata (e perciò superiore alla gloria che – se non avesse commesso il Peccato originale - avrebbe dovuto avere Adamo, che gloria non sarebbe stata perché 'donata' e quindi avuta senza merito) dalle sofferenze patite e superate nella vita terrena.
La ‘carne’, corrotta dal Peccato d'origine, corrotta da Satana per farci perdere la figliolanza di Dio, è stata infatti da Dio utilizzata per ridarci - attraverso la sofferenza, e quindi con più merito - la figliolanza rubataci, consentendoci di godere, nel Paradiso celeste, di una Gloria ancora maggiore: quella che spetta a coloro che sanno essere Martiri, martiri della vita, le cui sofferenze, le normali sofferenze, accettano e offrono, sull'Altare dell'Amore di Dio.
1.2 Maria: il Capolavoro della Creazione, l’Archetipo dell’Uomo perfetto, l’Antidoto al veleno di Satana.
L’insigne mariologo Gabriele Roschini quando parlava nelle sue Opere della Madonna sapeva certo molto bene quello che diceva e aveva definito Maria il ‘Capolavoro di Dio’.
Noi potremmo definirla ‘Capolavoro della Creazione’.
Ve lo spiego ancora qui, come prima, a modo mio, come spesso farò nei prossimi cicli di ‘riflessioni’.
Gesù è Sapienza, e nel Libro della Sapienza parla della Madre della Sapienza, cioè di Dio-Gesù.
Dio ‘pensò’ l’anima di Maria fin dal principio, prima ancora di porre mano alla Creazione, perché il Capolavoro della Creazione sarebbe stato Maria.
La sua futura nascita, la creazione perfetta, avrebbe da sola giustificato la creazione dell’uomo, creato perfetto ma poi invece volontariamente decaduto.
L’amore di Maria verso Dio, la sua Purezza, un’anima che da sola Lo avrebbe amato come tutti i Santi messi assieme, avrebbe poi giustificato da parte di Dio la decisione di non distruggere la razza umana, traditrice e ribelle, dopo il Peccato originale.
Tutte le bellezze della natura e dell’universo sono state fatte per l’uomo, perché alla ‘felicità’ di Dio non era certo necessario l’universo, poiché Dio bastava a se stesso.
Nonostante il fatto che dopo il Peccato originale la corruzione sia entrata nella natura e nell’uomo, che cominciò a conoscere la sofferenza e la morte, la vita merita sempre d’esser vissuta, e quindi l’aver concesso alla razza corrotta di perpetuarsi e di poter vedere le bellezze straordinarie della Natura è stato ancora un grande dono di Dio.
La Mente suprema ‘sapeva’, fin da prima della Creazione, che l’uomo sarebbe stato ‘omicida’ della propria anima e ‘ladro’ dei doni spirituali ricevuti da Dio e allora – Buona all’estremo – pensò, da prima che la Colpa fosse, al mezzo per annullare la Colpa: il Verbo-Gesù e allo strumento per rendere il mezzo operante: Maria, la cui anima venne quindi ‘vagheggiata’ in anticipo nel Pensiero sublime del Padre.
L’uomo – corrotto nello spirito – sarebbe diventato ‘carne’, e per salvare la ‘carne’ il Verbo avrebbe dovuto farsi Carne. Il Verbo incarnato avrebbe dovuto sublimare la ‘carne’ umana per portarla in Cielo.
Ma, per essere Carne, Dio-Figlio aveva bisogno di una Madre che lo generasse umanamente secondo la carne. E per essere Dio aveva bisogno che il Padre fosse Dio.
Ecco dunque Dio – ab aeterno – ‘concepirsi’ la Sposa che, secondo la ‘carne’, sarebbe stata Madre del Figlio.
La creazione dell’uomo, per come era stata concepita nella mente di Dio, avrebbe dovuto rappresentare la quintessenza della spiritualità e dell’amore.
La nostra mente si smarrirebbe se potesse pensare come sarebbe divenuta la specie dell’uomo se l’uomo non avesse cominciato invece a riprodursi secondo gli insegnamenti di Satana.
L’uomo perfetto si sarebbe riprodotto carnalmente, ma di un amore dal quale la sessualità come la intendiamo noi - e a maggior ragione la libidine e la lussuria - sarebbero state assenti.
Satana – per spregio a Dio che è Purezza assoluta – ha voluto degradare il concetto d’amore, portandolo ad un livello che – spiritualmente parlando – è sub-animale, perché l’animale copula ma lo fa ai soli fini del mantenimento della specie, per comando divino che così ha prescritto per la sua sopravvivenza.
Ma all’uomo e alla donna depravati da Satana – ecco la rivincita di Dio – Dio volle contrapporre l’Uomo per eccellenza: Gesù, nato da una Donna sovrasublimata da Dio, al punto che – grazie alla potenza di Dio – Ella avrebbe generato un Figlio senza alcuna cooperazione umana ma per un atto di volontà divina che l’avrebbe decretato a seguito del ‘Fiat’ della Vergine Maria.
Prima che Satana diventasse il Ribelle e il Corruttore della razza umana, egli era già il Vinto, da Maria, che avrebbe dato alla luce l’Uomo-Dio: il vertice della Perfezione.
Satana tolse però a Dio la gioia di esser Padre di tutti gli uomini, perché una parte di essi – nel proprio libero arbitrio – avrebbe preferito Satana come padre.
Sulla base del progetto di Satana i ‘figli di Dio’ avrebbero dovuto diventare tutti figli suoi, venendo loro preclusa - a causa del Peccato originale e dei peccati individuali successivi - la possibilità di un ritorno al Cielo che è Perfezione.
Grazie però a Maria, che seppe mantenersi Pura in un mondo depravato, dando vita di carne al Figlio di Dio, l’Umanità sarebbe stata invece riscattata e avrebbe conosciuto in quale modo avrebbe potuto - con un poco di buona volontà - ritrovare la strada del Cielo.
Se Satana aveva voluto vendicarsi di Dio - che l’aveva fatto cacciare dal Cielo - corrompendo la spiritualità dell’uomo perfetto, Dio si era però già preso in anticipo la sua rivincita su Satana pensando – ancor prima che Satana fosse il Ribelle – di portare la perfezione della creazione di Maria ad una superperfezione, creando l’Uomo per eccellenza, neanche originato da un casto abbraccio ma da divino amplesso di pensiero.
Il Battesimo leva la Colpa, ma della Ferita rimane la cicatrice che lascia il segno: la debolezza dell’uomo, i fomiti che lo spingerebbero continuamente verso l’errore, se Gesù non gli avesse messo a disposizione degli aiuti soprannaturali per aiutarlo nella sua battaglia.
Maria – nella quale invece la Colpa non è mai stata e nella quale soprattutto la Purezza si è sempre mantenuta intatta - rappresenta dunque la Creazione Perfetta, il vero ‘Uomo’, razza della quale i Primi Due sono stati, in definitiva, solo dei ‘prototipi’.
Maria fu dunque il ‘modello’, l’archetipo di tutte le creature, la creatura perfetta, degna di ospitare un Dio.
La Creazione fu fatta per Lei perché tutti gli uomini decaduti potessero trovare in Lei la Perfezione, perché da quella Perfezione sarebbe nato il Redentore, che avrebbe riscattato l’Umanità e dato vita – grazie al suo Sacrificio - al popolo dei ‘figli di Dio’.
Anche Eva era stata creata ‘perfetta’, immacolata, ma Dio – che vive fuori del Tempo e quindi conosce in anticipo il nostro ‘futuro’ che ci scegliamo liberamente - sapeva che nella sua libertà Eva avrebbe deciso di ascoltare la voce dell’Ingannatore.
Conoscendo dunque il ‘veleno’ che Satana avrebbe iniettato ad Eva e ad Adamo e, attraverso di essi, alla loro discendenza che avrebbe contratto per ‘contagio’ la stessa ‘malattia’, Dio preparò in anticipo l’antidoto, cioè Maria, ‘pensandola’ fin dall’inizio ma inviandola sulla terra, anima nel seno fecondo di sua mamma Anna, quando fossero stati maturi i tempi per la Redenzione, affinché da questo Capolavoro potesse nascere il Dio-Redentore che insegnasse all’uomo, che aveva dimenticato la sua origine spirituale, quale fosse il percorso da compiere per tornare alla Salvezza.
1.3 L’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele.
A quest’ultimo riguardo, l’evangelista Luca racconta che un Angelo del Signore era apparso nel Tempio di Gerusalemme al sacerdote Zaccaria, il marito di Elisabetta, per annunciare una prossima maternità di sua moglie: vale a dire la futura nascita di Giovanni Battista.
L’Angelo, anzi l’Arcangelo Gabriele, appare sei mesi dopo a Maria ed anche a Lei annuncia la prossima nascita di un figlio, spiegando - alla meravigliata fanciulla che dichiara di ‘non conoscere uomo’ - che nulla è impossibile a Dio e che – a comprova – la sua anziana parente Elisabetta, considerata sterile, aveva anch’ella concepito un figlio sei mesi prima, sia pur con umano coniugio.
Ovviamente – e direi, fortunatamente, per la realizzazione del progetto divino sulla ‘Redenzione’ dell’Umanità – Maria accetta di tutto cuore di sottomettersi alla volontà di Dio.
Maria stava filando del lino, nella sua stanzetta con una porta aperta sull’orto e chiusa da una tenda, mentre pace e silenzio aleggiano nella casetta.
Maria mentre fila, canta dolcemente un inno sacro, finché il suo canto si trasforma in preghiera per chiedere a Jahvè di mandare presto il suo Messia.
Tutta Israele lo attendeva con ansia in quel periodo, poiché il Profeta Daniele, circa cinque secoli prima, aveva fatto una famosa profezia detta ‘delle settanta settimane’ (di anni) che si sarebbero dovute attendere per la Venuta del Messia e quei tempi stavano ora per compiersi.
La tenda ha un palpito come mossa da un vento, una luce vivida si diffonde all’improvviso nella stanza e nella luce si materializza un Angelo dall’aspetto d’uomo, ma un uomo dal corpo ‘glorificato’, come fosse fatto di una materia diversa e splendente.
L’Angelo si prostra, quindi le sorride e le parla: ‘Ave, Maria, Piena di Grazia’.
Maria – sorpresa da quella luce - ha un attimo di soprassalto quando vede l’Angelo inginocchiato davanti a lei con atteggiamento di devozione. Si alza di scatto addossandosi ad una parete. Lei intuisce trattarsi di una apparizione, ma di Satana o da parte di Dio?
L’Angelo la invita a non aver paura perché il Signore è con Lei, le si presenta e le parla ancora:
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(...)
« Non temere, Maria! » ripete l'Arcangelo.
« Io sono Gabriele, l'Angelo di Dio. Il mio Signore mi ha mandato a te.
Non temere, perché tu hai trovato grazia presso Dio. Ed ora tu concepirai nel seno e partorirai un Figlio e gli porrai nome "Gesù". Questi sarà grande, sarà chiamato Figlio dell'Altissimo (e tale sarà in vero) e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe, e il suo Regno non avrà mai fine. Comprendi, o santa Vergine amata dal Signore, Figlia benedetta di Lui, chiamata ad esser Madre del suo Figlio, quale Figlio tu genererai?
« Come può avvenire questo se io non conosco uomo?  Forse che il Signore Iddio più non accoglie l'offerta della sua serva e non mi vuole vergine per amor di Lui?».
« Non per opera di uomo sarai Madre, o Maria. Tu sei l'eterna Vergine, la Santa di Dio. Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà. Perciò Santo si chiamerà Colui che nascerà da te, e Figlio di Dio. Tutto può il Signore Iddio nostro. Elisabetta, la sterile, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio che sarà il Profeta del tuo Figlio, colui che ne prepara le vie. Il Signore ha levato a questa il suo obbrobrio, e la sua memoria resterà nelle genti congiunta al nome tuo, come il nome della sua creatura a quello del tuo Santo, e fino alla fine dei secoli le genti vi chiameranno beate per la Grazia del Signore venuta a voi ed a te specialmente; venuta alle genti per mezzo tuo.
Elisabetta è nel suo sesto mese ed il suo peso la solleva al gaudio, e più la solleverà quando conoscerà la tua gioia.
Nulla è impossibile a Dio, Maria, piena di Grazia.  
Che devo dire al mio Signore? Non ti turbi pensiero di sorta. Egli tutelerà gli interessi tuoi se a Lui ti affidi. Il mondo, il Cielo, l'Eterno attendono la tua parola! ».
Maria, incrociando a sua volta le mani sul petto e curvandosi in un profondo inchino, dice: « Ecco l'ancella di Dio. Si faccia di me secondo la sua parola ».
L'Angelo sfavilla nella gioia.  Adora, poiché certo egli vede lo Spirito di Dio abbassarsi sulla Vergine curva nell'adesione, e poi scompare senza smuover tenda, ma lasciandola ben tirata sul Mistero santo.
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La prossima seconda riflessione sarà dedicata a « NASCITA ED INFANZIA DI GESÙ »
2. NASCITA ED INFANZIA DI GESÙ.
2.1 La nascita di Gesù vista in visione da Maria Valtorta.
Era tempo di pace entro i confini dell’Impero romano, e fu conseguentemente possibile all’Imperatore emanare un editto con il quale veniva stabilito un censimento di tutte le popolazioni.
Bisognava andarsi a ‘registrare’ nella città di origine della propria famiglia: nel caso di Giuseppe e Maria, a Betlemme di Giudea, vicino a Gerusalemme.
Erano passati altri mesi da quel loro viaggio di ritorno a Nazareth da Ebron, dove Maria si era recata per assistere Elisabetta incinta di Giovanni Battista, e Maria era ormai più che tondetta perché i giorni della nascita di Gesù stavano per compiersi e certo non era quello il momento più adatto ad un viaggio di oltre cento chilometri fino a Betlemme, a dorso di somarello.
Ma quelle dovevano essere donne d’altri tempi. Giuseppe - ligio agli ordini dell’Autorità che volevano il censimento ma lontano mille miglia dal pensare che sotto l’ombra del Signore avrebbe potuto viaggiare tranquillo - non sa, con Maria incinta, che pesci pigliare, se partire o non partire.
È invece Maria stessa che, risoluta come tutte le vere donne, decide per il sì, sapendo dalle Scritture che il Messia avrebbe dovuto nascere a Betlemme e che quindi quel viaggio era stato previsto da Dio Padre e che nulla di male avrebbe potuto loro succedere.
E partono.
La Valtorta descrive il viaggio e racconta che – proprio a causa del grande movimento per il censimento – non si trovavano più asinelli (il mezzo di locomozione rapida più usato a quei tempi) e Giuseppe e Maria si erano dovuti accontentare di uno solo, democraticamente diviso in due: cioè Maria incinta, con armi e…bagagli, sul ciuco, e Giuseppe, a terra, conducendolo prudentemente per la briglia.
Anche allora c’erano le locande e quindi vi fanno ‘tappa’ per delle soste notturne.
Ma quando arrivano nei dintorni di Betlemme, che era vicina a Gerusalemme, incontrano un pastore con il suo gregge.
Giuseppe gli chiede un poco di latte caldo per Maria ed il pastore, vedendola incinta e pensandola stanca morta ed intirizzita, si affretta a mungere una pecora.
Il pastore fa però loro sapere che nella locanda del paese vi è il ‘tutto esaurito’ per via dei pellegrini giunti per il censimento e consiglia loro di provare eventualmente a trovare un rifugio provvisorio per la notte in una delle stalle addossate ad un crinale di collina non molto lontano.
Alla locanda confermano a Giuseppe il ‘tutto esaurito’.
Giuseppe era un artigiano, e anche di quelli bravi, e certo aveva dei soldi con sé visto che si era messo in viaggio per il censimento.
Quella notte lui e Maria dovettero però accontentarsi di una stalla, facendo di necessità virtù.
I tempi del parto erano prossimi, è vero, ma Giuseppe (non Maria che invece ‘sentiva’ perfettamente che Gesù sarebbe nato nel primo giorno della Festa delle Luci) non pensava che Gesù nascesse quella notte stessa o, forse, sperava che ‘ritardasse’ ancora di qualche giorno.
Poteva mai pensare che il Figlio di Dio avrebbe voluto nascere in una stalla?
Invece sì, Gesù decide di nascere proprio quella notte, e proprio in quella stalla, o meglio in una specie di locale diroccato, semiscavato nella collina, al cui interno vi è già un bue che volta la testa muggendo appena li vede entrare, vi è un rozzo sedile e due pietre in un angolo presso una feritoia. Il nero di quell'angolo dice che là si fa fuoco.  Pavimento in terra battuta, molto fieno in una greppia.
Gesù-Verbo dunque – nelle visioni della Valtorta – non nacque in una stalla perché la sua famiglia fosse tanto povera da non potersi permettere economicamente una locanda, quanto invece per circostanze pratiche ma con lo scopo ultimo di fare tuttavia capire all’Umanità come Egli – che pur era il Dio-Incarnato - per primo avesse accettato una nascita povera e fra i rigori invernali per fare comprendere a noi tutti il valore dell’umiltà.
Giuseppe entra nella stalla, fa posto anche al ciuchino - stanco come un somarello ma dotato di buon appetito di fronte a quel fieno – e ramazza con delle ramaglie il suolo.
Quindi preleva una bella bracciata di fieno dalla greppia e lo sistema nell’angolo più asciutto e riparato, vicino al bue che se ne sta là tranquillo e forse contento per la compagnia, per farne un giaciglio per Maria.
Un secchio mal ridotto, che forse sarà stato utilizzato dai proprietari per abbeverare il bue, serve per prendere l’acqua nel rio vicino e abbeverare l’asinello, mentre con degli sterpi trovati dentro la stalla egli accende un fuocherello e poi stende il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta, per ripararsi dall’aria fredda della notte, senza preoccuparsi del fatto che così lui resterà senza coperta.
Insomma il presepe è pronto, mentre Maria - che se ne sta buona-buona seduta sullo sgabello sorridendo ogni volta che Giuseppe la guarda - finalmente si può accomodare sul soffice fieno con le spalle appoggiate ad un pezzo di tronco d’albero.
Giuseppe – sempre nella visione valtortiana - mette mano alla bisaccia: pane e formaggio, perché quel giorno il ‘convento’ di più non passa, annaffiando il tutto con l’acqua della loro borraccia.
È dunque arrivato il momento fatidico della nascita di Gesù.
Nella stalla Giuseppe veglia e, ogni tanto - preso dalla stanchezza del viaggio - si appisola. Ma poi si sveglia per mettere ancora qualche legno sul fuoco e controllare che Maria stia bene. Rendendosi però conto di non farcela a stare sveglio, si inginocchia davanti al fuoco con le spalle volte a Maria e si immerge in una fervente preghiera. Anche Maria – del tutto assorta – prega in ginocchio a braccia aperte con le palme in alto: Lei, con il pensiero ed i sentimenti era sempre unita a Dio.
Ad un certo punto, mentre un raggio di luna penetra attraverso una apertura del soffitto ed illumina Maria, Lei alza il volto e – come rapita da una interiore visione spirituale - sorride trasfigurata mentre intorno a Lei – quasi emanasse dalla Sua persona – si diffonde un alone di luce sempre più forte.
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Vede e scrive M. Valtorta:
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«…La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un'alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo...
La volta, piena di crepe, di ragnatele, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale.  Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti.  
Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d'onice.  Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell'aria con la grazia di una chioma disciolta.
La sottoposta mangiatoia è, nel suo legno scuro, un blocco d'argento brunito. Le pareti sono coperte di un broccato in cui il candore della seta scompare sotto il ricamo perlaceo del rilievo, e il suolo... che è ora il suolo? È un cristallo acceso da una luce bianca. Le sporgenze paiono rose di luce gettate per omaggio al suolo; e le buche, coppe preziose da cui debbano salire aromi e profumi.
E la luce cresce sempre più. È insostenibile all'occhio. In essa scompare, come assorbita da un velario d'incandescenza, la Vergine... e ne emerge la Madre.
Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia.  
Un piccolo Bambino, roseo e grassottello, che annaspa e zampetta con le manine grosse quanto un boccio di rosa e coi piedini che starebbero nell'incavo di un cuore di rosa; che vagisce con una vocina tremula, proprio di agnellino appena nato, aprendo la boccuccia che sembra una fragolina di bosco e mostrando la linguetta tremolante contro il roseo palato; che muove la testolina tanto bionda da parere quasi nuda di capelli, una tonda testolina che la Mamma sostiene nella curva di una sua mano, mentre guarda il suo Bambino e lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo, non sulla testa innocente, ma su, centro del petto, là dove sotto è il cuoricino che batte, batte per noi... là dove un giorno sarà la Ferita.  Gliela medica in anticipo, quella ferita, la sua Mamma, col suo bacio immacolato…»
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Il bue di fronte a quel bagliore muggisce e l’asinello raglia, anche Giuseppe – che pregava con gli occhi chiusi completamente assorto e con le mani a copertura del viso - intravvede fra le dita il bagliore della luce, le apre, alza il viso mentre sente Maria che lo chiama.
Si volta, vede Maria e il bambino nella Luce e rimane come fulminato.
Vorrebbe inginocchiarsi ma Maria lo chiama dolcemente, si alza, si avvicina incontro a lui e, davanti ad un Giuseppe caduto ora in ginocchio, alzando le braccia al cielo, Maria offre solennemente il Bambino a Dio Padre.
2.2 La nascita di Gesù… raccontata anche da Gesù stesso.
Per la Dottrina cristiana la Vergine rimase tale prima, durante e dopo il parto.
Il prima del parto e il dopo il parto lo possiamo comprendere alla luce del voto fatto da entrambi gli sposi con l’offerta della loro castità coniugale a Dio, amandosi come Angeli, per accelerare la venuta del Messia e - dopo la nascita di Gesù - ancor di più in rendimento di grazie.
Ma il ‘durante’? Nei testi da me letti non mi è mai capitato di trovare una spiegazione sul ‘durante’. Né tantomeno di sentirlo spiegato da sacerdoti, forse per un certo qual senso di pudore, forse perché imbarazzante per noi uomini ‘moderni’, razionalisti e anche… cinici, forse semplicemente perché inspiegabile.
Se un figlio deve nascere – e Gesù-uomo era un essere umano in tutto e per tutto – non può che nascere nel modo che tutti sappiamo, no?
Quale ‘verginità’ allora, quanto al ‘durante’?
Vale quindi la pena di attirare l’attenzione su un punto della su trascritta visione della mistica, dove si dice:
«… E la luce cresce sempre più. È insostenibile all'occhio.  In essa scompare, come assorbita da un velario d'incandescenza, la Vergine... e ne emerge la Madre.
Sì. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia…».
Dalla visione – non so se lo avete notato - emerge un fatto straordinario ma che tutto sommato non lo è poi tanto per chi – da cristiano credente – creda nella Resurrezione di Gesù.
Narrano i Vangeli che Gesù, la sera del giorno della Resurrezione, apparve all’improvviso davanti agli apostoli sbucando e materializzandosi dal nulla nel Cenacolo, ‘a porte chiuse’.
Grazie alla Sua natura divina compì dunque nel Cenacolo un ‘miracolo’ inspiegabile alla luce delle leggi della fisica che noi conosciamo, come un miracolo fu pure quello della Trasfigurazione sul monte Tabor, per non parlare della Sua Ascensione al Cielo.
Il Verbo-Gesù compì dunque nella notte della Sua nascita un miracolo simile a quello del Cenacolo quando ne attraversò le pareti ‘materializzandosi’ davanti ai propri apostoli.
Egli venne alla luce attraversando le ‘pareti’ del grembo di Maria e apparendo direttamente fra le braccia di Maria” che - ripiegata sui calcagni - era in estasi e non si accorse di nulla, perché Gesù, prima di venire alla luce e sottostare poi alle leggi naturali dell’umanità, era - nella Sua divinità - in grado di non “ferire” o fare danni al corpo della madre.
In Genesi - nel momento della condanna del serpente e dei due progenitori - Dio aveva detto ad Eva: ‘Moltiplicherò le doglie delle tue gravidanze… partorirai i figli nel dolore…’.
Mentre Eva - creata immacolata in un mondo perfetto - aveva peccato contro Dio, Maria si era invece mantenuta Immacolata in un mondo di peccato.
Era dunque giusto che Maria - anche come Madre del Figlio di Dio - rimanesse indenne dalle doglie dolorose ed umilianti del parto, come non sarebbe stato confacente alla dignità di un Dio nascere secondo le modalità dell’Umanità decaduta.
Nei Vangeli i vari racconti si snodano tra una festa religiosa e l’altra, tanto che a volte se ne perde il conto, come quello del numero delle ‘Pasque’ dei tre anni di vita pubblica di Gesù.
La Pasqua ebraica cadeva nel plenilunio di nisan, fra marzo e aprile, seguita un mese dopo dalla ‘Pasqua supplementare’ per quelli che non avevano potuto celebrare la prima.
Quindi, cinquanta giorni dopo la Pasqua, vi era la Pentecoste.
Poi in autunno, alla fine dei raccolti, vi era la Festa dei Tabernacoli, detta anche Festa delle capanne.
Infine il 25 di casleu, e cioè fra il nostro novembre/dicembre, le Encenie, detta anche Festa della Purificazione o della Dedicazione del Tempio. Ma, come se non fossero bastati tre nomi, quest’ultima ricorrenza veniva chiamata anche Festa delle Luci.
Ma a proposito proprio della Festa delle Luci e della nascita di Gesù…, in un’altra delle visioni di Maria Valtorta è un Gesù trentunenne quello che, alla fine del primo anno della sua missione pubblica, racconta di quella notte in cui Egli – Verbo Incarnato – si rivedeva infante in quella stalla.
Vale la pena fare un 'flash' in avanti nel tempo e parlarne.
Gesù e gli apostoli avevano predicato per molti mesi ed erano giunti appunto alla fine dell’anno ebraico, che corrispondeva al mese di casleu, quello in cui cadeva la Festa delle Luci.
Il gruppo apostolico - anche per i rigori invernali che rendevano più difficile e malagevole lo spostarsi a piedi -  si apprestava a chiudere la propria attività per un certo tempo.
Ognuno sarebbe rientrato fra breve in famiglia per quello che oggi chiameremmo un periodo di ‘ferie’.
Ma prima si ritrovano tutti a Betania, nella casa di Lazzaro, ammiratore di Gesù. Lazzaro, che conosceva Gesù di fama, non era all’inizio un vero e proprio discepolo ma era già protettore e munifico benefattore del Gruppo apostolico. Egli aveva conosciuto Gesù attraverso Simone lo Zelote che possedeva una casa a Betania vicino alla proprietà di Lazzaro.
Lazzaro era fratello di Marta e Maria, e questa Maria altro non è che Maria ‘Maddalena’ o Maria ‘di Magdala’, così anche chiamata perché aveva molti possedimenti a Magdala in prossimità del Lago di Tiberiade, a quell’epoca famosa e lussuosa località di villeggiatura per benestanti ebrei, commercianti greci e romani, nonché alti funzionari di Roma.
Marta era una santa donna ma Maria Maddalena, giovane e bellissima, era una dissoluta: era lo scandalo della famiglia, la spina nel cuore di Lazzaro.
Lazzaro e Marta avevano implorato Gesù di ‘miracolare’ Maria, cioè di portarla alla conversione, e Gesù per amor loro e compassione di lei aveva accettato dicendo che lo avrebbe fatto a suo tempo.
La parabola della ‘pecorella smarrita’ – che Gesù avrebbe raccontato un anno dopo, avendo notato la Maddalena nascosta in mezzo alla folla per ascoltare non vista i suoi discorsi –la inventò su due piedi tutta per lei.
La parabola era commovente, lei intuì nel suo cuore che Gesù l’aveva detta per lei, ne fu sconvolta e questo fu l’episodio determinante della sua conversione, poiché lei ormai da qualche tempo – ascoltando di tanto in tanto Gesù con aria di noncuranza – aveva cominciato segretamente a macerarsi l’anima in un rimorso sempre più cocente.
Questa parabola – non nel resoconto scheletrico dei vangeli – ma nella travolgente e dolcissima eloquenza di Gesù nell’Opera di Maria Valtorta - è una delle più poetiche, vibranti e commoventi.
Lazzaro era ricchissimo, praticamente ‘padrone’ della cittadina di Betania i cui abitanti lavoravano in buona parte nelle sue terre, riconoscenti nei confronti di un padrone buono e generoso. Aveva anche un palazzo a Gerusalemme, varie proprietà agricole nei dintorni, in Palestina e fuori Palestina.
Anche politicamente Lazzaro era una ‘personalità’ in Israele, perché - oltre che considerato per le sue ricchezze e stimato dagli ebrei per la sua onestà - era apprezzato ed era influente presso le Autorità romane per via di importanti servigi che suo padre Teofilo molti anni prima aveva reso a Roma.
Nella Festa delle Luci, numerose fiaccole - accese all’interno della sua casa di campagna - riverberavano i loro riflessi anche fuori nel giardino, dove Gesù passeggiava nella penombra assorto nei suoi pensieri.
Chissà a cosa pensava…, forse al fatto che quel giorno, lì a Betania, ricorreva l’anniversario di una analoga Festa delle Luci di trentuno anni prima, quando lui, a Betlemme, era nato.
L’apostolo Simone, detto lo Zelote, lo raggiunge per avvisarlo che il padrone di casa ha chiesto di Lui, perché tutto è pronto in tavola.
I due, Lazzaro e Gesù, non si conoscono ancora del tutto bene e Lazzaro vorrebbe conoscerlo meglio. Lo stuzzica e gli dice che certi ‘amici’ di Gesù gli hanno appena raccontato che Lui, Gesù, ebbe a nascere in un periodo analogo di una lontana Encenie mentre tutta Betlemme ardeva di fiaccole.
Gesù aveva due nature: umana e divina.
Egli – in quanto Dio - era Onnisciente, e tutto capiva e vedeva, quando per le esigenze della Sua missione di Redentore si manifestava in lui la Sua natura divina.
Nelle condizioni di ‘normalità’, nel vivere comune, era invece la Sua natura umana quella che si manifestava, senza Onniscienza, salvo il dono in misura perfetta della ‘introspezione dei cuori’, vale a dire la capacità di saper leggere pienamente nel ‘cuore’ delle persone.
Questo dono gli era però conferito non dall’essere Egli il Verbo incarnato ma dall’essere nato privo di Macchia di origine, come lo era stato Adamo prima del Peccato, e quindi con i doni di scienza, intelletto ecc. conferiti da Dio ai due Progenitori nella pienezza della loro Grazia.
Gesù mostra qui dunque di non sapere chi siano questi amici e lo chiede a Lazzaro perché – dice Gesù - lì non ha altri amici al di fuori dei discepoli, che sono presenti insieme ad altri suoi cari amici di Betania. Ha però per amici anche i pastori di quella lontana notte di Betlemme. Sono forse venuti lì anche essi?
Si fanno a quel punto avanti a sorpresa proprio i pastori che – dopo l’inizio dell'attività pubblica di Gesù manifestatosi quale Messia – lo hanno rivisto adulto dopo tanti anni e si sono fatti suoi discepoli.
Gesù rimane stupito nel vederli, esclamando allora di avere capito perché, con una scusa, tutti avessero fatto in modo di farlo uscire fuori in giardino: per chiamarlo dopo e farGli una sorpresa!  
Si siedono tutti a tavola ed è inevitabile che ad un certo punto i pastori - all’inizio imbarazzati in un ambiente tanto elegante, per di più di fronte a Lazzaro e soprattutto di fronte a Gesù – prendono coraggio e cominciano a raccontare la loro versione di quella notte di Betlemme, quando alcuni di loro erano ancora molto giovani e taluno anche bambino.
Quella notte i pastori, dopo l’annuncio angelico e l’Osanna degli Angeli, erano andati alla grotta avvicinandosi in silenzio e – facendo sbirciare il più piccolo di loro da un lato del mantello che Giuseppe aveva messo a chiusura dell’ingresso a protezione dal vento e dal freddo – essi avevano visto per la prima volta Gesù neonato.
A questo punto Pietro protesta, dicendo che non è giusto che gli altri ‘sappiano’ mentre gli apostoli – a parte il giovane Giovanni che gli apostoli sanno essere il detentore di tanti segreti di Gesù, fatto di cui Pietro si lamenta dicendo che lui, Giovanni, se ne sta sempre ben zitto – non sanno niente, per di più dopo un anno di viaggi di evangelizzazione fatti insieme.
Gli altri apostoli si associano alle ‘proteste’ di Pietro e – a cominciare da Bartolomeo, che ricorda sorridendo a Gesù di averGli detto una volta che ‘da Nazareth non poteva venire niente di buono’ – gli chiedono di parlar loro di quell’importante avvenimento della sua vita.
Gesù accondiscende, accettando di parlare di quella notte e anche di ciò che i pastori non sanno.
Narra dunque Gesù che – avvicinatosi il tempo che Dio aveva considerato giusto per donare all’Umanità il Redentore (che avrebbe aperto i Cieli agli uomini di buona volontà) - Dio si preparò la sua ‘Vergine’.
Il Verbo divino, infatti, facendosi Carne, non avrebbe potuto abitare in un corpo in cui Satana - attraverso il Peccato originale e le sue conseguenze - avesse messo il proprio ‘sigillo’.
Dio operò dunque perché Maria, nel seno materno di Anna, fosse preservata dalla ‘Macchia’.
L’anima di Maria – deduco io – venne opportunamente preservata in anticipo, come fosse stata in qualche misterioso modo ‘immunizzata’ dalla ‘malattia’, ed a quel punto venne infusa da Dio nell’embrione concepito dai suoi genitori.
Maria – dice Gesù - fu dunque ‘la Vergine’ prima del concepimento, tale rimase nel seno della madre Anna, vergine fu nei primi passi, vergine quando confermò questo desiderio davanti al Gran Sacerdote del Tempio dove aveva trascorso l’infanzia fino al momento in cui il Gran Sacerdote aveva deciso il suo sposalizio, e vergine anche dopo quando Giuseppe, scelto come marito da Dio, accettò volentieri di rispettare il suo desiderio di castità, desiderio che a dire il vero era anche di Giuseppe. Vergine insomma sempre. E la sua verginità non va intesa solo in senso fisico, ma anche in senso ‘morale’ e ‘spirituale’, perché mai il suo spirito ebbe connubi con Satana. Ella rimase sempre “fonte sigillata” e “specchio tersissimo di Dio”.
Pietro, uomo fatto, sposato e smaliziato, ascolta con attenzione - rimuginando fra sé su quella maternità di Maria senza che Giuseppe l’avesse fisicamente sfiorata – e chiede allora a Gesù come avesse reagito Giuseppe a Nazareth nel saperla incinta.
Gesù risponde che Dio aveva fatto capire a Maria di tenere il segreto di quel concepimento spirituale.
Giuseppe, pertanto, non si rese conto del fatto se non guardandola quando – tre mesi dopo la partenza di Maria da Nazareth per Ebron dove abitavano Elisabetta e Zaccaria - egli arrivò da Zaccaria a Gerusalemme (dopo la presentazione di Giovanni Battista al Tempio) per riprendersi la sposa. Prima di partire per Ebron, Maria aveva dovuto aspettare circa un mese e quando ritorna a Nazareth è ormai di 4 mesi e il suo stato è ben visibile anche sotto l’abito lungo e ampio.
Pietro, stupito, chiede ancora come avesse reagito a quella scoperta, perché ‘se al suo posto ci fosse stato lui…’
Gesù gli spiega che Giuseppe era in realtà quello che oggi chiameremmo un santo, perché Dio sapeva chi scegliere e a chi affidare i suoi doni, ma che - dopo quella dura prova - in Giuseppe subentrò la gioia
Pietro rimugina ancora fra sé le parole di Gesù ma poi non ne può più e a mezza bocca esclama: «Se ero io…, non succedeva, perché prima avrei…, Oh! Signore, come è stato bene che non fossi io! L’avrei spezzata come uno stelo senza darle il tempo di parlare. E dopo, se assassino non fossi stato, avrei avuto paura di Lei… La paura di tutto Israele, da secoli, per il Tabernacolo…».
Pietro, evidentemente, non era ancora santo come Giuseppe. Era un uomo vigoroso ed impetuoso con una forte attitudine al comando, generoso e… anche ‘manesco’, come avrebbe dimostrato due anni dopo, nella notte del Getsemani sul monte degli Ulivi, staccando con un fendente di spada un orecchio ad uno dei soldati dei sacerdoti del Tempio che erano venuti a catturare il suo Maestro.
Egli diventerà santo dopo, macerato dal pentimento e dal rimorso per aver tre volte rinnegato Gesù la notte della cattura e soprattutto dopo la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli nel Cenacolo.
Anche i pastori intervengono con i loro ricordi, rammentando il loro dolore dopo che seppero della fuga notturna da Betlemme della Sacra Famiglia senza più essere riusciti ad avere alcuna notizia per tutti gli anni successivi.
Persino il sacerdote Zaccaria – dicono i pastori – aveva detto di non sapere dove fossero fuggiti.
Gesù spiega loro che il segreto sulla piena manifestazione del Messia avrebbe dovuto essere mantenuto per prudenza fino al giorno opportuno.
E anche quando – morto Erode il Grande – essi tornarono dall’Egitto, evitarono sempre per prudenza di far tappa sia ad Ebron che a Betlemme ma andarono direttamente a Nazareth in Galilea, costeggiando il mare. Questa prudenza estrema sulla identità del Messia – continua Gesù - spiega anche l’affanno di Maria dopo il suo smarrimento a Gerusalemme, dodicenne, e nel momento in cui finalmente ella Lo ritrovò fra i dottori del Tempio.
Gesù conclude rammentando di essere il Perfetto, in quanto Figlio del Padre, e di essersi perciò sempre regolato con perfezione per conservare al Padre il Salvatore. E così Egli ha fatto fino all’anno prima, quando – all’inizio della Sua Missione – Egli aveva deciso che poteva e doveva ormai rivelarsi al mondo.
Alla domanda se non avesse mai più visto Giovanni Battista da allora, Gesù risponde che il ‘suo’ Giovanni lo vide solo al Giordano, al momento in cui volle da lui il Battesimo.
In realtà nell’Opera della nostra mistica il racconto di Gesù ed i dialoghi dei presenti sono molto più ampi di quanto abbia qui sintetizzato io con parole mie, limitandomi all’essenziale. Pietro vorrebbe potersi ricordare tutto. Ma – e questa è una frase di cui lascio a voi comprendere la portata – gli risponde tranquillizzandolo Matteo, dicendogli:
«Sta’ buono, Simone. Domani mi faccio ripetere tutto dai pastori. Con pace. Nel frutteto. Una, due, tre volte se occorre. Io ho buona memoria, esercitata al mio banco, e ricorderò per tutti. Quando vorrai ti saprò ripetere tutto. Non tenevo neppure le note a Cafarnao, eppure…».
Avete capito, ora, perché il Vangelo di Matteo è molto più dettagliato in tanti punti, come ad esempio nel ‘Discorso della montagna’, del Vangelo di Marco?
Marco non solo non era stato apostolo e quindi nemmeno testimone oculare dei fatti ma aveva dovuto scriverli sulla base della suddetta ‘relativa’ memoria di Pietro…
Matteo fu il primo – si apprende dall’Opera valtortiana – a scrivere il suo Vangelo, anche se dopo una quindicina di anni dall’Ascensione di Gesù.
Egli era tuttavia molto intelligente e - da buon ‘pubblicano’ - quando ancora se ne stava seduto al suo banco di Cafarnao dove incassava le gabelle, aveva imparato ad esercitare la memoria, al punto da non aver neanche più bisogno di consultare le ‘note’ dei registri contabili. Egli teneva tutto a mente fino all’ultimo 'soldo': chi doveva pagare e quanto dovesse pagare!
2.3 Fuga della Sacra Famiglia da Betlemme verso l’Egitto, prima infanzia di Gesù in Egitto ed adolescenza a Nazareth.
Rientro a Nazareth o fuga in Egitto? Una discordanza evangelica.
Matteo racconta nel suo Vangelo che dopo la partenza dei Magi da Betlemme un angelo avverte in sogno Giuseppe di alzarsi, prendere il Bambino e sua Madre, e fuggire in Egitto, come dire che non c’era da perder neanche un attimo di tempo.
Matteo continua e dice che Giuseppe ‘si alzò e, di notte, preso il Bambino e sua Madre, si ritirò in Egitto…’.
Non so se lo abbiate notato, ma l’Angelo non dice a Giuseppe di prendere suo figlio e sua moglie e di fuggire, ma di prendere il Bambino e Sua Madre.
Gesù non era infatti figlio di Giuseppe ma - per discendenza di carne - era solo figlio della Madre, cioè di Maria.
A riguardo di questa precipitosa partenza, mi sembra di aver però trovato qui una discordanza evangelica…
Luca – dopo aver narrato l’episodio della cerimonia della Purificazione – aveva concluso infatti testualmente così:
«Quando ebbero compiuto tutto quello che riguardava la legge del Signore, ritornarono in Galilea, nella loro città di Nazareth.
Intanto il fanciullo cresceva, si sviluppava, riempiendosi di saggezza, e la grazia di Dio era su di Lui»
Quindi, secondo il racconto di Luca, dopo la cerimonia della Purificazione – qualche tempo dopo la nascita di Gesù - la Sacra Famiglia se ne torna a Nazareth e l’evangelista ce la ripresenta a Gerusalemme dodici anni dopo al compimento del dodicesimo anno di Gesù.
Matteo racconta invece che c’è stato l’arrivo dei Magi e che dopo la loro partenza la Sacra Famiglia fugge precipitosamente non a Nazareth ma verso l’Egitto.
Intanto diciamo che sarebbe sbagliato giudicare l’attendibilità dei Vangeli limitandoci a considerare ‘buoni’ solo gli episodi che sono citati e riferiti identicamente anche dagli altri evangelisti.
Ogni evangelista, infatti, racconta le cose dal proprio angolo visuale e inserisce quegli elementi che sono in quel momento a sua conoscenza o più significativi.
Quale delle due versioni è allora quella giusta?
Non è nemmeno tanto verosimile che – dopo un sogno come quello di cui parla Matteo con l’Angelo che ingiunge letteralmente a Giuseppe di alzarsi nottetempo e di fuggire subito in Egitto – Giuseppe e Maria fossero andati in Egitto passando prima da Nazareth.
Dando un’occhiata ad una carta geografica di Israele, possiamo notare che - per la famigliola che si trovava a Betlemme - Nazareth era agli antipodi rispetto all’Egitto.
Infatti Betlemme, che è a pochi chilometri da Gerusalemme, è più o meno a metà strada fra Nazareth, verso nord, e il confine egiziano del territorio di Israele, verso sud.
Dovendo fuggire nottetempo da Betlemme a sud verso l’Egitto – come racconta Matteo - non avrebbe avuto senso andare a Nord, con le soldataglie di Erode alle calcagna, per poi rimanersene ad aspettarle a Nazareth come se niente fosse.
Oltretutto Nazareth era situata ben 120 chilometri circa a nord rispetto a Betlemme, verso l’odierno Libano.
Perché tornare a Nazareth? Per salutare i parenti? Ma quello non era un viaggio di piacere, un viaggio turistico, era una fuga drammatica pena la morte. Andare a Nazareth avrebbe significato farsi 120 chilometri all’andata, salutare i parenti, farsi altri 120 chilometri al ritorno, a dorso d’asino, su strade molto pattugliate.
Insomma – contando il fatto che c’era un bambino piccolo da portare ed una donna fragile, e inoltre che se fossero andati a Nazareth a ‘sistemare’ le loro faccende famigliari prima di andarsene all’estero, altri due o tre giorni li avrebbero persi - i giorni perduti fra andata e ritorno, sarebbero stati almeno sette o otto, senza contare i giorni ulteriori di viaggio per raggiungere l’Egitto.
In tutti quei giorni Erode avrebbe avuto il tempo di stendere una maglia impenetrabile di soldati per intercettare e raggiungere quel piccolo Messia in fuga che – secondo i suoi timori - metteva in pericolo il suo trono.
Nessun ritorno a Nazareth, dunque. Giuseppe deve avere obbedito all’Angelo «alla lettera»: saltare giù dal letto, fare fagotto e partire alla svelta direttamente verso l’Egitto.
Concludendo, l’errore nei Vangeli o - se vogliamo, la svista narrativa - è di Luca.
Luca ‘salta’ anzi a piè pari l’episodio dell’Egitto - che forse non era neanche a sua conoscenza - o semplicemente lo salta perché ne aveva già parlato Matteo nel suo Vangelo, così come Giovanni, nel suo Vangelo successivo, ometterà moltissimi episodi che avevano già raccontato gli altri tre evangelisti sinottici.
Luca dice solo che Gesù avrebbe passato il resto della sua vita a Nazareth fino all’episodio narrato da lui stesso: il ‘ritrovamento’ di Gesù dodicenne al Tempio fra i dottori, episodio che invece Matteo da parte sua non racconta.
Nulla ci dicono i Vangeli sulla vita e durata del soggiorno di Gesù in Egitto, mentre è invece la Valtorta, che Gesù chiamava nei suoi Dettati ‘il piccolo Giovanni’ dal nome del grande Evangelista, a parlarcene attraverso le sue visioni.
Un deserto, una piramide, una casetta ad un solo piano, molto modesta e intonacata a calce. Due porte affiancate, ciascuna delle quali immette in un piccolo ambiente. Un poco di terreno sabbioso intorno, recintato da canne coperte da dei rampicanti, un gelsomino in fiore, un cespuglio di rose, dove vi è un piccolo orto. Una pianta ad alto fusto che fa ombra alla casa e al terreno, una capretta legata alla pianta che mangia le foglie di alcuni rami che le sono stati gettati davanti. Su una stuoia, per terra, un Gesù bambino di circa due anni. Molto bello, gioca con dei pezzetti di legno intagliati che certo gli avrà fatto Giuseppe. Capelli dorati, riccioli, pelle chiara e rosea, occhietti azzurri, vivi e splendenti, come li avrà anche da adulto.
Ha una camiciola bianca lunga, certo la Sua tunica, i piedini scalzi, mentre egli gioca anche con i suoi sandaletti che sono lì vicino. Poco più in là Maria, all’ombra della pianta, lavora ad un telaio e tiene d’occhio il bambino.
Scena molto serena.
Poi a sera arriva Giuseppe, con gli attrezzi da falegname sulle spalle, segno che anche in Egitto si guadagnava da vivere facendo il falegname.
Giuseppe entra in una delle due stanze della casetta. Funge da laboratorio, cucina, stanza da pranzo, con una tavolo e una lucerna, sgabelli, un focolare acceso, il telaio che nel frattempo Maria ha portato in casa.
Ambiente povero ma ordinatissimo.
Si siedono tutti a tavola per la cena, non senza aver prima pregato secondo l’uso ebraico. Tralascio molti altri particolari.
L’angelo - in seguito - appare però ancora una volta in sogno a Giuseppe e gli dice di ritornare a Nazareth poiché Erode il Grande era morto.
La Valtorta rivede in una visione successiva Gesù a Nazareth, un bambino dall’apparente età di cinque anni.
A Nazareth c’è una prima lezione di Giuseppe al piccolo Gesù nel laboratorio di casa: una lezione sull’uso degli attrezzi da lavoro.
Si vedono attrezzi vari costruiti da Giuseppe in formato ridotto, adatti ad un bimbo di quell’età: un piccolo martello, una sega, dei piccoli cacciavite, una piccola pialla, il tutto su di un piccolo bancone a misura di… bambino.
Prima operazione: come imparare a segare un pezzo di legno senza segarsi le… dita.
Poi l’uso della pialla per raddrizzare il taglio fatto storto…
In un’altra visione la mistica vede nell’orto-giardino un Gesù più grandicello che gioca con altri due bambini della stessa età: sono Giacomo e Giuda, cuginetti di Gesù in quanto figli di Alfeo di Nazareth, fratello di Giuseppe e sposo di Maria Cleofa, la donna di cui parlano i Vangeli che diverrà discepola di Gesù.
I due bambini sono gli stessi che diventeranno apostoli.
È una scena divertente.
Prima giocano ai mercanti, poi si stancano e cambiano gioco. Decidono di fare l’esodo dall’Egitto. Uno dei due cuginetti (Giacomo) propone a Gesù di fare Mosè, lui farà Aronne e suo fratello Giuda farà Maria, la sorella di Aronne.
Giuda (che da adulto nei Vangeli è chiamato il Taddeo) protesta perché lui è un maschio e non vuol fare la femmina, ma Giacomo gli dice che fa lo stesso e anzi lui – Giuda - ballerà davanti al vitello d’oro, che nel caso specifico viene simboleggiato da un alveare su un lato del giardino
Giuda si impunta:
«Io non ballo. Sono un uomo e non voglio essere una donna. Sono un fedele e non voglio ballare davanti all’idolo».
Interviene Gesù a far da paciere:
«Non facciamo questo punto. Facciamo l’altro: quando Giosuè viene eletto successore di Mosè. Così non c’è quel brutto peccato di idolatria e Giuda è contento di essere uomo e mio successore. Non è vero che sei contento?».
«Sì, Gesù. Ma allora tu devi morire, perché Mosè muore, dopo. Io non voglio che tu muoia, Tu che mi vuoi sempre tanto bene».
«Tutti si muore… Ma Io prima di morire benedirò Israele, e siccome qui non ci siete che voi, benedirò in voi tutto Israele…».
Non vi dico il resto, finché Gesù – nel seguito del gioco in cui interpreta il ruolo di Mosè – dall’alto di un monticello del giardino - benedice Israele, vale a dire i due cuginetti prostrati, poi si sdraia, chiude gli occhi e … muore.
Profetico, direi. Il Verbo che è in lui – a futura memoria – prefigura forse con un gioco innocente quanto Gesù farà poi dalla Croce del Calvario quando morirà dopo aver detto: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…’.
Maria, che arriva in quel momento, lo vede steso a terra immobile e spaventata gli grida di alzarsi, perché – lo rimprovera - ‘… lei non lo vuole vedere morto’
La ricostruzione dei bambini dell’episodio di Mosè è stata comunque perfetta e poi se ne comprende il perché: come maestra di religione tutti e tre hanno Maria, la quale aveva studiato nel Tempio e come già detto conosceva a menadito le scritture e i salmi che i ragazzi recitavano.
I due cuginetti, inseparabili compagni di giochi ed istruiti scolasticamente da Maria, alcuni decenni dopo diventeranno anche compagni di Gesù durante la sua evangelizzazione e lo seguiranno nella morte con il loro martirio.
2.4 Gesù dodicenne fra i dottori del Tempio, prima profezia messianica: 'Attendetemi nella mia ora.  Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola…'.  
Passano dunque gli anni e Luca racconta che Giuseppe e Maria erano soliti andare ogni anno a Gerusalemme, per la Festa di Pasqua.
Il che significava - come già detto - farsi circa 120 chilometri a dorso d’asino o a piedi all’andata e altrettanti fino al ritorno a Nazareth.
Questo per Giuseppe significava - poiché fra feste pasquali e viaggio di andata e ritorno sarebbero stati necessari almeno una decina di giorni – lasciare la propria attività di falegname non per prendersi delle ‘ferie’, come faremmo noi oggi, ma per fare un pellegrinaggio che – anche per Maria e per Gesù – sarebbe stato molto disagevole e faticoso.
In questo episodio evangelico, però, il ‘bimbo’ era intanto cresciuto. Era già un ragazzo, anzi un adulto, anche se solo dodicenne, perché quella era l’età in cui in Israele un giovane veniva dichiarato – con una apposita cerimonia nell’immancabile Tempio - maggiorenne per la legge, dopo aver superato un esame di…religione, fatto questo che per Gesù non avrebbe comunque dovuto costituire una preoccupazione.
Il Dio che era in Lui – ne abbiamo già accennato - non si rivelava che a sprazzi, in attesa della rivelazione ‘pubblica’ a trent’anni, all’inizio cioè della ‘missione’ al Giordano quando lo Spirito del Signore sarebbe apparso a Giovanni Battista sul capo di Gesù sotto forma di colomba ed una Voce avrebbe tuonato dal cielo indicando che quello era il suo Figlio prediletto.
Ma quando il Dio che era ‘nascosto’ in lui si ‘rivelava’, quasi la carne umana stentasse a contenere la divinità compressa, agli occhi della gente Gesù poteva assomigliare a uno di quei bambini ‘prodigio’, quelli di cui ogni tanto si sente ad esempio dire che a sette anni risolvono complessi problemi di alta matematica o compongono brani di musica eccelsa: un genio infantile, insomma, che però – al di fuori del suo ambito ‘geniale’ – si comporta, gioca e scherza come tutti gli altri ragazzi della sua età.
E Gesù – da giovanetto – credo dovesse essere tenuto prudentemente d’occhio dai suoi ‘genitori’ perché questi umanamente temevano che il Dio che era in lui avrebbe potuto far balenare magari troppo quei lampi di luce che avrebbero dato adito a interrogativi ed attirato l’attenzione delle Autorità e di Satana prima che giungesse il tempo della maturità di Gesù, come uomo pronto alla missione.
Attenzione di Satana che, come vedremo, sarebbe scattata infatti subito dopo la manifestazione della Voce di Dio al guado del Giordano (dove Giovanni Battista avrebbe ‘battezzato’ Gesù), concretizzandosi nelle famose ‘tentazioni’ sataniche nel deserto.
Tornando a quel viaggio a Gerusalemme, dunque, dovevano essere tutti in comitiva, perché – essendo, quelli, dei viaggi di pellegrinaggio - gli israeliti erano soliti partire in gruppi numerosi dai paesi d’origine.
Probabilmente facevano parte della ‘comitiva’, oltre che gli amici paesani, anche i parenti, come quell’Alfeo, il già citato fratello di Giuseppe, sua moglie Maria d’Alfeo, con i loro figlioli Giacomo e Giuda, cugini coetanei.
I cugini, nel Vangelo, vengono chiamati - alla moda ebraica - ‘fratelli’.
Il pellegrinaggio per gruppi, che poi si univano sulla strada a quelli di altri paesi, ingrossandosi e componendo una vera e propria ‘carovaniera’, era anche dettato da ragioni di sicurezza.
Si viaggiava insieme per difendersi meglio dai briganti che - nonostante a quell’epoca Roma tenesse ben sgombre almeno le strade consolari non badando tanto al sottile e ai garantismi nel comminare la pena di morte - rappresentavano sempre un pericolo sulle strade meno battute e con viandanti isolati.
Al ritorno, finite le feste pasquali, i ‘gruppi’ si ricomponevano e file lunghissime di gente si snodavano per le strade, assottigliandosi e frammentandosi sempre più man mano che ogni gruppo deviava dalla via principale prendendo la strada secondaria che avrebbe condotto al proprio villaggio.
Era un caravanserraglio di cammelli, cavalli, asini e asinelli, carri e carretti, in mezzo ad un vociare confuso di richiami ed inviti a sbrigarsi, in mezzo a parenti e compaesani che si danno di voce ed a ragazzi per i quali quel viaggio avventuroso si ammantava di mistero e di interesse e che tutto facevano fuorché starsene con i loro genitori, magari… in fondo alla carovana.
Maria e Giuseppe si accorgono solo alla fine della giornata che Gesù manca all’appello ma non perché nessuno dei due si fosse occupato di sapere dove era Gesù prima di partire. La ragione è un’altra: Maria umilmente pensava che essendo Gesù ormai maggiorenne si fosse unito a Giuseppe e ai maschi; Giuseppe invece conoscendo la natura amorosa di Gesù, pensava che Lui avesse ancora voluto rimanere con la Madre, anche se ormai adulto per la Legge.
È l’ora dell’imbrunire, la carovana si ferma, si sistemano i bivacchi, si accendono i fuochi, è l’ora di mangiare e… Gesù? Dov’è Gesù?
Dov’è Gesù?!
Nessuno lo sa e, a ben pensarci, nessuno l’ha visto, neanche gli amici.
Erano ormai ad una giornata di cammino da Gerusalemme, verso Nord, diciamo quasi una trentina di chilometri, ed era notte. Che fare?
Maria e Giuseppe – torce alla mano - decidono di rientrare a Gerusalemme a passo veloce, fatto che gli avrà consentito di arrivare all’alba.
Essi sapevano bene che nel caso di Gesù potevano entrare in ballo forze spirituali negative come era successo in occasione dell’eccidio ordinato da Erode il quale – convinto ‘umanamente’ di difendere così il suo trono da quell’ipotetico Messia menzionato dai Magi -  aveva assecondato una suggestione satanica e aveva ordinato la soppressione, ancorché sapesse che il Messia doveva essere nato solo da non molti mesi, di tutti i bambini di Betlemme e dintorni dai due anni di età in giù, tanto per non sbagliare.
Gesù godeva certamente di una protezione ‘angelica’ che creava intorno a Lui una ‘barriera’ che confondeva le idee a Satana ma era sempre necessario usare prudenza.
Come già accennato sopra, Satana arriverà ad individuare il famoso ‘Messia’ – che anch’Egli attendeva come gli israeliti, ma non per acclamarLo – solo dopo il Battesimo del Giordano e soprattutto nel deserto quando si accorgerà di non essere riuscito a farLo ‘cadere’ in tentazione, come aveva già fatto con i Primi Due Progenitori.
Se il sanguinario Erode il Grande era ormai morto da alcuni anni, vi era pur sempre Erode Antipa, cioè il figlio, che quando si trattava di ‘tagliar teste’ non scherzava nemmeno lui, come farà poi con Giovanni Battista. E gli erodiani erano un vero e proprio partito politico al potere, rappresentato nel Sinedrio e alleato dei romani, i quali ultimi neppure loro volevano perdere il controllo della regione e sentir parlare di un Messia o di un Re dei re.
Ecco il perché dell’affanno di Maria e Giuseppe nel constatare la mancanza di Gesù: non solo responsabilità di genitori, ma responsabilità di tutori umani rispetto al Figlio di Dio che essi avevano avuto in consegna.
Ecco anche perché quel senso di liberazione e di ‘aggressività amorosa’ di Maria, quando – avendo trovato fra i dottori del Tempio l’enfant prodige – prorompe affannata in quel grido-rimprovero: ‘Figlio, perché ci hai fatto questo?!’
Gesù, in uno di quei suoi sprazzi di Luce che si rivelavano appunto quando il Dio che era in Lui riteneva opportuno in qualche modo rivelarsi, stava infatti dialogando con i sapienti del Tempio.
E dialogava veramente ‘da Dio’ se, come racconta Luca, questi grandi dottori si stupivano per la Sua intelligenza, per i suoi discorsi e le Sue risposte che certamente dovevano riguardare le cose di Dio.
E quel ‘Figlio’ risponde allora ai due genitori: ‘Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda mio Padre?’.
La visione valtortiana di questo episodio è di potente bellezza, oltre che di estremo interesse.
Lì al Tempio era iniziata una disputa teologica fra ‘dottori’.
Un gruppo era guidato da Gamaliele, il famoso rabbi che era stato anche maestro di Saulo (il futuro San Paolo), e da un altro rabbi vecchio e quasi cieco che lo appoggiava: Hillel.
Il secondo gruppo era guidato da un certo Sciammai, astioso e intransigente.
Gamaliele sosteneva che in base alla profezia delle ‘settanta settimane’ di Daniele – di cui abbiamo già parlato – il Messia doveva essere già nato.
Sciammai sosteneva il contrario, perché la schiavitù da cui avrebbe dovuto essere liberato Israele era addirittura aumentata e la Pace, che il Principe messianico avrebbe dovuto portare con sé, era ben lontana dall’esserci, particolarmente in Gerusalemme, oppressa dai romani, né tantomeno si vedeva il preannunciato ‘Precursore’.
È qui che Gesù interviene, interloquendo con Sciammai e dando ragione a Gamaliele.
La schiavitù di cui parla il Profeta – proclama il Gesù dodicenne con aspetto fiero, con voce limpida e occhi sfavillanti – non è quella dei romani a cui Sciammai allude, ma quella del Male che separa l’uomo da Dio, e la regalità del Messia non sarà di tipo umano.
L’uomo verrà liberato dal Messia, che sarà però un Condottiero spirituale, Principe della Pace perché stipulerà una alleanza fra terra e Cielo, imprimendo la Paternità celeste nello spirito degli uomini con la Grazia nuovamente infusa per i meriti del Redentore.
‘Pace agli uomini di buona volontà’, ma Israele tuttavia – continua l’ispirato Gesù dodicenne - non avrà la Pace perché non avrà buona volontà. Il popolo misconoscerà il Cristo perché lo spera ‘re di umana potenza’.
Il popolo di Israele non lo amerà perché il Cristo, l’Unto, predicherà ciò che a quel popolo non piace.
Il Cristo non debellerà nemici militari ma i ‘nemici dell’anima’ che piegano il cuore dell’uomo a ‘possesso infernale’.
«Israele – continua il giovane Gesù valtortiano – per la sua mala volontà perderà la pace e soffrirà in sé, per dei secoli, ciò che farà soffrire al suo Re, che sarà da esso ridotto al Re di dolore di cui parla Isaia…».
I presenti ascoltano allibiti!
Sciammai e i suoi accoliti: «Questo nazareno è Satana!  ».
Hillele i suoi: « No. Questo fanciullo è Profeta di Dio.  Resta con me, Bambino. La mia vecchiezza trasfonderà quanto sa al tuo sapere, e Tu sarai Maestro del popolo di Dio ».
Gesù: «In verità ti dico che, se molti fossero come tu sei, salute verrebbe ad Israele.  Ma la mia ora non è venuta.  A Me parlano le voci del Cielo e nella solitudine le devo raccogliere finché non sarà la mia ora.  Allora con le labbra e col sangue parlerò a Gerusalemme, e sarà mia la sorte dei Profeti lapidati e uccisi da essa.  Ma sopra il mio essere è quello del Signore Iddio, al quale Io sottometto Me stesso come servo fedele per fare di Me sgabello alla sua gloria, in attesa che Egli faccia del mondo sgabello ai piedi del Cristo. Attendetemi nella mia ora.  Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola. Beati quelli che in quella voce avranno udito Iddio e crederanno in Lui attraverso ad essa. A questi il Cristo darà quel Regno che il vostro egoismo sogna umano, mentre è celeste, e per il quale Io dico: "Ecco il tuo servo, Signore, venuto a fare la tua volontà. Consumala, perché di compierla Io ardo"».
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E così la Valtorta vede concludersi la visione, con un Gesù dodicenne dal volto infiammato di ardore spirituale e alzato al cielo, le braccia aperte, ritto in piedi fra i dottori attoniti.
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La prossima terza riflessione sarà dedicata a: «DISCORSI DI GESÙ: IL PANE DEL CIELO E LA VERA NATURA DEL REGNO DI DIO»

3. DISCORSI DI GESÙ: IL PANE DEL CIELO E LA VERA NATURA DEL REGNO DI DIO.
3.1 La seconda moltiplicazione dei pani ed il discorso sul Pane del Cielo.
In questa terza ‘riflessione’ sulla figura di Gesù come propostaci dalla seconda affermazione del Credo sopra sottolineata in grassetto, concentreremo ora l’attenzione – dopo averlo sentito parlare dodicenne ai dottori del Tempio – sulla sua successiva vita da adulto, e più precisamente su alcuni episodi della sua predicazione, pochi episodi fra i tanti, ma che serviranno a rendercene più chiara la figura di Uomo-Dio.
Predicazione da adulto, abbiamo detto, perché dal Gesù dodicenne al Tempio fino all’inizio – Lui trentenne – della sua vita pubblica di evangelizzazione, nulla dicono i Vangeli.
L’età di trenta anni era considerata, nell’antica tradizione di Israele, l’età ideale per la maturazione e missione profetica, e Gesù, Profeta per eccellenza che come Verbo aveva per secoli e secoli parlato alla mente dei Profeti dell’Antico Testamento, ora inizia a parlare ‘in proprio’.
Nella visione teologica modernista ed illuminista - che tende a rifiutare i miracoli ed in genere il soprannaturale – si vogliono riconsiderare i Vangeli alla luce della pura ragione e della ‘scienza’.
Certi teologi famosi hanno quindi contestato a Gesù il fatto di essersi dichiarato ‘Figlio di Dio’, cioè Dio, mentre essi lo considerano ‘un uomo che si credeva Dio’, anche se gli riconoscono il fatto di essere un ‘uomo’ particolarmente saggio ed ‘illuminato’: non certo uno Spirito divino incarnato.
Costoro eccepivano che in fin dei conti egli si era limitato a ripetere frasi già dette dai profeti,
Essi però – nel loro scarso credere – non avevano considerato che i Profeti non avevano fatto altro che annunciare al mondo ciò che il Verbo divino diceva loro nella mente, Verbo che – incarnatosi nell’Uomo-Dio – avrebbe ripetuto in forma molto ampliata, anzi divina, il Suo Pensiero per farne la nuova Dottrina che avrebbe dovuto non cambiare ma perfezionare la Legge mosaica.
In ordine di tempo, dopo l’inizio della predicazione evangelica, cito a titolo esemplificativo solo alcuni episodi in ordine cronologico del suo primo anno di attività pubblica:
· Battesimo di Gesù al Giordano
· Tentazioni di Satana nel deserto
· Miracolo delle nozze di Cana con l’acqua trasformata in vino
· Cacciata di Gesù dalla Sinagoga di Nazareth
· Colloquio notturno a Gerusalemme con Nicodemo su come entrare nel Regno di Dio
Quindi, sempre in ordine cronologico ma a questo punto nel secondo anno di attività pubblica:
· Incontro con la Samaritana presso il pozzo di Sichar e discorso sull’Acqua viva
· Il discorso della montagna
· L’insegnamento della Preghiera del Padre Nostro
· La disputa di Gesù con i farisei a Cafarnao e la decapitazione di Giovanni Battista
· La prima moltiplicazione dei pani
Non si contano - nell’Opera valtortiana - i discorsi di Gesù alle folle nei suoi tre anni di predicazione per condurle alla sua Dottrina ed alla salvezza, discorsi eccelsi sul piano umano, spirituale e teologico.
È però soprattutto nel terzo anno, quello conclusivo della sua missione, che Egli ne pronuncia alcuni di grande rilevanza per sottolineare la sua figura messianica e la sua reale natura di Uomo-Dio.
La meditazione su questi discorsi – che faremo in questa terza ‘riflessione’, ma poi anche nelle successive - ci permetterà di conoscere meglio Gesù e quindi di amarlo.
Siamo dunque ora nel terzo anno della predicazione pubblica di Gesù.
Poco tempo dopo l’episodio evangelico della Sua Trasfigurazione sul monte Tabor – presenti gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni - avviene l’episodio di una seconda moltiplicazione dei pani, ripetizione di una analoga ‘moltiplicazione’ che era già avvenuta nella missione apostolica dell’anno precedente.
Gli evangelisti Matteo e Marco ci raccontano questo secondo miracolo: non più consistente – come nel primo episodio - nella moltiplicazione di cinque pani, e due pesci in un numero sufficiente a sfamare cinquemila uomini con dodici canestri di avanzi, bensì, questa volta di sette pani e dei pesciolini’, per quattromila uomini con sette ceste di avanzi.
Né Matteo, né gli altri due evangelisti Marco e Luca accennano però - nel racconto della prima moltiplicazione - al fondamentale discorso del ‘Pane del Cielo’ narrato da Giovanni, come non ne parlano del resto nemmeno ora in occasione della seconda moltiplicazione.
Giovanni – da parte sua - nel suo Vangelo successivo ai tre precedenti -  parla solo di 'una' moltiplicazione, e cioè della prima sopra descritta, ma pochi versetti dopo, nello stesso capitolo – attenzione! – egli ‘incolla’ il seguente discorso sul Pane del Cielo che tiene a Cafarnao, sul Lago di Tiberiade:
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Gv 6, 22-77:
Il giorno dopo, la gente rimasta di là del mare osservò che non c’era che una barca, e Gesù non era entrato in essa con i suoi discepoli, ma che i discepoli soli erano partiti.
Giunsero intanto altre barche da Tiberiade, presso il luogo dove avevano mangiato quel pane, dopo che il Signore ebbe reso le grazie.
La gente, adunque, visto che lì non c’era né Gesù né i suoi discepoli, salì anch’essa nelle barche e andò a Cafarnao in cerca di Gesù.
Trovatolo di là del mare, gli domandarono: ‘Maestro, quando sei venuto qua?’
Gesù rispose loro: ‘In verità, in verità vi dico: voi cercate me, non per i miracoli che avete veduto, ma perché avete mangiato di quei pani e ve ne siete saziati. Cercate di procurarvi non il cibo che perisce, ma il cibo che dura per la vita eterna, quello che il Figlio dell’Uomo vi darà; perché è lui che il Padre, Dio, ha segnato con il suo sigillo’.
Gli dissero: ‘Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?’
Gesù rispose loro: ‘Questa è l’opera di Dio: che crediate in Colui che Egli ha mandato’.
Gli domandarono: ‘Che miracolo fai tu, affinché lo vediamo e crediamo in te? Che opera fai? I nostri padri mangiarono la manna nel deserto, così come sta scritto: ‘Diede loro da mangiare pane venuto dal cielo’.
Gesù rispose loro: ‘In verità, in verità vi dico: non Mosè vi diede il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane del cielo, poiché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà la vita al mondo’.
Gli dissero allora: ‘Signore, dacci sempre di questo pane’.
Gesù dichiarò loro: ‘Io sono il pane di vita: chi viene a me non avrà più fame; e chi crede in me non avrà più sete. Ma io ve l’ho detto: voi mi vedete, ma non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: e chi viene a Me, Io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato. Or la volontà di Colui che mi ha mandato è questa: che io non perda niente di quanto egli mi ha dato, ma che lo resusciti nell’ultimo giorno. Poiché la volontà del Padre mio è che chiunque conosce il Figlio e crede in lui, abbia la vita eterna: ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno’.
I giudei mormoravano di lui perché aveva detto: ‘Io sono il pane disceso dal cielo’, e dicevano: Non è costui Gesù, figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre?’ Come mai ora dice: ‘Sono disceso dal cielo’?
Gesù rispose loro: ‘Non mormorate fra voi. Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato, ed Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: ‘Saranno tutti istruiti da Dio’. Chiunque, pertanto, ha udito il Padre e accoglie il suo insegnamento, viene a me. Non già che qualcuno abbia visto il Padre, eccetto che colui che viene da Dio: questi ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna’.
Io sono il Pane di vita. I padri vostri mangiarono la manna nel deserto e morirono. Questo è il Pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. Sono Io il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo’.
Discutevano perciò fra di loro i Giudei dicendo: ‘Come può darci da mangiare la sua carne’?
Gesù disse loro: ‘In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui. Come il Padre vivente ha mandato me ed io vivo per il Padre, così chi mangia me vivrà anch’egli per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non come quello che mangiarono i padri e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno’.
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga di Cafarnao.
Molti dei suoi discepoli, udito che l’ebbero, esclamarono: ‘Questo linguaggio è duro. Chi lo può ammettere?’.
Gesù, conoscendo in se stesso che i suoi discepoli mormoravano di ciò, disse loro: ‘Ciò vi scandalizza? Che sarà, dunque, se vedrete il Figlio dell’uomo ascendere dov’era prima? È lo spirito che vivifica, la carne non giova a nulla: le parole che io vi dico sono spirito e vita. Ma ci sono fra voi alcuni che non credono’.
Gesù, infatti, sin da principio sapeva chi erano i non credenti e chi l’avrebbe tradito.
Poi aggiunse: ‘Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre’.
Da allora molti dei suoi discepoli si ritrassero e non andavano più con lui.
Allora Gesù disse ai Dodici: ‘Volete andarvene anche voi?’
Simon Pietro rispose: ‘Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna. Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio’.
Gesù rispose loro: ‘Non ho eletto Io voi Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo’.
Egli alludeva a Giuda, figlio di Simone Iscariote, poiché costui, uno dei Dodici, lo avrebbe tradito.
Se dunque l'evangelista Giovanni, il 'grande Giovanni', associa il discorso sul Pane del Cielo al primo dei due miracoli della moltiplicazione dei pani, al contrario il piccolo Giovanni’, e cioè la mistica Valtorta, vede in visione l’episodio del discorso del Pane del Cielo non come successivo alla prima ma alla seconda moltiplicazione dei pani.
Come spiegare questa differenza temporale e di circostanze?
Possibile che il ‘grande’ Giovanni sbagli, e che il ‘piccolo Giovanni’ abbia ‘ragione’?
Abbiamo detto fin dall’inizio che lo scopo degli evangelisti nel comporre i loro testi non è stato quello di dare un resoconto scientificamente ‘storico’ e ‘cronologico’ degli avvenimenti, ma di mettere insieme fatti, parabole, insegnamenti dati da Gesù in circostanze diverse e anche distanti nel tempo e nei luoghi fra di loro, al fine di seguire un loro specifico programma di insegnamento catechistico: convertire le genti.
Giovanni scrisse il suo Vangelo alcuni decenni dopo i tre precedenti. Egli conosceva dunque bene quanto in essi era stato raccontato in merito ai due ben distinti episodi della moltiplicazione dei pani.
Egli aveva sempre vissuto - in quei tre anni di vita pubblica al seguito di Gesù - a strettissimo contatto con il suo Maestro, di cui era anche confidente, e sapeva dunque molto bene quando Gesù aveva fatto quel discorso.
A lui – che andava al sodo - deve essere però sembrato sufficiente, ai fini catechistici, raccontarne solo uno di miracolo, il primo, il più straordinario perché era stato il primo, ma anche perché aveva indotto molti ‘potenti’ di allora ad entrare nell’ordine di idee di cercare di convincere in futuro Gesù a farsi re, obbiettivo questo che essi avrebbero tuttavia provato a raggiungere concretamente dopo che si era sparsa la notizia addirittura di un secondo miracolo analogo.
Scrive infatti Giovanni:
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Gv 6, 14-15:
(…) Quegli uomini, visto il prodigio fatto da Gesù, dicevano: ‘Questo è davvero il Profeta che ha da venire al mondo’.
Ma Gesù accortosi che venivano a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo da solo sulla montagna.
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È dunque per associazione di idee che Giovanni, al suo racconto del primo miracolo, ‘incolla’ l’episodio del Pane del Cielo, episodio quest'ultimo che nella cronologia valtortiana avviene però circa un anno dopo il primo miracolo, e più precisamente dopo la seconda moltiplicazione dei pani.
La Valtorta vede dunque ora in visione Gesù che predica su un monte con tanta gente - uomini, donne e bambini - che però, lontana dai paesi, non aveva di che rifocillarsi.
Gesù ripete allora il miracolo della moltiplicazione del pane dell’anno precedente, ma il giorno dopo - rientrato a Cafarnao – fa ai suoi discepoli ed agli stessi abitanti, che si erano radunati nella sinagoga per ascoltarlo, l’ormai famoso discorso sul Pane del Cielo che molti di quei discepoli avrebbero rifiutato.
Gesù non aveva mai fatto mistero ai suoi discepoli di quanto fosse difficile seguire la sua strada e di quanto fosse stretta la ‘porta’ spirituale attraverso la quale era necessario passare, e non tutti – pur ammirandone la sapienza – erano convinti di poterlo o volerlo veramente fare.
Molti lo seguivano per il gusto di poter assistere con i propri occhi a questi suoi straordinari miracoli, altri per ottenere molto più praticamente guarigioni per sé o per propri parenti o amici, altri ancora per semplice curiosità o per il gusto di sentire certi discorsi sapienti o, come dicevano i romani che culturalmente lo ammiravano molto, i suoi discorsi da ‘filosofo’ ed oratore efficace.
Quelli che seguivano Gesù per ragioni veramente spirituali, cioè per guadagnarsi il Regno di Dio, erano veramente pochi, e quei pochi trovavano per di più la sua Dottrina difficile da seguire e quindi da accettare.
Quella che Gesù proponeva ai suoi stretti discepoli, ancora più che al popolo, era infatti la via dell’ascesi, cioè della rinuncia alla propria umanità, al proprio ‘io’ protervo ed egoista per divenire ‘spiriti’, o meglio uomini ‘spirituali’.
Il discorso del Pane del Cielo pronunciato a Cafarnao è ora però la goccia che fa traboccare il vaso.
Fin da subito - lo si vede dal testo di Giovanni - le cose si mettono male.
Gesù, all’inizio della sua predicazione, aveva stabilito la sua base operativa di partenza proprio in quella cittadina dove aveva parlato innumerevoli volte e fatto parecchi miracoli.
Ciononostante gli abitanti di Cafarnao non si convertirono che in minima parte.
Allora, nella sinagoga piena di discepoli e paesani, Gesù mette da parte la ‘diplomazia’ e sbatte in faccia a tutti una accusa brutale: molti lo seguono non per acquisire fede, grazie ai miracoli che Egli opera, ma piuttosto nella speranza di riempirsi la pancia con il pane che lui faceva materializzare come aveva fatto il giorno prima.
Mi sembra di sentire i mormorii che devono essersi levati fra la gente.
Gesù – e nel terzo anno di vita pubblica lo vedremo mostrarsi sempre più spesso severo anche con scribi e farisei – era Verità, era strumento di contraddizione e doveva con la spada della sua Parola tagliare nettamente in due ed operare una discriminazione fra buoni e cattivi.
Ma quando ‘scuoteva’ lo faceva sempre a fin di bene, per dare uno scrollone psicologico ricorrendo anche a rimproveri estremi per richiamare sulla via giusta.
In questa circostanza era opportuno mettere in chiaro le cose una volta per tutte e liberarsi dei seguaci ipocriti che sarebbero altrimenti stati una 'palla al piede' non solo nel proseguimento della missione di evangelizzazione ma anche ai fini della costituzione - attraverso i 'discepoli, collaboratori stretti degli apostoli come i sacerdoti lo sono oggi dei vescovi - della struttura portante della futura Chiesa cristiana.
Dopo quella stoccata, diretta a chi pensava prosaicamente alla pancia, Gesù prosegue dicendo che è invece bene non procurarsi il cibo che nutre il corpo ma quello che rigenera lo spirito, perché con il primo si muore ma con il secondo si guadagna la vita eterna.
E qui Gesù precisa che il cibo di vita eterna lo darà lui agli uomini, perché Egli stesso è ‘Pane’ del Cielo.
Avrete notato dai Vangeli ufficiali – ma lo cosa avviene anche nel ‘vangelo’ valtortiano - che Gesù si esprimeva sovente in forma velata, riservando certe rivelazioni più esplicite ai tempi finali, quando ormai la prudenza umana non aveva più scopo e tutto poteva e doveva essere ormai detto.
Non doveva ad esempio ancora essere detto nulla dell’Eucarestia, il dono più strepitoso ed in un certo senso più difficile da comprendere che Egli avrebbe lasciato all’Umanità riservandone l’annunzio ai suoi apostoli solo nel corso dell’Ultima Cena.
Qui – in questo discorso tenuto a Cafarnao - Gesù comincia però a preparare il ‘terreno’ facendone ripetutamente una anticipazione velata, proprio ricollegandosi al precedente miracolo della moltiplicazione dei pani.
La gente però non capisce e mormora: quella faccenda di Gesù che si dice ‘Pane del Cielo’ gli sembra una stravaganza, anzi una assurdità.
Ma Gesù rincara la dose e aggiunge che il ‘Pane’ che lui darà loro è la sua ‘carne’ e questa sarà ‘vita’ del mondo.
Lo sconcerto aumenta, i presenti discutono fra di loro sempre più animatamente: ‘Come può costui darci a mangiare la sua carne?’.
E Gesù di rimando: ‘In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita…’.
Immaginate la gente…, non più solo il ‘pane’, non più solo la ‘carne’, ma ora anche il ‘sangue’!
Ecco perché Giovanni – ancor più ispirato degli altri evangelisti – fu l’unico a riportare quel lungo discorso di Cafarnao, così importante, collegandolo alla moltiplicazione dei pani della prima volta.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani è infatti una allegoria del futuro miracolo della moltiplicazione del Pane dell’Eucarestia, della ‘moltiplicazione’ di Gesù Eucaristico.
Giovanni voleva che fosse chiaro il collegamento concettuale fra il pane materiale, che serve a nutrire il corpo, e la persona di Gesù.
Gesù – a memoria delle generazioni successive e dei critici razionalisti specie di area ‘protestante’ che vedono nell’Eucarestia solo un simbolo – voleva far comprendere che così come Dio, essendo Creatore, poteva moltiplicare all’infinito pani e pesci creandoli dal nulla, bastando a ciò soltanto un atto del suo pensiero e della sua volontà per ‘materializzarne’ a sufficienza per migliaia di persone, così Dio non ha alcuna difficoltà a ‘moltiplicare se stesso’ transustanziandosi nell’Eucarestia per sfamare spiritualmente l’Umanità fino alla fine del mondo  e darle il Pane di Vita eterna.
Per quei discepoli, tuttavia, quel suo invito oscuro a mangiare la sua ‘carne’ ed a bere il suo ‘sangue’ per avere la Vita eterna, interpretato alla lettera, assumeva valenze umanamente ripugnanti ed inaccettabili.
Molti dei settantadue lo rifiutano e – ritenendole farneticazioni – abbandonano Gesù.
Egli voleva tuttavia provare la loro fede. Sarebbero infatti arrivati tempi di persecuzione e perché il nascente Cristianesimo potesse sopravvivere sarebbe stata necessaria una fede rocciosa in Gesù, anzi una fede cieca negli insegnamenti che Gesù aveva in precedenza impartito.
‘Meglio perderli che trovarli… - deve aver pensato Gesù - se non mi credono’.
E Gesù, infatti, poco dopo li rimpiazzò quasi tutti con altri di provata fede.
Ma, attenzione, il Gesù valtortiano fa anche capire che il miracolo della moltiplicazione dei pani non è solo ‘figura’ della ‘moltiplicazione’ dell’Eucarestia, ma anche della… Parola.
3.2 Un ‘avviso’ per i ‘dottori difficili’: la moltiplicazione della Parola.
Ecco ora non la visione della nostra mistica ma il ‘commento’ (i grassetti sono i miei) che Gesù in persona fa al suo ‘piccolo Giovanni’ alla fine della visione stessa:
Dice Gesù:
«Ecco un'altra cosa che darà noia ai dottori difficili.  
L'applicazione che Io faccio a questa visione evangelica.  
Non ti faccio meditare sulla mia potenza e bontà.  Non sulla fede e ubbidienza dei discepoli. Nulla di questo. Ti voglio far vedere l'analogia dell'episodio con l'opera dello Spirito Santo.
Vedi: Io do la mia parola. Do tutto quanto potete capire e perciò assimilare per farne cibo all'anima. Ma voi siete tanto resi tardi dalla fatica e dall'inedia che non potete assimilare tutto il nutrimento che è nella mia parola. Ve ne occorrerebbe molta, molta, molta. Ma non sapete riceverne molta. Siete tanto poveri di forze spirituali! Vi fa peso senza darvi sangue e forza. Ed ecco che allora lo Spirito opera il miracolo per voi.  Il miracolo spirituale della moltiplicazione della Parola. Ve ne illumina, e perciò la moltiplica, tutti i più riposti significati, di modo che voi, senza gravarvi di un peso che vi schiaccerebbe senza corroborarvi, ve ne nutrite e non cadete più affranti lungo il deserto della vita.
Sette pani e pochi pesci!
Ho predicato tre anni e, come dice il mio diletto Giovanni, ‘se si dovessero scrivere tutte le parole ed i miracoli che ho detto e compiuto per dare a voi un cibo abbondante, capace di portarvi senza debolezze sino al Regno, non basterebbe la Terra a contenere i volumi’.  
Ma se anche ciò fosse stato fatto, non avreste potuto leggere tale mole di libri. Non leggete neppure, come dovreste, il poco che di Me è stato scritto. L'unica cosa che dovreste conoscere, come conoscete le parole più necessarie sin dalla più tenera età.
E allora l'Amore viene e moltiplica. Anche Egli, Uno con Me e col Padre, ha "pietà di voi che morite di fame" e, con un miracolo che si ripete da secoli, raddoppia, decuplica, centuplica i significati, le luci, il nutrimento di ogni mia parola.  
Ecco così un tesoro senza fondo di celeste cibo.  Esso vi è offerto dalla Carità. Attingetene senza paura. Più il vostro amore attingerà in esso e più esso, frutto dell'Amore, aumenterà la sua onda.
Dio non conosce limiti nelle sue ricchezze e nelle sue possibilità. Voi siete relativi. Egli no. È infinito. In tutte le sue opere. Anche in questa di potervi dare in ogni ora, in ogni evento, quelle luci che vi abbisognano in quel dato istante.
E come nel giorno di Pentecoste lo Spirito effuso sugli apostoli rese la loro parola comprensibile a Parti, Medi, Sciti, Cappadoci, Pontici e Frigi, e simile a lingua natìa ad Egizi e Romani, Greci e Libici, così ugualmente Esso vi darà conforto se piangete, consiglio se chiedete, compartecipazione di gioia se gioite, con la stessa Parola.
Oh! che realmente se lo Spirito vi illustra: "Va' in pace e non voler peccare", questa frase è premio per chi non ha peccato, incoraggiamento all'ancora debole che non vuole peccare, perdono al colpevole che si pente, rimprovero temperato di misericordia a colui che non ha che una larva di pentimento. E non è che una frase. Delle più semplici. Ma quante non sono nel mio Vangelo! Quante che, come bocci di fiore che dopo un'acquata e un sole d'aprile si aprono fitti sul ramo dove prima ve ne era sol uno fiorito e lo coprono tutto, con gioia di chi li mira, si schiudono in noi col loro spirituale profumo per attirarci al Cielo.
Riposa, ora. La pace dell'Amore sia con te».
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Chi sono quelli che Gesù chiama qui i ‘dottori difficili’?
Sono certi esegeti, quelli che in nome del razionalismo e della scienza, o meglio dello scientismo applicato a fatti spirituali, pretendono di far passare tutto il Vangelo attraverso la cruna dell’ago del loro raziocinio.
Comunque il discorso fatto da Gesù è sostanzialmente questo: ‘Voi uomini siete tanto spiritualmente tardi che non sareste neanche in condizione di saper valutare il significato profondo e molteplice di quanto Io-Gesù vi spiego con la mia Parola, e allora lo Spirito Santo – anziché imbottirvi la testa con i cento significati che quella parola, che è Parola di Dio, avrebbe nella sua pienezza – ve ne illumina di volta in volta le sfumature di significato che per voi, in quel ‘particolare momento’ della giornata o della vostra vita, è quello necessario’.
A proposito del fatto di essere illuminati di volta in volta in certi ‘particolari momenti’…, consentitemi una digressione fuori tema.
Dopo la pentecostale discesa dello Spirito Santo sugli apostoli questi – ormai pieni di coraggio - erano usciti dal Cenacolo e si erano messi a catechizzare cosicché tutti gli ebrei della diaspora, lì convenuti per la Festa ebraica, li sentirono parlare nella propria lingua, come narrano i Vangeli.
Avevo dunque pensato che quel miracolo dello Spirito Santo fosse consistito nell’insegnare agli apostoli – in quel particolare momento – a parlare in lingue estere.
Ebbene non fu così. La rilettura di questo brano del Gesù valtortiano che ho sopra trascritto – brano che io ho avuto occasione di leggere più volte in passato senza mai fare caso a questo particolare che ora vi dico – mi fornisce ora la risposta corretta.
La chiave di comprensione la troviamo mascherata in quella frase della sopra trascritta visione della mistica Valtorta che forse non avete ancora potuto analizzare a sufficienza e che ora ritrascrivo:
«…  E come nel giorno di Pentecoste lo Spirito effuso sugli apostoli rese la loro parola comprensibile a Parti, Medi, Sciti, Cappadoci, Pontici e Frigi, e simile a lingua natìa ad Egizi e Romani, Greci e Libici, così ugualmente Esso vi darà conforto se piangete, consiglio se chiedete, compartecipazione di gioia se gioite, con la stessa Parola».
Quindi fu lo Spirito Santo - effuso sugli apostoli nel giorno di Pentecoste - Colui che, agendo in certo qual senso da ‘Traduttore’, ‘rese la loro parola comprensibile’ agli altri.
Non furono pertanto gli apostoli a parlare nelle varie lingue, ma furono gli ebrei nativi di altre regioni e parlanti lingue diverse ad intendere le parole ebraiche degli apostoli come se fossero state da essi pronunciate nella loro lingua estera abituale.
Chissà – facendo correre il pensiero - quale sarà stato il meccanismo utilizzato dallo Spirito Santo e raccontato nell’Antico Testamento che portò – dopo l’episodio della Torre di Babele – alla cosiddetta ‘confusione delle lingue’ che spinse l’Umanità, riformatasi dopo il Diluvio universale ma ancora una volta allontanatasi da Dio, a disperdersi?
Mi viene da pensare ad un meccanismo inverso, anche se concettualmente analogo: anziché capire la lingua altrui, non capirla più.
E quando non ci si capisce la cosa migliore è andarsene ognuno per la propria strada.
Dopo l’episodio sul Pane del Cielo raccontato nel Vangelo di Giovanni e riportato sopra in nota, Gesù riprende le sue peregrinazioni.
Vi è ad esempio l’episodio nel quale i farisei – sperando che egli si compromettesse con una risposta sbagliata - chiedono se egli ritenga giusto divorziare dalla propria moglie.
Quindi, dopo molte altre tappe, ritroviamo Gesù sulla strada di Gerusalemme perché si stava avvicinando la Pasqua, quella del terzo anno.
Egli trascorrerà molti giorni a Gerusalemme predicando sovente sotto i porticati del Tempio, come i Rabbi erano soliti fare davanti ai pellegrini che, vedendoli, si riunivano intorno a loro ad ascoltarli.
A Gerusalemme Gesù sarà nuovamente e a più riprese ospite di Lazzaro.
Seguiranno ancora viaggi e racconti di parabole finché - in casa di un potente fariseo – un tale Elchia - che lo invita a pranzo, ma sempre nella segreta speranza che Gesù si tradisca facendo o lasciandosi scappare qualcosa di compromettente atto ad accusarlo formalmente – capita un primo grave incidente, raccontato da Luca, in cui Gesù lancia quella sua famosa invettiva contro dottori e farisei.
Il racconto valtortiano dell'episodio, nella completezza dialettica delle parole dette da Gesù, è da antologia.
Fu dopo tale fatto che – avendo Elchia riferito le parole di Gesù ad Anna, sommo Sacerdote del Tempio, suocero del Pontefice Caifa - maturò nel Tempio e fra i Capi dei Giudei la decisione di eliminare fisicamente Gesù alla prima occasione utile.
3.3 Gesù, il tentativo di farlo re e la sua spiegazione della vera natura del Regno di Dio.
Avevo in precedenza spiegato come – a mio parere - Giovanni avesse ritenuto di ‘collocare’ il discorso di Gesù sul Pane del Cielo dopo il racconto del primo miracolo della moltiplicazione dei pani (anziché dopo il secondo miracolo come in realtà avvenne).
Ciò non solo perché il primo miracolo fu quello che ebbe maggiore risonanza in tutto Israele ma anche perché proprio da quel primo miracolo era nata la convinzione nei ‘potenti’ che Egli fosse senz’altro l’atteso Messia Condottiero annunciato nei secoli precedenti dai Profeti per l’instaurazione del Regno di Dio e che quindi egli dovesse essere convinto a ‘candidarsi’ per una investitura… a Re di Israele (‘popolo di Dio’), un re che avrebbe finalmente sconfitto e soggiogato le potenze che a turno nei secoli  avevano oppresso gli israeliti.
Episodio conclusosi tuttavia – come racconta in poche parole Giovanni - con una fuga solitaria di Gesù su un non meglio identificato ‘monte’.
Cosa è dunque questa storia del tentativo di ‘rapimento’ per farlo re?
È bene parlarne perché aiuta a meglio comprendere la figura di Gesù di cui parla la seconda affermazione di fede del Credo, la Sua missione fra gli uomini ed in particolare la vera natura del ‘Regno di Dio’ che Egli era venuto ad instaurare sulla Terra prima ancora che in Cielo.
Lo comprendiamo tuttavia meglio dalla lettura dell’Opera valtortiana.
La maggior parte dei personaggi che detenevano il potere in Israele non voleva accettare la messianicità di Gesù, ma una minoranza – con una certa influenza politica – stupefatta di fronte ai miracoli mostrava di credervi.
Questa minoranza, dopo il primo miracolo del pane e ancor più dopo il secondo, si convince dunque, come già detto, che uno che riesce a ‘materializzare’ per ben due volte pane per migliaia di persone può davvero fare anche il ‘miracolo’ di liberare Israele dall’oppressione romana.
Gesù – secondo costoro - non può dunque essere che l’atteso Messia, cioè il futuro ‘Re di Israele’.
Detto fatto, i ‘congiurati’ organizzano segretamente in una casa amica (quella di Cusa, alto dignitario alla corte di Erode Antipa, dignitario che per via della moglie Giovanna - discepola citata nei Vangeli, miracolata in precedenza da Gesù – era diventato per riconoscenza suo amico) una riunione di ‘cospiratori’ alla quale fanno in modo che – invitato da un Cusa in buona fede, convinto di fare il bene di Gesù e quello di Israele – partecipi Gesù al quale faranno ufficialmente la proposta di accettare l’incoronazione a Re, dicendosi sicuri che tutto il popolo lo avrebbe seguito entusiasta.
Nella riunione in realtà si erano infiltrati – fingendo di essere d’accordo - alcuni emissari del Sinedrio che speravano in tal maniera di produrre le prove delle attività sediziose di Gesù onde poterlo accusare poi di fronte a Roma.
Gesù, che è Verbo-Dio, sa ovviamente tutto in anticipo, ma decide ugualmente di partecipare perché vuole cogliere l’occasione per spiegare ai ‘congiurati’ ed agli Israeliti che la figura del Messia è ben diversa da quella che tutti in Israele si erano messi in testa.
In Israele – dirà fra l’altro Gesù - la ‘messianicità’ è stata concepita come un privilegio per il solo popolo di Israele, dando cioè di essa un significato nazionale, personale, egoista, che svilisce la grandezza dell’idea messianica ad una comune manifestazione di potenza umana e di sopraffazione vittoriosa sui dominatori trovati in Israele dal Cristo…’.
Il vero Dio – spiega sempre Gesù - non è un povero ‘dio’ di questo o quel popolo, un idolo, una figura irreale. È la Sublime realtà, è la Realtà universale, è l’Essere Unico, Supremo Creatore di tutte le cose e di tutti gli uomini. È perciò Dio di tutti gli uomini…
La Scrittura parlava di un ‘re liberatore’ ma è un liberatore dal Peccato, un liberatore dalla schiavitù di Satana’…
Quando poi Gesù, fissando negli occhi alcuni suoi interlocutori, li smaschera di fronte agli altri svelando il loro reale ruolo di infiltrati, scoppia un pandemonio con accuse reciproche fra i presenti.
Gesù ne approfitta per sgattaiolare via da dietro una tenda, uscire dalla casa e rendersi irreperibile.
Egli era andato da solo a quel convito, ma l’apostolo Giovanni – che non si era fidato dell'invito a quell'incontro – lo aveva seguito di nascosto, attendendolo all’esterno della casa.
Vedendolo fuggire via veloce, Giovanni lo segue da lontano finché riesce a raggiungerlo su un alto scoglio che sovrasta il lago di Tiberiade e lo trova seduto mentre piange.
L’apostolo lo abbraccia per confortarlo e finisce che i due piangono insieme per due dolori diversi, Gesù per essere un Messia incompreso, Giovanni per vederlo sofferente.
Gesù racconterà poi al giovane apostolo quanto era accaduto raccomandandogli il silenzio con gli altri ma di dirlo pure il giorno in cui gli uomini vorranno mostrarlo come un comune ‘capopopolo’:
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‘…Un giorno questo verrà. Tu ci sarai e dirai: ‘Egli non fu re della terra perché non volle. Perché il suo Regno non era di questo mondo. Egli era il Figlio di Dio, il Verbo incarnato, e non poteva accettare ciò che è terreno. Volle venire nel mondo e vestire una carne per redimere le carni e le anime del mondo, ma non soggiacque alla pompa del mondo e ai fomiti dei peccati, e nulla di carnale e mondano fu in Lui. La Luce non si fasciò di Tenebre, l’Infinito non accolse cose finite, ma delle creature, limitate per la carne ed il peccato, fece delle creature che più gli fossero uguali, portando i credenti in Lui alla regalità vera e instaurando il suo Regno nei cuori, avanti di instaurarlo nei Cieli, dove sarà completo ed eterno con tutti i salvati’.
Questo dirai, Giovanni, a chi mi vorrà tutto uomo, a chi mi vorrà tutto spirito, a chi negherà che io abbia subito tentazione…e dolore. Dirai agli uomini che il Redentore ha pianto… e che essi, gli uomini, sono stati redenti anche dal mio pianto…’.
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Nel corso della storia antica del cristianesimo non sono mancate le eresie, come quelle che – analogamente a certi teologi modernisti odierni - consideravano Gesù solo un comune uomo, o quelle altre che lo consideravano invece uno ‘spirito’ che aveva assunto solo ‘sembianze’ umane.
Anche in epoca recente, certi critici prestigiosi hanno voluto darci una immagine di Gesù visto storicamente come 'un uomo' realmente vissuto ma che venne successivamente mitizzato e trasformato in ‘Dio’, oppure l’immagine di un personaggio ideale, che tuttavia non sarebbe mai esistito, al quale è stata poi fittiziamente 'incollata', per renderlo più credibile, l’immagine di un personaggio storico, come se il personaggio ‘ideale’ fosse veramente vissuto.
E non sono nemmeno mancati quelli che hanno voluto presentarcelo come un capopopolo ‘democratico’, inventore del socialismo, anzi del comunismo, per non dire un campione del ‘pauperismo’.
Gesù spingeva fin da allora il suo sguardo divino nella profondità dei tempi futuri e nel dire ciò a Giovanni – piangendo - pensava non solo ai contemporanei di Giovanni ma soprattutto a quelli nostri.
Se Giovanni ha ricordato con due soli versetti l’episodio del tentativo di farlo ‘re’, alcune di queste parole del Gesù valtortiano riecheggiano con più vasta eco nel Prologo del suo Vangelo con il Verbo che si fa Carne, Luce fra le Tenebre, Verbo che viene nel mondo ma che il mondo non riconosce e respinge…
Quello del Prologo è un brano famoso dal quale emerge grandiosa la divinità di Gesù e l’ispirazione di Giovanni.
Ho già detto che Gesù aveva la doppia natura di Uomo e di Dio.
Il Dio che era in lui non poteva essere ‘tentato’ da un angelo ribelle che gli era inferiore ma l’Uomo in lui sì.
E Satana si servì anche di questa astuzia… politica per cercare di fare cadere l’Uomo, solleticando la sua vanità, stimolando il suo orgoglio, così come all’inizio era riuscito a fare cadere i due Progenitori e come aveva poi cercato di fare invano nelle Tentazioni del deserto.
Dopo tante umiliazioni e frustrazioni nel corso della predicazione, un umanamente legittimo desiderio di rivincita e la prospettiva di una grandezza umana potevano risultare per l’Uomo-Gesù delle tentazioni irresistibili, ma Egli seppe respingerle per non compromettere la missione di Redenzione.
3.4 L'attesa messianica in Israele.
Ne abbiamo già accennato in precedenza. Il livello politico e religioso, in Israele, era praticamente unificato.
A parte il ‘potere’ esercitato da Roma su tutte le più importanti questioni di ordine pubblico e di carattere generale, la vita civile era amministrata dal Sinedrio, una sorta di supremo Tribunale, di natura religiosa e politica - del quale facevano parte i sommi sacerdoti, anziani, scribi e farisei - le cui sentenze avevano valore esecutivo, tranne quella di morte che poteva essere comminata solo dai romani.
A livello più propriamente politico Roma era una ‘potenza occupante’, con proprie guarnigioni stanziate sul territorio, mentre gli ebrei si dividevano in fazioni filo-romane e filo-indipendentiste.
I Romani – che pur si tenevano fuori dalle beghe religiose locali – non avrebbero potuto accettare, in uno scacchiere geografico e politico così instabile (come si vedrà dalla successiva guerra giudaica che porterà alla distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C), rivendicazioni politiche di carattere messianico – intese in senso di potere temporale come del resto le intendevano i Giudei.
Lo stesso si poteva dire per le fazioni giudee che erano filo-romane, mentre quelle ‘indipendentiste’ vedevano in un futuro Messia - un Re dei re ma Re di guerra e non certo Re d’amore - l’opportunità storica di liberarsi degli oppressori romani e di sottomettere gli altri popoli che a turno, con alterne vicende, avevano nei secoli spesso schiavizzato Israele.
Sul piano più strettamente religioso, poi, la classe sacerdotale certo vedeva in Gesù un pericoloso ‘concorrente’, perché egli predicava una dottrina dell’amore che era il contrario di quanto essa praticava, e minava in sostanza la sua stessa autorità religiosa.
Tutte valide ragioni, insomma, per indurre Gesù alla prudenza perché la cosa più importante era il perseguimento – nei tempi dovuti – degli obbiettivi della sua missione.
Ecco perché ad un certo punto della sua azione di evangelizzazione Gesù va a Gerusalemme ‘in incognito’ mentre gli emissari dei gran sacerdoti giudei si aggirano nel campo dei galilei chiedendo se qualcuno lo avesse visto.
Alla Festa dei Tabernacoli o delle capanne, infatti, gli ebrei erano soliti venire da un po’ ovunque. Gerusalemme si riempiva fino all’inverosimile e molta gente – divisa soprattutto per gruppi di provenienza - si accampava all’aperto, in tende o capanne.
I Capi religiosi non volevano – per elementare calcolo di prudenza e timor di popolo – eliminare Gesù ‘pubblicamente’, cioè assassinarlo, ma cercavano nelle sue parole gli appigli di carattere religioso per accusarlo di fronte al popolo oppure gli appigli di carattere politico per denunciarlo a Roma, come poi sarebbe successo con Ponzio Pilato, detentore del 'jus sanguinis', cioè del potere di condannarlo a morte, al quale i Capi ebrei denunciarono Gesù quale sedizioso dicendo che Egli si era dichiarato Messia, Re dei Giudei, e quindi contro l'Imperatore di Roma.
Ma il popolo stava con Gesù. ‘È buono…!’ dicevano infatti in molti. ‘No, inganna il popolo!’, replicavano però i mestatori del potere costituito.
Elogiare pubblicamente Gesù era però pericoloso, perché significava porsi contro il Potere.
Gesù, che durante la festa non era nel campo dei Galilei ma doveva certamente essere ospite di qualche famiglia che gli dava accoglienza e protezione, verso la metà dei giorni di festa fa una sua comparsa al Tempio e, come gli altri Rabbi, si mette a ‘insegnare’.
In occasione delle feste la popolazione di Gerusalemme e i pellegrini che venivano da fuori convergevano al Tempio per le abituali preghiere.
Quello era dunque il posto migliore per predicare. I rabbi avevano le loro ‘scuole’ di studenti, e la folla si radunava intorno a loro per ascoltarli, perché molti erano oratori che parlavano veramente bene.
Di cosa parlavano? Parlavano del Vecchio Testamento e spiegavano le ‘leggi’.
Alcuni Rabbi, come Hillele e Gamaliele che abbiamo conosciuto quando abbiamo raccontato l'episodio di Gesù dodicenne trovato a parlare con i dottori del Tempio, erano poi anche molto sapienti.
Saulo stesso (poi divenuto Paolo) era stato allievo di Gamaliele.
Figuriamoci che ressa intorno a Gesù. Egli non solo era sapiente e famoso per i suoi miracoli ma le sue parole, proprio perché in lui parlava la Divinità, erano illuminate nella mente degli ascoltatori dallo Spirito Santo e toccavano quindi profondamente il cuore delle persone non prevenute che si rendevano perciò conto che le sue parole – per il sommovimento interiore che provocavano – provenivano proprio da Dio.
Gesù entra nel Tempio seguito dagli apostoli. Tutti lo conoscono e tutti lo osservano interrogandosi su quanto farà o dirà.
C’è anche Gamaliele che incrocia il suo sguardo e lo osserva in maniera pensosa.
Gesù – sul gradino più alto di una scalinata ed appoggiato ad una colonna, si mette per l’ennesima volta a predicare sulla venuta del Regno di Dio: i miracoli fatti sono la conferma che Dio è con il suo Cristo, cioè Gesù, l’Unto.
Parte da qualcuno della folla una provocazione:
«Lo sappiamo che ti vuoi fare re. Ma un re tuo pari sarebbe rovina di Israele. Dove sono le tue potenze di re?». Molti scuotono il capo e ridono.
‘Nulla è impossibile a Dio’, ribatte Gesù.
‘Ma dove è questo Regno visto che non se ne vedono i segni esteriori?!’, rincara un altro.
E Gesù: «Il Regno di Dio non viene con apparato.  Solo l'occhio di Dio vede il suo formarsi, perché l'occhio di Dio legge nell'interno degli uomini. Perciò non andate cercando dove è questo Regno, dove si prepara.  E non credete a chi dice: "Si congiura in Batanea, si congiura nelle caverne del deserto d'Engaddi, si congiura sulle rive del mare".  Il Regno di Dio è in voi, dentro di voi, nel vostro spirito che accoglie la Legge venuta dai Cieli come legge della vera Patria, legge che praticandola fa cittadini del Regno. Per questo prima di Me è venuto Giovanni a preparare le vie dei cuori, per le quali doveva penetrare in essi la mia Dottrina.  Con la penitenza si sono preparate le vie, con l'amore il Regno sorgerà e cadrà la schiavitù del peccato che interdice agli uomini il Regno dei Cieli».
La prossima riflessione darà dedicata a: «DISCORSI di GESÙ: LA VERA NATURA del CRISTO, L’ACQUA VIVA e LA LUCE del MONDO »
4. DISCORSI DI GESÙ: LA VERA NATURA DEL CRISTO, L’ACQUA VIVA E LA LUCE DEL MONDO.
4.1 La vera natura del Cristo. Gesù: 'Ecco l’uomo della cui origine siete incerti, negatori o pensosi…'.
Siamo nuovamente al Tempio, in uno dei giorni della festa dei Tabernacoli, anzi proprio il giorno successivo al discorso di Gesù sulla natura del Regno di Dio.
Gesù parla, anzi sta per parlare, e la gente bisbiglia, si interroga. Vi è – come al solito quando parla Gesù – una gran folla: apostoli, discepoli, incerti, pagani, ma vi sono anche non pochi malevoli.
La gente – che sapeva quanto si stesse tramando alle spalle di Gesù, e Gesù stesso lo aveva del resto precedentemente affermato a chiare lettere quando aveva accusato i Capi ebraici di volerlo uccidere -  vede che Gesù accede ora al Tempio liberamente per pregare e predicare, e viene ad essa il dubbio che – magari dopo le sue affermazioni precedenti – i ‘Capi’ abbiano finito per riconoscerlo come il Cristo, l’Unto, il Messia.
E allora ritorna la domanda di sempre: può mai un uomo in carne ed ossa essere il famoso Cristo, il cosiddetto Figlio dell'Uomo, quello di cui hanno tanto parlato i Profeti, tanto agognato nei secoli dall’intero popolo di Israele?
Nell’immaginario collettivo – come si usa dire oggi con termine psicanalitico moderno – questa figura mitica del Cristo avrebbe dovuto rivelarsi con apparenze straordinarie, tali da imporsi con tutta evidenza, tali da abbagliare chiunque: il Re dei re avrebbe dovuto avere un’origine misteriosa. Ma 'quello'?
'Quello' lo sapevano tutti da dove veniva e di chi era figlio. Non ci si poteva capacitare di come Egli potesse affermare questa sua identità messianica.
Gesù deve aver sentito le loro parole, o le ha intuite o, più semplicemente - avendo il dono della introspezione perfetta, in quanto come Uomo era privo di Macchia d'Origine e quindi con la pienezza della Grazia divina - le deve aver lette nei loro cuori. Fatto sta che Egli ritiene giunto il momento di affermare ancor più chiaramente e perentoriamente non solo la sua messianicità ma addirittura la sua origine divina.
Stiamo attenti – e forse lo avrete già notato anche voi che leggete - perché vi è un graduale crescendo della ‘manifestazione’ di Gesù.
Egli – raggiunta l’età matura e, come uomo, preparatosi spiritualmente nel deserto all’inizio della sua missione – riceve una solenne investitura ufficiale, al guado del Giordano all’atto del battesimo da parte del Battista, con la ‘Voce’ di Dio che si sente tuonare nel cielo per affermare la sua divinità e figliolanza.
Poi, l’inizio della missione un po’ in sordina – si fa per dire – con il miracolo di Cana e tanti infermi guariti. Ma potere di miracolo non significa essere necessariamente ‘figlio di Dio’, vari profeti e anche i nostri ‘santi’ hanno fatto miracoli e non sono ‘figli’ di Dio.
Gesù all’inizio faceva capire e non capire. Ai suoi stessi apostoli aveva domandato cosa dicesse la gente di lui, chiedendolo poi anche a Pietro, il quale aveva affermato la sua fede nella sua natura di Figlio di Dio.
Ma Pietro era appunto un apostolo, per di più illuminato in quel momento da Dio Padre. E comunque, come racconta Matteo, Gesù pregava i suoi discepoli di non dire ancora ad alcuno che egli era il Cristo, cioè il Messia.
Poi – quando stanno per maturare i tempi secondo quanto previsto nel disegno divino – Gesù comincia ad affermare sempre più chiaramente la sua messianicità, prima, e la sua natura divina, poi.
È un crescendo, ed è quello che fornirà alla fine il pretesto per portarlo alla Croce.
Siamo dunque alla Festa dei Tabernacoli del terzo anno di vita pubblica – in autunno - e quindi ci troviamo a solo pochi mesi prima della successiva Pasqua di Passione che sarebbe stata celebrata nel plenilunio di nisam (marzo-aprile).
Gesù coglie l’occasione offerta dagli interrogativi che la gente si pone circa la sua identità e – nel Vangelo di Giovanni sopra citato in nota - afferma perentoriamente e soprattutto pubblicamente la sua natura divina: ‘Voi mi conoscete e sapete di dove sono: eppure non sono venuto da Me; ma c’è veramente Uno che mi ha mandato, che voi non conoscete. Io lo conosco, perché vengo da Lui, ed è lui che mi ha mandato’.
In queste parole c’è tutto il mistero della Incarnazione che – per noi uomini d’oggi – sembra tanto difficile da comprendere, ma non lo è. Ed è qui che il Gesù valtortiano – che ha letto nei cuori dei presenti – ha deciso, specie dopo l’esperienza del tentativo di incoronarlo re per una errata concezione della figura del Messia, di chiarire questa volta pubblicamente di fronte a tutto il popolo, ma anche ai suoi nemici, la vera natura del Cristo.
I soliti scribi e farisei, lividi di odio e rabbia, vorrebbero impedirgli di parlare e malmenarlo ma l’influente, rispettato e temuto Gamaliele, presente anche in questa giornata, dardeggiandoli con il suo sguardo e la sua autorità impone loro di lasciarlo parlare.
Nell’Opera e nella visione della mistica questo discorso di Gesù è poderoso e ampio, di grande efficacia oratoria, sapienza e levatura spirituale, ma noi possiamo qui trascriverne solo una parte:
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«…Gesù si fa avanti, verso il cortile.  Pacato, riprende a parlare. Gamaliele resta dove è, e i suoi discepoli si affannano a portargli tappeto e sgabello perché stia comodo.  Ma egli rimane in piedi, con le sue braccia conserte, il capo chino, gli occhi chiusi, concentrato ad ascoltare.
«Mi avete accusato senza ragione come se avessi bestemmiato in luogo di aver detto la verità. Io, non per difendermi, ma per darvi la luce acciò possiate conoscere la Verità, parlo. E non parlo per Me stesso. Ma parlo ricordando le parole nelle quali credete e sulle quali giurate.  
Esse testimoniano di Me. Voi, lo so, non vedete in Me che un uomo simile a voi, inferiore a voi.  E vi pare che sia impossibile che un uomo possa essere il Messia.  Almeno pensate che avesse ad essere un angelo, questo Messia, che deve essere di un'origine talmente misteriosa da poter essere re solo per l'autorità che il mistero della sua origine suscita.  
Ma quando mai nella storia del nostro popolo, nei libri che formano questa storia e che saranno libri eterni quanto il mondo, perché ad essi dottori di ogni paese e di ogni tempo attingeranno per corroborare la loro scienza e le loro ricerche sul passato con le luci della verità, quando mai in questi libri (Nda.: Salmo 2,7) è detto che Dio abbia parlato ad un suo angelo per dirgli: "Tu mi sarai d'ora in poi Figlio perché Io ti ho generato"?».
Vedo Gamaliele che si fa dare una tavoletta e delle pergamene e si siede scrivendo...
«Gli angeli, creature spirituali, serve dell'Altissimo e sue messaggere, sono state create da Lui come l'uomo, come gli animali, come tutto ciò che fu creato.  Ma non sono state generate da Lui.  Perché Dio genera unicamente un altro Se stesso, non potendo il Perfetto generare altro che un Perfetto, un altro Essere pari a Se stesso, per non avvilire la sua perfezione col generare una creatura di Sé inferiore.  
Or dunque, se Dio non può generare gli angeli e neppure elevarli alla dignità di suoi figli, quale sarà il Figlio al quale Egli dice: "Tu sei mio Figlio.  Oggi ti ho generato"?  E di che natura sarà se, generandolo, Egli dice indicandolo ai suoi angeli: "E Lui adorino tutti gli angeli di Dio"?  
E come sarà questo Figlio, per meritare (Nda.: Salmo 110) di sentirsi dire dal Padre, da Colui che è per sua grazia se gli uomini lo possono nominare col cuore che si annichila adorando: "Siedi alla mia destra finché Io faccia dei tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi"?
Quel Figlio non potrà essere che Dio come il Padre, del quale divide gli attributi e le potenze, e col quale gode della Carità che li letifica negli ineffabili e inconoscibili amori della Perfezione per Se stessa.
Ma, se Dio non ha giudicato conveniente elevare al grado di Figlio un angelo, avrebbe mai potuto dire di un uomo ciò che disse di Colui che qui vi parla - e molti fra voi che mi combattete eravate presenti quando lo disse - là al guado di Betabara, al finire di tre anni da questo?  Voi lo udiste e tremaste.  Perché la voce di Dio è inconfondibile, e senza una sua speciale grazia atterra chi la ode e ne scrolla il cuore.
Cosa è dunque l'Uomo che vi parla? È forse uno nato da seme e da volere d'uomo come tutti voi?  
E potrebbe l'altissimo, a soddisfare la gran Colpa, essere pago del sacrificio di un uomo?
Pensate.  Egli non elegge un angelo ad esser Messia e Redentore, può mai allora eleggere un uomo ad esserlo?
E poteva il Redentore essere soltanto Figlio del Padre senza assumere natura umana, ma con mezzi e poteri che superano le umane deduzioni?  
E il Primogenito di Dio poteva mai aver dei genitori, se Egli è il Primogenito eterno?
Non vi si sconvolge il superbo pensiero davanti a questi interrogativi, che salgono verso i regni della Verità, sempre più vicini ad essa, e che trovano risposta solo in un cuore umile e pieno di fede?
Chi deve essere il Cristo?  Un angelo?  Più che un angelo.  Un uomo?  Più che un uomo.  Un Dio?  
Sì, un Dio.  Ma con unita una carne, perché essa possa compiere l'espiazione della carne colpevole.  Ogni cosa va redenta attraverso la materia con cui peccò.  
Dio avrebbe perciò dovuto mandare un angelo per espiare le colpe degli angeli decaduti, e che espiasse per Lucifero e i suoi seguaci angelici.  Perché, lo sapete, anche Lucifero peccò. Ma Dio non manda uno spirito angelico a redimere gli angeli tenebrosi. Essi non hanno adorato il Figlio di Dio, e Dio non perdona il peccato contro il suo Verbo generato dal suo Amore.  Però Dio ama l'uomo e manda l'Uomo, l'Unico perfetto, a redimere l'uomo e a ottenere pace con Dio. E giusto è che solo un Uomo-Dio possa compiere la redenzione dell'uomo e placare Dio.
Il Padre e il Figlio si sono amati e compresi. E il Padre ha detto: "Voglio".  E il Figlio ha detto: "Voglio". E poi il Figlio ha detto: "Dammi".  E il Padre ha detto: "Prendi", e il Verbo ebbe una carne la cui formazione è misteriosa, e questa carne si chiamò Gesù Cristo, Messia, Colui che deve redimere gli uomini, portarli al Regno, vincere il demonio, infrangere le schiavitù.
Vincere il demonio! Non poteva un angelo, non può compiere ciò che il Figlio dell'uomo può. E per questo, alla grande opera ecco che Dio non chiama gli angeli ma l'Uomo.
Ecco l'Uomo della cui origine voi siete incerti, negatori o pensosi.  
Ecco l'Uomo. L'Uomo accettevole a Dio. L'Uomo rappresentante di tutti i suoi fratelli.  
L'Uomo come voi nella somiglianza, l'Uomo superiore e diverso a voi per la provenienza, il quale, non da uomo ma da Dio generato e consacrato al suo ministero, sta davanti all'eccelso altare per essere Sacerdote e Vittima per i peccati del mondo, eterno e supremo Pontefice, Sommo Sacerdote secondo l'ordine di Melchisedecco.
Non tremate!  Io non tendo le mani alla tiara pontificale.  
Un altro serto mi aspetta. Non tremate! Io non vi toglierò il razionale.  
Un altro è già pronto per Me. Ma tremate soltanto che per voi non serva il sacrificio dell'Uomo e la misericordia del Cristo. Vi ho tanto amati, vi amo tanto che ho ottenuto dal Padre di annichilire Me stesso. Vi ho tanto amati e vi amo tanto che ho chiesto di consumare tutto il dolore del mondo per darvi la salute eterna.
Perché non mi volete credere? Non potete credere ancora?  
Non è detto del Cristo: "Tu sei Sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedecco"? Ma quando si è iniziato il sacerdozio?  Forse ai tempi di Abramo? No. E voi lo sapete.  
Il re di giustizia e di pace (Nda.: Genesi 14,18-20) che appare ad annunciarmi, con figura profetica, all'aurora del nostro popolo, non vi ammonisce che c'è un sacerdozio più perfetto, che viene direttamente da Dio, così come Melchisedec di cui nessuno poté mai dare le origini e che viene chiamato "il sacerdote" e sacerdote rimarrà in eterno? Non credete più alle parole ispirate? E, se ci credete, come mai, o dottori, non sapete dare una spiegazione accettabile alle parole che dicono, e di Me parlano: "Tu sei Sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedecco”?
Vi è dunque un altro sacerdozio, oltre, prima di quello di Aronne.  
E di questo è detto "sei ". Non "fosti". Non "sarai". Sei sacerdote in eterno. Ecco allora che questa frase preannuncia che l'eterno Sacerdote non sarà della nota stirpe di Aronne, non sarà di nessuna stirpe sacerdotale. Ma sarà di provenienza nuova, misteriosa come Melchisedec. È di questa provenienza. E se la potenza di Dio lo manda, segno è che vuole rinnovare il Sacerdozio e il rito perché divenga giovevole all'Umanità.
Conoscete voi la mia origine? No. Sapete voi le mie opere? No. Intuite voi i frutti di esse?  No. Nulla conoscete di Me.  
Vedete dunque che anche in questo sono il "Cristo", la cui origine e natura e missione devono essere sconosciute fin quando a Dio non piaccia svelarle agli uomini. Beati quelli che sapranno, che sanno credere prima che la rivelazione tremenda di Dio non li schiacci col suo peso al suolo e ve li inchiodi e stritoli sotto la folgorante, potente verità tuonata dai Cieli, urlata dalla terra: "Costui era il Cristo di Dio".
Voi dite: "Egli è di Nazaret. Suo padre era Giuseppe. Sua madre è Maria".  
No. Io non ho padre che mi abbia generato uomo. Io non ho madre che mi abbia generato Dio. Eppure ho una carne e l'ho assunta per misteriosa opera dello Spirito, e sono venuto fra voi passando per un tabernacolo santo. E vi salverò, dopo avere formato Me stesso per volere di Dio, vi salverò facendo uscire il vero Me stesso dal tabernacolo del mio Corpo per consumare il grande Sacrificio di un Dio che si immola per la salvezza dell'uomo.
Padre, Padre mio! Io te l'ho detto all'inizio dei giorni: "Eccomi a fare la tua volontà".  Io te l'ho detto all’ora di grazia prima di lasciarti per rivestirmi di carne onde patire: "Eccomi a fare la tua volontà".  Io te lo dico ancora una volta per santificare coloro per i quali sono venuto: "Eccomi a fare la tua volontà". E te lo dirò ancora, sempre, sinché la tua volontà sia compiuta ... ».
Gesù, che ha alzato le braccia verso il cielo, pregando, ora le abbassa e le raccoglie sul petto e china la testa, chiude gli occhi e si sprofonda in una orazione segreta.
La gente bisbiglia.  
Non tutti hanno capito, anzi i più (e io con loro) non hanno capito.  Siamo troppo ignoranti. Ma intuiamo che Egli ha enunciato delle grandi cose. E tacciamo ammirati.
I malevoli, che non hanno capito o non hanno voluto capire, ghignano: «È un delirante!».  Ma non osano dire di più e si scostano o si avviano alle porte scuotendo il capo. Tanta prudenza io credo sia il frutto delle lance e daghe romane che brillano al sole contro la muraglia estrema…».
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Gamaliele - il rabbi famoso di cui parlano anche gli Atti degli apostoli e che era stato Maestro di Paolo - lo ha ascoltato pensoso
Lui era uno di quei dottori del Tempio che – nel racconto di Luca e con maggior precisione nell’Opera della mistica Valtorta – stavano ascoltando il Gesù dodicenne, meravigliandosi della sapienza ispirata con cui quel giovinetto parlava, quando Maria e Giuseppe lo avevano ritrovato dopo tre giorni di ricerche.
Ho scritto a lungo nei miei libri di questo prestigioso personaggio
A lui, che era ‘dottore della Legge’ ma anche spirito incorrotto e profondamente giusto, quel Gesù giovinetto – fra le mura del Tempio, volto ardente rivolto al cielo con le braccia spiegate - aveva predetto la propria futura Passione dicendo agli astanti di attenderlo nella sua ora e che quelle pietre avrebbero riudito la sua voce e avrebbero fremuto alla sua ultima parola.
Gamaliele aveva intuito che quel fanciullo parlava per spirito profetico ed aveva pure intuito si trattasse dello spirito del futuro Messia.
Pur avendo perso poi di vista Gesù, andatosene dal Tempio con i suoi genitori, Gamaliele non aveva mai più dimenticato per vent’anni quelle profetiche parole.
Ora egli si chiedeva se quell’uomo che si diceva Messia potesse essere lo stesso giovinetto, ormai cresciuto, che aveva conosciuto tanti anni prima.
Gli anni corrispondevano, il linguaggio profetico – ora più virile – anche.
Ma non ne era sicuro…
Egli non sapeva che quel giovinetto stesse allora profetizzando il proprio sacrificio in croce e quanto alle ‘pietre’ che avrebbero fremuto alla sua ultima parola egli aveva pensato che si riferisse ai loro cuori induriti.
Solo al momento della morte di Gesù sul Golgota - nel sentire il terremoto di Gerusalemme scuotere le mura del Tempio, come raccontato dai tre evangelisti sinottici – Gamaliele comprenderà in un lampo che era quello il ‘fremito’ di pietre a cui il Gesù dodicenne aveva alluso.
Lui, anziano, sarebbe corso su per il Gòlgota e giunto ai piedi della croce, davanti a quel Messia che tanto aveva atteso ma che era ormai morto e non gli poteva più rispondere, si sarebbe prostrato piangendo disperatamente la colpa di non aver saputo credere quello che avevano capito i più ‘semplici’, e cioè che Gesù era Figlio di Dio.
Se volete sapere come finisce la sua storia senza leggere l’Opera, sappiate che Gamaliele finirà per diventare cristiano, esempio – insieme a Saulo che diventerà San Paolo – di quanto possano essere diverse le vie che portano alla santità.
4.2 Gesù: ‘Chi ha sete, venga a me e beva. Dall’intimo di chi crede in me, come dice la Scrittura, scaturiranno fiumi d’Acqua viva!’.
Non mi ricordo quanto durasse la Festa dei Tabernacoli, ma il periodo di durata complessivo della festività era certo di parecchi giorni.
In ognuno di questi Gesù aveva tenuto specifici importanti discorsi, di cui abbiamo potuto apprezzare - sia pur nelle brevi trascrizioni che abbiamo fatto di taluni brani delle visioni valtortiane - l'elevatezza intellettuale e Sapienza spirituale.
Discorsi sulla natura del Regno di Dio, sulla natura del Cristo e infine, nell’ultimo giorno della Festa, quello sull’Acqua viva, di cui parliamo adesso.
L’ultimo giorno della Festa era quello conclusivo e dunque il più importante. Vi doveva anche essere il massimo afflusso di pellegrini, prima del loro definitivo rientro ai luoghi di provenienza.
Il Tempio, con i suoi magnifici atrii, cortili e porticati, deve essere tutto un brulichìo di gente, con gruppi più o meno folti che, qui e là, conversano fra loro o, meglio, ascoltano i vari rabbi che tengono le ultime ‘lezioni’, spiegando le Scritture.
L’arrivo di Gesù, nel cortile del Tempio, non può sfuggire, perché lo segue una folla di discepoli, ammiratori, curiosi e anche malati che sperano in una loro guarigione.
Era infatti abituale per Gesù, finito un discorso, ascoltare quelli che gli si accalcavano intorno ed esaudire quelli che – con fede – gli chiedevano consigli o grazia.
Giovanni narra che ad un certo punto Gesù si accinge a parlare, in piedi. Doveva quindi aver scelto una posizione sopraelevata, magari su dei gradini, mentre – tonante – proclama: ‘Chi ha sete, venga a me e beva. Dall’intimo di chi crede in me, come dice la Scrittura, scaturiranno fiumi d’Acqua viva!’.
Questo dell'Acqua Viva era il ‘tema’ enunciato da Gesù, cioè la sostanza del suo ‘messaggio’, messaggio già anticipato in forma velata alla samaritana di quel pozzo a Sichar e che ora Gesù intende approfondire.
Infatti l’Evangelista Giovanni spiega il significato delle parole di Gesù: ‘Diceva questo dello Spirito che dovevano ricevere coloro che avevano creduto in lui, perché non era ancora stato dato lo Spirito, non essendo ancora glorificato Gesù’.
Dobbiamo ammettere che, come spiegazione, è ancora poco, ma questa sembra quasi una costante del Cristianesimo sempre costretto ad attendere nel tempo le successive spiegazioni dello Spirito Santo, il Consolatore che Gesù aveva detto che Egli avrebbe lasciato dopo la sua ‘dipartita’ per illuminare le menti.
Gesù spiegando infatti la sua Dottrina agli apostoli, quando questi non riuscivano a capirla bene aveva infatti loro detto una volta, più o meno: ‘Non vi preoccupate, dopo di Me verrà il Consolatore, che vi illuminerà e vi farà comprendere tutto’.
In verità tutto il Progetto di Dio sembra nascere e svilupparsi all’insegna di una misteriosa ‘collaborazione’ reciproca all’interno della Trinità: il Padre pensa e ’vuole’, il Figlio ‘accetta’ e si incarna, mentre lo Spirito Santo -  che parla poco, a parte quando si serve dei ‘profeti’ - è poi quello che fa tutto
Allora, fatta la volontà del Padre, realizzata attraverso il Figlio e finita la missione terrena di Gesù, subentra nella storia della ‘Chiesa’ l’opera dello Spirito Santo che la guiderà incessantemente fino alla conclusione finale, alla fine della Storia.
Lo Spirito Santo – così come Gesù ci ha chiamato ad un’opera di corredenzione per aiutare i ‘fratelli’, corredenzione che si realizza nella preghiera e anche nella ‘espiazione’ in terra delle nostre colpe – ci vuole anch’Egli come ‘collaboratori’, e ci ‘illumina’, anzi illumina gli esegeti affinché essi sappiano interpretare le parole di Giovanni perché diventino un pochino più comprensibili per noi tutti.
L’Acqua Viva…, dunque.
Era l’acqua ‘famosa’ di cui aveva parlato il Profeta Ezechiele.
Scribi e farisei, e anche il ‘popolo’ in genere, erano ben documentati sulle Scritture che a quei tempi costituivano per tutti materia di insegnamento scolastico - come per noi la matematica, la letteratura, il latino o il greco - fin dalle scuole che noi diremmo ‘elementari’.
Farisei e folla, non parliamo dei sacerdoti, non hanno avuto bisogno di consultare la Bibbia, ed hanno certo capito al volo il riferimento fatto da Gesù: Ezechiele!
Se gli ebrei conoscevano bene le Scritture, il problema era semmai quello di interpretarne i simboli e le allegorie in maniera corretta, senza scambiare inoltre la realtà per allegoria, o viceversa.
Ma è un problema che abbiamo anche noi oggi.
Cosa aveva dunque detto Ezechiele, sei secoli prima?
Ezechiele (Ez 47,1-12) aveva raccontato una visione nella quale aveva visto sgorgare, da sotto l’altare di un tempio, dalla destra, un rivolo d’acqua che scendeva verso la bassa valle del Giordano, ingrossandosi sempre più fino a divenire prima ruscello e poi fiume.
Ogni essere vivente che vi avesse brulicato dentro sarebbe vissuto.
L’acqua del fiume – sboccando nel Mare (io intendo si riferisca fisicamente non tanto al ‘mare’ quanto al ‘lago salato’ del ‘Mar’ Morto) - avrebbe ‘addolcito’, risanandole, le acque salate di quest’ultimo, e dove le acque del fiume non fossero giunte, là sarebbero rimaste ‘saline inospitali’ dove non vi sarebbe stata ‘vita’.
Lungo le rive del fiume sarebbero cresciuti tanti ‘alberi’ che avrebbero prodotto ‘frutti’ che avrebbero dato ‘vita’, e anche ‘foglie’ che avrebbero potuto essere utilizzate come ‘medicina’ per curare i ‘malati’.
Questa famosa visione di Ezechiele doveva essersi certo prestata, anche a quei tempi, a chissà quante interpretazioni, forse una meno convincente dell’altra.
Io non ci provo neanche ma (anche se Giovanni – più sintetico del solito - si è qui limitato alla sola ‘enunciazione’ dell’argomento senza raccontarci il discorso che dovette tenere Gesù, dando forse per scontato che lo Spirito Santo prima o poi ci avrebbe ‘illuminato’) Gesù doveva invece aver spiegato tutto per bene.
Dovette trattarsi di un bel discorso estremamente ‘convincente’ se alla fine rimangono tutti a bocca aperta e le stesse guardie mandate ad arrestarlo – cioè a ‘mettergli le ‘mani addosso’, come annota Giovanni – non hanno più il coraggio di farlo.
Commenti: ‘Egli è davvero il Profeta…’, ‘Egli è il Cristo…’, ‘No, non lo è, non viene mica da Betlemme, quello è un galileo, di Nazareth…’.
Quando le guardie se ne tornano dai sacerdoti a mani…vuote, Giovanni – con un certo senso dell’umorismo – descrive una scenetta gustosa.
Da un lato le guardie che si giustificano dicendo che ‘nessun uomo’ (sott’intendendo con ciò che Gesù doveva essere veramente Figlio di Dio: vera bestemmia per i sacerdoti) aveva mai parlato in quella maniera, dall’altro lato i Capi che - al sentir queste ‘ragioni’ - si imbestialiscono e insultano le guardie accusandole di essersi fatte plagiare, visto che nessuno dei capi dei sacerdoti e dei farisei, che in fatto di Legge e di Scritture loro sì che son sapienti, se la sarebbe fatta ‘raccontare’ da lui.
"Ma – commentano inviperiti - si sa che quegli imbecilli ignoranti del popolo, oltre a non conoscer la legge, sono dei ‘maledetti’ "…
I Capi stanno per esplodere dalla rabbia, pronti magari ad andare ad arrestarlo di persona, quando Nicodemo (quello che per paura era andato di nascosto nottetempo da Gesù chiedendo come ci si potesse guadagnare il Regno dei Cieli) li blocca, questa volta con molto coraggio, affermando che essi – che avrebbero dovuto essere i garanti della legalità –  avrebbero commesso un atto altamente illegale se avessero arrestato e condannato a morte un uomo senza che questi fosse stato prima ascoltato e senza che le accuse fossero state provate.
Quelli, presi in contropiede e rabbiosi perché l’obbiezione di Nicodemo - che era un ‘Capo’ - era ‘forte’ e sacrosanta, non possono far altro che irriderlo con astio: ‘Cos’è? Ti senti galileo anche tu, ora? Vatti un po’ a studiare le Scritture, visto che non le sai abbastanza, e dicci se c’è mai un ‘profeta’ che può venire dalla Galilea…!’.
Non è la prima volta che saltano fuori queste battute sui galilei che evidentemente non godevano davvero di buona fama presso i giudei, come a loro volta non godevano di buona fama i nazareni presso gli stessi galilei, come si evince nel Vangelo di Giovanni quando si parla del primo incontro di Gesù con Natanaele (cioè Bartolomeo) all’inizio dell’apostolato.
Se Giovanni accenna al tema dell'Acqua Viva, ma non lo sviluppa, cosa avrà mai detto il Gesù dell’Opera valtortiana che parla invece in maniera così esauriente e sapiente?
Lo potrete leggere direttamente nell’Opera, ma un concetto mi ha colpito.
«Un giorno – dice più o meno il Gesù dell’Opera – allo squillo delle trombe del Giudizio, il mondo perirà e gli uomini morti resusciteranno dal primo all’ultimo per essere avviati – con i loro corpi – alla destinazione finale: Paradiso o Inferno.
Ma già ora il mondo è popolato di morti che respirano ancora, quelli che – vivi come animali – sono morti nello spirito.
Il Padre ne soffre ma Egli ha già pronto il miracolo che li farà tornare vivi, e molti di essi risorgeranno perché Egli ha preso il suo Spirito, Se stesso, e ha formato una Carne a rivestire la sua Parola, e l’ha mandata a questi morti perché, parlando ad essi, si infondesse di nuovo ad essi la Vita…
Io sono la Risurrezione e la Vita…
Io sono la Fonte che zampilla vita eterna…
Chi ha sete di vita venga e beva. Chi vuole possedere la Vita, ossia Dio, creda in Me, e dal suo seno sgorgheranno non stille, ma fiumi d’Acqua viva. Perché chi crede in Me formerà con Me il nuovo Tempio dal quale scaturiscono le acque salutari delle quali parla Ezechiele…’».
Ecco dunque cosa é l'Acqua Viva...
Questo è un discorso fondamentale per tutti noi, non solo perché mette a fuoco il ruolo del Verbo che si incarna nell'Uomo-Gesù, ma anche perché - nella spiegazione del Gesù valtortiano - riguarda quello che nella Dottrina Cristiana sarebbe diventato il ‘dogma’ della Resurrezione finale dei corpi delle anime dei riviventi nel momento della fine della Storia e del Giudizio Universale.
Quella della Resurrezione dei corpi era una credenza diffusa in Israele se già i sette fratelli Maccabei, imprigionati insieme alla loro madre, avevano preferito morire piuttosto che rinnegare la propria fede e avevano affermato che, pur privati della loro vita fisica, un giorno essi grazie a Dio sarebbero tornati a rivivere con un corpo nuovo.
Quale corpo? Un corpo ‘glorificato’, non più soggetto alle leggi della nostra fisica ed alle necessità dei corpi attuali, un corpo cioè come quello del Gesù risorto il quale entra a porte chiuse nel Cenacolo e che con la sua Resurrezione ci ha voluto dimostrare come per Dio sia possibile tutto: non solo il ridare la vita ad un cadavere ma farlo rivivere in una sua nuova natura, identica nella forma a quella originaria ma sublimata nella sostanza al massimo grado.
Sarà questo – quello cioè di un corpo che nell'Aldilà non obbedisce più alle leggi e bisogni carnali dell’uomo attuale – il concetto che Gesù pochi giorni prima della sua Passione spiegherà ai sadducei che, non credendo nella resurrezione dei corpi, gli avevano posto maliziosamente un quesito ‘limite’.
Di chi sarebbe stata sposa – nell’Aldilà - quella donna che, morto il primo marito senza darle figli, sarebbe stata (secondo l’uso ebraico di dare una discendenza al fratello morto anzitempo senza aver avuto figli) sposata a turno a ciascuno degli altri sei fratelli, tutti però morti successivamente anch’essi senza averle potuto dare figli? A chi ‘carnalmente’ sarebbe spettata - quella moglie - nell’aldilà, visto che essa era stata ‘sposa’ di tutti e sette i fratelli?
Nell’Aldilà – risponderà e farà intendere il Gesù del Vangelo – i corpi non risponderanno più alle esigenze dell’Aldiquà, non si prenderà più né moglie né marito, perché non ci sarà più bisogno di generare carnalmente figli sulla terra per farli poi divenire ‘figli di Dio’ in Cielo.
Finita con il Giudizio universale la Storia dell’Umanità, i corpi dei risorti non avranno più lo stimolo della sessualità perché in un mondo che scompare non ci sarà più l'esigenza della riproduzione della specie.
Gli uomini che risorgeranno con il loro corpo glorificato, in quanto privi di fomiti o impulsi sessuali, a quel momento saranno in certo qual modo né 'maschi' né 'femmine', saranno cioè simili agli Angeli, anche se questi ultimi sono spiriti senza corpo.
4.3 Gesù: ‘Io sono la Luce del mondo: chi segue Me non camminerà nelle Tenebre, ma avrà parole di Vita…’.
Dopo questo discorso, Gesù lascerà Gerusalemme per ulteriori evangelizzazioni ma vi ritornerà qualche tempo dopo.
Al Tempio – secondo l’ordine cronologico dell’Opera valtortiana - spiegherà l’importanza della preghiera incessante ed al riguardo racconterà la parabola di quel Giudice disonesto che non voleva rendere giustizia ad una vedova ma che poi finisce per accontentarla non resistendo più alle sue insistenze.
Così a maggior ragione Dio - che non è ingiusto come quel giudice ma è buono - esaudirà le preghiere di chi insiste.
Sarà in occasione di questa ulteriore frequentazione al tempio che Gesù terrà un altro discorso fondamentale riportato dai Vangeli sul suo essere ‘Luce del mondo’.
La prosa degli evangelisti è scarna, è uno 'scheletro' di discorso, si limita al concetto sintetico di fondo, ma neanche un principe del foro, neanche il più famoso degli antichi retori, saprebbe parlare ed argomentare come il Gesù delle visioni di Maria Valtorta, senza contare la Sapienza che ne traspare.
Giovanni – più di quanto non facciano gli altri evangelisti – insiste molto sulla predicazione di questi ultimi mesi di Gesù a Gerusalemme.
L'evangelista continua a ripetere come un ritornello che i suoi nemici non riescono a trovare l’occasione buona per catturarlo perché non era ancora la sua ora.
Ma è un’ora che si avvicina a grandi passi.
Bisognava sfruttare ora il poco tempo disponibile per dire il massimo possibile, non solo e non tanto per gli ebrei – che Dio sapeva che, per la maggior parte, avrebbero rifiutato il messaggio di Cristo – quanto per tutto il resto dell’Umanità che avrebbe dovuto essere poi convertita, analizzando la Parola di Dio trasmessa attraverso i Vangeli.
Per la credibilità stessa di quel che insegnava, e dunque anche per le generazioni future, era fondamentale far capire anche il senso di quello che sarebbe stato il suo Sacrificio: non un sacrificio d’uomo crocifisso, ma di Dio, di un Dio incarnatosi in un uomo per insegnargli quanto necessario alla sua salvezza e che – sia come Uomo che come Dio –  avrebbe offerto volontariamente la sua vita al Padre per il riscatto dell’Umanità la quale avrebbe così potuto – grazie al perdono – essere ammessa nel Cielo.
Così al Tempio, punto di incrocio degli israeliti che venivano un po’ da tutte le regioni del mondo allora conosciuto e che poi sarebbero tornati nei loro paesi d’origine raccontando ai loro correligionari quanto avevano visto e sentito in Gerusalemme, Gesù continua la sua predicazione dando autorità alla sua Dottrina riaffermando la sua origine divina: ‘Io sono la Luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la Luce della Vita’.
Ecco, in poche parole, tutta la sostanza della natura di Gesù e della sua missione sulla Terra.
Il mondo – dopo il Peccato originale – era rapidamente precipitato nella corruzione spirituale ed intellettuale.
L’uomo era diventato sempre più peccatore e Satana aveva esteso ancora di più il suo dominio sopra di lui.
Ad un certo punto era stato necessario persino un Diluvio universale – come abbiamo già avuto occasione di accennare – per eliminare una Umanità ‘animalizzata’ che di umano non aveva più niente.
Solo un ‘giusto’ – Noè e con lui sua moglie, i suoi tre figli e nuore – viveva nello spirito del Signore, mentre gli altri uomini non ancora del tutto animalizzati si sarebbero pervertiti ben presto a causa del ‘contagio’ morale e spirituale a contatto con i peggiori.
I non del tutto ancora pervertiti sarebbero umanamente morti nel Diluvio ma, spiritualmente, si sarebbero salvati nel Limbo in attesa della Redenzione e nell’aspettativa felice di una vita eterna.
La razza andava però rinnovata completamente e, come fa il Potatore quando i rami di un albero vanno in cancrena e non danno più frutto, essa doveva essere recisa fino al ceppo perché dalla nuova base potessero spuntare getti sani e vitali.
La razza rinnovata aveva cominciato a riprodursi ma, come succede agli alberi che hanno ormai contratto delle gravi malattie crittogamiche o parassitarie presenti nelle stesse radici, anche nei discendenti di Noè avevano iniziato a riprodursi gli effetti patologici conseguenti al Peccato originale.
Tali effetti si trasmettevano ai discendenti per via naturale con la riproduzione fisica, ed erano assimilabile ad una sorta di virus che marchiava ormai indelebilmente il complesso 'psichico' dell’uomo con effetti anche somatici.
La nuova Umanità – tranne pochi ‘figli’ migliori, i Patriarchi, i grandi Profeti – era tornata nuovamente a dimenticare la propria origine ‘divina’, aveva dimenticato di essere stata creata ‘spirito’ prima ancora che carne, aveva dimenticato di essere stata creata da Dio.
Essa si era con il tempo nuovamente imbarbarita e impegolata in una vita di peccato, era di nuovo precipitata nelle tenebre.
Ecco dunque il proclama di Gesù al Tempio: l'Umanità è precipitata nelle Tenebre del Peccato, ma sono venuto io che sono la 'Luce del mondo'.
Abbiamo detto che i Vangeli furono scritti nei termini sintetici che conosciamo come 'promemoria' di catechesi ed evangelizzazione.
Certamente però gli apostoli avevano tutti gli elementi - appresi nei tre anni di vita con Gesù - che consentivano loro di sviluppare quelle tematiche con ampiezza di argomentazioni.
I Farisei presenti – cercate di immaginarvi la scena... – ascoltano Gesù che si proclama 'Luce del mondo', lo guardano scettici, e lo contestano ironicamente e acidamente.
Mettiamoci nei loro panni: 'Quello che si proclama ‘Luce del mondo’ è un folle, e la sua – per di più – è una testimonianza fasulla perché, come gli fan rilevare, per la legge mosaica servono due testimoni perché una testimonianza sia valida, e uno non può da solo testimoniare validamente a proprio favore'.
Gesù sta al gioco e – con un ragionamento per passi successivi – li prende dialetticamente in contropiede, ritorcendogli contro l’argomento.
Sapeva il fatto suo Gesù, in fatto di dialettica e retorica, e la Valtorta nella trascrizione delle sue visioni ce ne ha dato un’idea.
Gesù risponde – lo si capisce bene da quel che dice Giovanni – che, se anche egli testimonia per sé, la sua è comunque una testimonianza valida, perché egli – Figlio di Dio e Egli stesso Sapienza – sa da dove è venuto e dove andrà mentre l’uomo, l’Umanità, ha perso la memoria delle proprie origini e nelle tenebre di uno spirito dalla vista atrofizzata dal Peccato originale e dagli altri peccati individuali – obbedisce ormai alle leggi dettate da Satana come uno schiavo nato in cattività che con conosce più neanche il sapore della libertà e non sa quindi come condursi e a cosa mirare.
Gesù rimprovera ai Farisei di emettere su di lui giudizi ‘secondo la carne’, dove ‘carne’ non significa ‘carne materiale’ ma ‘intelletto materializzato’: cioè spirito ‘morto’ che giudica con i poveri mezzi che gli sono rimasti e quindi con estrema limitatezza, fermandosi alla superficie delle cose, incapace di leggere spiritualmente in profondità, come un miope.
Gesù dice anche che egli – per parte sua – non vuole ‘giudicare’ nessuno, perché egli – per ora - è venuto per salvare e non per giudicare (cosa che invece farà alla fine della nostra vita terrena con il Giudizio particolare ed alla fine del mondo con quello universale) ma se proprio dovesse essere costretto a giudicare, ebbene il suo giudizio varrebbe, e come!, perché Egli – uomo, ma Uomo-Dio – ha dentro di sé il Padre che ha inviato Lui, Spirito purissimo, anzi Verbo, sulla Terra.
La sua testimonianza - e questo è un ‘affondo’ di Gesù contro il ragionamento iniziale dei Farisei – è invece ben valida perché il Gesù-Uomo, al battesimo del guado del Giordano, ebbe anche dal Cielo la testimonianza del Padre per cui essi – come appunto prescrive il Deuteronomio – sono in realtà in due ad addurre una testimonianza concorde e valida.
I Farisei devono essere rimasti interdetti e non può – a loro che erano così attenti in queste cose anche se poi non ne coglievano il significato profondo – non esser venuto in mente quella famosa testimonianza di quella Voce al Giordano che tuonando dall’alto rimbombava un ‘Tu sei il Figlio mio diletto, in te mi sono compiaciuto...’.
Non era forse Giovanni Battista un grande profeta? Non l’avevano forse sempre detto essi stessi tanto che avevano pensato che il Messia potesse esser lui, Giovanni?
Ma Giovanni aveva invece precisato: ‘Gesù era quello che veniva dopo di lui ma era prima di lui’, e ciò perché Egli era Dio, esistente ab-eterno.
Questo era l’episodio che Gesù ricordava ora ai Farisei.
Ma loro, sempre sarcastici e di rimbalzo: ‘Dov’è allora tuo padre?’.
Essi sapevano bene che Gesù era figlio di un falegname, anzi di un povero falegname.
Ma Gesù, compatendoli per la loro cecità spirituale che non gli permetteva di avvertire con l’anima la sua divinità: ‘Non potete riconoscere né Me né mio Padre, se conosceste Me conoscereste anche il Padre mio...’.
Ecco, a futura memoria, cioè a memoria dei ‘futuri’, un altro messaggio lasciato nel ‘Testamento’ di Gesù: Egli e il Padre erano una cosa sola.
Questo è il grande mistero della Trinità, di Dio Uno e Trino, di Tre Persone distinte che formano una Unità: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il Figlio sta al Padre come la Parola sta al Pensiero che la esprime. Parola e pensiero sono – anche per noi uomini – una cosa sola anche se caratterizzate in maniera diversa.
Dio Padre è Pensiero volitivo, Dio Figlio è Parola che si realizza, che rende cioè manifesto il Pensiero e lo traduce in atto esteriore, operativo.
Come? Grazie allo Spirito Santo che tutto crea e tutto illumina.
A ben meditare, Gesù aveva fatto una affermazione molto grave dal punto di vista religioso giudaico. Non solo egli, Uomo in carne ed ossa, aveva affermato di essere Dio ma anche di essere un Dio Figlio del Padre.
Gli ebrei erano rigidamente monoteisti, e per di più credevano in un unico Dio del tutto spirituale.
La 'carnalità' di Gesù contrastava con la spiritualità del 'loro' Dio, e così pure il concetto di un Dio duplice, cioè Padre e Figlio.
L'affermazione poi di un Dio addirittura trinitario con lo Spirito Santo - come affermato da Gesù - cioè di un unico Dio ma formato da tre distinte Persone, era ancor più estraneo alla loro tradizione religiosa ed era pertanto una grave bestemmia.
Ancora oggi, quanti 'ecumenicamente' dicono che in fin dei conti cristiani ed ebrei credono nello stesso Dio, dicono una cosa che non ha senso in quanto il Dio in cui credono gli ebrei non ha nulla a che vedere con quello trinitario che ci ha rivelato Gesù.
Lo stesso dicasi per i maomettani i quali si limitano ad attribuire a Gesù un semplice ruolo di 'profeta', un profeta importante più dei precedenti, ma – secondo loro - meno importante di Maometto..., venuto per ultimo.
La prossima riflessione sarà dedicata a: «DISCORSI DI GESÙ: IL DISCORSO DEL ‘BUON PASTORE’ E LA DOPPIA NATURA DI GESÙ»
5. DISCORSI DI GESÙ: IL DISCORSO DEL ‘BUON PASTORE’ E LA DOPPIA NATURA DI GESÙ.
5.1 Da che mondo è mondo non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato. E se questo non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla… .
Dopo il tentativo di lapidazione e la sua fuga dal Tempio raccontato dall’evangelista Giovanni rivediamo Gesù ancora a Gerusalemme nell’episodio della guarigione di un nato cieco.
È un episodio persino divertente, con quei Farisei lividi di rabbia che - nel venire a conoscenza di quest’altro eclatante miracolo di Gesù che veniva a confermare il suo essere Figlio di Dio - fanno un terzo grado all’ex cieco, accusandolo in sostanza di essere un truffatore che si era finto cieco e si era messo d’accordo con Gesù per attribuirgli appunto ‘fama di miracolo’.
Dalle loro prime domande iniziali ai loro insulti finali, il cieco risponde per le rime: ‘Da che mondo è mondo non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi ad un cieco nato. E se questo non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla…’.  
Successivamente – dopo alcuni ulteriori viaggi – Gesù ritorna a Gerusalemme dove incontra però nuovamente il miracolato che non lo aveva mai visto in volto.
Narra infatti Giovanni che Gesù - nel fare miracolo - aveva sputato per terra, fatto con saliva e terra del fango che gli aveva poi spalmato sugli occhi dicendogli di andarseli a lavare nella piscina di Siloe.
Quello aveva obbedito e aveva acquistato la vista ma Gesù nel frattempo se ne era andato.
L’Evangelista Giovanni ci racconta ora anche questo secondo episodio.
È da questo secondo incontro che Gesù prende spunto per lanciare il suo celebre ‘messaggio’: ‘Io sono il Buon Pastore’, che ha un significato molto più profondo di quanto a prima vista potrebbe sembrare.
Come abbiamo più volte notato leggendo il Vangelo di Giovanni, molto spesso i vari episodi vengono presentati uno dopo l’altro come se si succedessero senza soluzione di continuità.
Invece – ad una attenta analisi e facendo magari anche uno studio comparato con gli stessi episodi citati negli altri tre vangeli – si scopre che fra l’episodio di un brano e quello precedente è magari passato del tempo.
Anche in questo caso, fra la cacciata del cieco dal Tempio di Gerusalemme dove il cieco era stato inizialmente interrogato ed il suo nuovo incontro con Gesù, è passato qualche giorno: lo si apprende dall'Opera valtortiana.
Gesù aveva già avuto occasione di guarire dei ciechi e i Vangeli riportano vari accenni a questo riguardo.
Ma qui il Vangelo di Giovanni dà molto rilievo a questo miracolo facendo capire che esso aveva destato molto clamore.
Perché tanto clamore solo in questo caso, con interrogatori e controinterrogatori, una sorta di processo pubblico al cieco?
La ragione la comprendiamo grazie alla visione della mistica Maria Valtorta.
Il miracolo non era consistito nel ridare la vista agli occhi del 'non vedente' ma nell'avere infuso dal nulla due bulbi oculari nelle orbite vuote dell'uomo che era nato geneticamente malformato.
Un miracolo così straordinario, una creazione dal nulla, una cosa proprio 'da Dio', aveva certamente fatto e rifatto il giro della città, facendo imbestialire ancora di più i Capi giudei.
Oltretutto l'uomo non sembrava quasi più lui se non ci fossero stati i genitori ad attestarlo, perché se è noto che forma e colore degli occhi sono fondamentali per riconoscere una persona, due occhi dove prima c'erano solo due cavità vuote cambiano la fisionomia ancora di più.
Troppo 'miracoloso’ per potere essere vero, un miracolo del genere.
E se fosse stato vero sarebbe stato un miracolo veramente da Dio, una ulteriore strabiliante conferma ai precedenti discorsi di Gesù che avevano preceduto quel tentativo di lapidazione dopo essersi Egli dichiarato Dio.
È questa la spiegazione della rabbia e della incredulità dei sacerdoti del Tempio, scribi e farisei che si erano inutilmente accaniti con il miracolato e con i suoi stessi genitori nella speranza di coglierli in fallo.
I miracoli riconosciuti ‘ufficialmente’ dalla Commissione internazionale scientifica di Lourdes non lo sono da meno.
Anche gli scienziati più ‘prevenuti’ hanno dovuto ammettere che, in quei casi almeno, non si poteva comprendere altrimenti l’assoluta eccezionalità dell’avvenimento, al di fuori di qualsiasi spiegazione scientifica e medica.
Dunque Gesù incontra nuovamente il ‘cieco’.
Abbiamo già detto che il cieco non conosceva Gesù, come si capisce dal colloquio riportato nel Vangelo di Giovanni. Il cieco sapeva solo che il suo benefattore era quel Gesù che tutti mormoravano essere il Messia, anzi il Figlio di Dio.
Cerchiamo di concentrarci mentalmente e di immaginarci la scena.
Gesù lo vede, deve essere per strada, lo riconosce, lo chiama, quello viene, non riconosce Gesù e lo guarda interrogativamente.
Gesù gli domanda come sta e quello – pensando che tutti devono proprio sapere che lui è un miracolato, anche i ‘forestieri’ come gli pare quell’uomo - risponde che sta benissimo, anzi che meglio di così – con quei due begli occhi che si ritrova – non potrebbe andare.
‘Chi te li ha fatti?’, avrà chiesto Gesù.
‘Quell’Uomo che tutti chiamano il Messia!’, risponde quello.
‘Ma tu ci credi in lui?’
‘Crederci? Altro che, se vorrei. Ma non lo conosco nemmeno, e vorrei tanto poterlo conoscere...!’.
Gli dice allora Gesù: ‘Lo vedi: è colui che parla con te’.
E quello si getta al suolo, gli stringe magari i piedi come solevano fare a quei tempi, e lo adora, come si adora un Dio, perché infatti esclama, come racconta Giovanni: Signore, io credo’.
5.2 Gesù: Il Figlio dell’Uomo è venuto in questo mondo per operare una discriminazione.
Ecco però che al vedere quella scena e quell’assembramento di persone, poiché certamente con Gesù ci sarà stato l’intero gruppo apostolico, si sarà fermata dell’altra gente a guardare ed ascoltare, e nel mucchio, non saranno certo mancati i soliti scribi e farisei e via dicendo.
Gesù approfitta del pubblico e decide allora di prendere lo spunto dal miracolo del cieco che è stato reso ‘vedente’ per fare un discorso.
Ergendosi in tutta la sua figura e volgendo intorno uno sguardo circolare con i suoi occhi di zaffiro, Egli enuncia allora il ‘tema’ di introduzione: ‘Il Figlio dell’Uomo è venuto in questo mondo perché si operi una discriminazione: affinché quelli che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi’.
Attenzione, questo concetto espresso da Gesù può sembrare un gioco di parole, ma invece nasconde o meglio rivela una profonda verità teologica.
Ve ne avevo già parlato all’inizio. L’evangelista Luca (2, 21-35) narra l’infanzia di Gesù e nel raccontare della sua circoncisione e presentazione al Tempio scrive che ad un certo punto si presenta - davanti a Giuseppe e Maria che hanno il bambino in braccio -  Simeone, uomo vecchio e giusto che aspettava ardentemente la redenzione d’Israele.
Lo Spirito Santo – così dice Luca – stava su di lui e gli aveva rivelato che egli prima di morire avrebbe veduto il Messia.
In quel momento il vecchio Simeone – vedendo Gesù – sospinto dallo Spirito prorompe in una lode, benedice Giuseppe e Maria e poi profetizza a Maria: ‘Ecco, egli è posto per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; a te pure una spada trapasserà l’anima. Così si sveleranno i pensieri di molti cuori’.
Cosa c’entrano la caduta, la risurrezione, la contraddizione e lo svelarsi dei pensieri dei cuori con la discriminazione che sarebbe stata operata dal Figlio dell’Uomo?
Riprendiamo allora un momento in esame il Progetto di Dio sull’Umanità.
Il primo uomo sbaglia e coinvolge nel suo errore – attraverso le conseguenze psico-somatiche del Peccato Originale sui discendenti – tutta l’Umanità futura.
Ma il Dio della Genesi promette salvezza (spirituale) a lui e alla sua discendenza per cui, come a causa di una donna l’Umanità si era ‘perduta’, attraverso un’altra Donna (Maria, che in grande umiltà avrebbe acconsentito al progetto divino e avrebbe dato alla luce Gesù-Redentore) l’Umanità sarebbe stata salvata.
Ma quale ‘Umanità’? Quella dei ‘volenterosi’ o quella dei ‘facinorosi’?
Quella dei volenterosi! L’Umanità costituita cioè da quelle persone che pur imperfette, pur deboli, pur peccatrici, vorrebbero sforzarsi di migliorare, di emendarsi, anche se la debolezza delle loro forze non glielo consente tanto.
Gli altri – i ‘capri’ – ‘non vogliono’ sforzarsi perché l’assetto dell’Umanità gli sta bene così, con le sue ingiustizie, che essi trovano ‘naturali’, fra le quali essi riescono a ‘navigare’ a piacimento con soddisfazione dei loro interessi, che non sono spirituali ma materiali, mentre quelli spirituali essi dicono che sono ‘fola’, fantasia, illusione, incapacità di capire la ‘realtà’: è pieno di gente che la pensa così, oggi più di ieri. No?
Allora, al momento buono, il Verbo si incarna, diventa Uomo e comincia ad insegnare, facendosi aiutare dai miracoli perché - se l’Uomo non crede più a Dio che non vede - potrebbe però credere ai miracoli che invece vede.
E allora la discriminazione? Lo avevo già spiegato ma ve lo ricordo: il Verbo viene ad operare, insegna la Verità e ognuno sarà libero di accettarla o respingerla.
La Verità dividerà però gli uomini nel senso che costoro – posti di fronte ad essa – saranno costretti a rivelare il pensiero del loro cuore, a ‘scegliere’, cioè a schierarsi da una parte o dall’altra e a quel punto sarà possibile a Dio fare una ‘discriminazione’, cioè una divisione, fra ‘pecore’ e ‘capri’.
Al momento della morte fisica e del giudizio particolare i ‘capri’ non potranno più dire che essi in vita erano ‘ciechi’ e che ‘non avevano visto’, ma – grazie agli insegnamenti di Gesù che ha rivelato la Verità - essi sapranno che pur avendola vista non l’avevano accettata, e si renderanno allora ben conto della giustezza del giudizio che avranno ricevuto. Ogni uomo è infatti libero di accettare o meno il messaggio di Dio, e quindi di meritare o meno la salvezza nel Regno celeste.
Dio, per bontà, ha dunque voluto – con la sua incarnazione – che quelli che erano davvero ‘ciechi’ (vale a dire ignoranti nelle cose di Dio, ma di buona volontà) potessero ‘vedere’ cioè comprendere le cose di Dio alla luce della sua Parola, e quelli che invece ci ‘vedevano’ (cioè che erano o avrebbero dovuto essere già  ‘esperti’ nelle cose del Signore non solo per cognizione religiosa ma anche per semplice cultura che consente di capire meglio ciò che è bene e ciò che è male) ma che poi per cattiva volontà non ne traevano le conseguenze nel loro comportamento, perdessero la loro capacità di ‘vedere’, e cioè la capacità di salvarsi, visto che avevano arrogantemente disprezzato l’opportunità di salvezza che attraverso gli insegnamenti di Gesù era stata loro offerta.
Non vi pare tutto di una logica e di una semplicità estrema?
Il ‘Credere’ non è strettamente indispensabile per salvarsi: basta comportarsi come se ci credessimo: e cioè comportarsi bene.  Infatti - al resto - ci pensa Lui perché se vi comportate bene, anche se non ci credete, vuol dire che siete pecore del suo Ovile, anche senza saperlo.
Gesù – guardandosi intorno, fra la gente, in quella stradetta di Gerusalemme – decide di fare allora questo grande discorso come narrato da Giovanni, anzi Gesù lo fa meglio.
Egli parlava bene ma nello stesso tempo si esprimeva con immagini semplici.
Ricorre allora – alludendo metaforicamente agli scribi, farisei e sacerdoti presenti, che tutto facevano fuorché prendersi cura del popolo a loro affidato – all’immagine del ‘buon pastore’ il quale conosce le sue pecore, così come queste ‘riconoscono’ la voce del loro pastore.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che Dio, che vive fuori dal tempo, sa ab-eterno quali sono gli uomini che in loro piena libertà accetteranno volontariamente di seguire le ispirazioni che Egli imprimerà nel loro cuore: sono quelli le sue ‘pecore’ che Egli conosce da prima che il Tempo fosse, così come queste ‘pecore’ – volontariamente sintonizzate sulla lunghezza d’onda del Signore – sono quelle che sapranno riconoscere la ‘voce’ della sua Parola, cioè del loro Pastore sceso sulla terra per radunarle.
Quello del ‘Buon Pastore’ è un discorso profondo ma semplice.
L’Umanità – da sempre - è infestata da ‘cattivi pastori’, cioè da uomini che perseguono il loro interesse e quello dei gruppi di potere o di pressione che essi rappresentano.
Non è necessario essere dei buoni ‘cristiani’ per capirlo. Basta il comune buon senso.
La società che ci circonda è dominata da questi uomini che perseguono i loro scopi, in tutti i campi, dall’economia alla politica, persino nella religione nella misura in cui questa possa essere utilizzata come un ‘paravento’.
Persino nella cultura perché spesso gli ‘uomini-capri’ prendono a copertura di quel che fanno le ‘idee’ che tanti ‘uomini di cultura’ – capri anche loro - gli elaborano perché essi se ne possano servire: questa cosiddetta cultura, questa sorta di ‘dea’, diventa quindi un loro alibi.
Negli ultimi secoli, ad esempio – a cominciare da quella ‘francese’ fino ai giorni nostri -  non c’è stata rivoluzione, non c’è stato genocidio, senza che i ‘capi-popolo’ non avessero rivendicato una solida base ‘filosofica’ e culturale’ a giustificazione del loro operato.
Le più grandi nefandezze dell’Umanità sono state compiute sotto la copertura di ideologie che le rivestivano di una logica apparentemente ineccepibile e di onorabilità: per il bene collettivo!
L’Umanità è dunque sovente governata da uomini, e sono questi i falsi pastori di cui parla Gesù, che – per perseguire quelli che in realtà sono i propri obbiettivi – usano tutti i mezzi per convincere i più deboli, i più incolti, i più creduli – facendo leva anche sui loro istinti, anzi sui nostri istinti peggiori – per tirarseli dietro.
È la storia delle ingiustizie, dei dolori e delle guerre interminabili che da millenni hanno squassato e continuano a percorrere l’Umanità.
È la storia di taluni grandi ‘Capi’ che all’insegna di filosofie, ideologie, razzismi continuano a dividere i popoli. La storia di quelli che – all’interno persino di certe gerarchie religiose – cercano di utilizzare le stesse religioni come centri di potere o anche come elemento fazioso di divisione fra un popolo di una religione e uno dell’altra.
È tutta gente che dell’Amore se la ride.
Siamo nati in un mondo sbagliato? Sì e no. All’inizio non lo era ma poi lo è diventato e ormai siamo tutti in ballo.
Ma chi – in terra - non passa dalla porta dell’amore, non entra in Cielo.
Ecco la realtà più dura per noi umani.
Mentre i falsi pastori – fa intendere chiaramente Gesù - perseguono però solo i loro interessi ma poi sono pronti ad abbandonare l’uomo a se stesso, noncuranti della sua rovina perché essi sono dei pastori-idolo, il Verbo che si incarna per amore dell’uomo è pronto a sacrificare – Egli Dio – la propria vita di Uomo-Dio, perché Egli è il vero Pastore, quello che ha creato le anime degli uomini che quindi considera veramente figli suoi, sempre che essi lo vogliano conoscere come padre e non preferiscano invece l’altra paternità, quella che ritengono più congeniale a quel che essi desiderano fare.
Il progetto del Verbo non è però solo quello di salvare le ‘pecore’ dell’ovile di Israele, ma anche quelle dell’altro ovile più grande, quello del resto dell’Umanità che – accettando il Cristianesimo – conoscerà la via con la quale ci si salva più facilmente.
Quante volte mi sono sentito dire: ‘Ma chi l’ha detto che la religione giusta sia il Cristianesimo’?
È una domanda legittima, anche se spesso maschera - sotto una parvenza di domanda logica - quella che in realtà è una voglia di ‘contestazione’.
Ma è una domanda mal posta.
Prima di porcela bisognerebbe che ci interrogassimo sul fatto se crediamo che esista un Dio, se siamo propensi a credere che siamo degli ‘spiriti’ in carne umana, se intendiamo veramente sforzarci di condurci nella direzione di un comportamento che rispetti gli altri come vorremmo che gli altri rispettassero noi.
Scopriremmo però anche che è una domanda ‘inutile’, dal punto di vista dell’Assoluto.
Credo che possiamo tutti accettare l’idea che, se Dio esiste, deve essere uno solo per tutti, e non può dividersi in divinità di tutte le specie a seconda dei gusti e delle culture.
Se Dio è ‘uno’ per tutti i popoli è però chiaro che anche la sua Verità non può essere che una sola.
Ora, non è un mistero che molte religioni siano nate per soddisfare una esigenza interiore di ‘spiritualità’, per soddisfare in qualche modo quel senso di ‘trascendente’ che l’uomo – anche quello primitivo – ha sempre avvertito dentro la propria anima, o nel proprio ‘inconscio’ se la si vuol chiamare così, senso del trascendente che Dio stesso ha impresso all’anima nel crearla affinché essa si ricordi – poi – di avere un Dio al quale ritornare.
Fra queste religioni ve ne sono alcune che dicono di essere frutto di una ‘rivelazione’: Dio che ha parlato a certi loro uomini rivelando loro le sue ‘verità’.
È difficile negare che Dio possa aver parlato anche agli uomini di altre religioni. Credo anzi che Dio parli a tutti gli uomini, da sempre.
Il problema semmai è di stabilire quanto gli uomini abbiano capito, quanto di proprio abbiano aggiunto, quanto abbiano modificato di quanto Dio aveva sussurrato al loro orecchio spirituale.
Può però Dio – che è Verità – aver insegnato verità sostanzialmente diverse a religioni diverse?
Poiché la Verità è una, la religione vera non può che essere una.
Queste sono forse considerazioni un po’ ‘filosofiche’, ma in realtà – indipendentemente dal tipo di ‘teologia’ – quello che a Dio interessa ai fini del ‘passaporto’ per il suo Regno non è la ‘filosofia’, ma la pratica: quella dell’amore.
È questo il minimo comun denominatore di tutti i popoli, necessario per una ‘fedina penale’ pulita.
Non è il ‘censo’ secondo l’ordine terreno quello che ci dà diritto al ‘passaporto’. Anzi spesso il ‘censo’ è causa di ‘superbia’ mentre chi non ha censo è più facile che sia ‘umile’.
L’umile si salva allora meglio del ‘colto’, se pratica l’amore.
Bene, Gesù ha ormai finito il suo discorso e noi anche ma, come sempre succede, il ‘pubblico’ del Vangelo di Giovanni si divide.
La metafora del buono e del cattivo pastore era fin troppo chiara per quelli della classe dirigente: qualcuno di loro scuote quindi la testa e ribadisce che quello vaneggia e fa discorsi da indemoniato.
Qualche altro del popolo – che ha perfettamente inteso l’allusione - ribatte invece che quelli non sono discorsi da indemoniato anche perché ‘un demonio non avrebbe potuto certo aprire quegli occhi a un cieco’.
5.3 Gesù e la sua doppia natura divina ed umana: ‘Non ignoro come Dio il futuro dei secoli, e non ignoro come Uomo giusto lo stato dei cuori…’.
È passato qualche tempo dall’episodio precedente legato al secondo incontro con il ‘cieco’ ed al discorso del ‘Buon Pastore’.
Gesù aveva lasciato Gerusalemme ma aveva continuato a predicare nei dintorni.
A Gerico - lo si evince dall'Opera di Maria Valtorta - Egli incontra nuovamente a casa sua Zaccheo, il Capo dei pubblicani che tempo prima si era convertito, il quale aveva a sua volta nel frattempo convertito un gruppo di suoi colleghi e amici.
Moralmente Gesù era abbattuto, ma spiritualmente era felice perché l’ora della Redenzione si avvicinava.
Giuda aveva ormai chiaramente capito che il Regno di cui parlava Gesù non era quel regno terreno in cui egli tanto sperava per soddisfare le sue ambizioni. Inoltre presagiva che quella storia – umanamente – sarebbe finita male per Gesù e tutti loro, suoi diretti seguaci.
Siamo ormai arrivati nel periodo invernale del terzo anno, quello della Festa della Dedicazione o delle Luci, pochi mesi prima della successiva ultima Pasqua, quella di Passione.
Giuda decide in questo periodo di passare al ‘nemico’: cioè a quelli del Tempio.
Egli spera – tradendo Gesù e spiegando ai Capi dei Giudei quale sarebbe stato il luogo ed il momento più opportuno per catturarlo senza colpo ferire, isolato dalle folle che lo seguivano - di accattivarsene la ‘simpatia’ e di salvare la pelle.
Quella di Giuda – con il quale Gesù aveva vissuto fianco a fianco, notte e giorno, per tre anni - era l’angustia maggiore dell’Uomo-Dio.
Non si trattava dell’ostilità di un nemico, ma del tradimento di un ‘amico’.
Gesù – ne ho già parlato in precedenza ma qui lo riconfermo - aveva cercato e avrebbe cercato di salvare Giuda sino alla fine, non perché non sapesse - quale Dio che viveva ‘fuori del Tempo e per 'prescienza' - che sarebbe stato tutto inutile, ma perché da Uomo-Dio che viveva nel Tempo Egli voleva dare a Giuda ogni umana opportunità di ravvedersi affinché egli – una volta condannato da Dio – non potesse recriminare che Dio non aveva fatto l’impossibile per salvarlo, fino a quel boccone nell’Ultima Cena prima che Giuda si alzasse da tavola per andare a consegnarlo.
Gesù voleva inoltre insegnare agli uomini – specie della futura Chiesa – che quando è in gioco la salvezza di un’anima, che rischia la perdizione per l’eternità, nulla deve essere tralasciato, nessuno sforzo, anche se considerato inutile, sino alla fine, come Egli ha fatto con Giuda.
Uno spaccato psicologico di Gesù in questo momento particolare ci viene da un bel colloquio che Egli – mentre cammina per le strade della Giudea – ha con Giovanni, dove si affronta proprio il problema di Giuda le cui colpe e trame Gesù cercava di coprire per evitare che gli altri apostoli – non ancora del tutto ‘santi’- potessero spingersi a farsi giustizia da soli seguendo impulsi come quello di Pietro che – al momento della cattura di Gesù – avrebbe sguainato una spada menando un fendente che, anche se di scarsa mira, aveva pur sempre staccato – anziché la testa - un orecchio ad uno degli ‘scherani’ che erano stati inviati dai sacerdoti a catturare Gesù.
Quando il Gruppo apostolico si spostava era sempre Gesù a fare il passo marciando in testa, talvolta attorniato da un paio di discepoli, spesso solo, solo nelle sue preghiere e meditazioni che in questo periodo prossimo alla Passione diventano sempre più ‘cupe’.
Gli apostoli usavano seguirlo ad una certa distanza, qualche metro dietro, e discutevano spesso fra di loro.
Quando vi era qualche problema o necessità di un chiarimento da parte di Gesù, essi non sempre avevano il coraggio di farsi avanti ma gli mandavano … il più giovane e il più amato da Gesù: Giovanni, il quale infatti ora gli si avvicina e gli dice:
^^^^
«…Si parlava fra noi e si era incerti su una cosa.  Questa: se Tu sai tutto il futuro, o se ti è in parte nascosto. Chi diceva una cosa e chi l'altra».
«E tu che dicevi?».
«Dicevo che era meglio di tutto chiederlo a Te».
«E così sei venuto. Hai fatto bene. Questo almeno serve a Me e a te a godere un momento di amore... È tanto raro, ormai, poter avere un poco di pace! ... ».
«È vero!  Come erano belli i primi tempi! ... ».
«Sì.  Per l'uomo che siamo noi, erano più belli.  Ma per lo spirito che è in noi sono migliori questi.  Perché ora è più conosciuta la Parola di Dio e perché soffriamo di più. Più si soffre e più si redime, Giovanni...
Per questo, pur ricordando i tempi sereni, dobbiamo amare maggiormente questi che ci dànno dolore, e col dolore ci dànno anime.  Ma rispondo alla tua domanda.  Ascolta.  
Io non ignoro, come Dio.  E non ignoro, come Uomo.  
Conosco il futuro degli avvenimenti, perché sono col Padre da prima del tempo e vedo oltre il tempo.  
Come Uomo esente da imperfezioni e limitazioni congiunte alla Colpa e alle colpe, ho il dono dell'introspezione dei cuori.  
Esso dono non è limitato al Cristo. Ma è in diversa misura di tutti quelli che, avendo raggiunto la santità, sono talmente uniti a Dio da potersi dire che non per sé operano, ma con la Perfezione che è in loro.  
Perciò posso risponderti che non ignoro come Dio il futuro dei secoli, e non ignoro come Uomo giusto lo stato dei cuori».
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5.4 I Giudei lo circondarono e gli dissero: «Fino a quando ci terrai con l’animo sospeso? Se sei tu il Cristo, diccelo apertamente».
Dopo questo episodio che riguarda la sua natura umana e divina, ritroviamo Gesù al Tempio di Gerusalemme per la festa della Dedicazione.
Come già detto, era una festa (detta anche della Purificazione o delle Encenie) che cadeva – secondo il calendario ebraico – il giorno 25 di casleu (novembre-dicembre).
È in questa occasione che scoppia un nuovo incidente, raccontato da Giovanni, che inasprirà ancora di più i rapporti fra Gesù e i Capi dei Giudei.
Gesù era nuovamente tornato a Gerusalemme perché non perdeva le occasioni di festa in quanto queste – con il grande afflusso di pellegrini – gli permettevano di intensificare la predicazione comunicando quelle verità che poi quei pellegrini avrebbero riportato agli altri al rientro nei loro paesi di origine.
Lazzaro, il suo grande amico e ‘protettore’ - che con i suoi beni soleva sovvenire, insieme alle sorelle Marta e Maria di Magdala, a molte esigenze di spesa del gruppo apostolico e che per la sua amicizia politica con i romani, riusciva ancora a tenere a bada i giudei – era ormai sempre più malato.
I Vangeli non danno particolari sulla sua malattia ma, dall’Opera della mistica Valtorta, si capisce che egli soffriva di una sorta di cancrena agli arti, una malattia che assumeva l’aspetto di una specie di ‘lebbra’, una ‘infezione’ che non era infettiva ma provocava gradualmente un avvelenamento del sangue che avrebbe portato alla morte.
Le sorelle lo curavano in casa, nella dimora di Betania, vicina a Gerusalemme, con disinfezioni e impacchi antisettici e antinfiammatori, e stavano ben attente a che non si diffondesse la voce sulla natura della sua malattia che avrebbe potuto essere scambiata per lebbra vera e propria, facendo scattare le norme di legge che prescrivevano che il malato fosse trasferito in un lebbrosario.
Ciò a quei tempi avrebbe significato essere abbandonati in cave di spazzatura dalle quali si affacciavano di quando in quando quei lebbrosi che – vedendo passare Gesù – gridavano: ‘Figlio di Davide, salvaci, per pietà’, e lui li salvava, anche se poi non tutti tornavano indietro per ringraziarlo.
I Capi giudei sarebbero stati ben lieti di togliersi in quel modo dai piedi Lazzaro, il potente amico e protettore di Gesù, facendolo passare per un lebbroso.
Gesù cercava comunque – considerato il ‘clima’ sempre più rovente intorno a lui - di non compromettere troppo Lazzaro e si recava a trovarlo solo quando era strettamente necessario.
Dunque, Gesù è ora di nuovo a Gerusalemme, al Tempio, e passeggia sotto il portico di Salomone.
Viene subito adocchiato e un gruppetto di quelli del Tempio – che non avevano ancora digerito il discorso del Buon Pastore dal quale si capiva che anche loro erano di quei ‘cattivi pastori’ che portavano a perdizione le ‘pecorelle’ – gli si avvicinano untuosi e con un sorriso ipocrita di falsa sincerità dicendogli con tono accattivante: ‘Dai, dicci finalmente chi sei. Non parlare più per metafore o parabole. Non ci tenere più in sospeso. Se tu sei il Cristo, diccelo una volta per tutte, chiaramente’.
Se fossero stati sinceri c’era da farsi cascar le braccia, perché Gesù ormai l’aveva detto in tutte le salse che egli non solo era il Cristo, il Messia, ma anche Figlio di Dio.
Ma – poiché vi erano presenti anche altri giudei del popolo ai quali Egli doveva continuare a dare testimonianza – Gesù riafferma pazientemente la sua identità e – come stava facendo e avrebbe fatto sino alla fine con Giuda - cerca di convincerli, ribadendo concetti analoghi:
‘Ve l’ho detto, ma voi non volete credere. Ma visto che non volete credere alle mie parole, potreste almeno credere alle mie opere, opere che Io posso fare in nome di Colui che è mio Padre. E io sono suo Figlio!’.
Gesù insomma voleva dire: ‘Sono queste opere che – al di là delle mie dichiarazioni – dovrebbero convincervi della mia natura messianica: risuscito i morti, risano i lebbrosi, guarisco i paralitici e i ciechi, libero gli indemoniati. Tralascio di parlarvi dei miracoli che opero sugli ‘spiriti’, convertendoli (e quelli sono i miracoli più difficili e grandiosi ma non ve li ricordo perché quelli a voi non interessano) e non vi basta? Devo continuare? No, è inutile. Voi non credete perché non avete buona volontà, perché ‘non volete’ credere, e ciò avviene perché voi – nel vostro animo – non siete del mio gregge. Voi siete ‘capri’ nello spirito, voi siete gregge di Satana, che è vostro ‘pastore’. È per questo che non mi volete seguire. Ma sappiate che alle ‘mie’ pecore io darò la vita eterna perché esse non periranno mai, come invece perisce chi – spiritualmente – segue l’Altro. E le mie pecore – cioè quelle che nel loro cuore mi seguono perché sono di un medesimo sentimento – Io non me le lascerò strappare mai. Dio me le ha date e nessuno me le potrà togliere, perché nulla può essere tolto a Dio, ed Io sono Uno con Dio, che è mio Padre’.
Al sentir dire da Gesù che Egli era un tutt’uno col Padre quelli abbrancano delle pietre per terra... ma Gesù li ferma con un gesto della mano e con uno sguardo imperioso sfavillante di divinità: ‘Per quali di queste opere mi lapidate?!’.
E quelli, pietre in mano: ‘Per nessuna in particolare, ma per esserti proclamato Dio, tu che sei solo un uomo. Questa è bestemmia e, come dice la Legge, i bestemmiatori devono essere lapidati!’.
Gesù – che aveva del sangue freddo – non si lascia allora scappare l’occasione per fare un bel sermone.
Egli - ricordando loro un brano delle Scritture dove Dio, attraverso il Profeta, dice agli uomini, fatti a sua immagine e somiglianza, che essi sono ‘dei’ - completa il ragionamento dialetticamente: ‘Se Dio chiama ‘dei’ quegli uomini ai quali parlava, non posso chiamarmi Dio Io che sono Figlio suo e che soprattutto faccio opere da Dio? Posso ammettere che non vogliate credere a quelle che dico, ma dovreste almeno credere a quello che faccio!’.
Ma quelli - ancor più arrabbiati, non potendo ribattere ad un discorso così razionale - gli tirano le pietre.
Gesù, in qualche modo, anche questa volta se la cava perché – come già successo in una occasione precedente - riesce ad eclissarsi dal Tempio.
Egli se ne va anzi da Gerusalemme e si dirige oltre Giordano, in quel luoghi ove aveva già predicato il suo ‘precursore’ Giovanni Battista e dove i seguaci di Giovanni, sentendolo predicare, avevano concluso: ‘Giovanni non fece alcun miracolo, ma tutto quello che disse di costui è vero!’.
5.5 Un commento conclusivo del Gesù valtortiano sui suoi tre anni di vita pubblica e sul futuro che lo attende.
Ormai erano tre anni che Gesù evangelizzava incessantemente.
Chi avesse voluto amarlo e seguirlo aveva ormai tutti gli elementi di valutazione per farlo.
Ma per coloro che avessero preferito rimanere sordi Egli aveva ancora delle cose da dire, e le avrebbe dette nei mesi successivi, all'inizio del quarto anno, alla ripresa della sua evangelizzazione finale che lo avrebbe portato sul Golgota.
Il Gesù 'valtortiano', nel 1946, commenta così in un 'dettato' al suo ‘piccolo Giovanni’ il lavoro svolto con la trascrizione delle visioni dei suoi tre anni di vita pubblica di 2000 anni fa:
Dice Gesù:
«E anche il terzo anno di vita pubblica ha fine. Viene ora il periodo preparatorio alla Passione. Quello nel quale apparentemente tutto sembra limitarsi a poche azioni e a poche persone. Quasi uno sminuirsi della mia figura e della mia missione.
In realtà, Colui che pareva vinto e scacciato era l'eroe che si preparava all'apoteosi, e intorno a Lui non le persone ma le passioni delle persone erano accentrate e portate ai limiti massimi.
Tutto quanto ha preceduto, e che forse in certi episodi parve senza scopo ai lettori maldisposti o superficiali, qui si illumina della sua luce fosca o splendente. E specie le figure più importanti. Quelle che molti non vogliono riconoscere utili a conoscere, proprio perché in esse è la lezione per i presenti maestri, che vanno più che mai ammaestrati per divenire veri maestri di spirito.
Come ho detto a Giovanni e Mannaen, nulla è inutile di ciò che fa Dio, neppure l'esile filo d'erba. Così nulla è di superfluo in questo lavoro. Non le figure splendide e non le deboli e tenebrose. Anzi, per i maestri di spirito, sono di maggior utile le figure deboli e tenebrose che non le figure formate ed eroiche.
Come dall'alto di un monte, presso la vetta, si può abbracciare tutta la conformazione del monte e la ragione di essere dei boschi, dei torrenti, dei prati e dei pendii per giungere dalla pianura alla vetta, e si vede tutta la bellezza del panorama, e più forte viene la persuasione che le opere di Dio sono tutte utili e stupende, e che una serve e completa l'altra, e tutte sono presenti per formare la bellezza del Creato, così, sempre per chi è di retto spirito, tutte le diverse figure, episodi, lezioni, di questi tre anni di vita evangelica, contemplate come dall'alto della vetta del monte della mia opera di Maestro, servono a dare la visione esatta di quel complesso politico, religioso, sociale, collettivo, spirituale, egoistico sino al delitto o altruistico sino al sacrificio, in cui Io fui Maestro e nel quale divenni Redentore.
La grandiosità del dramma non si vede in una scena ma in tutte le parti di esso.
La figura del protagonista emerge dalle luci diverse con cui lo illuminano le parti secondarie.
Ormai presso la vetta, e la vetta era il Sacrificio per cui mi ero incarnato, svelate tutte le riposte pieghe dei cuori e tutte le mene delle sette, non c’è che da fare come il viandante giunto presso la cima. Guardare, guardare tutto e tutti.
Conoscere il mondo ebraico. Conoscere ciò che Io ero: l'Uomo al disopra del senso, dell'egoismo, del rancore, l'Uomo che ha dovuto essere tentato, da tutto un mondo, alla vendetta, al potere, alle gioie anche oneste delle nozze e della casa, che ha dovuto tutto sopportare vivendo a contatto del mondo e soffrirne, perché infinita era la distanza fra l'imperfezione e il peccato del mondo e la mia Perfezione, e che a tutte le voci, a tutte le seduzioni, a tutte le reazioni del mondo, di Satana e dell'io, ha saputo rispondere: "No", e rimanere puro, mite, fedele, misericordioso, umile, ubbidiente, sino alla morte di Croce.
Comprenderà tutto ciò la società di ora, alla quale Io dono questa conoscenza di Me per farla forte contro gli assalti sempre più forti di Satana e del mondo?
Anche oggi, come venti secoli or sono, la contraddizione sarà fra quelli per i quali Io mi rivelo.
Io sono segno di contraddizione ancora una volta. Ma non Io, per Me stesso, sibbene Io rispetto a ciò che suscito in essi.
I buoni, quelli di buona volontà, avranno le reazioni buone dei pastori e degli umili. Gli altri avranno reazioni malvagie come gli scribi, farisei, sadducei e sacerdoti di quel tempo.
Ognuno dà ciò che ha. Il buono che viene a contatto dei malvagi scatena un ribollire di maggior malvagità in essi.
E giudizio sarà già fatto sugli uomini, come lo fu nel Venerdì di Parasceve, a seconda di come avranno giudicato, accettato e seguito il Maestro che, con un nuovo tentativo di infinita misericordia, si è fatto conoscere una volta ancora.
A quanti si apriranno gli occhi e mi riconosceranno e diranno: È Lui. Per questo il nostro cuore ci ardeva in petto mentre ci parlava e ci spiegava le Scritture"?
La mia pace a questi e a te, piccolo, fedele, amoroso Giovanni».
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Nel primo anno Gesù aveva evangelizzato le genti mostrandosi il paziente Maestro delle verità divine.
Nel secondo anno si era mostrato il Misericordioso, il Dio che aveva assunto vesti umane per parlare direttamente agli uomini e chiamarli a sé.
Nel terzo Egli è stato il Redentore che, offrendosi Vittima sacrificale, avrebbe espiato per amore i peccati passati, presenti e futuri di tutti gli uomini per ottenere dal Padre – dopo il loro esilio spirituale a seguito del Peccato originale commesso dai due progenitori - la loro riammissione nel Regno dei Cieli.
Nel contempo sono balenati in lui i lampi del Giusto e del Forte perché l’Amore divino non esclude la forza della Giustizia.
È stato questo infatti l’anno dell'aspro scontro finale con i capi politico-religiosi di Israele, scontro che raggiungerà il culmine fino alla assoluta decisione di ucciderlo dopo il miracolo davvero straordinario della resurrezione di Lazzaro.
Nonostante questo miracolo, anzi proprio a causa di questo miracolo che pur attestava senza ombra di dubbio la divinità di Gesù, i Capi di Israele respingeranno senza altro indugio la sua predicazione d’amore e negheranno con protervia, contro ogni ragionevole evidenza, la presenza in lui di una natura divina, compiendo così un grave peccato contro lo Spirito Santo, il Peccato per eccellenza.
Nelle prossimo ciclo di riflessioni approfondiremo l’affermazione del Credo:
PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI…
3. PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI
4. IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE; SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE, 5. DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI. 6. CREDO NELLO SPIRITO SANTO, 7. LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI, 8. LA REMISSIONE DEI PECCATI, LA RISURREZIONE DELLA CARNE, LA VITA ETERNA. COSÌ SIA.
1. LA SETTIMANA SANTA: L’ULTIMO DISCORSO PUBBLICO DI GESÙ, QUELLO RIVOLTO AI GENTILI AL TEMPIO DI GERUSALEMME.
1.1 La Passione di Gesù e di Maria è ormai imminente: il clima di Gerusalemme nei giorni precedenti la ‘settimana santa’.
Nelle ‘riflessioni’ sulla prima affermazione del Credo abbiamo spinto lo sguardo nelle insondabili profondità della Paternità divina, della creazione degli Angeli, dell’Universo e della Terra, quindi – in quelle sulla seconda affermazione – abbiamo approfondito la figura di Gesù, con particolare riguardo al suo concepimento, nascita, infanzia, adolescenza e quindi alla sua natura di Uomo-Dio.
Attraverso le visioni di Maria Valtorta, lo abbiamo seguito nella vita pubblica con la sua travolgente e sapiente predicazione quando Egli stesso, in alcuni fondamentali discorsi, ha chiarito la vera natura del Regno di Dio, la vera natura del Cristo, il suo essere ‘Acqua viva’ e ‘Luce del mondo’, il suo essere ‘Buon Pastore’ ed infine la sua doppia natura: divina e umana.
Sappiamo già quanto basta per migliorare ora la conoscenza di Gesù seguendolo fino al Calvario dove sarebbe stato eretto il suo Patibolo che contemporaneamente si sarebbe trasformato nel suo trono regale per la Sua Gloria di Redentore.
Siamo giunti in prossimità della quarta Pasqua dei suoi tre anni e tre mesi di vita pubblica, nei mesi primaverili che seguono di poco la resurrezione di Lazzaro.
Questo fatto fu talmente strepitoso – grazie al miracolo compiuto su un cadavere che era nella tomba già da quattro giorni e anche a causa della notorietà di Lazzaro conosciuto in tutta la Palestina – da indurre i membri del Sinedrio, come scrive l’Evangelista Giovanni, a decretarne senza altro indugio la morte, prima che Gesù diventasse tanto potente fra le folle – così almeno essi temevano – da mettere in discussione il loro status di Casta religiosa dominante da Lui contestata.
Stiamo ora dunque entrando nel periodo preparatorio della Passione: quello della ‘Settimana Santa’.
Nei suoi tre anni di missione pubblica Gesù aveva predicato per ogni dove l’avvento del Regno di Dio nel cuore degli uomini, presentandosi come il Messia predetto dai profeti.
Ma come dice Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, il suo popolo non lo riconobbe, anzi il ‘mondo’ non lo riconobbe, ma a quelli che vollero credere in Lui ed in quel che Egli insegnava, Egli dette il potere di diventare ‘figli di Dio’.
Ne abbiamo già parlato nelle precedenti ‘riflessioni: troppo lontano ormai Israele dallo spirito dei Patriarchi, troppo diversa da quella reale – a causa della scarsa spiritualità che rendeva ciechi gli interpreti delle Scritture – l’idea ‘guerresca’ che i giudei si erano fatti del Messia, visto come colui che avrebbe conquistato gli altri popoli dando ad Israele il Regno sul mondo che a quel tempo apparteneva a Roma.
La predicazione d’amore di Gesù – se pur veniva in parte accettata fra la gente più semplice o nelle cittadine e paesi di campagna – era rifiutata nella città di Gerusalemme, sede del vero potere politico-religioso.
I Capi dei Giudei vedevano una insidia nella predicazione del Messia e proprio non riuscivano ad accettare l’idea che un semplice falegname, figlio di falegname, cioè uno di basso lignaggio, potesse pretendere di insegnare loro come dovessero essere interpretate le Scritture.
Essi però soprattutto non potevano comprendere come potesse Gesù ambire a diventare il Messia, cioè il Re dei re, che essi attendevano da secoli e che nell’immaginario collettivo - per come era stato interpretato nelle descrizioni dei Profeti che parlavano del Figlio dell’Uomo che sarebbe venuto nella gloria - era pensato come una sorta di personaggio ‘celeste’, una specie di ‘angelo’ in veste umana o quanto meno un grande personaggio con dignità ed apparenza regale.
In Israele erano numerose le feste religiose, e molti -  per quelle ricorrenze – partivano dai loro paesi e anche dalle altre nazioni per partecipare ai riti del Tempio ed ascoltare sotto i suoi colonnati i discorsi sapienti dei grandi scribi e dottori della legge.
Anche Gesù vi predicava, e sempre con grande seguito, ma quello che diceva suonava sgradito ai sacerdoti che – sentendosi in colpa - si sentivano sempre più sotto accusa.
I suoi continui miracoli, ed in particolare quello strepitoso del notissimo Lazzaro - resuscitato dopo quattro giorni nella tomba, pochi mesi prima dell’ultima Pasqua - avevano suscitato stupore enorme ed entusiasmo incontenibile presso il popolo che credeva ormai che Gesù fosse davvero il Messia, sia pur ‘terreno’.
Ma all’entusiasmo del popolo ora corrispondevano in proporzione anche grandi preoccupazioni a livello ‘politico’.
Gli ‘erodiani, cioè quelli del partito di Erode, vedevano Gesù come un agitatore politico che avrebbe potuto soppiantare nel potere Erode Antipa.
Questi, figlio di Erode ‘il grande’, non era più un Re dotato di vera autonomia, ma era pur sempre un ‘tetrarca’ – una sorta di governatore - nominato da Roma con giurisdizione sulla Galilea, una delle quattro province in cui era stata suddivisa l’antica Palestina.
Nel Sinedrio, l’organo di governo amministrativo di Israele che era una sorta di Parlamentino, c’erano sacerdoti, farisei, ma anche erodiani, e sadducei, contigui politicamente - per convenienza - al potere romano.
Un Gesù ‘Messia’ – per quanto in realtà apparisse loro poco credibile come ‘uomo d’azione’, visto quanto andava predicando a proposito dell’Amore - stava scomodo anche a loro in quanto possibile avversario politico potenzialmente suscettibile di destare esaltazione nel popolo e creare disordini, con una Roma che – quanto a tagliar teste, a cominciare dai ‘capi’ – non ci pensava due volte, pur di mantenere l’ordine pubblico nei territori conquistati.
Ma vi erano soprattutto i Capi dei sacerdoti, come Anna e Caifa, che vedevano in Gesù un pericolo ben maggiore, e cioè un ‘agitatore religioso’.
Non tanto un ‘eretico’ che creava una nuova setta suscettibile di mettere in pericolo la religione ufficiale, a parte quel suo dichiararsi Messia e Figlio di Dio, quanto uno che metteva in discussione la loro autorità - incrinata gravemente dalla sua predicazione di verità - nei confronti del popolo che non risparmiava frizzi e lazzi alla classe sacerdotale del Tempio per il cattivo esempio che essa dava.
Insomma nei mesi che vanno dalla Festa dei tabernacoli del terzo anno di vita pubblica alla successiva Pasqua, al cui termine vi sarà la Passione di Gesù (e di Maria), Gerusalemme bolliva come una pentola a pressione.
I Capi religiosi – più che i politici - non aspettavano altro che Gesù si facesse vivo, per arrestarlo nottetempo prima che potesse essere difeso dai suoi seguaci, processarlo, farlo condannare dal Procuratore romano della Giudea Ponzio Pilato - l’unico, secondo la legislazione imposta da Roma, che potesse comminare una condanna a morte – spingendolo ad accettare di adeguarsi alla condanna che essi avevano deciso di comminare nel loro Sinedrio.
Sono di quest’ultimo periodo le famose invettive di Gesù contro scribi, dottori della Legge e farisei che cercavano in tutti i modi di provocarlo e comprometterlo per poterlo far condannare.
E’ in questo clima che i Capi dei Giudei rompono gli indugi e – grazie al tradimento di Giuda che svela dove Gesù avrebbe potuto essere catturato più agevolmente, perché senza seguito di popolo – danno il via alla sua cattura ed alla successiva eliminazione fisica, prima che egli divenga tanto potente presso il popolo da risultare ‘intoccabile’.
L’Evangelista Giovanni racconta che la decisione era stata presa segretamente sin dalla precedente resurrezione di Lazzaro, ed era stata presentata dai Capi agli altri membri del Sinedrio come una decisione ‘necessaria’ per evitare il rischio di un intervento militare dei romani nei confronti del Re-Messia e quindi del popolo di Israele.
Siamo ormai alla vigilia della Pasqua di Passione. Il Gruppo apostolico (apostoli e discepole inclusa Maria SS.) era giunto da una settimana circa a Gerusalemme per partecipare alle festività.
La Maria di questi ultimi tempi non ha però più la bellezza limpida e fiorente di prima.
La consapevolezza del Sacrificio sempre più imminente pare l’abbia invecchiata nel volto, marcato ora nei tratti da una sofferenza che si intuisce latente, da un dolore inespresso ma che si indovina profondo nel suo sguardo muto.
Il gruppo apostolico – si evince sempre dall’Opera valtortiana - era sistemato al completo a Betania in casa dell’apostolo Simone lo Zelote, grande amico del potente Lazzaro, il quale ultimo aveva la propria dimora adiacente a quella di Simone.
Era stato grazie a Simone che Lazzaro era divenuto prima ammiratore, poi amico ed infine discepolo e protettore politico di Gesù, che egli sosteneva economicamente, anche ospitandolo nelle sue numerose proprietà sparse in Israele quando Gesù aveva bisogno di tranquillità e rifugio dalle insidie e persecuzioni del Sinedrio.
Questa sosta a Betania è appunto quella che precede immediatamente la Domenica delle Palme e l’inizio della ‘Settimana santa’.
1.2 Facciamo un piccolo ‘zoom’ sulla settimana santa…
Gesù – oltre al fondamentale Discorso della montagna tenuto ad una folla di discepoli e seguaci all’inizio del secondo anno della sua vita pubblica (discorso che – come si evince da ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ era in realtà consistito in sette differenti discorsi che sono il fondamento dell’etica e della spiritualità cristiana  e che vennero fatti ognuno in sette giorni successivi) aveva tenuto nel terzo anno altri discorsi importantissimi dei quali abbiamo già parlato nel corso delle nostre riflessioni sulla seconda affermazione del Credo..
Discorsi come quello sul Pane del Cielo, sulla vera natura del Regno di Dio, sulla vera natura del Cristo, quelli sull’Acqua Viva, sulla Luce nel mondo e sul Buon Pastore: tutti pronunciati a Gerusalemme e che gli erano anche costati dei tentativi di lapidazione.
Ora – all’inizio del quarto anno di vita pubblica, negli ultimi giorni che precedono la Sua ultima Pasqua – Gesù pronunzierà, come si evince dall’Opera valtortiana, il suo ultimo importante discorso pubblico, il discorso ai Gentili riportato dall’Evangelista Giovanni e che voi troverete in nota.
Ultimo perché Gesù lo tiene appunto nel corso della ‘Settimana santa’ la quale – sempre desumendo da quanto emerge da ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ – ha in sintesi il seguente svolgimento:
Lunedì: dopo l’ingresso trionfale della Domenica in Gerusalemme, all’indomani Gesù vi ritorna. Cammin facendo vede un fico che viene maledetto perché non dà frutti, parabola dei vignaioli perfidi, domanda trabocchetto su da dove provenisse la ‘autorità’ con la quale Egli osava insegnare al Tempio.                                                                         
Martedì: la mattina ripassano davanti al fico nel frattempo divenuto secco, quesito sulle tasse da pagare a Cesare. Quindi domanda dei sadducei sulla risurrezione dei morti con i loro corpi e sulla sessualità degli uomini dopo quel momento.
Mercoledì: quesito dei Farisei a Gesù su quale dovrebbe essere il massimo dei comandamenti, l’obolo della vedova povera, invettiva contro scribi e farisei, predizione della futura distruzione del Tempio e di Gerusalemme, profezie sugli ‘ultimi tempi’ dell’Umanità.
Giovedì: in giornata, discorso di Gesù ai Gentili e, la sera, inizio della Pasqua ebraica, ultima Cena, poi l’arresto nel Getsemani.
Venerdì: (fra la notte del Giovedì e l’alba di Venerdì) processo sommario davanti al Sommo Sacerdote e al Sinedrio, da Pilato, da Erode Antipa, nuovamente da Pilato, flagellazione, condanna a morte, Calvario, crocifissione, deposizione, sepoltura.
Sabato: per gli ebrei è giorno di festa ma per Maria SS. è angoscia tremenda, anche se lei si sforza di credere incrollabilmente alla Risurrezione.
Domenica: le donne vanno al Sepolcro e lo trovano vuoto! Gli apostoli – tranne Giovanni che davanti alla tomba vuota ‘vide e credette’ - non credono alla Resurrezione fino alla apparizione di Gesù quella sera nel Cenacolo. Finalmente è Pasqua, festa anche per noi cristiani!
1.3 E’ venuta l’ora nella quale deve essere glorificato il Figlio dell’Uomo. La Voce del Padre.
Chiarita così la cronologia degli avvenimenti, inquadriamo ora – in chiave ambientale - le circostanze in cui Gesù pronuncia questo suo discorso pubblico, importante anche perché nel corso dello stesso si manifesterà dal cielo con potenza di fronte a tutti la Voce del Padre, quella che i Vangeli dicono essere già stata udita al Battesimo del Giordano e successivamente in occasione della Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor.
Fra tutte le moltitudini presenti a Gerusalemme e al Tempio nel corso di quelle festività pasquali, vi erano quelle che provenivano dal resto del territorio di Israele e dai territori della Diaspora. Quelli della Diaspora erano gli Israeliti di religione ebraica che vivevano all’estero, nei paesi pagani.
Ma vi erano anche gli stessi pagani, cioè i Gentili, spesso assai colti. Essi venivano lì per ascoltare, incuriositi, le lezioni dei grandi rabbi ma soprattutto quelle di Gesù che non disprezzava i pagani, anzi, e che appariva uomo di grandissima sapienza, anche filosofica: il che - per essi che erano di cultura ellenista, e anche cultori del pensiero di uomini eccezionali come Socrate e Platone - non era cosa di poco conto.
I Gentili, in teoria, adoravano divinità pagane ma – in un mondo ellenizzante culturalmente evoluto grazie alle lettere, al teatro, alla medicina, alle arti in genere e alla filosofia – essi si rendevano conto dei ‘limiti’ delle loro religioni idolatriche, e delle loro divinità antropomorfe che – più che i pregi – sembravano avere i difetti degli uomini.
L’idea che l’uomo potesse avere veramente un’anima - destinata a sopravvivere in eterno alla morte del corpo - li affascinava, come pure l’elevatezza della dottrina d’amore che Gesù andava predicando.
In un mondo dove la schiavitù era un fatto sociale ed economico universalmente accettato, quella dottrina – non solo in termini di eguaglianza sociale ma di amore - toccava le corde più profonde del cuore di molti.
La predicazione di Gesù apriva orizzonti vastissimi in quelle menti, vissute nel paganesimo fino ad allora ma che ora cominciavano ad aver sete di spiritualità, mentre gli israeliti - nati nella spiritualità - ora stavano da secoli vivendo nel paganesimo spirituale: la superbia dei cuori dei loro Capi ma anche di buona parte del popolo mal guidato dai suoi ‘pastori’.
Ora – nel racconto di Giovanni - quei Gentili, venuti da lontano, vorrebbero vedere e sentire da vicino quel Gesù di cui avevano tanto sentito parlare, fargli delle domande, ottenere delle risposte da portarsi dietro nel loro paese di provenienza.
Per la calca non riescono ad avvicinarsi e allora, capito che Filippo doveva essere un ‘apostolo’, lo interpellano chiedendogli il favore di fargli ‘vedere’ Gesù.
Filippo dà di voce all’altro apostolo Andrea, e poi entrambi lo dicono a Gesù che – alzata la testa verso i Gentili - li guarda da lontano ad occhi socchiusi ed annuisce.
In qualche modo quelli riescono a fendere la muraglia di folla e ad avvicinarsi e si svolge un dialogo con domande e risposte.
Che quelle di Gesù, le uniche che Giovanni nel suo Vangelo riporta, siano ‘risposte’ a delle specifiche domande che dovevano essergli state fatte lo si arguisce dal ‘senso’ oltre che dal fatto – di per sé evidente – che è lo stesso Giovanni che scrive nel suo Vangelo: «Gesù ‘rispose’ loro…».
Allora, non bastandoci il Vangelo di Giovanni poiché per comprendere meglio le risposte di Gesù vorremmo capire esattamente anche quali domande gli erano state fatte, la miglior cosa da fare è aprire le pagine de ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ soprattutto per apprezzare meglio quanto Gesù dirà ai Gentili nel suo ultimo solenne discorso del Giovedì santo.
Scrive infatti Maria Valtorta (i grassetti sono miei):
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3 aprile 1947
(…)
Oggi io contemplo più che descrivere. Il mio Signore mi fa proiettare la vista spirituale da ciò che io vedo accadere, nell'ultimo giorno di libertà di Cristo, a ciò che è nei secoli...
Oggi io contemplo più i sentimenti, i pensieri del Maestro che non gli avvenimenti intorno a Lui. Sono già nella comprensione angosciosa della sua tortura del Getsemani...
Gesù è sopraffatto come il solito dalla folla che è già cresciuta, che ora è, nella più parte, ebrea e che si dimentica di affrettarsi al luogo del sacrificio degli agnelli per avvicinarsi a Gesù, Agnello di Dio che sta per essere immolato. E ancora chiede, e ancora vuole spiegazioni.
Molti sono ebrei venuti dalla Diaspora, i quali, saputo per fama del Cristo, del Profeta galileo, del Rabbi di Nazaret, sono curiosi di sentirlo parlare e ansiosi di levarsi ogni possibile dubbio. E questi si fanno largo supplicando quelli di Palestina così: «Voi sempre lo avete. Voi sapete chi è. Voi avete la sua parola quando volete. Noi siamo venuti da lontano e ripartiremo subito dopo aver compiuto il precetto. Lasciateci andare a Lui!».
La folla si apre a fatica per cedere il posto a questi. E questi si avvicinano a Gesù e l'osservano curiosamente. Parlottano fra loro, gruppo per gruppo. Gesù li osserva, anche se contemporaneamente ascolta un gruppo di persone venute dalla Perea. Poi, licenziate queste che gli hanno offerto denaro per i suoi poveri, così come molti fanno, ed Egli lo ha passato a Giuda come sempre, si accinge a parlare.
«Uni nella religione, ma diversi di provenienza, molti fra i presenti si chiedono: "Chi è costui che è detto il Nazareno?", e la loro speranza e il loro dubbio cozzano insieme.
Ascoltate.
È detto di Me: "Un germoglio spunterà dalla radice di Jesse, un fiore verrà da questa radice e sopra di Lui riposerà lo Spirito del Signore. Egli non giudicherà secondo quello che apparisce agli occhi, non condannerà per ciò che si sente con gli orecchi, ma giudicherà con giustizia i poveri, prenderà le difese degli umili. Il germoglio della radice di Jesse, posto quale segno fra le nazioni, sarà invocato dai popoli e il suo sepolcro sarà glorioso. Egli, alzata una bandiera alle nazioni, riunirà i profughi d'Israele, i dispersi di Giuda, li raccoglierà dai quattro punti della Terra.
È detto di Me: "Ecco, il Signore Dio viene, con possanza, il suo braccio trionferà. Porta seco la sua mercede, ha davanti agli occhi l'opera sua. Come un pastore pascerà il suo gregge".
È detto di Me: "Ecco il mio Servo col quale Io starò, nel quale si compiace l'anima mia. In Lui ho diffuso il mio spirito. Egli porterà giustizia fra le nazioni. Non griderà, non spezzerà la canna fessa, non spegnerà il lucignolo fumigante, farà giustizia secondo verità. Senza essere né triste né turbolento, giungerà a stabilire sulla Terra la giustizia, e le isole aspetteranno la sua legge".
È detto di Me: "Io, il Signore, ti ho chiamato nella giustizia, ti ho preso per mano, ti ho preservato, ti ho fatto alleanza del popolo e luce delle nazioni per aprire gli occhi ai ciechi e trarre dal carcere i prigionieri e dalla sotterranea prigione quelli che giacciono nelle tenebre".
È detto di Me: "Lo Spirito del Signore è sopra di Me, perché il Signore mi ha unto ad annunziare la Buona Novella ai mansueti, a curare quelli che hanno il cuore affranto, a predicare la libertà agli schiavi, la liberazione ai prigionieri, a predicare l'anno di grazia del Signore.
È detto di Me: "Egli è il Forte, pascerà il gregge con la fortezza del Signore, con la maestà del nome del Signore Dio suo. A Lui si convertiranno, perché sin da ora sarà glorificato, fino agli ultimi confini del mondo".
È detto di Me: "Io stesso andrò in cerca delle mie pecorelle. Andrò in cerca delle smarrite, ricondurrò le scacciate, legherò le fratturate, ristorerò le deboli, terrò d'occhio le grasse e robuste, le pascerò con giustizia".
È detto: "Egli è il Principe di pace e sarà la pace".
È detto: "Ecco, viene il tuo Re, il Giusto, il Salvatore. Egli è povero, cavalca un asinello. Egli annunzierà pace alle nazioni. Il suo dominio sarà da mare a mare sino agli estremi della Terra".
È detto: "Settanta settimane sono state fissate per il tuo popolo, per la tua città santa, affinché sia tolta la prevaricazione, abbia fine il peccato, sia cancellata l'iniquità, venga l'eterna giustizia, siano compiute visione e profezia, e sia unto il Santo dei santi. Dopo sette più settantadue verrà il Cristo. Dopo sessantadue sarà ucciso. Dopo una settimana Egli confermerà il testamento, ma a mezzo della settimana verranno meno le ostie e i sacrifici, e sarà nel Tempio l'abbominazione della desolazione, e durerà sino alla fine dei secoli". Mancheranno dunque le ostie in questi giorni? L'altare non avrà vittima? Avrà la gran Vittima.
Ecco, la vede il profeta: "Chi è costui che viene con le vesti tinte di rosso? È bello nel suo vestito e cammina nella grandezza della sua forza". E come si è tinto di porpora, Colui che è povero, la veste?
Ecco, lo dice il profeta: "Ho abbandonato il mio corpo ai percuotitori, le mie guance a chi mi strappa la barba, non ho allontanato il volto da chi mi oltraggia. E la mia bellezza e il mio splendore si è perduto, e gli uomini non mi hanno più amato. Disprezzato mi hanno gli uomini, considerato l'ultimo! Uomo di dolori, sarà velato il mio volto e vilipeso, e mi guarderanno come un lebbroso, mentre è per tutti che Io sarò piagato e morto".
Ecco la Vittima! Non temere, o Israele! Non temere! Non manca l'Agnello pasquale!
Non temere, o Terra! Non temere! Ecco il Salvatore! Come pecora sarà condotto al macello, perché lo ha voluto, e non ha aperto bocca per maledire quelli che l'uccidono.
Dopo la condanna sarà innalzato e consumato nei patimenti, le membra slogate, le ossa scoperte, i piedi e le mani trafitti. Ma dopo l'affanno, col quale giustificherà molti, possederà le moltitudini perché, dopo aver consegnato la sua vita alla morte per la salute del mondo, risorgerà e governerà la Terra, nutrirà i popoli delle acque viste da Ezechiele, uscenti dal vero Tempio che, anche se è abbattuto, risorge per sua stessa forza, del vino di cui si è anche imporporata la candida veste d'Agnello senza macchia, e del Pane venuto dal Cielo. Sitibondi, venite alle acque! Affamati, nutritevi! Esausti, bevete il mio vino, e voi malati! Venite voi che non avete denaro, voi che non avete salute, venite! E voi che siete nelle tenebre! E voi che siete morti, venite! Io sono Ricchezza e Salute, Io sono Luce e Vita.
Venite voi che cercate la via! Venite voi che cercate la verità! Io sono Via e Verità! Non temete di non poter consumare l'Agnello perché mancano le ostie veramente sante in questo Tempio profanato. Tutti avrete da mangiare dell'Agnello di Dio venuto a togliere i peccati del mondo, come ha detto di Me l'ultimo dei profeti del mio popolo.
Di quel popolo al quale Io chiedo: Popolo mio, che ti ho fatto? In che ti ho contristato? Che potevo darti di più di ciò che Io non ti abbia dato? Ho istruito i tuoi intelletti, ho guarito i tuoi malati, beneficato i tuoi poveri, sfamato le tue turbe, ti ho amato nei tuoi figli, ho perdonato, ho pregato per te. Ti ho amato sino al Sacrificio.
E tu che appresti al tuo Signore? Un'ora, l'ultima, ti è data, o mio popolo, o mia città regale e santa. Convertiti in quest'ora al Signore Dio tuo!».
«Ha detto le parole vere!».
«Così è detto! E Lui veramente fa quello che è detto!».
«Come un pastore ha avuto cura di tutti!».
«Come fossimo le pecore disperse, malate, nella caligine, è venuto a portarci alla via giusta, a guarirci anima e corpo, a illuminarci».
«Veramente tutti i popoli vanno a Lui. Osservate là quei gentili come sono ammirati!».
«Pace ha predicato».
«Amore ha dato».
«Non capisco ciò che dice del sacrificio. Parla come se dovesse essere ucciso».
«Così è, se è l'Uomo visto dai profeti, il Salvatore».
«E parla come se tutto il popolo dovesse malmenarlo. Ciò non accadrà mai. Il popolo, noi, lo amiamo».
«È nostro amico. Lo difenderemo».
«Galileo è, e noi di Galilea daremo la vita per Lui».
«Di Davide è, e non alzeremo la mano che per difenderlo, noi di Giudea».
«E noi, che ci amò come amò voi, noi dell'Auranite, della Perea, della Decapoli, noi potremo dimenticarlo? Tutti, tutti lo difenderemo».
Queste le voci fra la folla ormai numerosa molto. Labilità delle intenzioni umane!
Giudico dalla posizione del sole essere verso le nove antimeridiane dell'ora nostra.
Ventiquattr'ore più tardi questa gente sarà da molte ore intorno al Martire per torturarlo con l'odio e le percosse, e urlerà chiedendo la sua morte. Pochi, molto pochi, troppo pochi fra le migliaia di persone che si affollano da ogni parte della Palestina e oltre, e che hanno avuto luce, salute, sapienza, perdono dal Cristo, saranno coloro che non solo non cercheranno di strapparlo ai nemici, perché la loro pochezza rispetto alla moltitudine dei percuotitori lo vieta, ma anche non sapranno confortarlo dandogli prova d'amore col seguirlo con volto amico.
Le lodi, i consensi, i commenti ammirati si spargono per l'ampio cortile come onde che dall'alto del mare vadano lontano a morire sul lido. Degli scribi, dei giudei, dei farisei tentano di neutralizzare l'entusiasmo del popolo, e anche il fermento del popolo contro i nemici del Cristo, dicendo:
«Vaneggia. La stanchezza sua è tanta e lo conduce a delirare. Vede persecuzioni dove sono onori. Il suo dire ha fiumi della solita sua sapienza, ma mescolati a frasi di delirio. Nessuno gli vuol fare del male. Abbiamo capito. Capito chi è...».
Ma la gente è incerta di tanta conversione di umori, e qualcuno fra essa si ribella dicendo:
«Egli mi guarì un figlio demente. So ciò che è la pazzia. Non così parla uno che è folle!».
E un altro:
«Lasciali dire. Sono vipere che hanno paura che il bastone del popolo spezzi loro le reni. Cantano la dolce canzone dell'usignolo per ingannarci, ma se ascolti bene c'è dentro il fischio del serpe».
E un altro ancora:
«Scolte del popolo di Cristo, all'erta! Quando nemico carezza ha il pugnale nascosto nella manica e tende la mano per colpire. Occhi aperti e cuore pronto! Gli sciacalli non possono diventare docili agnelli».
«Dici bene: il gufo alletta e incanta gli uccellini ingenui con l'immobilità del suo corpo e con la mendace letizia del suo saluto. Ride e invita col suo grido, ma è già pronto a divorare».
E così via, da gruppo a gruppo.
Ma vi sono anche i gentili. Questi gentili che sono stati costanti e sempre più numerosi ad ascoltare il Maestro in questi giorni di festa.
Sempre ai margini della folla, perché l'esclusivismo ebreo-palestinese è forte e li respinge volendo i primi posti intorno al Rabbi, essi hanno desiderio di avvicinarlo e parlargli. Un folto gruppo di essi occhieggia Filippo, che la folla ha spinto in un angolo.
Si accostano a lui dicendo: «Signore, noi desideriamo vedere da vicino Gesù, il tuo Maestro. E parlargli almeno una volta».
Filippo si alza sulle punte dei piedi per vedere se scorge qualche apostolo più vicino al Signore. Vede Andrea e gli grida, dopo averlo chiamato: «Qui sono dei gentili che vorrebbero salutare il Maestro. Chiedigli se vuole accoglierli».
Andrea, separato da Gesù di qualche metro, pigiato nella folla, si fa largo senza riguardi, lavorando generosamente di gomiti e urlando: «Fate largo! Fate largo, dico. Devo andare dal Maestro».
Lo raggiunge e gli trasmette il desiderio dei gentili.
«Conducili in quell'angolo. Io verrò a loro».
E mentre Gesù cerca di passare fra la gente, Giovanni, che è tornato con Pietro, Pietro stesso, Giuda Taddeo, Giacomo di Zebedeo e Tommaso, che lascia il gruppo dei suoi parenti, trovato fra la folla, per aiutare i compagni, lottano a fargli strada.
Ecco Gesù là dove già sono i gentili che lo ossequiano.
«La pace a voi. Che volete da Me?».
«Vederti. Parlarti. Le tue parole ci hanno conturbati. Desideravamo sempre di parlarti per dirti che la tua parola ci colpisce. Ma attendevamo di farlo in momento propizio.
Oggi... Tu parli di morte... Noi temiamo di non poter più parlarti se non prendiamo quest'ora. Ma è possibile che gli ebrei possano uccidere il loro figlio migliore? Noi siamo gentili e la tua mano non ci beneficò. La tua parola ci era sconosciuta. Avevamo sentito parlare di Te vagamente. Ma non ti avevamo mai visto né avvicinato. Eppure, lo vedi! Noi ti rendiamo omaggio. Tutto il mondo con noi ti onora».
«Si, l'ora è venuta nella quale il Figlio dell'uomo deve essere glorificato dagli uomini e dagli spiriti».
Ora la gente è di nuovo intorno a Gesù. Ma con la differenza che in prima fila sono i gentili e indietro gli altri.
«Ma allora, se è l'ora della tua glorificazione, Tu non morrai come dici, o come abbiamo capito. Perché non è essere glorificato morire in tal modo. Come potrai riunire il mondo sotto il tuo scettro, se Tu muori prima di averlo fatto? Se il tuo braccio si immobilizzerà nella morte, come potrà trionfare e radunare i popoli?».
«Morendo dò vita. Morendo edifico. Morendo creo il Popolo nuovo. È nel sacrificio che si ha la vittoria. In verità vi dico che, se il granello di frumento caduto sulla terra non muore, rimane infecondo. Ma se invece muore, ecco che produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perderà. Chi odia la sua vita in questo mondo la salverà per la vita eterna. Io poi ho il dovere di morire per dare questa vita eterna a tutti coloro che mi seguono per servire la Verità. Chi mi vuole servire venga: non è limitato il posto nel mio regno a questo o a quel popolo. Chiunque mi vuol servire venga e mi segua, e dove Io sono sarà pure il mio servo. E chi mi serve l'onorerà il Padre mio, unico, vero Iddio, Signore del Cielo e della Terra, Creatore di tutto quanto è, Pensiero, Parola, Amore, Vita, Via, Verità; Padre, Figlio, Spirito Santo, Uno essendo Trino, Trino essendo unico, solo, vero Dio. Ma ora l'anima mia è turbata. E che dirò? Dirò forse: "Padre, salvami da quest'ora"? No. Perché Io sono venuto per questo: per giungere a quest'ora. E allora dirò: "Padre, glorifica il tuo Nome! "».
Gesù apre le braccia in croce, una croce porpurea contro il candore dei marmi del portico, e alza il volto, offrendosi, pregando, salendo coll'anima al Padre.
E una voce, più forte del tuono, immateriale nel senso che non è simile a nessuna voce d'uomo, ma sensibilissima per tutti gli orecchi, empie il cielo sereno della bellissima giornata d'aprile e vibra, più potente di accordo d'organo gigante, bellissima nella sua tonalità, e proclama: «E Io l'ho glorificato e ancora lo glorificherò».
La gente ha avuto paura. Quella voce, così potente che ne ha vibrato il suolo e ciò che su esso si trova, quella voce misteriosa, diversa da ogni altra, veniente da una fonte che è sconosciuta, quella voce che empie tutto, da settentrione a mezzogiorno, da oriente a occidente, terrorizza gli ebrei e stupisce i pagani.
I primi si gettano, sol che possano farlo, al suolo, mormorando nel tremore: «Ora morremo! Abbiamo sentito la voce del Cielo. Un angelo gli ha parlato!», e si battono il petto in attesa della morte.
I secondi gridano: «Un tuono! Un boato! Fuggiamo! La Terra ha ruggito! Ha tremato!».
Ma fuggire è impossibile in quella ressa che si accresce di quelli che, ancor fuor dalle mura del Tempio, accorrono entro di esse gridando: «Pietà di noi! Corriamo! Qui è luogo santo. Non si fenderà il monte dove sorge l'altare di Dio!».
E perciò ognuno resta dove è, dove lo blocca la folla e lo spavento. Sulle terrazze del Tempio accorrono i sacerdoti, gli scribi, i farisei che erano sparsi per i meandri di esso, e leviti, e strategoi.
Agitati, sbalorditi. Ma di tutti loro non scendono, fra la gente che è nei cortili, altro che Gamaliele con suo figlio.
Gesù lo vede passare, tutto candido nella veste di lino, che è così bianca da splendere persino sotto il forte sole che la investe. Gesù, guardando Gamaliele ma come parlando per tutti, alza la voce dicendo: «Non per Me, ma per voi è venuta questa voce dal Cielo».
Gamaliele si arresta, si volge, trivella con gli sguardi dei suoi occhi profondi e nerissimi - che l'abitudine ad essere un maestro venerato come un semidio fa involontariamente duri come quelli dei rapaci - lo sguardo zaffireo, limpido, dolce nella sua maestà, di Gesù...
E Gesù prosegue: «Ora si ha il giudizio di questo mondo. Ora il Principe delle Tenebre sta per essere cacciato fuori. Ed Io, quando sarò innalzato, trarrò tutti a Me, perché così salverà il Figlio dell'uomo».
«Noi abbiamo imparato dai libri della Legge che il Cristo vive in eterno. E Tu ti dici il Cristo e dici che devi morire. E ancora dici che sei il Figlio dell'uomo e salverai essendo esaltato. Chi sei dunque? Il Figlio dell'uomo o il Cristo? E chi è il Figlio dell'uomo?», dice la folla che si rinfranca.
«Sono un'unica Persona. Aprite gli occhi alla Luce. Ancora per un poco la Luce è con voi. Camminate verso la Verità sinché avete la Luce fra voi, affinché non vi sorprendano le tenebre. Coloro che camminano nel buio non sanno dove vadano a finire. Finché avete fra voi la Luce credete ad Essa, per essere figli della Luce».
Tace. La folla è perplessa e divisa. Una parte se ne va scrollando il capo. Una parte osserva l'atteggiamento dei principali dignitari: farisei, capi dei sacerdoti, scribi... e specie di Gamaliele, e regola i propri moti su questo atteggiamento.
Altri ancora approvano col capo e si inchinano a Gesù con chiari segni di volergli dire: «Crediamo! Ti onoriamo per ciò che sei».
Ma non osano schierarsi apertamente in suo favore. Hanno paura degli occhi attenti dei nemici di Cristo, dei potenti, che li sorvegliano dall'alto delle terrazze che sovrastano i superbi porticati che cingono i cortili del Tempio. Anche Gamaliele, dopo essere rimasto pensieroso qualche minuto, e par che interroghi i marmi che pavimentano il suolo per avere risposta alle sue interne domande, si riavvia verso l'uscita dopo aver scrollato testa e spalle come per disappunto o sprezzo... e passa diritto davanti a Gesù senza più guardarlo.
Gesù invece lo guarda, con compassione... e alza di nuovo la voce, fortemente - è come un bronzeo squillo - per superare ogni rumore ed essere sentito dal grande scriba che se ne va deluso. Par che parli per tutti, ma parla per lui solo, è palese.
Dice a voce altissima: «Chi crede in Me non crede, in verità, in Me, ma in Colui che mi ha mandato, e chi vede Me vede Colui che mi ha mandato. E questo Colui è bene il Dio d'Israele! Perché non c’è altro Dio fuor che Lui. Per questo dico: se non potete credere a Me come a colui che è detto figlio di Giuseppe di Davide ed è figlio di Maria, della stirpe di Davide, della Vergine vista dal profeta, nato a Betlemme, come è detto dalle profezie, precorso dal Battista, ancor come è detto da secoli, credete almeno alla Voce del vostro Dio che vi ha parlato dal Cielo. Credete in Me come Figlio di questo Dio d'Israele. Ché, se non credete a Chi vi ha parlato dal Cielo, non Me offendete, ma il Dio vostro di cui sono Figlio. Non vogliate rimanere nelle tenebre! Io sono venuto Luce al mondo affinché chi crede in Me non resti nelle tenebre. Non vogliate crearvi dei rimorsi, che non potreste più placare quando Io fossi tornato là donde sono venuto, e che sarebbero un ben duro castigo di Dio sulla vostra pervicacia. Io sono pronto a perdonare sinché sono fra voi, sinché il giudizio non è fatto, e per quanto sta a Me ho desiderio di perdonare. Ma diverso è il pensiero del Padre mio. Perché Io sono la Misericordia ed Egli è la Giustizia.
In verità vi dico che, se uno ascolta le mie parole e non le osserva poi, Io non lo giudico.
Non sono venuto nel mondo per giudicare, ma per salvare il mondo. Ma anche se Io non giudico, in verità vi dico che vi è chi vi giudica per le vostre azioni. Il Padre mio, che mi ha mandato, giudica coloro che respingono la sua Parola. Si, chi mi disprezza e non riconosce la Parola di Dio e non riceve le parole del Verbo, ecco che ha chi lo giudica: la stessa Parola che Io ho annunziata, quella lo giudicherà nel giorno estremo.
Dio non si irride, è detto. E il Dio irriso sarà terribile a coloro che lo giudicarono pazzo e mentitore. Ricordate tutti che le parole che mi avete sentito dire sono di Dio. Perché Io non ho parlato di mio, ma il Padre che mi ha mandato, Egli stesso mi ha prescritto quello che debbo dire e di che devo parlare. E Io ubbidisco al suo comando perché Io so che il suo comandamento è giusto. Vita eterna è ogni comando di Dio. Ed Io, vostro Maestro, vi do l'esempio di ubbidienza ad ogni comando di Dio. Perciò siate certi che le cose che vi ho dette e vi dico, le ho dette e le dico così come mi ha detto il Padre mio di dirvele. E il Padre mio è il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe; il Dio di Mosè, dei patriarchi e dei profeti, il Dio d'Israele, il Dio vostro».
Parole di luce, che cadono nelle tenebre che già si incupiscono nei cuori! Gamaliele, che si era nuovamente fermato, a capo chino, riprende ad andare... Altri lo seguono crollando il capo o sogghignando...
Anche Gesù se ne va... Ma prima dice a Giuda di Keriot: «Va' dove devi andare», e agli altri: «Ognuno è libero di andare. Dove deve o dove vuole. Con Me restino i discepoli pastori».
«Oh! prendi anche me con Te, Signore!», dice Stefano.
«Vieni...».
Si separano. Non so dove va Gesù. Ma so dove va Giuda di Keriot.
Va alla porta Speciosa o Bella, salendo i diversi scalini che dall'atrio dei Gentili portano a quello delle donne, e dopo averlo attraversato, salendo al termine di esso altri scalini, occhieggia nell'atrio degli Ebrei e con ira batte il piede al suolo non trovando chi cerca.
Torna indietro. Vede una delle guardie del Tempio. La chiama. Ordina, con la sua solita arroganza: «Va' da Eleazar ben Anna. Che venga subito alla Bella. Lo attende Giuda di Simone per cose gravi».
Si appoggia a una colonna e attende. Poco tempo. Eleazaro figlio di Anna, Elchia, Simone, Doras, Cornelio, Sadoc, Nahum e altri accorrono con un grande svolazzio di vesti.
Giuda parla a voce bassa ma concitata: «Questa sera! Dopo la cena. Al Getsemani. Veniteci e prendetelo. Datemi il denaro».
«No. Te lo daremo quando tu verrai a prenderci questa sera. Non ci fidiamo di te! Ti vogliamo con noi. Non si sa mai!», ghigna Elchia.
Gli altri assentono in coro. Giuda avvampa di sdegno per l'insinuazione. Giura: «Lo giuro su Jeové che dico il vero!».
Sadoc gli risponde: «Va bene. Ma è meglio fare così. Quando è l'ora tu vieni, prendi i preposti alla cattura e vai con loro, ché non avvenga che le guardie stolte arrestino Lazzaro, al caso, e facciano accadere guai. Tu indicherai ad esse, con un segno, l'uomo... Devi capire! È notte, ... ci sarà poca luce... le guardie saranno stanche, assonnate... Ma se tu guidi!... Ecco! Che dite?».
Si volge ai compagni il perfido Sadoc e dice: «Io proporrei per segnale un bacio. Un bacio! Il miglior segno per indicare l'amico tradito. Ah! Ah!»
Ridono tutti. Un coro di demoni sghignazzanti. Giuda è furente. Ma non arretra. Non arretra più. Soffre per lo scherno che gli fanno, non per quello che sta per fare. Tanto che dice: «Ma ricordate che voglio le monete contate nella borsa prima di uscire di qui con le guardie».
«Le avrai! Le avrai! Anche la borsa ti daremo, perché tu possa conservare quelle monete come reliquia del tuo amore. Ah! Ah! Ah! Addio, serpe!».
Giuda è livido. È già livido. Non perderà mai più quel colore e quell'espressione di spavento disperato. Essa, anzi, coll'andar delle ore si accentuerà sempre più, sino ad essere insostenibile alla vista quando penzolerà dall'albero... Fugge via... (…)
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Cosa dire di questo episodio? Come vi ho già detto, avete visto nel Vangelo di Giovanni trascritto in nota all’inizio che non c’erano le domande, ma solo le risposte di Gesù, e tutte in estrema sintesi
Non si può che rimanere sbalorditi della chiarezza di tutto quanto raccontato nel brano valtortiano, dove tutto, proprio tutto, emerge con logica abbagliante. Il Vangelo di Giovanni non ne esce menomato della sostanza – in quanto è una estrema sintesi - ma il racconto valtortiano dal vivo è tutta un’altra cosa.
Cosa dire di queste rivelazioni? Non vi sentite anche voi ‘ardere il cuore’ - come avevano detto quei due discepoli che dopo la crocifissione di Gesù andavano ad Emmaus - mentre Gesù qui, in questo discorso di duemila anni fa, parla ai Gentili ma spingendo lo sguardo nella profondità dei secoli parla anche a noi di oggi? Ogni frase ha una logica, tutto si spiega, tutto si tiene: si sente che è il Verbo!
Come negli altri discorsi celebri di cui vi ho parlato nella precedente riflessione sulla seconda affermazione del Credo, cercando di far emergere attraverso essi la natura di Gesù e la sua missione, anche qui rifulge la personalità e la capacità oratoria dell’Uomo-Dio: discorso impossibile da trascrivere e descrivere per gli apostoli pressati fra la folla, se non a posteriori, con frasi scarne ricostruite e annotate in seguito su tavolette di cera e poi di pergamena, come deve aver fatto Giovanni aiutandosi con la memoria e come avevano dovuto fare anche gli altri evangelisti.
Oltre tutto certi particolari importanti non potevano essere stati notati e riferiti nel Vangelo di Giovanni perché ‘visti’ solo dalla mistica Valtorta dal suo punto privilegiato di ‘osservatore esterno’, come il particolare di quando Gesù – facendo mostra di parlare a tutti – fa capire a Gamaliele (a buon intenditor…), di parlare in realtà proprio a lui, oltre che agli altri.
O come quell’altro particolare, una vera ‘perla’ inestimabile che getta uno squarcio di luce sul tradimento di Giuda, riguardante l’accordo fra Giuda e quelli del Tempio in merito alla imminente consegna di Gesù sul Getsemani di quella stessa notte.
Da rimanere a stupefatti nel vedere poi il come e il quando e anche come e da chi è nata l’idea del famoso ‘bacio traditore’.
Quanto a Gamaliele, per capire le allusioni di Gesù e quel suo occhieggiare al grande Rabbi, bisogna andare indietro nel tempo all’episodio - trattato nella nostra precedente riflessione sulla seconda affermazione del Credo – di quando Gesù dodicenne parla ai dottori del Tempio, sua prima manifestazione Messianica.
Gamaliele, insieme ad Hillel, era uno di quei dottori e insieme ad Hillel aveva subito intuito dal tono ispirato e profetico che quel fanciullo doveva essere il futuro Messia.
Il fanciullo in quella occasione aveva detto ai dottori, fra i quali l’astioso Sciammai, che il popolo di Israele non avrebbe amato il Cristo perché il Cristo, l’Unto, avrebbe predicato ciò che a quel popolo non piaceva.
Il Cristo non avrebbe debellato nemici militari ma i ‘nemici dell’anima’ che piegano il cuore dell’uomo a ‘possesso infernale’.
«Israele – aveva continuato il giovane Gesù valtortiano – per la sua mala volontà perderà la pace e soffrirà in sé, per dei secoli, ciò che farà soffrire al suo Re, che sarà da esso ridotto al Re di dolore di cui parla Isaia…».
I presenti avevano ascoltato allibiti!
Sciammai e i suoi accoliti:«Questo nazareno è Satana!  ».
Hillele i suoi: « No. Questo fanciullo è Profeta di Dio.  Resta con me, Bambino. La mia vecchiezza trasfonderà quanto sa al tuo sapere, e Tu sarai Maestro del popolo di Dio ».
Gesù: «In verità ti dico che, se molti fossero come tu sei, salute verrebbe ad Israele.  Ma la mia ora non è venuta.  A Me parlano le voci del Cielo e nella solitudine le devo raccogliere finché non sarà la mia ora.  Allora con le labbra e col sangue parlerò a Gerusalemme, e sarà mia la sorte dei Profeti lapidati e uccisi da essa.  Ma sopra il mio essere è quello del Signore Iddio, al quale Io sottometto Me stesso come servo fedele per fare di Me sgabello alla sua gloria, in attesa che Egli faccia del mondo sgabello ai piedi del Cristo. Attendetemi nella mia ora.  Queste pietre riudranno la mia voce e fremeranno alla mia ultima parola. Beati quelli che in quella voce avranno udito Iddio e crederanno in Lui attraverso ad essa. A questi il Cristo darà quel Regno che il vostro egoismo sogna umano, mentre è celeste, e per il quale Io dico: " Ecco il tuo servo, Signore, venuto a fare la tua volontà.  Consumala, perché di compierla Io ardo " ».
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Così la Valtorta aveva visto concludersi la visione, con un Gesù dodicenne dal volto infiammato di ardore spirituale e alzato al cielo, le braccia aperte, ritto in piedi fra i dottori attoniti.
Poi però Gesù dodicenne era stato condotto via dai genitori e di lui – a Gerusalemme – si era persa traccia finché … circa vent’anni dopo ecco comparire un uomo adulto che - come quel fanciullo - diceva di essere il Messia e che – come quel fanciullo - parlava ‘da Dio’.
Gamaliele, rabbi famoso e uomo integerrimo e giusto ma di vecchia mentalità, sospettava che quel Gesù poco più che trentenne fosse quel fanciullo che lui aveva ascoltato dodicenne, ma non ne era sicuro, non riusciva a capacitarsene, era combattuto da un conflitto interiore, troppo diversa la concezione messianica di Israele, e quindi anche di Gamaliele, rispetto alla novità di un messianismo spirituale predicato da quel Gesù adulto: preferiva dunque attendere l’avveramento della profezia del fanciullo riguardante le pietre del Tempio che avrebbero fremuto alla sua morte, come segno per avere la conferma che il giovanetto  e l’adulto erano la stessa persona.
Gamaliele si sarebbe però convinto, si evince dall’Opera valtortiana - dopo la Crocifissione e morte di Gesù, alle tre del pomeriggio quando le pietre del Tempio – come narrano i Vangeli canonici - avrebbero veramente tremato per un terremoto, come quel fanciullo dodicenne aveva solennemente predetto ai dottori del Tempio.
E’ tremendo lo strazio di Gamaliele che si sente allora colpevole di non aver creduto a Gesù, cioè a Dio, e lui – anziano - corre, si ‘arrampica’ disperatamente su fino alla cima del Calvario per dichiarare a Gesù la sua Fede ma Gesù è ormai morto, Gamaliele non può più chiederGli perdono, piange, il rimorso gli dilanierà il cuore, finché – tempo dopo - finirà per convertirsi al Cristianesimo divenendo – lui, già maestro sapiente oltre che di Stefano anche di Saulo poi divenuto Paolo - quello che oggi è venerato dalla Chiesa come San Gamaliele, quel Gamaliele che – negli Atti degli apostoli – aveva difeso San Pietro e Giovanni di fronte al Sinedrio dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo.
Giovanni, nel suo Vangelo, commenta di suo - rispetto al racconto del brano valtortiano - che a nulla erano serviti, per indurre i giudei a credere, tutti i miracoli che Gesù aveva fatto e ne dà spiegazione citando una famosa profezia di Isaia: ‘Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? E a chi è stato rivelato il braccio del Signore?’.
Non potevano credere, continua Giovanni, perché Isaia aveva anche detto: ‘Egli ha accecato i loro occhi e indurito i loro cuori, affinché con i loro occhi non vedano e con il cuore non intendano, e si convertano e li risani’.
L’apparente significato di queste parole di Isaia può sembrare un assurdo.
E’ mai possibile che Dio deliberatamente accechi e indurisca nel cuore quelli che non credono in Gesù perché non si salvino?
Come fanno a salvarsi se Dio li acceca? E’ colpa di Dio allora, se questi non capiscono e non si convertono?
Il significato è però un altro.
Dio è Dio di tutti, Dio dei ‘buoni’ e anche dei ‘cattivi’, che cerca in ogni modo di redimere.
Quando però vede che i cattivi non sono ‘cattivi’ per ignoranza, ma per mala volontà e che non vogliono ascoltare la sua Parola perché la disprezzano, ebbene Dio – respinto – li priva della sua Luce, lascia che il loro occhio spirituale non capisca, che il loro ‘cuore’ non senta l’illuminazione dello Spirito Santo e quindi lascia che essi – volontariamente, nel loro libero arbitrio – si perdano, come a questo punto però essi meritano.
La prossima riflessione sulla terza affermazione del Credo sarà dedicata a:
L’ULTIMA CENA: L’ISTITUZIONE DELL’EUCARESTIA, IL NUOVO PATTO NEL SANGUE

2. L’ULTIMA CENA: L’ISTITUZIONE DELL’EUCARESTIA, IL NUOVO PATTO NEL SANGUE
2.1 L’addio di Gesù alla Madre: «Mamma, sono venuto per prendere forza e conforto da te. Sono come un piccolo bambino, Mamma, che ha bisogno del cuore della madre per il suo dolore e del seno della madre per sua forza…».
Dopo il discorso fatto ai Gentili nella giornata del Giovedì santo - in cui Gesù aveva detto loro che era arrivato il momento della sua ‘glorificazione’ perché era prossimo il momento della sua Crocifissione e quindi della Redenzione dell’Umanità per la cui salvezza Egli si era incarnato -  eccoci ora giunti alla sera del Giovedì, quella dell’ultima Cena: la sera della consumazione dell’agnello mosaico in ricordo della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù nella terra d’Egitto.
Il momento è drammatico ed il dolore e la malinconia di Gesù sono grandi, non solo per sé, per la piena consapevolezza della prossima perdita degli amici nonché di tutte le cose belle e care del mondo, ma per la Mamma, la ‘sua’ Mamma che Egli avrebbe lasciato presto nel dolore e soprattutto sola.
Nulla dicono i vangeli canonici del rapporto e compartecipazione di dolore fra Gesù e sua Mamma, la Corredentrice.
Gesù – sapeva che di lì a poco sarebbe stato catturato come un malvivente, processato sommariamente e condannato a morte. Potete dunque mai pensare che Egli non avesse dato un addìo a sua Mamma, in tutta intimità?
Se nulla ci dicono al riguardo i Vangeli ce lo descrive però in visione Maria Valtorta (i grassetti sono miei):
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599. L'arrivo al Cenacolo e l'addio di Gesù alla Madre.
17 febbraio 1944.
Vedo il cenacolo dove deve consumarsi la Pasqua. Lo vedo distintamente.
Potrei enumerare tutte le rugosità del muro e le crepe del pavimento.
E’ uno stanzone non perfettamente quadrato, ma anche poco rettangolare. Vi sarà la differenza di un metro o poco più, al massimo, fra il lato più lungo e quello più corto. E’ basso di soffitto. Forse appare tale anche per la sua grandezza, alla quale non corrisponde l'altezza. E’ lievemente a volta, ossia i due lati più corti non finiscono ad angolo retto col soffitto, ma con un angolo smusso…
In questi due lati più corti vi sono due larghe finestre, larghe e basse, prospicienti. Non vedo dove guardano, se su un cortile o su una via, perché ora hanno le impannate, che le chiudono, chiuse. Ho detto: impannate. Non so se sia giusto il termine. Sono delle imposte di tavoloni ben serrate in grazia di una sbarra di ferro che le traversa.
Il pavimento è a larghi mattoni di terracotta, che il tempo ha reso pallida, quadrati.
Dal centro del soffitto pende un lume ad olio a più becchi.
Nelle due pareti più lunghe, una è tutta senza aperture. Nell'altra, invece, vi è una porticina in un angolo, alla quale si accede per una scaletta senza ringhiera di sei scalini, terminanti in un ripiano di un metro quadro. Su questo vi è, contro la parete, un altro gradino, sul quale si apre la porta a filo del gradino. Non so se mi sono spiegata. Mi sforzo a fare il grafico…
Le pareti sono semplicemente imbiancate, senza fregi o righe.
Al centro della stanza, un tavolone rettangolare, molto lungo rispetto alla larghezza, messo parallelo alla parete più lunga, di legno semplicissimo.
Contro le pareti lunghe, quelli che saranno i sedili.
Alle pareti corte, sotto la finestra di un lato, una specie di cassapanca con su dei bacili e delle anfore, e sotto l'altra finestra una credenza bassa e lunga, sul cui piano per ora non c'è nulla.
E’ questa la descrizione della stanza dove si consumerà la Pasqua.
E’ tutt'oggi che la vedo distintamente, tanto che ho potuto contare i gradini ed osservare tutti i particolari. Ora, poi, che viene la notte, il mio Gesù mi conduce al resto della contemplazione.
Vedo che lo stanzone conduce, per la scaletta dai sei gradini, in un andito scuro che a sinistra, rispetto a me, si apre sulla via con una porta larga, bassa e molto massiccia, rinforzata di borchie e strisce di ferro.
Di fronte alla porticina, che dal cenacolo conduce nell'andito, vi è un'altra porta che conduce ad un’altra stanza, meno vasta.
Direi che il cenacolo è stato ricavato da un dislivello del suolo rispetto al resto della casa e della via, è come un seminterrato, una mezza cantina ripulita od aggiustata, ma sempre infossata per un buon metro nel suolo, forse per farlo più alto e proporzionato alla sua vastità.
Nella stanza che vedo ora vi è Maria con altre donne. Riconosco Maddalena e Maria madre di Giacomo, Giuda e Simone.
Sembra che siano appena arrivate, condotte da Giovanni, perché si levano i manti e li posano piegati sugli sgabelli sparsi per la stanza, mentre salutano l'apostolo che se ne va e una donna e un uomo accorsi al loro arrivo, che ho l'impressione siano i padroni di casa e discepoli o simpatizzanti per il Nazareno, perché sono pieni di premure e di rispettosa confidenza per Maria. Questa è vestita di celeste cupo, un azzurro di indaco scurissimo.
Ha sul capo il velo bianco, che appare quando si leva il manto che le copre anche il capo.
E’ molto sciupata in volto. Pare invecchiata. Molto triste, per quanto sorrida con dolcezza. Molto pallida. Anche i movimenti sono stanchi e incerti, come quelli di persona assorta in un suo pensiero.
Dalla porta socchiusa vedo che il proprietario va e viene nell'andito e nel cenacolo, che illumina completamente accendendo i restanti becchi della lumiera.
Poi va alla porta di strada e la apre, ed entra Gesù con gli apostoli.
Vedo che è sera, perché le ombre della notte scendono già nella via stretta fra case alte.
E’ con tutti gli apostoli. Saluta il proprietario col suo abituale saluto: «La pace sia a questa casa», e poi, mentre gli apostoli scendono nel cenacolo, Egli entra nella stanza dove è Maria.
Le pie donne salutano con profondo rispetto e se ne vanno, chiudendo la porta e lasciando liberi la Madre e il Figlio.
Gesù abbraccia sua Madre e la bacia in fronte. Maria bacia prima la mano al Figlio e poi la guancia destra. Gesù fa sedere Maria e si siede al suo fianco, su due sgabelli vicini. La fa sedere, accompagnandola ad essi per mano, e continua a tenere la mano anche quando Ella è seduta.
Anche Gesù è assorto, pensieroso, triste, per quanto si sforzi a sorridere.
Maria ne studia con ansia l'espressione. Povera Mamma, che per la grazia e per l'amore comprende che ora sia questa! Delle contrazioni di dolore scorrono sul viso di Maria, ed i suoi occhi, si dilatano ad un'interna visione di spasimo. Ma non fa scene. E’ maestosa come il Figlio.
Egli le parla. La saluta e si raccomanda alle sue preghiere.
«Mamma, sono venuto per prendere forza e conforto da te. Sono come un piccolo bambino, Mamma, che ha bisogno del cuore della madre per il suo dolore e del seno della madre per sua forza.
Sono tornato, in quest'ora, il tuo piccolo Gesù di un tempo. Non sono il Maestro, Mamma. Sono unicamente il Figlio tuo, come a Nazareth quando ero piccino, come a Nazareth prima di lasciare la vita privata.
Non ho che te. Gli uomini, in questo momento, non sono amici, e leali, del tuo Gesù. Non sono neppure coraggiosi nel bene. Solo i malvagi sanno essere costanti e forti nell'operare il male. Ma tu mi sei fedele e sei la mia forza, Mamma, in quest'ora. Sostienimi col tuo amore e col tuo orare.
Non ci sei che tu che in quest'ora sai pregare, fra chi più o meno mi ama. Pregare e comprendere.
Gli altri sono in festa, assorbiti da pensieri di festa o da pensieri di delitto, mentre io soffro di tante cose.
Molte cose moriranno dopo quest'ora. E fra queste la loro umanità, e sapranno essere degni di Me, tutti meno colui che s'è perduto e che nessuna forza vale a ricondurre almeno al pentimento.
Ma per ora sono ancora uomini tardi che non mi sentono morire, mentre essi giubilano credendo più che mai prossimo il mio trionfo.
Gli osanna di pochi giorni sono li hanno ubriacati.
Mamma, sono venuto per quest'ora e soprannaturalmente la vedo giungere con gioia. Ma il mio Io anche la teme, perché questo calice ha nome tradimento, rinnegamento, ferocia, bestemmia, abbandono. Sostienimi, Mamma. Come quando col tuo pregare hai attirato su te lo Spirito di Dio, dando per Esso al mondo l'Aspettato delle genti, attira ora sul Figlio tuo la forza che mi aiuti a compiere l'opera per cui venni.
Mamma, addio. Benedicimi, Mamma; anche per il Padre. E perdona a tutti. Perdoniamo insieme, da ora perdoniamo a chi ci tortura».
Gesù è scivolato, parlando, ai piedi della Madre, in ginocchio, e la guarda tenendola abbracciata alla vita.
Maria piange senza gemiti, col volto lievemente alzato per una interna preghiera a Dio.
Le lacrime rotolano sulle guance pallide e cadono sul suo grembo e sul capo che Gesù le appoggia alla fine sul cuore.
Poi Maria mette la sua mano sul capo di Gesù come per benedirlo e poi si china, lo bacia fra i capelli, glieli carezza, gli carezza le spalle, le braccia, gli prende il volto fra le mani e lo volge verso di Lei, se lo serra al cuore. Lo bacia ancora fra le lacrime, sulla fronte, sulle guance, sugli occhi dolorosi, se lo ninna, quel povero capo stanco, come fosse un bambino, come l'ho vista ninnare nella Grotta il Neonato divino.
Ma non canta, ora. Dice solo: «Figlio! Figlio! Gesù! Gesù mio!».
Ma con una tal voce che mi strazia.
Poi Gesù si rialza. Si aggiusta il manto, resta in piedi di fronte alla Madre, che piange ancora, e a sua volta la benedice.
Poi si dirige alla porta. Prima di uscire le dice: «Mamma, verrò ancora prima di consumare la mia Pasqua. Prega attendendomi». Ed esce.
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E’ una scena struggente, nella sua semplicità ed umanità, una scena per capire la quale bisogna mettersi nei panni di un padre o di una madre verso il proprio figlio di cui essi sanno che sta per morire o di un figlio che - sapendo di dover presto morire – si rivolge alla propria madre che lo ha allattato, curato ed allevato.
E’ anche una scena di dolore profondo e composto, nonché di rassegnazione - sofferta ma fiduciosa - alla volontà di Dio, in funzione della Corredenzione dell’Umanità.
Dopo l’istituzione dell’Eucarestia, Maria in quella sera del Giovedì rivedrà Gesù ancora una volta quando – si legge nell’Opera valtortiana - Egli si alzerà dalla tavola con un pezzo di pane ed il calice del vino e si recherà in una cameretta adiacente alla sala del Cenacolo per darle la ‘comunione’.
Poi Maria SS. lo rivedrà solamente all’indomani, accompagnandolo fra la folla sulla strada del Calvario e della Croce, ma non potrà più avere con lui un colloquio materno se non nel giorno della sua Resurrezione, quando Egli -  fatto che i Vangeli canonici non menzionano, come del resto molte altre cose - apparirà a Lei per prima, ‘materializzandosi’ dal nulla - all’alba della Domenica - nella sua cameretta del Cenacolo, in carne ed ossa ma con il suo Corpo glorificato non più di Uomo-Dio ma di Dio-Uomo.
Si manifesterà a Sua Mamma per abbracciarla e rassicurarla sulla propria Resurrezione e sul compimento dell’Opera di Redenzione, mentre agli apostoli increduli - che alla sua cattura erano anche fuggiti, tranne Giovanni - apparirà solo alla sera.
Potreste però mai pensare che Gesù, che ora avete conosciuto ancora più intimamente in quel suo colloquio con la Mamma, fosse apparso a molti ma non prima di tutti a sua Madre, la Corredentrice, anche se i Vangeli non ne parlano?
2.2 La lavanda dei piedi e i suoi tre significati fondamentali, anche a futura memoria degli apostoli e dei loro successori: vescovi e sacerdoti.
Ormai mancavano poche ore all’epilogo della cattura.
Ecco come – nella sottostante nota - l’evangelista Giovanni ci racconta quell’ultima Cena.
Giuda – che, come abbiamo letto alla fine della precedente ‘riflessione’, dopo il discorso ai Gentili si era accordato con i Capi Giudei per far arrestare Gesù nell’isolamento notturno dell’oliveto del Getsemani - era uscito dal Cenacolo anzitempo perché avrebbe dovuto andar da loro per la conferma definitiva.
«Quello che fai, fallo presto», gli aveva infatti detto Gesù, guardandolo negli occhi mentre Giuda si accingeva ad uscire.
In questo brano di Giovanni notiamo subito una ‘caratteristica’ che è di tutto il suo Vangelo altamente ispirato: quella cioè di mettere in luce degli aspetti particolari che gli altri tre evangelisti avevano omesso o non avevano saputo cogliere nel loro valore profondo ma che hanno invece grande importanza sul piano teologico-dottrinario.
Non che gli altri evangelisti non sapessero il fatto loro, ma Giovanni - l’Autore anche delle rivelazioni dell’Apocalisse - oltre che essere il discepolo più amato da Gesù per la sua purezza era, spiritualmente parlando, un’aquila che volava alta nelle sfere celesti di Dio…
Mentre dunque gli altri tre evangelisti narrano i particolari pur molto importanti dell’istituzione dell’Eucarestia (ma essi non avevano a suo tempo però parlato dell’importantissimo discorso sul Pane del Cielo, allegoria dell’Eucarestia, del quale avrebbe invece riferito Giovanni), quest’ultimo nel suo Vangelo tocca altri temi molto profondi.
Egli descrive infatti qui l’episodio della ‘lavanda dei piedi’ che è un faro che illumina il successivo dono dell’Eucarestia di riflessi tutti particolari.
Luca dice che quella sera era nata una discussione fra gli apostoli su chi di essi fosse da considerare il più grande, cioè il più importante.
Era chiaramente una discussione che non denotava umiltà.
Luca non spiega perché fosse sorta ma mi viene in mente che – nel momento di mettersi a tavola – ognuno di loro facesse forse a gara per aver il privilegio d’amore di sedersi il più vicino possibile a Gesù, che oltretutto era sempre un piacere stare ad ascoltare: ve ne sarete resi conto anche voi dalla Valtorta.
Quanto meno i più anziani avrebbero potuto accampare il diritto di stargli vicini, e poi i più giovani, ma in progressione…, un poco più in là.
Stare vicino a Gesù non era però solo un privilegio d’amore ma – un poco più umanamente – poteva essere considerato un segno di ‘importanza’, insomma un posto d’onore.
Cos’è che aveva detto Gesù di loro durante quel colloquio di cui sopra con la propria mamma?
«… Molte cose moriranno dopo quest'ora. E fra queste la loro umanità, e sapranno essere degni di Me, tutti meno colui che s'è perduto e che nessuna forza vale a ricondurre almeno al pentimento.
Ma per ora sono ancora uomini tardi che non mi sentono morire, mentre essi giubilano credendo più che mai prossimo il mio trionfo.
Gli osanna di pochi giorni sono li hanno ubriacati…»
Non ricordate poi anche l’episodio – capitato proprio pochi giorni prima in Samaria mentre gli apostoli si apprestavano a venire a Gerusalemme per la Pasqua – in cui la madre dei due figli di Zebedeo, cioè gli apostoli Giovanni e Giacomo, era andata a ‘raccomandarsi’ a Gesù – con i due figli dietro – perché Egli riservasse a loro i primi due posti: uno alla destra e l’altro alla sinistra del suo trono, nel suo futuro Regno?
Questo significa non solo che il ‘mammismo’ esisteva anche allora, ma anche che - ai posti d’onore - gli apostoli ci tenevano, eccome.
Gesù rispose a dovere alla madre e ai due figli, spiegando fra l’altro agli altri apostoli - che si erano indignati per la pretesa dei due - che chi di essi avesse voluto essere primo avrebbe dovuto essere servo agli altri, ad imitazione di Gesù che, pur essendo Figlio di Dio, era sceso in terra per essere servo agli altri fino alla morte di croce per ottenerne la redenzione.
Agli apostoli (e attraverso di essi a coloro che sarebbero diventati suoi ministri in terra, vale a dire ai futuri vescovi: i ‘pastori’ che lo avrebbero rappresentato di fronte alle ‘pecore’ del gregge, vale a dire ai ‘sacerdoti’, anche nei rapporti con gli ‘agnelli’ e cioè i comuni ‘fedeli’) Gesù, prima dell’istituzione e somministrazione dell’Eucarestia, con la ‘lavanda dei piedi’ voleva dunque insegnare – tanto per cominciare – due valori fondamentali:
- l’umiltà del servire, perché senza l’umiltà non vi può essere neanche l’amore che è quello che tiene unita la Chiesa contro chi vuole dividerla o abbatterla;
- la purezza del cuore, perché senza purezza non si è degni né di somministrare Dio che è nell’Ostia Eucaristica, né a maggior ragione di ricevere dentro di sé Dio in persona.
L’evangelista Giovanni scrive dunque che Gesù ad un certo punto si alza da tavola, depone il mantello e si cinge i fianchi con un ‘asciugatoio’.
Egli versa dell’acqua in un catino, fa un cenno agli apostoli che erano lì seduti, si inginocchia di fronte a loro e - davanti ai loro occhi sbalorditi e alla loro bocca ammutolita – si accinge a lavare loro i piedi...
Gesù era venuto per dar ‘scandalo’ a quelle mentalità ebraiche un poco ristrette - persino restìe a diffondere la sua dottrina ai pagani, considerati degli ‘impuri’ - e lo ‘scandalo’ di lavare loro i piedi serviva egregiamente a provocare rotture psicologiche che sarebbero state utili ad aprire le menti al nuovo.
‘Signore, tu mi lavi i piedi?’, è infatti la domanda costernata di Pietro dalla quale si può arguire lo stupore e lo sconcerto di tutti.
‘Quel che faccio ora tu non lo comprendi, ma lo saprai in avvenire’, è la risposta di Gesù, che prosegue: ‘Se non ti laverò, non avrai parte con me’.
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Riflettiamo ora su quest’ultima misteriosa frase. Cosa sott’intende?
Sottintende una cosa importantissima che lo Spirito Santo avrebbe in avvenire fatto comprendere agli apostoli.
Avevamo già detto sopra che l’acqua della lavanda sottintendeva – tanto per cominciare - l’umiltà del servire e la purezza del cuore, ma essa simboleggiava anche un terzo significato profondo: quello del Battesimo, perché senza la ‘lavanda’ del Battesimo che toglie il Peccato non si può accogliere Gesù Eucaristico né si diventa cristiani.
2.3 L’Eucarestia come ve la spiego io…, a modo mio.
Dopo la cena del vecchio rito ebraico con il sacrificio e la consumazione dell’agnello mosaico, Gesù si appresta ad aprire il rito nuovo, che è Sacrificio e Consumazione dell’Agnello di Dio: il più grande miracolo d’amore, un Dio che si trasfonde nel Pane e nel Vino facendolo diventare Corpo e Sangue di Gesù che si immola ogni volta per noi e risorge.
Si dice che si è trattato di un miracolo di ‘transustanziazione’.
Io non sono un ‘teologo’ e non saprei spiegarvi bene il significato di questo termine ma l’Eucarestia ve la racconto a modo mio.
Vi ricordate il miracolo di Cana, quello di quel banchetto di matrimonio dove – rimasti i commensali a secco, o meglio: a secco di vino – Gesù aveva trasformato dell’acqua in vino?
Cos’è che era successo? Un miracolo! Era cambiata ‘sostanza’.
Ecco, questa è l’Eucarestia.
L’Ostia diventa Gesù: un altro miracolo, molto più grande, perché Gesù è Dio!
Ma perché è così importante per noi? Perché Gesù, prima di ascendere al Cielo, a sostegno della nostra debolezza ci ha voluto lasciare un poderoso aiuto: sé stesso.
L’Ostia eucaristica – se accolta con fede - è infatti come una Medicina.
La sua Sostanza penetra dentro di noi: esseri psico-somatici, nei quali la ‘Psiche’, che è l’anima, è intimamente legata al corpo.
Essendo l’Ostia – al di là delle apparenze esteriori - ‘Gesù-Uomo-Dio’, Essa ci pervade misteriosamente nella nostra essenza spirituale e materiale e ci aiuta pertanto – forti della forza di Dio – ad affrontare le difficoltà spirituali e morali che incontriamo nel nostro cammino verso la salvezza.
Così come noi non riusciamo a ‘vedere’ l’azione nel nostro corpo di una pillola medicinale che inghiottiamo per curarci – ma sappiamo che quella minuscola pillolina bianca funziona e anche bene - così funziona bene anche l’Eucarestia.
Ricevere l’Eucarestia significa dunque ricevere Dio direttamente dentro di noi.
Dio è Purezza spirituale assoluta, oltre che Amore.
Gesù aveva fin dall’inizio detto a Pietro: ‘Quel che faccio ora tu non lo comprendi, ma lo saprai in avvenire…, se non ti laverò, non avrai parte con me…’
Ritornando dunque al significato della ‘lavanda dei piedi’, se noi – con l’Eucarestia – ci apprestiamo a ricevere Gesù, che è Dio e per di più Dio d’Amore, dobbiamo prima mondarci, cioè ‘purificare’ la nostra anima attraverso un’umile e pentita confessione delle nostre colpe, alla quale fa seguito il perdono dei peccati mediante l’assoluzione che il Sacerdote impartisce non di suo ma per conto del Signore.
Oltre ai due significati già illustrati in precedenza in merito alla necessità di essere umili e puri, la ‘lavanda dei piedi’ implica dunque indirettamente un terzo insegnamento: l’importanza fondamentale della Confessione.
Per ricevere dentro se stessi l’Eucarestia, cioè Dio, bisogna essere puri, ma per essere puri bisogna essere mondi da peccato, come quei piedi impolverati furono resi mondi dalla ‘lavanda’.
‘Conoscendo il valore dell’umiltà – fa comprendere il Gesù del Vangelo di Giovanni - sarete certi di poter entrare da ‘beati’ nel regno dei Cieli. Non tutti però, perché – anche se Io so bene quali sono quelli che ho personalmente ‘eletto’- si deve compiere quanto profetizzato nelle Scritture: uno di voi che mangia qui con noi il pane su questo tavolo ha alzato contro di me il suo calcagno…’.
Gesù continua, spiegando che Egli predice loro queste cose in anticipo perché essi, nell’assistere a posteriori all’avveramento di queste sue profezie, avrebbero a quel punto creduto veramente che Lui era Dio.
Gesù, nel lasciare questo dono immenso dell’Eucarestia all’Umanità, doveva però essere ben triste - nella sua Onniscienza - nel vedere quanto poco l’Umanità di lì a breve e anche nei secoli successivi gliene sarebbe stata grata.
Durante questi fatti nel corso dell’Ultima Cena, intervallati da inni secondo l’uso della Pasqua ebraica, i commensali – nelle visioni della mistica - mangiavano l’agnello pasquale che Gesù di volta in volta tagliava e distribuiva.
E’ più o meno a questo punto che Egli – sempre nella visione della mistica - si alza in piedi.
Egli versa del vino nel calice e prima di berlo e farne bere intona un lungo salmo, dove un ‘distico’, cioè una strofa, viene intonata da ciascuno degli apostoli a turno ed il resto del brano viene cantato da tutti insieme.
Alla fine Gesù si siede e comunica di voler adesso celebrare il Nuovo Rito ricordando agli apostoli che Egli aveva loro promesso un miracolo di amore che sarà in futuro consumato in un perpetuo rito di amore.
Egli dice loro che se ne andrà, ma essi resteranno sempre uniti a Lui attraverso il miracolo che Egli si accinge ora a compiere.
Gesù prende un pane tutto intero, lo pone sul calice colmo di vino, lo benedice e offre al Padre sia il Pane che il Vino, quindi spezza il pane in tredici pezzi e li porge uno per uno agli apostoli, compreso Giuda, dicendo le parole ripetute più o meno anche dagli evangelisti: «Prendete e mangiate. Questo è il mio Corpo. Fate questo in memoria di Me che me ne vado».
Egli porge quindi il calice a turno agli altri dicendo: «Prendete e bevete. Questo è il mio Sangue. Questo è il calice del nuovo patto nel Sangue e per il Sangue mio, che sarà sparso per voi per la remissione dei vostri peccati e per darvi la Vita. Fate questo in memoria di Me».
La Valtorta dice che Gesù è tristissimo e che gli apostoli lo guardano angosciati.
Gesù si alza invitando gli amici a non muoversi perché sarà subito di ritorno.
Prende il tredicesimo pezzetto di pane, prende anche il calice, esce dalla sala del Cenacolo e… va nella stanza della Madre, salvo ritornare poco dopo.
Il Nuovo Rito è terminato, semplice come semplice era iniziato.
Più che la Passione, che Gesù come Redentore aveva ardentemente desiderato anche se come Uomo la temeva, lo addolorava il pensiero dell’atto di delazione finale che Giuda – addirittura uno dei ‘suoi’ - si apprestava a fare.
Giovanni continua il suo racconto e dice infatti che Gesù – evidentemente pensando a tutte queste cose - si turba nello spirito, cioè si commuove, in altre parole piange, e piangendo esclama sconfortato: ‘In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà’.
Questa di Gesù è una denuncia formale vera e propria.
Uno di voi…! Perché egli non svela allora pubblicamente il nome del traditore? Non lo svela per tre buone ragioni.
Perché Egli non voleva che gli animi degli altri apostoli trascendessero passando a vie di fatto mancando così essi alla legge dell’amore.
Perché Gesù voleva esser certo che gli apostoli – ripensando in seguito ai fatti ed al tradimento di Giuda - ricordassero che egli sapeva veramente tutto fin da prima, e che quindi Egli non era stato dunque un povero ‘uomo’, raggirato e tradito dall’ultimo degli apostoli, ma che era Onnisciente in quanto Dio.
Perché, infine, voleva che ricordassero bene in seguito che Egli – pur sapendo in anticipo della propria futura cattura e morte - non aveva fatto proprio niente per sottrarsi alla Passione, poiché era venuto volontariamente sulla Terra per espiare e salvare l’Umanità riscattandola davanti al Padre.
Gli apostoli, sentendo parlare di un traditore, si guardano allora tutti l’un l’altro con sospetto, studiandosi obliquamente per capire chi di loro potesse avere la faccia da traditore.
Giovanni stava appoggiato al petto di Gesù e Pietro gli dice: ‘Domanda di chi parla’…
Giovanni obbedisce e gira la domanda – sempre sussurrando -  a Gesù il quale (dopo aver intinto anche qui molto simbolicamente un boccone di pane in quel sugo dell’agnello sacrificato per quella sera) glielo dice e glielo mostra porgendo significativamente quel famoso boccone a Giuda.
Quest’ultimo lo prende, lo manda giù e si alza perché – con Satana che a quel punto è ormai entrato del tutto in lui per dirigere l’operazione finale del Tradimento e della cattura - si ricorda che deve sbrigarsi, mentre Gesù – che certo legge nel suo pensiero – conclude da parte sua, come già detto: ‘Quello che fai, fallo presto’.
Finito tutto, dunque?
No, perché la ‘cena’ non è terminata, e la nostra prossima terza ‘riflessione’ verterà su:
L’ULTIMA CENA E LA PASSIONE DEL GETSEMANI COMMENTATA DA GESÙ

3. L’ULTIMA CENA E LA PASSIONE DEL GETSEMANI COMMENTATA DA GESÙ
3.1 Gesù: ‘Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?’. Abbandonato anche da Dio perché su di me erano i delitti che m’ero addossato… sommerso sotto tutto il fango dei vostri peccati…’.
Giovanni aveva terminato il brano precedentemente citato del suo vangelo riferendosi a Giuda così: ‘Egli, dunque, preso il boccone, uscì subito. Ed era notte’.
Niente è casuale, anche di quello che sembrerebbe privo di importanza, nelle parole di Giovanni. A prima vista, quel ‘Ed era notte…’, parrebbe una semplice annotazione temporale, per meglio collocare quegli avvenimenti in un ben preciso arco giornaliero: la tarda serata!
Ed è certamente così. Ma quel ‘era notte’ in Giovanni sta anche a significare una cosa ancora più profonda.
Giuda ingolla il boccone grasso e succulento, si ricorda che deve ‘sbrigarsi’ ed esce subito, perché - da quell’istante in cui egli decide che è ora di farla finita - comincia ‘la notte’ del Principe delle Tenebre, quella durante la quale – in un crescendo sempre più drammatico – gli avvenimenti sarebbero precipitati e l’Uomo-Dio, avvertendo sempre di più dentro di sé l’abbandono del Padre, si sarebbe avvicinato alla Passione vivendola solo da Uomo, perché come Uomo la soffrisse interamente.
Ho già spiegato come in Gesù coesistessero entrambe le nature, di Uomo e di Dio.
La Redenzione avrebbe potuto essere guadagnata solo grazie al Sacrificio di un Dio, perché per piegare la Giustizia offesa di Dio Padre e perdonare la quantità immane di peccati passati, presenti e futuri dell’Umanità, riaprendo all’uomo decaduto le porte del Paradiso, non poteva certo bastare – sul piano della ‘qualità’ della sofferenza – il sacrificio di un ‘uomo’ (e tanto meno di un angelo – essere incorporeo) per quanto Santo fosse. Infatti non fu chiesto neanche a Maria SS., che pure era seconda solo a Dio.
Se però il Dio che era in Gesù, cioè il Verbo, purissimo Spirito, non poteva patire per le sofferenze fisiche del Cristo, poteva invece ‘soffrire’ per quelle morali e soprattutto quelle spirituali che derivavano dalla contemplazione – nei momenti espiatori cruciali – dei peccati dell’Umanità. E quest’ultima era ben una ‘sofferenza’ da Dio.
Quando noi parliamo della ‘sofferenza’ di Dio, ci esprimiamo con una terminologia antropologica famigliare al nostro modo di ragionare ed ai nostri sentimenti, ma in realtà noi non possiamo riuscire a concepire cosa significhi ‘sofferenza’ per Dio, come neanche – al di là del fatto che Egli sia Essenza Spirituale – riusciamo a comprendere che cosa sia realmente Dio.
Per Gesù Uomo-Dio era sempre stata fondamentale l’unione spirituale con il Padre.
Lo vediamo, nei Vangeli canonici, anche in quel suo frequente bisogno – Egli che pur era Dio-Verbo – di ritirarsi in preghiera solitaria col Padre, perché la preghiera è ‘unione’ ed è l’unione con il Padre quella che dà forza. Poco si medita sul Gesù mistico ma leggendo le spiegazioni di Maria Valtorta sui suoi colloqui con Gesù è anche più facile capire che cosa erano per Gesù-Uomo questi Suoi colloqui col Padre.
Nella Passione, perdendo il ‘contatto’ con Dio-Padre, l’Uomo-Dio si sarebbe sentito del tutto solo, privo di quella forza soprannaturale, e – come Uomo – avrebbe sofferto anche moralmente e spiritualmente bevendo sino in fondo l’amaro calice.
Per dare un’idea, una delle ragioni della sofferenza dei dannati – che pur odiano se stessi per i peccati compiuti, odiano Satana che li ha indotti a compierli, odiano gli uomini in genere che essi vorrebbero dannati come loro - è proprio il sentirsi ‘abbandonati’, o meglio, recisi da Dio: una insopportabile privazione, perché è ‘assoluta’ ed eterna, senza cioè speranza di cambiamento.
E’ forse questo - potremmo quasi dire - il senso di desolazione delle parole che Gesù avrebbe successivamente esclamato sulla croce, in quella che sarebbe stata una invocazione struggente e disperata: ‘Padre, Padre, perché mi hai abbandonato…?!’.
Solo chi si sente realmente abbandonato, divinamente, avrebbe potuto prorompere in una invocazione del genere che certo deve aver fatto 'stringere il cuore' al Padre.
Ma cosa dire di quell’abbandono se non lasciarlo fare (i grassetti sono miei) direttamente al Gesù che parla a Maria Valtorta, anima-vittima anche lei?
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10 febbraio 1944.
Dice Gesù:
«Ed ora vieni.  Per quanto tu sia questa sera come uno prossimo a spirare, vieni, ché Io ti conduca verso le mie sofferenze.  Lungo sarà il cammino che dovremo fare insieme, perché nessun dolore mi fu risparmiato.  Non dolore della carne, non della mente, non del cuore, non dello spirito. Tutti li ho assaggiati, di tutti mi sono nutrito, di tutti dissetato, fino a morirne.
Se tu appoggiassi sul mio labbro la tua bocca, sentiresti che essa ancora conserva l'amarezza di tanto dolore.  Se tu potessi vedere la mia Umanità nella sua veste, ora fulgida, vedresti che quel fulgore emana dalle mille e mille ferite che coprirono con una veste di porpora viva le mie membra lacerate, dissanguate, percosse, trafitte per amore di voi.
Ora è fulgida la mia Umanità.  Ma fu un giorno che fu simile a quella d'un lebbroso, tanto era percossa ed umiliata.  L'Uomo Dio, che aveva in Sé la perfezione della bellezza fisica, perché Figlio di Dio e della Donna senza macchia, apparve allora, agli occhi di chi lo guardava con amore, con curiosità o con occhio sprezzante, brutto: un "verme", come dice Davide, l'obbrobrio degli uomini, il rifiuto della plebe.
L'amore per il Padre e per le creature del Padre mio mi ha portato ad abbandonare il mio corpo a chi mi percoteva, ad offrire il mio volto a chi mi schiaffeggiava e sputacchiava, a chi credeva fare opera meritoria strappandomi le chiome, svellendomi la barba, trapassandomi la testa con le spine, rendendo complice anche la terra e i suoi frutti dei tormenti inflitti al suo Salvatore, slogandomi le membra, scoprendo le mie ossa, strappandomi le vesti e dando così alla mia purezza la più grande delle torture, configgendomi ad un legno e innalzandomi come agnello sgozzato sugli uncini di un beccaio, e abbaiando, intorno alla mia agonia, come torma di lupi famelici che l'odore del sangue fa ancora più feroci.
Accusato, condannato, ucciso. Tradito, rinnegato, venduto.  
Abbandonato anche da Dio perché su Me erano i delitti che m'ero addossato. Reso più povero del mendico derubato da briganti, perché non mi fu lasciata neppur la veste per coprire la mia livida nudità di martire.  Non risparmiato neppur oltre la morte dall'insulto di una ferita e dalle calunnie dei nemici.  
Sommerso sotto il fango di tutti i vostri peccati, precipitato sino in fondo al buio del dolore, senza più luce del Cielo che rispondesse al mio sguardo morente, né voce divina che rispondesse al mio invocare estremo.
Isaia la dice la ragione di tanto dolore: "Veramente Egli ha preso su di Sé i nostri mali ed ha portato i nostri dolori".
I nostri dolori!  Sì, per voi li ho portati!  Per sollevare i vostri, per addolcirli, per annullarli, se mi foste stati fedeli.  Ma non avete voluto esserlo.  E che ne ho avuto?  Mi avete "guardato come un lebbroso, un percosso da Dio".  
Sì, era su Me la lebbra dei vostri peccati infiniti, era su Me come una veste di penitenza, come un cilicio; ma come non avete visto tralucere Dio, nella sua infinita carità, da quella veste indossata per voi sulla sua santità?
"Piagato per le nostre iniquità, trafitto per le nostre scelleratezze" dice Isaia, che coi suoi occhi profetici vedeva il Figlio dell'uomo divenuto tutta una lividura per sanare quelle degli uomini.  E fossero state unicamente ferite alla mia carne!
Ma ciò che più m'avete ferito fu il sentimento e lo spirito.  Dell'uno e dell'altro avete fatto zimbello e bersaglio; e mi avete colpito nell'amicizia, che avevo posto in voi, attraverso Giuda; nella fedeltà, che speravo da voi, attraverso Pietro che rinnega; nella riconoscenza per i miei benefici, attraverso coloro che mi gridavano: "Muori!", dopo che Io li avevo risorti da tante malattie; attraverso l'amore, per lo strazio inflitto a mia Madre; attraverso alla religione, dichiarandomi bestemmiatore di Dio, Io che per lo zelo della causa di Dio m'ero messo nelle mani dell'uomo incarnandomi, patendo per tutta la vita e abbandonandomi alla ferocia umana senza dire parola o lamento.
Sarebbe bastato un volgere di occhi per incenerire accusatori, giudici e carnefici.  Ma ero venuto volontariamente per compiere il sacrificio, e come agnello, perché ero l'Agnello di Dio e lo sono in eterno, mi sono lasciato condurre per essere spogliato e ucciso e per fare della mia Carne la vostra Vita.
Quando fui innalzato ero già consumato da patimenti senza nome, con tutti i nomi.  
Ho cominciato a morire a Betlemme nel vedere la luce della Terra, così angosciosamente diversa per Me che ero il Vivente del Cielo.  
Ho continuato a morire nella povertà, nell'esilio, nella fuga, nel lavoro, nell'incomprensione, nella fatica, nel tradimento, negli affetti strappati, nelle torture, nelle menzogne, nelle bestemmie.  Questo ha dato l'uomo a Me che venivo a riunirlo con Dio!
Maria, guarda il tuo Salvatore.  
Non è bianco nella veste e biondo nel capo.  Non ha lo sguardo di zaffiro che tu gli conosci.  Il suo vestito è rosso di sangue, è lacero e coperto di immondezze e di sputi.  Il suo volto è tumefatto e stravolto, il suo sguardo velato dal sangue e dal pianto, e ti guarda attraverso la crosta di questi e della polvere che appesantiscono le palpebre.  
Le mie mani - lo vedi? - sono già tutte una piaga e attendono la piaga ultima.
Guarda, piccolo Giovanni, come mi guardò tuo fratello Giovanni.  Dietro il mio andare restano impronte sanguigne.  Il sudore dilava il sangue che geme dalle lacerazioni dei flagelli, che ancor resta dall'agonia dell'Orto.  La parola esce, nell'anelito dell'affanno di un cuore già morente per tortura d'ogni nome, dalle labbra arse e contuse.
D'ora in poi mi vedrai sovente così.  
Sono il Re del Dolore e verrò a parlarti del dolore mio con la mia veste regale.  
Seguimi, nonostante la tua agonia.  
Saprò, poiché sono il Pietoso, mettere davanti alle tue labbra, attossicate dal mio dolore, anche il miele profumato di più serene contemplazioni.  Ma devi ancor più preferire queste di sangue, perché per esse tu hai la Vita e con esse porterai altri alla Vita.  Bacia la mia mano sanguinosa e vigila meditando su Me Redentore».
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Ma riprendendo il discorso iniziale dell’Ultima Cena, dopo quel ‘Ed era notte’ con cui Giovanni aveva commentato nel suo Vangelo l’uscita di Giuda dal Cenacolo, egli aveva continuato il racconto concludendolo, nel suo Cap. 17, con le seguenti parole di Gesù:
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«Padre, è giunta l’ora, glorifica tuo figlio, affinché il Figlio tuo glorifichi te, come tu gli hai dato potere su tutti gli uomini, affinché egli doni la vita eterna a coloro che gli hai dato.
La vita eterna è questa, che conoscano te, solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.
Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che mi hai dato da fare; ora, Padre, glorifica me nel tuo cospetto, con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini, che mi hai dato, scelti di mezzo al mondo: erano tuoi e li hai donati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora hanno conosciuto che tutto quello che mi hai dato viene da te, perché le parole che desti a me le ho date a loro; essi le hanno accolte e veramente hanno riconosciuto che io sono uscito da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che mi hai donato, perché sono tuoi.
Ogni cosa mia è tua e ogni cosa tua è mia. In essi io sono stato glorificato.
Ormai io non sono più nel mondo, ma essi restano nel mondo, mentre io vengo a te.
Padre santo, custodiscili nel nome tuo che mi hai dato, affinché siano una cosa sola come noi.
Finché ero con essi, li conservavo nel tuo nome che tu m’hai dato, li ho custoditi e nessuno di loro è perito, tranne il figlio della perdizione, affinché si adempisse la Scrittura.
Ma ora io vengo a te, e questo dico mentre sono ancora nel mondo, affinché abbiano la pienezza della mia gioia in se stessi.
Io ho comunicato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo, come neanch’io sono del mondo.
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li guardi dal maligno.
Essi non sono del mondo, come neppur io sono del mondo.
Santificali per la verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato nel mondo me, anch’io ho mandato nel mondo essi. E per loro io santifico me stesso, affinché essi pure siano santificati per la verità.
Né soltanto per questi prego, ma prego anche per quelli che crederanno in me per la loro parola; affinché siano tutti una cosa sola come tu sei in me, o Padre, ed io in te; che siano anch’essi una sola cosa in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato.
La gloria che tu mi desti io l’ho data loro, affinché siano una sola cosa, come noi siamo una cosa sola, io in essi e tu in me, affinché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati, come hai amato me.
Padre, io voglio che là dove sono io, siano con me pure quelli che tu m’hai dato, affinché contemplino la gloria che tu mi hai dato, perché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto e questi hanno riconosciuto che tu mi hai mandato. Ed ho fatto conoscere a loro il tuo nome e lo farò conoscere ancora, affinché l’amore col quale hai amato me sia in essi ed io in loro».
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Maria Valtorta - che ha assistito alla Cena e tutto trascritto in versione ‘integrale’ - così poi conclude la sua visione:
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(…)
Gli apostoli lacrimano più o meno palesemente e rumorosamente. Per ultimo cantano un inno. Gesù li benedice. Poi ordina: «Mettiamoci i mantelli, ora. E andiamo. Andrea, di' al capo di casa di lasciare tutto così, per mio volere. Domani... vi farà piacere rivedere questo luogo».
Gesù lo guarda. Pare benedire le pareti, i mobili, tutto. Poi si ammantella e si avvia, seguito dai discepoli.
Al suo fianco è Giovanni, al quale si appoggia. «Non saluti la Madre?», gli chiede il figlio di Zebedeo.
«No. È tutto già fatto. Fate, anzi, piano».
Simone, che ha acceso una torcia alla lumiera, illumina l'ampio corridoio che va alla porta. Pietro apre cauto il portone ed escono tutti nella via e poi, facendo giocare un ordigno, chiudono dal di fuori. E si pongono in cammino.
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3.2  I quattro ammaestramenti principali dell’episodio della Cena.
Nelle ‘riflessioni’ precedenti vi ho commentato, a modo mio, l’Ultima Cena avendo anche avuto come ‘falsariga’ il Vangelo, ma non considerereste un privilegio sentire ora il commento sulla stessa del Gesù valtortiano?
Lo troviamo nell’Opera, a conclusione di questa particolare visione data da Gesù alla mistica.
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[17 febbraio 1944]
Dice Gesù:
«Dall'episodio della Cena, oltre la considerazione della carità di un Dio che si fa Cibo agli uomini, risaltano quattro ammaestramenti principali.
Primo: la necessità per tutti i figli di Dio di ubbidire alla Legge.
La Legge diceva che si doveva per Pasqua consumare l'agnello secondo il rituale dato dall'Altissimo a Mosè, ed Io, Figlio vero del Dio vero, non mi sono riputato, per la mia qualità divina, esente dalla Legge.
Ero sulla Terra: Uomo fra gli uomini e Maestro degli uomini. Dovevo perciò fare il mio dovere di uomo verso Dio come e meglio degli altri. I favori divini non esimono dall'ubbidienza e dallo sforzo verso una sempre maggiore santità.
Se paragonate la santità più eccelsa alla perfezione divina, la trovate sempre piena di mende, e perciò obbligata a sforzare se stessa per eliminarle e raggiungere un grado di perfezione per quanto più è possibile simile a quello di Dio.
Secondo: la potenza della preghiera di Maria.
Io ero Dio fatto Carne. Una Carne che, per essere senza macchia, possedeva la forza spirituale per signoreggiare la carne. Eppure non ricuso, anzi invoco l'aiuto della Piena di Grazia, la quale anche in quell'ora di espiazione avrebbe trovato, è vero, sul suo capo il Cielo chiuso, ma non tanto che non riuscisse a strapparne un angelo, Lei, Regina degli angeli, per il conforto del suo Figlio. Oh! non per Lei, povera Mamma! Anche Lei ha assaporato l'amaro dell'abbandono del Padre, ma per questo suo dolore offerto alla Redenzione m'ha ottenuto di potere superare l'angoscia dell'orto degli Ulivi e di portare a termine la Passione in tutta la sua multiforme asprezza, di cui ognuna era volta a lavare una forma e un mezzo di peccato.
Terzo: il dominio su se stessi e la sopportazione dell'offesa, carità sublime su tutte, la possono avere unicamente quelli che fanno vita della loro vita la legge di carità che Io avevo bandita. E non bandita solo, ma praticata realmente.
Cosa sia stato per Me aver meco alla mia tavola il mio Traditore, il dovere darmi ad esso, il dovere umiliarmi ad esso, il dovere dividere con esso il calice di rito e posare le labbra là dove egli le aveva posate, e farle posare a mia Madre, voi non potete pensare.
I vostri medici hanno discusso e discutono sulla mia rapida fine e le dànno origine in una lesione cardiaca dovuta alle percosse della flagellazione. Sì, anche per queste il mio cuore divenne malato. Ma lo era già dalla Cena. Spezzato, spezzato nello sforzo di dover subire al mio fianco il mio Traditore.
Ho cominciato a morire allora, fisicamente. Il resto non è stato che aumento della già esistente agonia. Quanto ho potuto fare l'ho fatto perché ero uno con la Carità. Anche nell'ora in cui Dio-Carità si ritirava da Me, ho saputo esser carità, perché ero vissuto, nei miei trentatré anni, di carità. Non si può giungere ad una perfezione, quale si richiede per perdonare e sopportare il nostro offensore, se non si ha l'abito della carità. Io l'avevo, e ho potuto perdonare e sopportare questo capolavoro di Offensore che fu Giuda.
Quarto: il Sacramento opera quanto più uno è degno di riceverlo.
Se ne è fatto degno con una costante volontà, che spezza la carne e fa signore lo spirito, vincendo le concupiscenze, piegando l'essere alle virtù, tendendolo come arco verso la perfezione delle virtù e soprattutto della carità. Perché, quando uno ama, tende a far lieto chi ama.
Giovanni, che mi amava come nessuno e che era puro, ebbe dal Sacramento il massimo della trasformazione.
Cominciò da quel momento ad essere l'aquila, a cui è famigliare e facile l'altezza nel Cielo di Dio e l'affissare il Sole eterno. Ma guai a chi riceve il Sacramento senza esserne affatto degno, ma anzi avendo accresciuto la sua sempre umana indegnità con le colpe mortali. Allora esso diviene non germe di preservazione e di vita ma di corruzione e di morte. Morte dello spirito e putrefazione della carne, per cui essa "crepa", come dice Pietro di quella di Giuda. Non sparge il sangue, liquido sempre vitale e bello nella sua porpora, ma le sue interiora, nere di tutte le libidini, marciume che si riversa fuori dalla carne marcita come da carogna di animale immondo, oggetto di ribrezzo per i passanti.
La morte del profanatore del Sacramento è sempre la morte di un disperato, e perciò non conosce il placido trapasso proprio di chi è in grazia, né l'eroico trapasso della vittima che soffre acutamente ma con lo sguardo fisso al Cielo e l'anima sicura della pace.
La morte del disperato è atroce di contorsioni e di terrori, è una convulsione orrenda dell'anima già ghermita dalla mano di Satana, che la strozza per svellerla dalla carne e che la soffoca col suo nauseabondo fiato. Questa la differenza fra chi trapassa all'altra vita dopo essersi nutrito in essa di carità, fede, speranza e d'ogni altra virtù e dottrina celeste e del Pane angelico che l'accompagna coi suoi frutti - meglio se con la sua reale presenza - nel viaggio estremo, e chi trapassa dopo una vita di bruto con morte da bruto che la Grazia e il Sacramento non confortano.
La prima è la serena fine del santo, a cui la morte apre il Regno eterno. La seconda è la spaventosa caduta del dannato, che si sente precipitare nella morte eterna e conosce in un attimo ciò che ha voluto perdere, né più può riparare. Per uno acquisto, per l'altro spogliamento. Per uno gioia, per l'altro terrore.
Questo è quanto vi date a seconda del vostro credere ed amare, o non credere e deridere il dono mio. E questo è l'insegnamento di questa contemplazione».
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3.3 L’ora del Getsemani.
Il Gruppo apostolico – uscito nottetempo dal Cenacolo - si pone dunque in cammino verso il Getsemani dove, nell’uliveto, Gesù affronterà quella Passione durante la quale lo stress psico-fisico lo porterà ad essudare Sangue, fenomeno ben noto in Medicina.
Il racconto della Passione è trattato nei Vangeli in maniera essenziale ed ogni evangelista – pur nella coincidenza sostanziale del racconto – aggiunge propri particolari che ne completano il quadro.
Sono tuttavia tutti particolari di cose viste dall’esterno.
Cosa direste se – per saperne di più, non per curiosità ma per ‘compartecipazione’ – l’episodio della Passione nel Getsemani provassimo a sentirla raccontata ‘dall’interno’, cioè direttamente da Gesù?
Dice infatti Gesù a Maria Valtorta:
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6 luglio 1944
Dice Gesù:
«Vedi, anima mia, che avevo molta ragione di dire: “La conoscenza del mio tormento del Getsemani non sarebbe capita e diverrebbe scandalo”?
La gente non ammette il Demonio. Quelli che l’ammettono non ammettono che il Demonio abbia potuto vessare l’anima di Cristo sino al punto di far sudare sangue. Ma tu, che hai avuto un briciolo di questa tentazione, puoi comprendere.
Parliamo dunque insieme.
Mi hai chiesto: “Quante sono le agonie del Getsemani che mi dai?”.
Oh! tante! Non per piacere di tormentarti. Unicamente per bontà di Maestro e Sposo.
Non potrei su te, piccola sposa, abbattere tutto insieme il cumulo di desolazione che mi accasciò quella sera e che nessuno intuì, che nessuno comprese fuorché mia Madre e il mio Angelo. Ne morresti pazza. E allora ti do adesso un briciolo, domani un altro, di modo da farti gustare tutto il mio cibo e di ottenere dal tuo soffrire il massimo di compassione per il tuo dolente Sposo e di redenzione per i tuoi fratelli.
Ecco perché ti do tante ore di Getsemani. Uniscile e, come il mosaicista unendo le tessere piano piano vede formarsi il quadro completo, tu, riunendo nel tuo pensiero il ricordo delle diverse ore, vedrai l’Agonia vera del tuo Signore.
Rifletti come ti amo. La prima volta ti ho dato soltanto la vista della mia smania fisica. E tu, soltanto per vedermi col Volto straziato, andare e venire, alzare le braccia, torcermi le mani, piangere e abbattermi, ne hai avuta tanta pena che per poco non mi moristi.
Ti ho presentato quella tortura visibile più e più volte sinché l’hai conosciuta e l’hai potuta sopportare. Poi, volta per volta, ti ho svelato le mie tristezze. Le mie tristezze. Di uomo. Tutte le passioni dell’uomo si sono drizzate come serpi irritate, fischiando i loro diritti d’essere, ed Io le ho dovute strozzare una per una per essere libero di salire il mio Calvario.
Non tutte le passioni sono malvagie.
Te l’ho già spiegato. Io dò a questo nome il senso filosofico, non quello che voi gli date scambiando il senso col sentimento. E le passioni buone il tuo Gesù-Uomo le aveva come tutti gli uomini giusti. Ma anche le passioni buone possono divenire nemiche in certe ore, quando con la loro voce fanno catena, e catena di durissimo, fortissimo, annodatissimo acciaio, per impedirvi di compiere la volontà di Dio.
Amare la vita, dono di Dio, è dovere, tanto che chi si uccide è colpevole come e più di chi uccide, perché colui che uccide manca alla carità di prossimo ma può avere l’attenuante di una provocazione che lo dissenna, mentre chi si uccide manca contro sé stesso e contro Dio, che gli ha dato la vita perché egli la viva sino al suo richiamo.
Uccidersi è strapparsi di dosso il dono di Dio e gettarlo con urlo di maledizione sul Volto di Dio. Chi si uccide dispera di avere un Padre, un Amico, un Buono. Chi si uccide nega ogni dogma di fede e ogni asserzione di fede. Chi si uccide nega Dio. Dunque occorre aver cara la vita.
Ma come cara? Facendosi schiavi di essa? No. Amica buona la vita. Amica dell’Altra. Della Vita vera. Questa è la grande Vita. Quella è la piccola vita.
Ma come un’ancella serve e procura cibo alla sua signora, così la piccola vita serve e nutre la grande Vita, la quale raggiunge l’età perfetta attraverso le cure che la piccola vita le dà. E’ proprio questa piccola vita che vi procura la veste ornata da indossare quando divenite le Signore del Regno di Vita.
E’ proprio questa piccola vita che vi fortifica col pane amaro, intriso di forte aceto, delle cose di ogni giorno, e vi fa adulti e perfetti per possedere la Vita che non termina. Ecco perché occorre chiamare “cara” questa triste esistenza d’esilio e di dolore. E’ la banca in cui maturano i frutti delle ricchezze eterne.
E’ passabilmente buona? Lodarne il Signore. E’ cosparsa di pene? Dir “grazie” al Signore. E’ triste oltre misura? Non dir mai: “E’ troppo”. Non dir mai: “Dio è cattivo”.
L’ho detto mille volte: “il male – e le tristezze che sono se non frutto del male? Il male non viene da Dio. E’ l’uomo, il malvagio che fa soffrire”.
L’ho detto mille volte: “Dio sa finché potete soffrire e, se vede che è troppo ciò che il prossimo vi procura, interviene non soltanto aumentando la vostra forza di sopportazione, ma con conforti celesti; e quando è l’ora con spezzare i malvagi, perché non è lecito torturare oltre misura il prossimo migliore.
La vita è cara per le oneste soddisfazioni che procura: Dio non le biasima. Il lavoro Egli l’ha messo. Per punizione, ma anche per svago all’uomo colpevole. Guai se aveste a vivere nell’ozio. Da secoli la Terra sarebbe un enorme manicomio di furenti che si sbranerebbero l’un coll’altro. Lo fate già, perché ancor troppo oziate. L’onesta fatica rasserena e dà gioia e riposo sereno.
La vita è ancor più cara per gli affetti santi di cui si inflora. Dio non li biasima. Potrebbe Dio, che amore, biasimare un amore onesto? O gioia d’esser figli! E gioia d’esser padri! O gioia di trovare una compagna che genera figli al proprio nome e figli a Dio! O gioia di avere una dolce sorella, un buon fratello, e amici sinceri! No, che queste oneste dolcezze Dio non le biasima.
L’amore lo ha messo Lui, e non sulla Terra, come il lavoro, per punizione e svago del colpevole. Ma nel Terrestre Paradiso per base alla grande gioia di esser figli di Dio. “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen. 2,18) ha detto.
Re del creato, l’uomo sarebbe stato in un deserto senza una compagna. Buoni gli animali tutti col loro re, ma troppo, sempre troppo inferiori al figlio di Dio. Buono, infinitamente buono Dio col suo figlio, ma sempre troppo superiore ad esso. L’uomo avrebbe patito la solitudine di essere ugualmente distante dal divino e dall’animale. E Dio gli diede la compagna.
Non solo. Ma dal casto amore con la stessa gli avrebbe concesso i dolci figli, perché l’uomo e la donna potessero dire la parola più dolce dopo il Nome di Dio: “Figlio mio!”, e i figli potessero dire la parola più santa dopo il nome di Dio: “Mamma!”.
Mamma! Chi dice: “mamma” prega già.
Dire: “mamma” vuol dire ringraziare Dio della sua Provvidenza, che dà una madre ai figli dell’uomo e fino ai piccoli figli delle fiere e dei domestici animali o dei volanti uccelli e fin dei muti pesci, perché l’uomo non conoscesse l’orrore di crescere solo e non cadesse per mancanza di sostegno quando ancora è troppo debole per conoscere il Bene e il Male.
Dire: “mamma” vuol dire benedire Iddio che ci fa conoscere cosa sia l’amore attraverso il bacio di una madre e le parole delle sue labbra.
Dire: “mamma” vuol dire conoscere Iddio che ci dà un riflesso del suo principale attributo, la Bontà, attraverso l’indulgenza di una madre. E conoscere Iddio vuol dire sperare, credere e amare. Vuol dire salvarsi.
Avere un fratello non è come avere, per una pianta, la pianta gemella che sostiene nelle ore di burrasca, intrecciando i rami, e che nelle ore di gioia aumenta la fioritura di essa col polline del suo amore?
Per questo ho voluto che i cristiani si chiamassero l’un l’altro fratelli, perché è giusto, dato che venite tutti da un Dio e da un sangue d’uomo, e perché è santo, perché è confortevole per coloro che non hanno fratelli di carne poter dire al vicino: “Fratello, io ti amo. Amami!”.
Avere un amico sincero non è come avere un compagno nel cammino? Andare soli è troppo triste. Quando Dio elegge alla solitudine di anima vittima, allora gli si fa compagno perché soli non si può stare senza flettere.
La vita è una strada scoscesa, sassosa, spesso interrotta da crepacci e correnti vorticose.
Aspidi e spine lacerano e mordono sull’irto sentiero. Esser soli sarebbe perire. Dio ha creato l’amicizia per questo. In due cresce la forza e il coraggio. Anche un eroe ha attimi di debolezza. Se è solo dove si appoggia? Ai rovi? Dove si afferra? Agli aspidi? Dove si adagia? Nel torrente vorticoso o nell’orrido oscuro? Ovunque troverebbe nuove ferite e nuovo pericolo.
Ma ecco l’amico. Il suo petto è appoggio, il suo braccio sostegno, il suo affetto riposo. E l’eroe riprende forza. Il camminatore cammina di nuovo sicuro.
Per valorizzare l’amicizia Io ho voluto chiamare “amici” i miei apostoli, e tanto ho apprezzato questo affetto che nell’ora del dolore ho voluto i tre più cari con Me nel Getsemani. Li ho pregati di vegliare e pregare con Me, per me… e di vederli incapaci di farlo ne ho tanto sofferto da uscirne indebolito, e perciò più suscettibile alle seduzioni sataniche. Una parola, avessi potuto scambiare una parola con degli amici desti e comprensivi del mio stato, non sarei giunto a svenarmi, prima della Tortura, nella lotta per respingere Satana.
Ma vita e affezioni non devono divenire nemiche. Mai. Se tali divengono, occorre spezzarle.
Le ho spezzate. Una per una.
Avevo già spezzato l’umano fermento di sdegno verso il Traditore. E un nervo del mio cuore s’era lacerato nello sforzo.
Ora ecco che sorgeva la paura di perdere la vita.
La vita! Avevo trentatré anni. Ero uomo in quell’ora. Ero l’Uomo. Avevo perciò l’amore vergine della vita come lo aveva Adamo nel Paradiso Terrestre. Una gioia d’esser vivo, d’esser sano, d’esser forte, bello, intelligente, amato, rispettato. Una gioia di vedere, di intendere, di poter esprimere. Una gioia di respirare l’aria pura e profumata, di udire l’arpa del vento fra gli ulivi, vedere il rio fra i sassi, e il flauto di un usignolo innamorato; di vedere splendere le stelle in cielo, tanti occhi di fuoco che guardavano Me con amore; di vedere farsi d’argento la terra per la luna così bianca e lucente che riverginizza ogni sera il mondo, e pare impossibile che sotto la sua onda di candida pace possa agire il Delitto.
E tutto questo Io dovevo perdere.
Non più vedere, non più udire, non più muovermi, non più essere sano, non più essere rispettato. Divenire l’aborto marcioso che si scansa col piede torcendo il capo con disgusto, l’aborto espulso dalla società che mi condannava per essere libera di darsi ai suoi sozzi amori.
Gli amici!... Uno mi aveva tradito. E mentre Io attendevo la morte, egli si affrettava a portarmela. Vedeva di darsi gioia con la mia morte…
Gli altri dormivano. Eppure li amavo. Avrei potuto destarli, fuggire con loro, altrove, lontano, e salvare vita e amicizia. E invece dovevo tacere e restare. Restare voleva dire perdere amici e vita. Essere un reietto, voleva dire.
La Mamma! O amore della Mamma! Invocato amore curvo sul mio dolore! Respinto amore per non farti morire del mio dolore! Amore della mia Mamma!
Sì, lo so. Ogni mio singhiozzo ti giungeva, o Santa. Ogni mio chiamarti valicava lo spazio e penetrava come spirito nella chiusa stanza dove tu, come sempre, passavi la tua notte orando, e in quella notte orando non con estasi ma con tortura d’anima. E mi interdivo di chiamarti per non farti giungere il lamento del tuo Figlio, o Madre martire che iniziavi la tua Passione, solitaria come Io solitario, nella notte del Giovedì pasquale.
Il figlio che muore fra le braccia di sua madre non muore: solo si addormenta cullato dalla ninna nanna di baci, che continuano gli angeli fino al momento che la visione di Dio smemora del desiderio di sua madre. Ma Io dovevo morire fra le braccia dei carnefici e di un patibolo, e chiudere vista e udito su schiamazzi di maledizione e gesti di minaccia.
Come ti ho amata, Madre. In quell’ora del Getsemani!
Tutto l’amore che ti avevo dato e che mi avevi dato in trentatré anni di vita erano davanti a Me e peroravano la loro causa e mi imploravano di avere pietà di essi, ricordando ogni bacio tuo, ogni tua cura, le stille di latte che mi avevi dato, il cavo tiepido delle tue mani per i miei piedini freddi d’infante povero, le canzoni della tua bocca, la leggerezza delle tue dita sui miei riccioli fitti, e il tuo sorriso e il tuo sguardo e le tue parole e i tuoi silenzi e il tuo passo di colomba che posa i piedi rosei al suolo ma tiene le ali già socchiuse al volo, e non piega stelo tanto il suo andare è leggero, poiché tu eri sulla Terra per mia gioia, o Madre, ma tu avevi l’ali sempre trepide di Cielo, o santa, santa, santa e innamorata!
Tutte le lacrime che ti ero costato, e tutte quelle che ora cadevano dal tuo ciglio e quelle che sarebbero cadute nei tre giorni avvenire, ecco che le udivo cadere come pioggia di lamento. O lacrime di mia Mamma!
Ma chi può vedere piangere e udire piangere sua mamma e non avere poi, finché vita gli dura, lo strazio presente di quel pianto?
Io ho dovuto sperdere, strozzare l’amore umano per te, Mamma, e calpestare il tuo e il mio amore per camminare sulla via della Volontà di Dio.
Ed ero Solo. Solo! Solo!
Terra e Cielo non avevano più abitanti per Me. Ero l’Uomo carico dei peccati del mondo. Odiato perciò da Dio. Dovevo pagare per redimermi ed essere di nuovo amato.
Ero l’Uomo carico della Bontà del Cielo. Odiato perciò dagli uomini a cui la Bontà è ripugnante. Dovevo essere ucciso per punizione d’esser buono.
E anche voi, oneste gioie del lavoro compiuto per dare il pane quotidiano a Me stesso prima, per dare il pane spirituale poi agli uomini, mi siete venuti avanti a dirmi: “Perché ci lasci?”.
Nostalgia della quieta casa fatta santa da tante orazioni di giusti, fatta Tempio per aver accolto gli sponsali di Dio, fatta Cielo per aver ospitato fra le sue mura la Trinità chiusa nell’anima del Cristo di Dio!
Nostalgia delle folle umili e schiette alle quali davo luce e grazie, e dalle quali mi veniva amore!
Voci di bambini che mi chiamava no con un sorriso, voci di madri che mi chiamavano con un singhiozzo, voci di malati che mi chiamavano con un gemito, voci di peccatori che mi chiamavano con un tremito!
Tutte le udivo e mi dicevano: “Perché ci abbandoni? Non ci vuoi più accarezzare? Chi ci darà carezze, sui ricci biondi o bruni, simili alle tue”. “Non vuoi più renderci le creature estinte, guarirci le morenti? Chi avrà pietà delle madri come Tu, Figlio santo?”.
“Non vuoi più sanarci? Chi ci guarirà se Tu scompari?”. “Non vuoi più redimerci? Non ci sei che Tu che sei Redenzione. Ogni tua parola è forza che schianta una corda di peccato nel nostro buio cuore. Noi siamo più malati dei lebbrosi, perché per loro la malattia cessa con la morte, per noi si accresce. E Tu te ne vai? Chi ci capirà? Chi sarà giusto e pietoso? Chi ci rialzerà? Resta, Signore!”. “Resta! Resta! Rimani!” urlava la folla buona. “Figlio!”, urlava mia Madre. “Salvati!”, urlava la vita.
Ho dovuto spezzare queste gole che urlavano, strozzarle per non farle più urlare, per aver forza di spezzarmi il cuore, strappando uno per uno i suoi nervi per compiere la Volontà di Dio.
Ed ero solo. Cioè: ero con Satana.
La prima parte dell’orazione era stata penosa, ma ancora potevo sentire lo sguardo di Dio e sperare nell’amore degli amici.
La seconda fu più penosa perché Dio si ritirava e gli amici dormivano. Riconfermavano il sibilo di Satana e la voce della vita: “Ti sacrifichi per nulla. Gli uomini non ti ameranno per il tuo sacrificio. Gli uomini non comprendono”.
La terza… la terza fu la demenza, fu la disperazione, fu l’agonia, fu la morte.
La morte dell’anima mia. Non è risorto soltanto il corpo mio. Anche la mia anima ha dovuto risorgere. Poiché conobbe la Morte.
Non vi paia eresia. Cosa è la morte dello spirito? La separazione eterna da Dio.
Ebbene Io ero separato da Dio. Il mio spirito era morto.
E’ la vera ora di eternità che Io concedo ai miei prediletti. Quella che tu, piccola sposa, ti sei chiesta che fosse da quando ti hanno detto che tu hai sorte simile a Veronica Giuliani, che al termine dell’esistenza conobbe questo strazio superiore a tutti gli strazi sovrumani.
Noi conosciamo la morte dello spirito, senza averla meritata, per comprendere l’orrore della dannazione che è il tormento dei peccatori impenitenti. La conosciamo per ottenere di salvarli. Lo so. Il cuore si spezza. Lo so. La ragione vacilla. So tutto, anima diletta. L’ho provato prima di te. E’ l’orrore infernale. Siamo in balia del Demonio perché siamo separati da Dio.
Credi tu che Marta, che vinse il dragone, abbia tremato più di noi? No. La sofferenza è più grande in noi. La belva vinta da Marta era una spaventosa belva, ma sempre una belva della Terra. Noi vinciamo la belva-Lucifero. Oh, non c’è confronto! E la Belva-Lucifero viene sempre più vicino quanto più tutto, in Cielo e in Terra, da noi si allontana.
Ero già stato tentato nel deserto. Una fola di tentazione poiché allora avevo solo la debolezza del cibo materiale. Ora ero affamato di cibo spirituale e affamato di cibo morale, e non c’era pane per il mio spirito e pane per il mio cuore. Non più Dio per lo spirito mio.
Non più affetti per il cuore mio.
Ecco, allora, esile come lama di vento, penetrante come pungiglione d’ape, irritante come veleno di colubro, la voce di Lucifero.
Un flauto che suona in sordina, così piano, così piano che non desta la nostra vigile attenzione. Penetra con la seduzione della sua magica armonia, ci fa sonnecchiare, sembra un conforto, ha aspetto di conforto soprannaturale.
Oh! Ingannatore eterno, come sei sottile!
L’io non chiede che di essere aiutato. E pare che quel suono aiuti. Parole di compassione e di comprensione, dolci come carezze su una fronte febbrile, calmanti come unguento su una bruciatura, stordenti come vino generoso versato a chi è a digiuno. L’anima stanca si addormenta.
Se non fosse più che vigile col suo subcosciente, il quale è vigile soltanto in coloro che nutrono sé stessi di costante unione coll’Amore, finirebbe col cadere in un letargo che la darebbe in balìa totale di Satana, in un ipnotico sonno durante il quale Lucifero le farebbe compiere qualsiasi azione.
Ma l’anima che ha nutrito sé stessa costantemente di Amore non perde l’integrità del suo subcosciente, neppure nelle ore che uomini e Dio pare si uniscano per fare di lei un demente. E il subcosciente sveglia l’anima.
Le grida: “Agisci. Sorgi. Satana ti è alle spalle”.
La lotta tremenda ha inizio. Il veleno è già in noi. Occorre perciò lottare coi suoi effetti e contro le ondate accelerate, sempre più veementi e accelerate, del nuovo veleno della parola satanica che si versa su noi.
Il frastuono cresce. Non è più suono di flauto in sordina, non è più carezza e unguento.
E’ clangore di strumenti pieni, è percossa, è ferita di gladio, è fiamma che soffoca ed arde. E nella fiamma ecco la vita che passa davanti allo sguardo spirituale.
Già c’era passata col suo rassegnato aspetto di cosa sacrificata. Ora torna con veste di prepotente regina e dice: “Adorami! Io son che regno! Questi son i miei doni. I doni che ti ho dato e più belli ti darò se tu mi sarai fedele”.
E nel suono degli strumenti tornano le voci delle cose e delle persone. Non pregano più.
Comandano, imprecano, insultano, maledicono, perché le abbandoniamo. Tutto torna per tormentarci. Tutto. E l’anima sbalordita lotta sempre più debolmente.
Quando vacilla come guerriero svenato e cerca un appoggio in Cielo o in Terra per non procombere, ecco che Lucifero le dà la sua spalla.
Non c’è che lui… Si chiama al soccorso… Non risponde che lui… Si cerca uno sguardo di pietà… Non si trova che il suo…
Guai a illudersi della sua sincerità! Col resto di energia che sopravvive bisogna scostarsi da quell’appoggio, rientrare nella solitudine, chiudere gli occhi e contemplare l’orrore del nostro destino piuttosto che il suo subdolo aspetto, alzare le mani che tremano e stringerle sulle orecchie per fare ostacolo alla voce che inganna.
Cade ogni arma nel fare così. Non si è più che una povera cosa morente e sola. Non si riesce neppure a pregare con la parola, perché l’acre del fiato di Satana ci strozza le fauci.
Solo il subcosciente prega. Prega. Prega. Come il batter confuso di farfalla trafitta esso agita le sue ali nell’agonia, ed ogni colpo d’ali dice: “Credo, spero, amo”. Credo ugualmente, spero ugualmente, ti amo ugualmente!”.
Non dice: “Dio”. Non osa più pronunciare il suo Nome. Si sente troppo insozzato dalla presenza di Satana. Ma quel Nome lo tracciano le lacrime di sangue del cuore sulle ali angeliche dello spirito, che voi chiamate subcosciente mentre in realtà è il supercosciente, e ad ogni colpo d’ala quel Nome sfavilla come rubino percosso dal sole, e Dio lo vede, e le lacrime di pietà di Dio circondano di perle il rubino del vostro sangue che goccia in pianto eroico…
Oh! Anime che salite a Dio con quel Nome scritto così in rubini e perle!... Fiori del mio Paradiso!
Satana mi diceva, poiché la voce entrava nonostante ogni mio riparo: “Tu vedi. Ancora non sei morto e già sei abbandonato. Tu vedi. Hai beneficato e sei odiato. Tu vedi. Lo stesso Dio non ti soccorre. Se non ti ama Dio, di cui sei Figlio, puoi mai sperare ti siano grati gli uomini del tuo sacrificio? Sai cosa occorre per loro? La Vendetta, non l’Amore come Tu credi. Vendicati, o Cristo, di tutti questi stolti, di tutti questi crudeli. Vendicati. Colpisci con un miracolo che li fulmini. Appari quale sei: Dio. Il Dio terribile del Sinai. Il Dio terribile che mi ha fulminato e che ha cacciato Adamo dal Paradiso.
Fino ad ora hai detto parole di bontà. I tuoi rari rimproveri erano sempre troppo dolci per queste belve dalla pelle spessa più del cuoio dell’ippopotamo. Il tuo sguardo medicava le tue parole. Non sai che amare. Odia. E regnerai. L’odio tiene curve le schiene sotto la sua sferza e passa trionfante su queste schiene servili. Le schiaccia. E sono felici d’esserlo.
Non sono che dei sadici, e la tortura è l’unica carezza che apprezzano e che ricordano.
E’ tardi? No, che non è tardi. Già gli armati vengono a questa volta? Non importa. Lo so che Tu ti appresti ad esser mite. Sei in errore. Una volta ti avevo insegnato a trionfare nella vita. Non hai voluto ascoltarmi e Tu vedi che sei un vinto. Ora ascoltami. Ora che ti insegno a trionfare dalla Morte. Sii Re e Dio. Non hai armi? Non milizie? Non ricchezze?
Te l’ho detto già una volta che un resto di amore, quel poco che può essermi rimasto dal tesoro d’amore che era la mia vita angelica, è in me per Te che sei buono. Ti amo, mio Signore, e ti voglio servire.
Sei il Redentore degli uomini. Perché non vuoi esserlo del tuo angelo decaduto?
Ero il tuo prediletto perché il più luminoso e Tu sei la Luce. Ora sono la Tenebra. Ma le lacrime del mio tormento hanno empito l’Inferno di liquido fuoco tanto sono numerose.
Lascia che io mi redima. Un poco soltanto. Che da demone divenga uomo. L’uomo è sempre tanto inferiore agli angeli. Ma quanto superiore a me, demonio!
Fa’ che io divenga uomo. Dammi una vita d’uomo tribolata, torturata, angosciosa quanto ti pare. Sarà sempre un Paradiso rispetto al mio tormento demonico. E potrò viverla in modo da espiare per di millenni e giungere infine di nuovo alla Luce; a Te.
Lascia che io ti serva in cambio di questo che ti chiedo. Nessun arma vince le mie. Né nessun esercito è più numeroso del mio. Le ricchezze di cui dispongo non hanno misura, perché ti farò re del mondo se Tu accetti il mio aiuto, e tutti i ricchi saranno gli schiavi tuoi.
Guarda: i tuoi angeli, gli angeli del Padre tuo sono assenti. Ma i miei sono pronti a vestirsi di angelici aspetti per farti corona e stupire la plebe ignorante e malvagia.
Non sai dire parole di imperio? Io te le suggerirò. Sono qui per questo.
Tuona e minaccia. Ascoltami.
Di’ parole di menzogna. Ma trionfa.
Di’ parole di maledizione. Di’ che te le suggerisce il Padre.
Vuoi che simuli la voce dell’Eterno? Lo farò. Tutto posso fare. Sono il re del mondo e dell’Inferno. Tu non sei che il Re del Cielo. Io sono più grande perciò di Te. Ma metto tutto ai tuoi piedi se Tu lo vuoi.
La Volontà del Padre tuo? Ma come puoi pensare che Egli voglia la morte del suo Figlio? Pensi che possa illudersi dell’utilità della stessa? Tu fai torto all’ Intelligenza di Dio.
Già hai redento coloro che sono suscettibili di redenzione con la tua santa Parola. Non occorre di più. Credi che chi non muta per la Parola non muta per il tuo Sacrificio. Credi che il Padre ti ha voluto provare. Ma gli basta la tua obbedienza. Non vuole di più.
Quanto lo servirai di più vivendo! Puoi percorrere il mondo. Evangelizzare. Guarire. Elevare. O sorte felice! La Terra abitata da Dio!
Ecco la vera redenzione… Rifare della Terra il Paradiso terrestre dove l’uomo torna a vivere in santa amicizia con Dio e ne ode la voce e ne vede l’aspetto. Più ancora felice della sorte dei due Primi, Perché vedrebbero Te; vero Dio, vero Uomo.
La Morte! La tua Morte! Lo strazio di tua Madre! Lo scherno del mondo!
Perché? Vuoi essere fedele a Dio?
Perché? Ti è fedele Lui? No. Dove sono i suoi angeli? Dov’è il suo sorriso? Cosa hai per anima, adesso? Un cencio lacero, afflosciato, abbandonato.
Deciditi. Dimmi: “Sì”.
Senti? Escono dal Tempio i sicari. Deciditi. Liberati. Sii degno della tua Natura.
Tu sei un sacrilego, perché permetti che mani sozze di sangue e libidine tocchino Te: il Santo dei santi. Sei il primo sacrilego del mondo. Dai la Parola di Dio in mano ai porci, in bocca ai porci.
Deciditi. Sai che morte ti attende. Io ti offro la vita, la gioia. La Madre ti riporto. Povera Madre! Non ha che Te! Guarda come agonizza… e Tu ti appresti a farla agonizzare più ancora. Che figlio sei? Che rispetto porti alla Legge? Non rispetti Dio-Te. Non rispetti la genitrice. Tua Madre… Tua Madre… Tua Madre…”.
Ho risposto… Maria, ho risposto radunando le forze, bevendo pianto e sangue che colavano dagli occhi e dai pori, ho risposto: “Non ho più madre. Non ho più vita. Non ho più divinità. Non ho più missione. Nulla ho più. Fuorché fare la Volontà del Signore mio Dio. Va’ indietro, Satana! L’ho detto la prima e la seconda volta. Lo ridico per la terza: ‘Padre, se è possibile passi da Me questo calice. Ma però non la mia; la tua Volontà sia fatta’. Va’ indietro, Satana. Io son di Dio!”.
Maria, ho risposto così… E il Cuore si è franto nello sforzo. Il sudore è divenuto non più stille ma rivoli di sangue. Non importa. Ho vinto.
Io ho vinto la Morte. Io. Non Satana. La Morte si vince accettando la morte.
Ti avevo promesso un grande regalo. Come a pochi l’ho concesso.
Te l’ho dato. Hai conosciuto l’estrema tentazione del tuo Gesù. Te l’avevo già svelata.
Ma eri ancora immatura per conoscerla in pieno. Ora lo puoi fare.
Vedi che ho ragione di dire che non sarebbe compresa e ammessa da quei piccoli cristiani che sono larve di cristiani e non cristiani formati? Va’ in pace, ché Io sono con te».
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Sconvolgente, a ben riflettere.
Tenere presente che questo brano – come ha detto Gesù poco sopra a Maria Valtorta - è un grande regalo… ‘come a pochi’ Egli lo aveva concesso.
La prossima ‘riflessione’ sarà dedicata a:
CATTURA DI GESÙ AL GETSEMANI, PROCESSO, MORTE, SEPOLTURA E DISCESA AGLI INFERI.

4. CATTURA DI GESÙ AL GETSEMANI, PROCESSO, MORTE, SEPOLTURA E DISCESA AGLI INFERI.
4.1 Pilato disse che non voleva assumersi la responsabilità del Sangue di Gesù, considerato da lui un ‘giusto’, ma i Giudei, di rimando: «Il Sangue suo ricada su di noi e sui nostri figli».
Abbiamo dunque conosciuto le sofferenze interiori di Gesù durante la Passione del Getsèmani, raccontate direttamente da Gesù, un brano che abbiamo definito sconvolgente, dove la malizia ed astuzia di Satana che lo tentava alla rinuncia per far fallire il Progetto della Redenzione supera ogni umana immaginazione per la sua luciferina sottigliezza.
Gesù aveva chiuso il suo racconto dicendoci che quel brano, un Dettato, era un grande regalo come a pochi Egli lo aveva concesso.
Se non lo conoscevate è un grande regalo anche per voi che ora lo avete letto.
Se invece lo conoscevate prendetelo come un secondo grande regalo, perché è un Dettato splendido che non dovrebbe assolutamente mancare nelle meditazioni del Giovedì e Venerdì santo, ma anche più sovente, per ricordarci quanto Gesù ha sofferto per la nostra Redenzione.
Gesù, alla fine della sua preghiera e sofferenza notturna nel Getsèmani viene dunque arrestato da una accozzaglia di scherani del Tempio e condotto a forza per essere interrogato dal sommo Sacerdote e condannato.
Giovanni fu l’unico apostolo a seguirlo ‘da vicino’, tutti gli altri essendo fuggiti ed essendosi Pietro unito a lui, al seguito della turba, solo in un secondo tempo.
Pietro – spaventato, come vedremo anche quando rinnegherà Gesù – aveva infatti seguito prudentemente ‘da lontano’ la canea di gentaglia e soldataglia.
Lo racconta infatti l’Evangelista Matteo: ‘Pietro lo aveva seguito da lontano, fino all’atrio del sommo Sacerdote’, fatto – questo - poi confermato dal Vangelo di Luca e da quello di Marco.
Ciò nonostante Giovanni nel suo Vangelo non vuole porre in cattiva luce il Capo degli apostoli, Pietro, e lo mette in prima posizione mentre mette se stesso nell’anonimato quando - riferendosi al corteo di soldati che conducevano Gesù dal sommo Sacerdote - scrive: ‘Seguivano Gesù Simon Pietro e un altro discepolo’.
Giovanni ci racconta comunque la sequenza degli avvenimenti successivi alla cattura di Gesù in maniera ‘essenziale’:
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Intanto la coorte, il tribuno e le guardie dei Giudei presero Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna, perché era suocero di Caifa, il Sommo Sacerdote di quell’anno.
Caifa era colui che aveva dato ai Giudei quel consiglio: «E’ meglio che un uomo solo muoia per il popolo».
Seguivano Gesù Simon Pietro e un altro discepolo. E questo discepolo, essendo noto al Sommo Sacerdote, entrò con Gesù nell’atrio del Sommo Sacerdote; Pietro invece restò fuori, alla porta.
L’altro discepolo, noto al Sommo Sacerdote, uscì, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro.
Disse però a Pietro la serva addetta alla porta: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?».
Egli rispose: «Non lo sono».
Intanto i servi e le guardie, accesi dei carboni, se ne stavano in piedi a scaldarsi, perché era freddo; anche Pietro se ne stava là ritto con loro e si scaldava.
Il Sommo Sacerdote interrogò Gesù intorno ai suoi discepoli e alla sua dottrina.
Gesù gli rispose: «Io ho parlato in pubblico a tutti; ho sempre insegnato in sinagoga e nel Tempio, dove s’adunano tutti i Giudei, e niente ho detto in segreto. Perché interroghi me? Interroga quelli che mi hanno udito, di che cosa ho parlato loro: ecco, essi sanno che cosa ho detto».
A queste parole, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù dicendo: «Così rispondi al Sommo Sacerdote?».
Gesù gli rispose: «Se ho parlato male, mostrami dov’è il male; e se bene, perché mi percuoti?».
Anna allora lo mandò legato a Caifa, Sommo Sacerdote
Frattanto Simon Pietro stava a scaldarsi.
Gli dissero dunque: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?».
Egli negò e disse: «Non lo sono».
Ma uno dei servi del Sommo Sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, gli disse: «Non t’ho forse veduto io con lui nell’orto?».
Pietro allora negò di nuovo, e subito il gallo cantò.
Condussero, allora, Gesù dalla casa di Caifa al Pretorio.
Era di mattino presto ed essi non entrarono nel Pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Pilato, dunque, uscì fuori verso di loro e domandò: «Quale accusa portate contro quest’uomo?».
Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te lo avremmo consegnato».
Replicò loro Pilato: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge».
I Giudei gli risposero: «A noi non è permesso di dar la morte ad alcuno».
Così s’adempivano le parole di Gesù con le quali aveva predetto di qual morte doveva morire.
Allora Pilato rientrò nel Pretorio e, chiamato Gesù, gli domandò: «Sei tu il re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Dici questo da te, o altri te l’hanno detto di me?».
Disse Pilato: «Sono forse Giudeo? La tua nazione e i gran Sacerdoti ti hanno messo nelle mie mani: che hai fatto?».
Gesù rispose: «Il mio Regno non è di questo mondo; se fosse di questo mondo il mio regno, la mia gente avrebbe combattuto affinché non fossi dato nelle mani dei Giudei; ma il regno mio non è di quaggiù».
«Dunque, tu sei re?», gli domandò allora Pilato.
Gesù gli rispose: «Tu l’hai detto, io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Gli domandò Pilato: «Che cosa è la verità?».
E detto questo, uscì di nuovo davanti ai Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Ma siccome è vostro uso che vi liberi uno per la Pasqua, volete che vi lasci il Re dei Giudei?».
Allora ripresero a gridare: «Non lui, ma Barabba!». Barabba era un assassino.
Allora Pilato prese Gesù e lo fece flagellare.
Intanto i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, lo rivestirono d’un manto di porpora, e andandogli davanti, dicevano: «Salve, o re dei Giudei!», e gli davano schiaffi.
Pilato, uscito di nuovo fuori, disse loro: «Ecco, ve lo conduco fuori, affinché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa».
Gesù uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora.
Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».
Ma, visto che l’ebbero, i gran Sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!».
Disse loro Pilato: «Prendetelo e crocifiggetelo voi, perché io non trovo in lui nessuna colpa».
Gli replicarono i Giudei: «Noi abbiamo una legge secondo la quale deve morire, perché s’è fatto Figlio di Dio».
All’udire queste parole Pilato s’impaurì più che mai, e, rientrato nel Pretorio, domandò a Gesù: «Di dove sei?». Gesù non gli dette risposta.
Gli disse dunque Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho potere di rimetterti in libertà e potere di crocifiggerti?».
Rispose Gesù: «Tu non avresti su di me nessun potere, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani è più colpevole di te».
Da quel momento Pilato cercava di liberarlo.
Ma i Giudei gridavano dicendo: «Se lo liberi, non sei amico di Cesare; chi, infatti, si fa re, va contro Cesare».
Pilato, udite queste parole, condusse fuori Gesù e sedette in tribunale nel luogo detto Lastricato, in ebraico Gabbata. Era la vigilia della Pasqua, circa l’ora sesta.
Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro Re!».
Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!».
Pilato disse loro: «Dovrò crocifiggere il vostro re?».
Risposero i gran Sacerdoti: «Noi non abbiamo altro re che Cesare».
Allora lo diede nelle loro mani, perché fosse crocifisso
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L’evangelista Matteo aggiunge invece altri importanti particolari (i grassetti sono miei):
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Mt 26, 47-75
47Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. 48Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». 49Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. 50E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono.
51Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. 52Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. 53O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? 54Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?».
55In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. 56Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
57Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. 58Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
59I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; 60ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, 61che affermarono: «Costui ha dichiarato: «Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni»».
62Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 63Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio».
64«Tu l'hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
65Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; 66che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!».
67Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, 68dicendo: «Fa' il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
69Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». 70Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici».
71Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». 72Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell'uomo!».
73Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». 74Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell'uomo!». E subito un gallo cantò. 75E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
Mt 27, 1-26:
1Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. 2Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
3Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d'argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, 4dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!».
5Egli allora, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. 6I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». 7Tenuto consiglio, comprarono con esse il «Campo del vasaio» per la sepoltura degli stranieri. 8Perciò quel campo fu chiamato «Campo di sangue» fino al giorno d'oggi.
9Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele, 10 e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore’.
11Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?».
Gesù rispose: «Tu lo dici».
12E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. 13Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito.
Lo consegnò perché fosse crocifisso
15A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. 16In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. 17Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». 18Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
19Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua».
20Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?».
Quelli risposero: «Barabba!».
22Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!».
23Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
24Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!».
25E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli».
26Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
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Davvero drammatico questo resoconto nella sua scarna semplicità.
Come non riflettere su quella frase conclusiva:
25E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli»?
Dalla lettura dei Vangeli, ed in particolare da questo resoconto del processo a Gesù e della sua condanna a morte, emerge l’immagine di una classe di governo ebraica che – facendosi appoggiare in piazza da una nutrita massa di facinorosi – rifiuta la liberazione del Figlio di Dio, al quale preferisce il criminale Barabba, ed anzi ne invoca la condanna a morte.
Niente lascia pensare che il resoconto degli evangelisti sia un falso storico e che l’accusa ai giudei di allora sia stata una sorta di vendetta postuma degli evangelisti contro le persecuzioni che i primi cristiani dovettero subire proprio dagli stessi ebrei. Oltretutto studi recenti hanno appurato che i Vangeli dei tre sinottici sono stati scritti pochi anni dopo Gesù.
Molti dei primi cristiani di allora, e per di più molti ebrei, erano dunque stati testimoni oculari delle vicende narrate nei Vangeli che quindi non potevano mentire salvo essere clamorosamente sconfessate.
Dall’opera di Maria Valtorta, e cioè dalle visioni di una mistica anima vittima e non di un agitatore politico antiebraico, emerge uno ‘spaccato’ molto particolare.
Israele era una provincia romana retta amministrativamente dagli ebrei ma controllata militarmente dal potere superiore di Roma.
A Gerusalemme comandava il Sinedrio, ma sopra il Sinedrio – per quanto concerne il diritto di vita e di morte – vi era Roma, cioè il Procuratore romano Ponzio Pilato.
Il Sinedrio poteva solo ‘richiedere’ una condanna a morte, ma era poi nella facoltà del Procuratore concederla o meno.
Dall’opera valtortiana e dagli stessi Vangeli emerge infatti che Gesù fu condannato da Roma, ma su istigazione del Sinedrio.
Le ‘motivazioni’ della richiesta diventano a questo punto fondamentali.
L’accusa principale dei sinedristi a Gesù, accusa che per essi era vera bestemmia, fu il suo essersi dichiarato ‘Figlio di Dio’, figliolanza oltretutto inconcepibile per il concetto spirituale di Dio che gli ebrei avevano.
Di fronte a Pilato, tuttavia, l’accusa che essi gli presentarono fu quella di essersi Egli dichiarato ‘Messia’, e più precisamente ‘Re di Israele’, quindi un personaggio politico con potenziali velleità di sedizione che certo Roma non avrebbe apprezzato.
Ponzio Pilato era un militare, ma anche un politico. Marito di Claudia, della potente famiglia romana dei Claudii, contava di fare carriera e di poter ambire in futuro al governo di province ben più importanti e ‘civilizzate’ di quella oscura Giudea, considerata una ‘periferia’ dell’Impero.
Il Senato romano e lo stesso Imperatore giudicavano tuttavia l’efficienza dei loro governatori dalla loro capacità di tenere ‘tranquille’ le province conquistate.
Un governatore doveva quindi da un lato lavorare di diplomazia, ma dall’altro – quando lo avesse reputato necessario – usare il pugno di ferro e stroncare sul nascere qualsiasi velleità di indipendenza.
Era questa la situazione nel momento del processo a Gesù, con un popolo che mal sopportava il dominio di Roma.
Pilato – che era un pagano – era molto scettico e anche menefreghista delle questioni religiose ebraiche, che egli vedeva come delle beghe incomprensibili, ma non era insensibile all’accusa che avrebbe potuto essergli rivolta di aver graziato un ‘nemico’ politico di Roma.
Erode Antipa, ebreo e tetrarca della Galilea, anch’egli ben ‘ammanigliato’ con Roma, avrebbe ad esempio potuto nuocere alla sua carriera, come pure molti personaggi del Sinedrio, sadducei e farisei, che di fatto erano in Israele ‘collaborazionisti’ di Roma, dalla quale avevano poi avuto l’autorizzazione a gestire il potere a Gerusalemme.
Ecco dunque che Pilato, come si vede dai Vangeli, cerca in un primo tempo di salvare Gesù, affermando davanti alla canea dei persecutori che egli non vedeva colpe in lui, ma poi – quando capisce che quelli non vogliono sentir ragioni – si arrende alla piazza.
In fin dei conti per lui – romano – si trattava della condanna a morte di un ebreo voluta dai suoi stessi connazionali, non valeva la pena di farne un ‘casus belli’ e doverne poi pagare politicamente le conseguenze.
Quindi Pilato – nonostante la moglie Claudia Procula (ammiratrice di Gesù che lei considerava ‘giusto’ e ‘filosofo’ sapiente) gli avesse mandato in corso di processo un biglietto per invitarlo ad essere ‘prudente’ con Gesù – si arrende alla ‘piazza’ ma in un soprassalto di dignità per una condanna che egli riteneva davvero ingiusta, si lava ostentatamente le mani di fronte alla folla urlante, scandendo che lui vuole averle nette dal sangue di quel ‘giusto’.
Atto davanti al quale la marmaglia assatanata conferma la richiesta di morte gridandogli appunto di rimando, come scrive l’evangelista Matteo: «Il sangue suo cada su di noi e sui nostri figli!».
Non vi è dubbio di come la massa – nel momento in cui perde la sua identità individuale e diventa branco – sappia esprimere livelli di estrema brutalità, e questo è la storia ad insegnarcelo.
Può però la condanna ed uccisione dell’Uomo-Gesù - che per i cristiani è anche Dio - spiegare la tragedia ormai bimillenaria della distruzione di Gerusalemme, della successiva dispersione ebraica e di episodi agghiaccianti come i sei milioni di ebrei uccisi o gassificati nell’Olocausto dell’ultima guerra mondiale?
Può un Dio, che si considera ‘buono’ e ‘giusto’ condannare non solo il ‘popolo’ di allora, ma anche i discendenti futuri ad una sorte così triste ed ingiusta, non avendo - i successivi - alcuna colpa?
I figli non sono responsabili – si dice – delle colpe dei padri, ma è indubbio che molte volte le colpe dei padri ricadono sui figli.
E’ quanto è successo all’Umanità a causa del Peccato originale dei primi due Progenitori.
Dio – che rispetta la dignità nostra e il nostro libero arbitrio – non è responsabile delle conseguenze delle nostre azioni e colpe.
E’ quanto però Gesù profetizzò ai suoi apostoli e che successe ad Israele, dopo che Egli – pochi giorni prima della sua cattura, uscito dal magnifico Tempio e voltatosi a guardarlo - ne predisse malinconicamente agli apostoli la futura distruzione. Dio infatti non castigò personalmente gli Ebrei, solo li abbandonò in mano agli uomini e siccome “principe di questo mondo” è Satana, fu quest’ultimo a perseguitarli attraverso i suoi seguaci, nell’arco dei secoli, dopo averli fatti prima obbedienti alle sue seduzioni e tentazioni del Venerdì Santo.
La popolazione di Gerusalemme qualche anno dopo, nel 66 d.C., si ribellò (ancora sobillata da Satana) a Roma sotto la guida di un capopopolo (evidentemente servo del maligno) che si accreditava o si spacciava come il Messia tanto atteso, il liberatore dalla ‘schiavitù’ non del Demonio, ma di Roma.
Il cosiddetto ‘Messia’ era sostenuto da quella stessa gerarchia sacerdotale e politica che aveva invece fatto crocifiggere Gesù negandone la messianicità.
La città venne però circondata a sorpresa dalle legioni romane mentre era affollata fino all’inverosimile di pellegrini arrivati dalla diaspora in occasione di una Pasqua.
L’assedio e la guerra – come racconta il famoso storico giudeo-romano di allora Giuseppe Flavio (alto ufficiale delle truppe giudaiche nella ribellione contro Roma, poi fatto prigioniero ma messosi al servizio dell’Imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito) – durarono anni e furono contrassegnati da ferocie inaudite.
I romani catturavano e impalavano sotto le mura – a centinaia – gli abitanti che cercavano di fuggire dalla città affamata e percorsa dalle epidemie.
Alla fine di una strenua ed eroica difesa Gerusalemme – nel 70 d.C. – capitolerà.
I morti – racconta Giuseppe Flavio nelle ‘Guerre giudaiche’ - saranno oltre un milione, i sopravvissuti solo centomila.
Gerusalemme sarà rasa al suolo con le sue mura ciclopiche, il Tempio verrà distrutto, l’intera classe sacerdotale ribelle verrà passata per le armi e rimarrà estinta mentre la popolazione riceverà un decreto che ne imporrà l’espulsione per sempre dalla ‘Terra promessa’ che a quel punto verrà ‘occupata’ dalle altre popolazioni contigue: gli odierni palestinesi.
Fu una tragedia di immani proporzioni, che non deve stupirci dopo aver visto – come già detto sopra – quanto è successo agli ebrei nel secolo scorso con i sei milioni di morti della Shoah nei campi di concentramento e nei forni crematori.
Non si può non restare pensosi sulla tragedia di questo popolo, rimasto ramingo per duemila anni fino alla recente costituzione dello Stato di Israele da parte delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, a parziale compensazione delle sofferenze subite a causa dell’Olocausto.
4.2 Gesù: «Ma la Madre, la Donna, espiò per la donna, colpevole di ogni male, più e più volte. E Satana sulla Vincitrice infierì con centuplicata ferocia».
Gesù fu dunque crocifisso e morì, come appunto dice la terza affermazione del Credo che stiamo commentando. Ma quanto alla sepoltura?
Nessuno degli apostoli credeva veramente possibile la auto-resurrezione di quel cadavere, anche perché martoriato e ridotto in condizioni veramente pietose.
Maria sapeva invece bene che a Gesù in quanto Figlio di Dio nulla era impossibile e aveva creduto fermamente alle parole del Figlio quando Questi aveva annunciato più volte – oltre che la propria morte - anche la sua successiva Resurrezione, al terzo giorno.
In quel momento però – mentre il suo corpo veniva deposto sulla pietra tombale del sepolcro di Giuseppe d’Arimatea - Lei non capiva più nulla, accecata dal dolore, avendo visto le sofferenze di Suo Figlio e vedendone le sembianze così torturate.
Giovanni, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – seguiti dal corteo di donne - lo avevano trasportato giù, ai piedi del Golgota, in un campo di proprietà di Giuseppe dove questi si era fatto costruire la propria tomba di famiglia, ancora inutilizzata, scavata dentro la roccia calcarea.
Si stava già avvicinando il tramonto del ‘Venerdì’, tramonto con il quale sarebbe iniziato il sabato ebraico quando ogni attività sarebbe stata assolutamente vietata dalla Legge, senza che – come già detto - ci si potesse neanche allontanare più di qualche centinaio di metri dal luogo in cui ci si trovava quando si veniva sorpresi dal tramonto.
Dovevano quindi far presto, preparare sommariamente il corpo di Gesù con degli unguenti di imbalsamazione, una sorta di prima preparazione che contavano riprendere e terminare il giorno successivo al sabato.
Se lo volevano imbalsamare era perché evidentemente i tre uomini non credevano alla sua Risurrezione.
Una sua Risurrezione – anche se ci avessero in teoria creduto - doveva sembrare in effetti impossibile con un cadavere così ridotto e con il cuore spaccato dal colpo di lancia che i soldati avevano inferto a Gesù mentre era ancora sulla Croce, per essere sicuri che fosse effettivamente morto prima che i discepoli se lo portassero via.
La nostra mistica vede e descrive ne ‘L’Evangelo’ la morte, la deposizione dalla Croce, il trasporto di Gesù fin nella tomba, nonché il dolore acutissimo di Maria.
Qui mi limito pertanto a dire solo l’essenziale in merito alla deposizione nella tomba.
Il sepolcro è composto da due stanze, una sorta di anticamera con un tavolo di pietra che serve per la composizione del corpo, ed una stanza successiva, la vera e propria camera sepolcrale nelle cui pareti vi sono tutta una serie di loculi vuoti in attesa – suppongo – degli altri ‘ospiti’ futuri.
Gesù viene deposto sul tavolo dell’anticamera e viene sommariamente pulito, Maria gli sta accanto, piange, gli parla, lo chiama, se lo abbraccia serrandoselo al petto…(i grassetti sono miei):
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Nicodemo e Giuseppe si avvicinano, appoggiando ad una specie di sedile, che è all'altra parte della pietra, vasi e bende, e la sindone monda e un catino con acqua, mi pare, e batuffoli di filacce, mi pare.
Maria vede e chiede, forte: «Che fate voi? Che volete? Prepararlo? A che?
Lasciatelo in grembo alla sua Mamma. Se riesco a scaldarlo, prima risorge. Se riesco a consolare il Padre e a consolare Lui dell'odio deicida, il Padre perdona prima, e Lui prima torna».
La Dolorosa è quasi delirante.
«No, non ve lo do! L'ho dato una volta, una volta l'ho dato al mondo, e il mondo non lo ha voluto. L'ha ucciso per non volerlo. Ora non lo do più! Che dite? Che lo amate? Già! Ma perché allora non l'avete difeso? Avete atteso, a dirlo che lo amavate, quando non era più che uno che non poteva più udirvi. Che povero amore il vostro! Ma se eravate così paurosi del mondo, al punto di non osare di difendere un innocente, almeno lo dovevate rendere a me, alla Madre, perché difendesse il suo Nato. Lei sapeva chi era e che meritava. Voi!... Voi lo avete avuto a Maestro, ma non avete nulla imparato. Non è vero forse? Mento forse?
Ma non vedete che non credete alla sua Risurrezione? Ci credete? No.
Perché state là, preparando bende e aromi?
Perché lo giudicate un povero morto, oggi gelido, domani corrotto, e lo volete imbalsamare per questo.
Lasciate le vostre manteche. Venite ad adorare il Salvatore col cuore puro dei pastori betlemmiti. Guardate: nel suo sonno non è che uno stanco che riposa. Quanto ha faticato nella vita! Sempre più ha faticato! E in queste ultime ore, poi!... Ora riposa. Per me, per la Mamma sua non è che un grande Bambino stanco che dorme. Ben misero il letto e la stanza! Ma anche il suo primo giaciglio non fu più bello, né più allegra la sua prima dimora.
I pastori adorarono il Salvatore nel suo sonno di Infante. Voi adorate il Salvatore nel suo sonno di Trionfatore di Satana.
E poi, come i pastori, andate a dire al mondo: "Gloria a Dio! Il Peccato è morto! Satana è vinto! Pace sia in Terra e in Cielo fra Dio e l'uomo!". Preparate le vie al suo ritorno.
Io vi mando. Io che la Maternità fa Sacerdotessa del rito. Andate. Ho detto che non voglio. Io l'ho lavato col mio pianto. E basta. Il resto non occorre. E non vi pensate di porlo su di Lui.
Più facile sarà per Lui il risorgere se libero da quelle funebri, inutili bende.
Perché mi guardi così, Giuseppe? E tu perché, Nicodemo? Ma l'orrore di questa giornata ebeti vi ha fatto? Smemorati?
Non ricordate? 'A questa generazione malvagia e adultera, che cerca un segno, non sarà dato che il segno di Giona... Così il Figlio dell'uomo starà tre giorni e tre notti nel cuore della Terra".
Non ricordate? ‘Il Figlio dell'uomo sta per essere dato in mano agli uomini che l'uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà".
Non ricordate? "Distruggete questo Tempio del Dio vero ed in tre giorni Io lo risusciterò".
Il Tempio era il suo Corpo, o uomini. Scuoti il capo? Mi compiangi? Folle mi credi? Ma come? Ha risuscitato i morti e non potrà risuscitare Se stesso? Giovanni?».
«Madre!».
«Si, chiamami "madre". Non posso vivere pensando che non sarò chiamata così!
Giovanni, tu eri presente quando risuscitò la figlioletta di Giairo e il giovinetto di Naim. Erano ben morti, quelli, vero? Non era solo un pesante sopore? Rispondi».
«Morti erano. La bambina da due ore, il giovinetto da un giorno e mezzo».
«E sorsero al suo comando?».
«E sorsero al suo comando».
«Avete udito? Voi due, avete udito? Ma perché scuotete il capo? Ah! forse volete dire che la vita torna più presto in chi è innocente e giovinetto. Ma il mio Bambino è l'Innocente! Ed è il sempre Giovane. E’ Dio, mio Figlio! ... ».
La Madre guarda con occhi di strazio e di follia i due preparatori che, accasciati ma inesorabili, dispongono i rotoli delle bende inzuppate ormai negli aromi.
Maria fa due passi. Ha rideposto il Figlio sulla pietra con la delicatezza di chi depone un neonato nella cuna. Fa due passi, si curva ai piedi del letto funebre, dove in ginocchio piange la Maddalena, e l'afferra per una spalla, la scuote, la chiama: «Maria. Rispondi. Costoro pensano che Gesù non possa risorgere perché uomo e morto di ferite. Ma tuo fratello non è più vecchio di Lui?».
«Non era tutto una piaga?».
«Sì».
«Non era già putrido prima di scendere nel sepolcro?».
«Sì».
«E non risorse dopo quattro giorni di asfissia e di putrefazione?».
«Sì».
«E allora?».
Un silenzio grave e lungo.
Poi un urlo inumano.
Maria vacilla portandosi una mano sul cuore. La sostengono. Ma Lei li respinge. Pare respinga i pietosi.
In realtà respinge ciò che Lei sola vede. E urla: «Indietro! Indietro, crudele! Non questa vendetta! Taci! Non ti voglio udire! Taci! Ah! mi morde il cuore!».
«Chi, Madre?».
«O Giovanni! Satana è! Satana che dice: 'Non risorgerà. Nessun profeta l'ha detto".
O Dio altissimo! Aiutatemi tutti, o voi, spiriti buoni, o voi, uomini pietosi! La mia ragione vacilla! Non ricordo più nulla. Che dicono i profeti? Che dice il salmo? Oh! chi mi ripete i passi che parlano del mio Gesù?».
E’ la Maddalena che con la sua voce d'organo dice il salmo davidico sulla Passione del Messia.
La Madre piange più forte, sorretta da Giovanni, e il pianto cade sul Figlio morto che ne è tutto bagnato. Maria vede, e lo asciuga, e dice a voce bassa: «Tanto pianto! E quando avevi tanta sete neppure una stilla te ne ho potuto dare. E ora... tutto ti bagno! Sembri un arbusto sotto una pesante rugiada. Qui, che la Mamma ti asciuga, Figlio! Tanto amaro hai gustato! Sul tuo labbro ferito non cada anche l'amaro e il sale del materno pianto! ... ».
Poi chiama forte: «Maria. Davide non dice... Sai Isaia? Di' le sue parole ... ».
La Maddalena dice il brano sulla Passione e termina con un singhiozzo: «... consegnò la sua vita alla morte e fu annoverato tra i malfattori, Egli che tolse i peccati del mondo e pregò per i peccatori».
«Oh! Taci! Morte no! Non consegnato alla morte!
No! No! Oh! che il vostro non credere, alleandosi alla tentazione di Satana, mi mette il dubbio nel cuore!
E dovrei non crederti, o Figlio? Non credere alla tua santa parola?!
Oh! dilla all'anima mia! Parla. Dalle sponde lontane, dove sei andato a liberare gli attendenti la tua venuta, getta la tua voce d'anima alla mia anima protesa, alla mia che è qui, tutta aperta a ricevere la tua voce. Dillo a tua Madre che torni! Di': 'Al terzo giorno risorgerò".
Te ne supplico, Figlio e Dio!
Aiutami a proteggere la mia fede. Satana la attorciglia nelle spire per strozzarla. Satana ha levato la sua bocca di serpe dalla carne dell'uomo perché Tu gli hai strappato questa preda, e ora ha confitto l'uncino dei suoi denti velenosi nella carne del mio cuore e me ne paralizza i palpiti, e la forza, e il calore.
Dio! Dio! Dio! Non permettere che io diffidi! Non lasciare che il dubbio mi agghiacci!
Non dare libertà a Satana di portarmi a disperare!
Figlio! Figlio! Mettimi la mano sul cuore. Caccerà Satana. Mettimela sul capo. Vi riporterà la luce. Santifica con una carezza le mie labbra, perché si fortifichino a dire: "Credo" anche contro tutto un mondo che non crede.
Oh! che dolore è non credere! Padre! Molto bisogna perdonare a chi non crede. Perché, quando non si crede più... quando non si crede più... ogni orrore diviene facile. Io te lo dico... io che provo questa tortura. Padre, pietà dei senza fede! Da' loro, Padre santo, da' loro, per questa Ostia consumata e per me, ostia che si consuma ancora, da' la tua Fede ai senza fede!».
Un lungo silenzio.
Nicodemo e Giuseppe fanno un cenno a Giovanni e alla Maddalena.
«Vieni, Madre». E’ la Maddalena che parla, cercando di allontanare Maria dal Figlio e di dividere le dita di Gesù intrecciate fra quelle di Maria, che le bacia piangendo.
La Mamma si raddrizza.
E’ solenne. Stende un'ultima volta le povere dita esangui, conduce la mano inerte a fianco del Corpo. Poi abbassa le braccia verso terra e, ben dritta, colla testa lievemente riversa, prega e offre.
Non si ode parola. Ma si capisce che prega da tutto l'aspetto.
E’ veramente la Sacerdotessa all'altare, la Sacerdotessa nell'attimo dell'offerta.
«Offerimus praeclarae majestati tuae de tuis donis, ac datis, hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam ... ».
Poi si volge: «Fate pure. Ma Egli risorgerà. Inutilmente voi diffidate della mia ragione e siete ciechi alla verità che Egli vi disse. Inutilmente tenta Satana di insidiare la mia fede.
A redimere il mondo manca anche la tortura data al mio cuore da Satana vinto. La subisco e la offro per i futuri.
Addio, Figlio! Addio, mia Creatura!
Addio, bambino mio!
Addio…Addio… Addio… Santo… Buono… Amatissimo e amabile... Bellezza ... Gioia… Fonte di salute… Addio… sui tuoi occhi… sulle tue labbra… sui tuoi capelli d’oro… sulle tue membra gelide… sul tuo Cuore trafitto…  oh! sul tuo Cuore trafitto… il mio bacio… il mio bacio… il mio bacio… Addio… Addio… Signore! Pietà di me! ».
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E ancora, Maria Valtorta:
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(4 ottobre 1944)
Dice Gesù:
«E la tortura continuò con assalti periodici sino all'alba della Domenica. Io ho avuto, nella Passione, una sola tentazione.
Ma la Madre, la Donna, espiò per la donna, colpevole di ogni male, più e più volte. E Satana sulla Vincitrice infierì con centuplicata ferocia.
Maria l'aveva vinto. Su Maria la più atroce tentazione. Tentazione alla carne della Madre. Tentazione al cuore della Madre. Tentazione allo spirito della Madre.
Il mondo crede che la Redenzione ebbe fine col mio ultimo anelito. No. La compì la Madre, aggiungendo la sua triplice tortura per redimere la triplice concupiscenza, lottando per tre giorni contro Satana che la voleva portare a negare la mia Parola e non credere nella mia Risurrezione. Maria fu l'unica che continuò a credere.
Grande e beata è anche per questa fede.
Hai conosciuto anche questo. Tormento che fa riscontro al tormento del mio Getsemani.
Il mondo non capirà questa pagina. Ma "coloro che sono nel mondo senza essere del mondo" la comprenderanno e aumentato amore avranno per la Madre Dolorosa. Per questo l'ho data.
Va' in pace con la nostra benedizione».
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Cosa ne è però stato di Gesù nel periodo di tempo fra la Sua morte e la Sua Resurrezione?
Il Credo sul quale stiamo meditando dice che, dopo la morte, Egli discese agli Inferi.
Ma quando, prima della Resurrezione o dopo?
Alcuni teologi asseriscono che questo degli ‘Inferi’ è un passaggio che non è tanto facile spiegare: taluni si domandano poi perplessi: possibile che Gesù sia sceso all’Inferno, il posto dei dannati, e perché mai?
La risposta, come al solito, la troviamo nell’Opera valtortiana, innanzitutto nel brano letto in precedenza, quando Maria SS.- davanti al corpo di Gesù sul tavolo dell’unzione -  si rivolge alla Maddalena:
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(…)
Poi chiama forte: «Maria. Davide non dice... Sai Isaia? Di' le sue parole ...».
La Maddalena dice il brano sulla Passione e termina con un singhiozzo: «... consegnò la sua vita alla morte e fu annoverato tra i malfattori, Egli che tolse i peccati del mondo e pregò per i peccatori».
«Oh! Taci! Morte no! Non consegnato alla morte!
No! No! Oh! che il vostro non credere, alleandosi alla tentazione di Satana, mi mette il dubbio nel cuore!
E dovrei non crederti, o Figlio? Non credere alla tua santa parola?!
Oh! dilla all'anima mia! Parla. Dalle sponde lontane, dove sei andato a liberare gli attendenti la tua venuta, getta la tua voce d'anima alla mia anima protesa, alla mia che è qui, tutta aperta a ricevere la tua voce. Dillo a tua Madre che torni! Di': 'Al terzo giorno risorgerò".
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Dunque, si evince in prima istanza che Egli era disceso agli Inferi prima della Resurrezione.
Ma chi erano gli ‘attendenti’ che attendevano la liberazione di cui parla Maria SS.?
Se attendevano la ‘liberazione’ non potevano certo essere i dannati dell’Inferno dal quale, una volta entrati, non si esce più!
Un qualche cosa di analogo se l’erano però domandati alcuni dei Padri Serviti che assistevano la Valtorta, le somministravano l’Eucarestia nel suo letto di paralizzata, le battevano a macchina i testi manoscritti di quanto ella vedeva e sentiva.
In data 31.1.47 (Quaderni 1945/1950) la mistica chiede infatti a Gesù se Egli voglia soddisfare una domanda che le era stata fatta tempo addietro da un Padre Servita, forse Padre Berti per propria iniziativa o suggerimento di altri, circa la discesa di Gesù all’Inferno, termine quest’ultimo contenuto in un precedente dettato e che lei pensava avesse ‘urtato’ qualcuno, parola che lei incidentalmente aveva appunto ritrovato accennata in un Dettato di Gesù del 15.1.44 .
Scrive Maria Valtorta (i grassetti sono sempre i miei):
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31-1-47.
(…)
Mi permetto anche di ripetere a Gesù, presente e buonissimo, una domanda che mi fu fatta da qualche Padre Servita, non so di preciso chi, ma mi sembra P. Berti, non so se per propria iniziativa o per suggerimento di altri, circa la discesa di Gesù all’inferno, e che incidentalmente ho ritrovata accennata in data 15.1.44 e che sembra abbia urtato qualcuno.
Mi risponde...
Giunge ora la lettera di P. Berti che mi chiede di fare un pro-memoria da presentarsi al S. Padre.
E Gesù sorridendo, tutto luminoso, mi dice appena mi viene portata la lettera: “Aprila e leggila”.
Cosa che faccio, rimanendo sbalordita come tutte le volte che c’è rispondenza fra le parole di Gesù e ciò che succede.
Gesù, sempre sorridendo, dice: “Ecco perché proprio ora, dopo quattro mesi, ti accontento e per questo Padre, al quale ti ho detto già che potevi comunicare questo punto.
Per gli altri punti, sai a chi devi e quando e come notificarli. E ora ascolta, ché ripeto il principio”.
Dice Gesù:
«Darai queste parole a P. Berti, ormai sai che è lui che te ne chiese: Quando alla mia Maria ho dettato il dettato del 15.1.44 e ho detto: “quando sono sceso in esso per trarre dal limbo coloro che attendevano la mia venuta ho avuto orrore di quell’orrore e, se cosa fatta da Dio non fosse immutabile perché perfetta, avrei voluto renderlo meno atroce perché sono l’Amore e di quell’orrore ho avuto dolore”, ho voluto parlare dei diversi luoghi d’oltre tomba, dove erano i trapassati, presi in generale, e detti “inferno” per opposizione al Paradiso dove è Dio.
Quando, nel sovrabbondare del mio gaudio dopo la consumazione del Sacrificio, io ho potuto aprire il Limbo ai giusti e trarre dal Purgatorio moltissimi spiriti, ho fremuto di orrore contemplando nel mio pensiero che solo per il luogo di dannazione non c’era redenzione né mutazione di orrore. Ma non entrai in esso. Non era giusto e utile farlo.
Vi stupisce che abbia tratto anche dal Purgatorio molte anime?
Pensate: se una S. Messa può liberare un penante, e sempre serve ad abbreviare e addolcire la purgazione, cosa non sarà stato il reale Sacrificio dell’Agnello divino per i purganti?
Io, Sacerdote e Vittima, ho ad essi applicato i miei meriti e il mio Sangue, ed Esso ha fatto bianche le stole non ancor totalmente fatte candide dal bianco fuoco della carità purgativa.
Mandagli questo e la mia benedizione.»
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Bene, la risposta è davvero chiara: Gesù - come appunto dice il nostro Credo - discese agli ‘Inferi’, non all’Inferno.
Il Limbo di cui si parla era il Limbo dei ‘giusti’, ma vi era anche il Purgatorio, dal quale furono tratte anche molte anime: insomma, una specie di amnistia, come si usa talvolta fare ai nostri giorni anche in occasione di ricorrenze particolarmente importanti.
Aggiungo ancora che la Sua ‘amnistia’ non fu però come le nostre: imperfette e ripetute, dove con il ‘Buono’ escono i ‘cattivi’, continuamente.
La Sua amnistia fu unica e concessa veramente per un fatto straordinario: la morte di un Dio e la Redenzione, ma soprattutto la conquista della ‘Gloria’ a causa del patimento subito e dell’Amore profuso, per cui – avendo liberato il Suo popolo in terra dalla schiavitù del Peccato originale - Egli, il Figlio, aveva diritto al suo primo Popolo di spiriti umani in Cielo, quello appunto dei Giusti e degli innocenti, rimasti fino a quel momento in trepidante attesa nel “Seno di Abramo”.
Nel prossimo ciclo di riflessioni approfondiremo l’affermazione del Credo:
IL TERZO GIORNO RISUSCITO’ DA MORTE; SALI’ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE

1. IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE, CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA;
2. E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIO, NOSTRO SIGNORE, IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE,
3. PATÌ SOTTO PONZIO PILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO; DISCESE AGLI INFERI;
4. IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE; SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE
5. DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI.
6. CREDO NELLO SPIRITO SANTO,
7. LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI,
8. LA REMISSIONE DEI PECCATI, LA RISURREZIONE DELLA CARNE, LA VITA ETERNA. COSÌ SIA.
1. LA RESURREZIONE VISTA DALL’ESTERNO.
1.1 La disfatta della Fede. I nuovi ‘Lutero’: la resurrezione di Gesù reinterpretata come un fatto della ‘fede’ dei primi cristiani e non della storia.
Nel percorso delle nostre riflessioni sul Credo stiamo ora affrontare un argomento di estrema importanza, quello che fece più o meno dire a San Paolo che senza di essa la nostra Fede sarebbe vana: La Resurrezione di Gesù.
La nostra Fede!!!
La Chiesa è da qualche tempo impegnata a livello mondiale con i suoi uomini migliori per la difesa di valori quali il diritto alla vita nel senso più lato, la famiglia e l’integrità dell’istituto matrimoniale, per citare solo alcuni di questi temi.
Mi avevano però colpito negli anni passati – limitandomi all’Italia – talune prese di posizione di certi vescovi e cardinali ‘progressisti’ che, dopo un intervento del Pontefice Benedetto XVI su questi argomenti, si erano affrettati a farsi intervistare per mettere formalmente in dubbio la validità della parola del Pontefice minandone contemporaneamente di fronte a tutto il mondo l’Autorità religiosa e morale ed accusandolo sostanzialmente di rappresentare una ‘Chiesa’ lontana dai bisogni della ‘gente’.
E’ una delle tante sfaccettature del Modernismo del quale abbiamo già parlato e che era stato definito da Papa San Pio X come movimento di idee eretico: la Chiesa per essere ‘politicamente corretta’ non dovrebbe tanto sostenere l’immutabilità dei principi spirituali che vengono da Dio e dalla Legge naturale, quanto adeguarsi a quello che è il ‘sentire comune’ della società, i cui valori sono peraltro in caduta libera e comunque si modificano con il ‘progresso’ (in peggio) della società.
Posizioni – quelle di quei prelati di alto livello - che sono sostanzialmente arroganti e ribelli e che ottengono lo scopo di disorientare i fedeli facendo inoltre il gioco dei nemici politici della Chiesa che fanno cinicamente leva su queste dichiarazioni per amplificarle attraverso i mass-media e stringere la Chiesa sempre più in un angolo presentando i sostenitori della sana e bimillenaria Tradizione come retrogradi, bigotti e oscurantisti.
Sono posizioni che denotano in troppi uomini di Chiesa odierni non una caduta, ma una disfatta della loro Fede, fatto che porta però – a causa di questi cattivi ‘pastori’ alla disfatta della fede anche nel resto del ‘gregge’.
La stessa cosa che Gesù denunciava in quel suo discorso citato in precedenza del ‘Buon Pastore’.
Il tema di questa nostra specifica riflessione sul Credo inizia con la ‘Resurrezione’.  
A questo riguardo il Sito internet di ‘Storia libera’ aveva riportato addietro un interessante articolo - che era firmato dal noto scrittore e giornalista cattolico Antonio Socci - il cui contenuto, per un credente che non abbia famigliarità con certi teologi, è per molti aspetti disarmante.
Avrei voluto sintetizzarvelo per ragioni di spazio ma è bene che vi rendiate conto voi stessi di che aria tira quanto alla fede di molti illustri teologi.
Leggiamolo dunque insieme, sapendo che i ‘grassetti’ sono miei:
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IL TEOLOGO NON VEDE E NON TOCCA
(Drewermann e la storicità della risurrezione)  
E' il 1970.
Paolo VI, dopo la grande testimonianza data alla Chiesa e al mondo con il 'Credo del popolo di Dio' del 30 giugno '68, in parecchi drammatici discorsi parla dell'«ora inquieta della Chiesa», vede su di essa «nuvole, tempesta, buio», denuncia la penetrazione dentro le sue volte del «fumo di Satana».
Proprio in questi mesi Paolo VI riesce a realizzare un suo grande desiderio per confermare il fondamento della fede: «Et resurrexit tertia die», un grande simposio internazionale sulla resurrezione di Gesù.
Il titolo fu proprio «Resurrexit».
Alla fine gli studiosi furono ricevuti dal Papa.
«Ricordo che Paolo VI parlava in francese» dice il padre Ignace de la Potterie «e sottolineò i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli: la tomba vuota e le apparizioni di Gesù risorto. Il come e il quando della resurrezione è un mistero, ma resta il 'fatto' e qui Paolo VI scandì bene queste parole: "Il fatto empirico e sensibile delle apparizioni pasquali". Ed aggiunse un monito che colpì molti di noi: "Se non manteniamo la fede in questo fatto empirico e sensibile trasformiamo il cristianesimo in una gnosi”».
Era anche un grido di allarme... Poi accadde un piccolo incidente.
Racconta padre De La Potterie: «Quando, nel 1974, uscirono gli Atti del simposio con l'allocuzione pontificia, pubblicati dalla Libreria editrice vaticana, quella frase - essendo stata pronunciata a braccio - non c'era».
Una metafora di ciò che doveva avvenire nella Chiesa. Nelle scorse settimane alcuni giornali hanno avanzato delle conclusioni: nella Chiesa si è tacitamente smesso di credere al fatto storico della resurrezione ed alla prova costituita dalle apparizioni «empiriche e sensibili» di Gesù.
NUOVI LUTERO?
A Pasqua il settimanale francese L'Express dedica la copertina a Eugen Drewermann.
Il teologo tedesco, autore di veri best seller, che vuol trasformare Gesù Cristo in una favola/terapia psicanalitica, è al centro di un grande battage giornalistico in tutta Europa.
All'Express rivela che i Vangeli non vanno presi alla lettera, il loro carattere infatti è «simbolico».
La resurrezione di Gesù? «E' la sua persona che è resuscitata, non il suo corpo». Infatti «la sua resurrezione ha avuto luogo nel corso della sua vita».
In che consiste questa strana resurrezione?
«Egli si è liberato da un "io" che trae i suoi strumenti dal dominio, dal potere, dal denaro, dalla pretesa di possedere la verità».
Così, ridotto a simbolo, l'avvenimento di Gesù Cristo non ha più niente di «unico»: «Anche altre religioni, per esempio l'antica religione egiziana, conoscono l'idea della divinità che, in forma umana, muore e risorge».
Ad un'agenzia cattolica (la vecchia Informations catholiques) dice: «Bisogna innanzitutto comprendere che la resurrezione non si applica in particolare alla persona di Cristo. Gesù stesso è cresciuto in questa credenza che ha almeno duemila anni più del cristianesimo».
Grazie alle Edizioni du Cerf, dei padri domenicani, che hanno invitato il teologo tedesco a Parigi alla veglia di Pasqua, adesso i francesi potranno trovare in libreria tre delle maggiori opere di Drewermann.
Ma c'è di più.
L'Express pubblica anche un sondaggio sulla fede dei cattolici francesi. Ne viene fuori che il 25% dei praticanti non crede alla resurrezione di Gesù ed il 48% non crede alla resurrezione dei morti che professa nel Credo.
Per i teologi le cose vanno anche peggio.
Drewermann in una precedente intervista a Der Spiegel aveva dichiarato: «Quello che dico, lo dice la maggior parte dei teologi che trattano la medesima questione. Solo che non lo fanno se non servendosi di proposizioni subordinate limitative che dovrebbero garantire da una eventuale persecuzione dall’alto».
Un'accusa sconcertante? E' vero che gran parte dei teologi contemporanei - come Drewermann - non credono che i resoconti evangelici sulla resurrezione vadano presi alla lettera?
E' vero che non credono alla presenza «empirica e sensibile» di Gesù quando tornò fra i suoi dopo la resurrezione?
Ed è vero che nei loro libri dicono con complicate perifrasi ciò che Drewermann scrive apertamente?
«Purtroppo penso di sì» risponde amaramente padre De la Potterie, «e mi sembra che la tendenza a negare la storicità dei Vangeli sia oggi molto diffusa».
Sul fronte opposto sentiamo Rosino Gibellini, che ha appena pubblicato il volume ‘La teologia del XX secolo’ (Queriniana): «Drewermann vuole sottolineare soprattutto il valore simbolico della resurrezione. E' la sua idea. Ma è vero che la maggior parte dei teologi cattolici oggi afferma la 'realtà' della resurrezione, non la 'storicità'».
Sofismi o necessarie distinzioni, ricerca teologica o eresie travestite da astrusi giochi di parole?
Per la verità lo stesso presidente   della Conferenza episcopale tedesca, il vescovo Karl Lehmann, uno dei vicepresidenti del Sinodo sull'Europa, ha usato questa distinzione in un'intervista rilasciata il 16 aprile all'agenzia Kna: «Quanto alla 'fattualità storica' della resurrezione di Gesù Cristo, la cosa è complessa. Comunque è un evento reale. La resurrezione di Gesù Cristo da parte di Dio Padre è, strettamente intesa, un avvenimento nella sfera di Dio, che nel suo nucleo non appartiene alla nostra storia. Ma essa si ripercuote in quanto evento nello spazio e nel tempo».
Lehmann, che è stato l'assistente di Karl Rahner, parla difficile per i semplici cristiani.
Non così il cardinale Camillo Ruini che, negli stessi giorni, nell'articolo di Pasqua, comparso sul Messaggero, usava la semplicità di san Pietro e san Paolo:
«E' anzitutto una questione di fatto: Gesù è o no risorto? Le testimonianze sono molte, ed alcune sono arrivate a noi in forma diretta e personale da parte dei protagonisti, come ad esempio, e incontestabilmente, quella dell'apostolo Paolo nelle sue lettere. Su questo piano dei dati di fatto nulla di altrettanto attendibile, o anche solo di paragonabile, può essere addotto per negare la resurrezione di Gesù».
LE PROVE.
Perché la teologia è oggi così fumosa e astrusa sulla resurrezione? Ha forse ragione Drewermann?
Come vengono trattati i due capisaldi storici della testimonianza degli apostoli indicati da Paolo VI: il
Sepolcro vuoto e le apparizioni del Risorto?
«Sì» ammette Gibellini «è vero che i racconti delle apparizioni di Gesù sono contestati. Ma è chiarissimo, è ormai assodato che le apparizioni sono racconti credenti della comunità cristiana che presuppongono la fede e non resoconti cronachistici. Perciò hanno tutto un tessuto simbolico».
La prova? «Non sono concordabili fra loro: i racconti delle tre donne, poi la Maddalena, poi Pietro, Giacomo, Gesù in Galilea o a Gerusalemme...»
Ma è corretta questa liquidazione?
Erich Stier, uno storico tedesco dell'antichità, risponde così ai teologi:
«Come esperto in storia antica devo dichiarare che le fonti sulla resurrezione di Gesù, con la loro notevole relativa contraddittorietà nel dettaglio, rappresentano per lo storico addirittura un criterio di straordinaria credibilità. Perché se fossero state costruite ad arte da una comunità o da un qualsiasi altro gruppo, formerebbero un blocco completo, chiaro e privo di lacune. Qualsiasi storico, infatti, è particolarmente scettico proprio quando un evento straordinario viene riferito mediante resoconti assolutamente privi di contraddizioni».
Ma Gibellini, e con lui i teologi, è irremovibile: «Con il progresso degli studi biblici questi resoconti non si possono più accogliere come racconti cronachistici: presuppongono la fede».
Ed è questo che si trova scritto nei testi di teologia?
Facciamo una rapida carrellata. Karl Rahner scrive: «Possiamo ammettere tranquillamente che i resoconti, che ci si presentano a prima vista come dettagli storici (historische) degli eventi della resurrezione e rispettivamente degli eventi delle apparizioni, non si lasciano totalmente armonizzare: quindi vanno interpretati piuttosto come rivestimenti plastici e drammatizzanti (di tipo secondario) dell'esperienza originaria "Gesù vive", e non come descrizione di questa stessa nella sua autentica essenza originaria», insomma non vanno interpretati «come esperienza quasi grossolanamente sensibile».
Gli apostoli vedrebbero la resurrezione soprattutto in riferimento al destino di Cristo, «questo destino (e non semplicemente una persona esistente cui in antecedenza è capitato questo e quello) viene sperimentato come valido e salvato» (Corso fondamentale sulla fede, Edizioni Paoline, pag. 357).
Rahner è un simbolo.
Quando fu sottoposta ai 1007 studenti della Gregoriana - la più prestigiosa università pontificia - la domanda «quale teologo antico o moderno ha avuto o ha maggiore influenza?» quasi la metà (501) rispose: Karl Rahner (a san Tommaso andarono 203 voti, a sant'Agostino ancora meno).
«Gli antichi, non noi, potevano accettare sic et simpliciter quei racconti» ci spiega ancora Gibellini.
«E' ciò che va sotto il nome di "innocenza narrativa". Oggi sappiamo come sono nati quei testi, dove sono nati - nella comunità - e ci guardiamo bene dal prenderli alla lettera come resoconti storici: così salviamo quel nocciolo di realtà che pur vi è dietro. Chiamiamola nostra "seconda innocenza narrativa"».
Ma quando Paolo VI parlava di presenza «empirica e sensibile» di Gesù risorto non prendeva alla lettera quei resoconti?
Lo stesso Giovanni Paolo II, in un memorabile discorso nel mercoledì, il 25 gennaio 1989, affermava:
«Il Risorto "in persona" apparve in mezzo a loro e disse: "Pace a voi!" Essi infatti "credevano di vedere un fantasma". In quella occasione Gesù stesso dovette vincere i loro dubbi e il loro timore e convincerli che "era lui": "Toccatemi e convincetevi: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho". E poiché loro "ancora non credevano ed erano stupefatti", Gesù chiese loro di dargli qualcosa da mangiare e "lo mangiò davanti a loro"». Insomma «egli stabilisce con loro rapporti diretti, proprio mediante il tatto. Così nel caso di Tommaso... Li invita a constatare che il corpo risorto, col quale si presenta a loro, è lo stesso che è stato martoriato e crocifisso».
C'è dunque un insegnamento pubblico, ufficiale della Chiesa per il popolo ed un altro, una sapienza nascosta per i dotti, che disprezza la «rozza grossolanità» dei resoconti apostolici? E c'è ancora qualcuno che prende alla lettera la testimonianza oculare degli apostoli?
«Sì, la manualistica cattolica, ufficiale e scolastica, è la vecchia apologetica. Ma questa posizione che direi "massimalista" oggi non ha più nessun seguito fra i teologi» risponde Gibellini.
«Vi è poi l'estremo opposto, rappresentato da Schillebeeckx, per cui la resurrezione sarebbe il prodotto dell'esperienza di commozione profonda che hanno avuto gli apostoli. E infine vi è una via media che si può identificare con Walter Kasper».
LA VIA MEDIA, CIOE’ I MODERATI.
Su questa via media conviene gran parte della teologia cattolica?
«Sì, la cristologia di Kasper (Gesù il Cristo, Queriniana) ha avuto enorme circolazione, è un testo tradotto in tutte le lingue, che raggiunge una sintesi eccezionale. Direi è un'opera che fa testo, che rappresenta il modo in cui la teologia cattolica oggi riflette sulla resurrezione».
Gibellini si riconosce anche lui nella «via media».
Cosa dice Kasper? Sui racconti del sepolcro vuoto, per esempio: che non sono «racconti storici», ma «testimonianze della fede». Inoltre: «Gli enunciati della tradizione neotestamentaria della resurrezione di Gesù non sono affatto neutrali: sono confessioni e testimonianze prodotte da gente che crede».
«Le testimonianze sulla resurrezione parlano di un avvenimento che trascende la sfera di tutto ciò che si può storicamente constatare... ciò che è storicamente accertabile non è la resurrezione, ma soltanto la fede che i primi testimoni ebbero in essa».
E Gesù che appare fisicamente ai suoi?
«Questi racconti vanno dunque interpretati alla luce di quanto essi vogliono esprimere, nel loro carattere cioè di legittimazione della fede pasquale... Le apparizioni non sono eventi riducibili ad un piano puramente oggettivo. Chi ne fa esperienza non è l'osservatore distaccato e neutrale... questo loro "vedere" è stato reso possibile dalla fede».
C'è anche in Kasper un'istintiva ripugnanza al materialismo dei racconti evangelici «dove si parla di un Risorto che viene toccato con le mani e che consuma pasti coi discepoli... A prima vista potrebbero sembrare affermazioni piuttosto grossolane, che rasentano il limite delle possibilità teologiche e che corrono il pericolo di giustificare una fede pasquale troppo "rozza"».
Sono accettabili solo se si va oltre la lettera, per ciò che i loro autori volevano esprimere... Anche nel Catechismo per adulti dei vescovi tedeschi, redatto appunto da Kasper, si legge: «Ogni racconto testimonia la comune fede pasquale delle comunità... Sia le narrazioni, talvolta un po' drastiche, dei pasti consumati con il Risorto, sia i racconti a riguardo della tomba vuota, intendono esprimere simbolicamente la corporeità della resurrezione di Gesù».
E' questa la «seconda innocenza» sopravvenuta dopo venti secoli cristiani.
Ma c'è chi parla di truffa intellettuale. Padre Daniel Ols, dell'Angelicum, segretario della Società San Tommaso, ci dice: «Non ha senso dire che la resurrezione non è un fatto storico. Un fatto che non sia storico non è un fatto anche se, chiaramente, la resurrezione è un mistero che oltrepassa la storia».
Con un po' d'ironia e un po' di amarezza conclude: «E poi non c'è niente di nuovo: i protestanti-liberali già un secolo fa sostenevano queste idee. E’ merce trita e ritrita. Deriva dall'errore idealista per cui il cristianesimo è una dottrina: tutto il resto è solo un rivestimento mitico che ha per scopo di far capire verità intemporali o norme di azione. L'importante sarebbe comprendere i significati. Dei fatti che ne sono veicoli possiamo anche fare a meno».
Infatti per Drewermann la resurrezione è un'immagine che c'insegna a confidare «nell'amore di Dio più forte della morte».
«Ma sono i fatti che sono opera di Dio!», ribatte Ols.
Lo smarrimento dei cristiani semplici è grande, perché purtroppo anche ai preti nei seminari e nei corsi di aggiornamento vengono insegnate tali teorie e quindi la predicazione domenicale ne risente.
Peggio però se si tratta di cattolici impegnati, più a contatto con i dottori. Qualche tempo fa su una rivista dei Padri passionisti del santuario di San Gabriele fu pubblicata una lettera firmata B.Z., da Napoli:
«Sto frequentando un corso di teologia per laici» diceva il lettore. «Arrivati a studiare la resurrezione di Cristo, mi si sono confuse le idee. Il professore, un teologo abbastanza noto tra noi, ha cominciato a distinguere tra fatti storici e fatti di fede, tra dati oggettivi ed esperienza personale degli apostoli. Non ci capisco più niente e sento distrutta la mia fede... Insomma, è vero o non è vero che Gesù è risorto?».
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Cosa potrei dire per concludere?
Un Gibellini considerava ‘massimalista’ la tradizionale visione cristiana insegnata da 2000 anni – quasi come se gli autentici credenti fossero una sorta di categoria di ‘fondamentalisti’ - per cui ‘queste posizioni non avrebbero oggi più alcun seguito fra i teologi’.
Un personaggio di grande rilievo come il Vescovo Karl Lehmann, presidente della Conferenza episcopale tedesca e uno dei vice-presidenti del Sinodo sull’Europa, aveva detto quel che aveva detto negando la realtà storica della Resurrezione a parte tutto il resto che vi è legato per cui – come disse San Paolo, che tuttavia non aveva dubbi – ‘se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede’.
I famosi Kasper, Rahner, per citarne solo alcuni, ma ce ne sono molti altri, vengono insegnati nei seminari cattolici, dove raccolgono grande consenso e hanno formato gli attuali sacerdoti.
Chi stabilisce i programmi di studio nei seminari? Chi designa i nomi dei ‘cattedratici’ che vi insegnano le loro teorie? I vertici della Chiesa, naturalmente.
Giovanni Paolo II è sopravvissuto alle pallottole di Alì Agka, ed è stato un grande miracolo della Madonna: ma se è sopravvissuto a questi teologi ed eminenti personaggi della sua Chiesa, questo deve essere stato un miracolo ancora più grande di cui nessuno ha mai parlato.
Prevedo vita dura per l’attuale Papa Benedetto XVI.
Siamo in piena apostasia e nel pieno dell’eresia, ormai non c’è più alcun dubbio.
Bene, ormai sappiamo quasi tutto quanto è essenziale per negare la storicità della Resurrezione di Gesù.
Cosa ne direste se invece, tanto per consolarci e rinfrancarci lo spirito, la vedessimo invece attraverso le visioni di Maria Valtorta?
1.2 Un boato potente, armonico e solenne riempie il Creato…, Gesù appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva, pur lasciandolo Lui.
Nelle precedenti meditazioni avevamo lasciato il corpo di Gesù nella tomba, alle cure degli ‘imbalsamatori’, vale a dire soprattutto Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, mentre Maria SS. si disperava anche perché essi non credevano alla possibilità di una Sua Resurrezione e Satana cercava di indurla a perdere la Fede spingendola al dubbio verso le parole che Gesù-Uomo-Dio aveva detto circa la sua Resurrezione al terzo giorno.
Gesù tuttavia –come abbiamo appena detto - non era solo un ‘uomo’, era un Uomo-Dio.
La vera essenza dell’uomo non è il corpo caduco, ma l’anima spirituale immortale, e l’anima di Gesù era quindi tutt’altro che morta, anzi – ormai nella Gloria unita allo Spirito del Verbo per aver compiuto la sua Missione con il suo Sacrificio – era più ‘viva’ che mai, tanto viva che dopo poco essa – con lo Spirito del Cristo che torna nella sua Carne gloriosa – ne avrebbe di nuovo animato il corpo.
Ecco come Giovanni introduce nel suo Vangelo il racconto degli avvenimenti del primo giorno (successivo al loro sabato festivo) della settimana ebraica, cioè la ‘nostra’ Domenica (i grassetti sono i miei):
Gv 20, 1-2:
Il primo giorno della settimana, Maria Maddalena andò al sepolcro, di mattino presto, mentre era ancora buio, e vide che dal sepolcro era stata tolta la pietra.
Allora di corsa si reca da Simon Pietro e da quell’altro discepolo prediletto di Gesù e dice loro: «Hanno portato via dal sepolcro il Signore e non sappiamo dove l’abbiano messo».
Dunque in quel giorno, quando è ancor buio e cioè prima ancora dell’alba, la Maddalena si mette in cammino per recarsi al Sepolcro e – dice Giovanni - lo trova vuoto.
Due più due fa quattro, ora come a quei tempi, e la Maddalena deduce che – se il Sepolcro è vuoto – il corpo non può che esser stato trafugato dai nemici per farne sfregio e sottrarlo alla venerazione dei seguaci di Gesù.
Torna indietro correndo e con il cuore in gola, arriva alla casa ospitale del Cenacolo e grida a Pietro e Giovanni che erano lì.: ‘Hanno portato via dal sepolcro il Signore e non sappiamo dove l’abbiano messo…!’ .
Ve la immaginate la meraviglia e poi la faccia costernata dei due? Il corpo di Gesù rubato? Possibile?
Andiamo allora a vedere cosa ha visto Maria Valtorta (i grassetti sono miei):
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617. La Risurrezione.
Rivedo la letificante e potente risurrezione di Cristo.
Nell'ortaglia è tutto silenzio e brillio di rugiade.  Sopra di essa un cielo che si fa di uno zaffiro sempre più chiaro, dopo avere lasciato il suo blu-nero trapunto di stelle che per tutta la notte aveva vegliato sul mondo. L'alba respinge da oriente ad occidente queste zone ancora oscure, come fa l'onda durante un'alta marea che sempre più avanza, coprendo il lido scuro e sostituendo il bigio nero dell'umida rena e della scogliera coll'azzurro dell'acqua marina.
Qualche stellina non vuole ancora morire e occhieggia sempre più debole sotto l'onda di luce bianco verdina dell'alba, di un latteo sfumato di bigio, come le fronde degli ulivi assonnati che fanno corona a quel poggio poco lontano. E poi naufraga sommersa dall'onda dell'alba, come una terra che l'acqua sormonta.  
E ce ne è una di meno... E poi ancora una di meno... e un'altra, e un'altra.  Il cielo perde i suoi greggi di stelle e solo là, sull'estremo occidente, tre, poi due, poi una, restano a riguardare quel prodigio quotidiano che è l'aurora che sorge.
Ed ecco che, quando un filo di rosa mette una linea sulla seta turchese del cielo orientale, un sospiro di vento passa sulle fronde e sulle erbe, e dice: «Destatevi.  Il giorno è risorto».  Ma non sveglia che le fronde e le erbe, che rabbrividiscono sotto i loro diamanti di rugiada ed hanno un fruscio tenue, arpeggiato di gocce che cadono.  
Gli uccelli ancora non si destano fra i rami folti di un altissimo cipresso che pare domini come un signore nel suo regno, né nell'aggrovigliato intreccio di una siepe di allori che fa riparo al vento di tramontano.
Le guardie, annoiate, infreddolite, assonnate, in varie pose vegliano il Sepolcro, la cui porta di pietra è stata rinforzata, al suo orlo, da un grosso strato di calcina, come fosse un contrafforte, sul bianco opaco della quale spiccano i larghi rosoni di cera rossa, impressi con altri, direttamente nella calcina fresca, del sigillo del Tempio.
Le guardie devono avere acceso un fuochetto nella notte, perché vi è della cenere e dei tizzi mal bruciati al suolo, e devono avere giuocato e mangiato, perché sono ancora sparsi resti di cibo e dei piccoli ossi puliti, certo usati per qualche giuoco, uso il nostro domino o il nostro fanciullesco giuoco delle biglie, giocati su una primitiva scacchiera tracciata sul sentiero.  Poi si sono stancate ed hanno lasciato tutto in asso, cercando pose più o meno comode per dormire o per vegliare.
Nel cielo, che ora ha, all'oriente, una plaga tutta rosata che sempre più si estende nel cielo sereno, dove peraltro ancora non è raggio di sole, si affaccia, venendo da profondità sconosciute, una meteora splendentissima, che scende, palla di fuoco di insostenibile splendore, seguita da una scia rutilante, che forse non è altro che il ricordo del suo fulgore nella nostra retina.
Scende velocissima verso la Terra, spargendo una luce così intensa, fantasmagorica, paurosa nella sua bellezza, che la luce rosata dell'aurora se ne annulla, superata da questa incandescenza bianca.
Le guardie alzano il capo stupite, anche perché, con la luce, viene un boato potente, armonico, solenne, che riempie di sé tutto il Creato.  Viene da profondità paradisiache.  
E’ l'alleluia, il gloria angelico, che segue lo Spirito del Cristo che torna nella sua Carne gloriosa.
La meteora si abbatte contro l'inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell'Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore.
Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell'aria immobile, lo Spirito si riinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.
Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l'apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido...
Il «Voglio» del divino Spirito alla sua fredda Carne non ha suono.  Esso è detto dall'Essenza alla Materia immobile.  Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano.  
La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro...
Null'altro per qualche minuto.
Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal «niente» in cui era, vive dopo essere stata morta.  
Certo il cuore si desta e dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.
Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante.  Così repentino che, dall'attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lasciandolo Lui, l'occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi.  Ed ora lo ammira: così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite né sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piaghe e si emana da ogni poro della sua epidermide.
Quando muove il primo passo - e nel moto i raggi scaturenti dalle Mani e dai Piedi lo aureolano di lame di luce: dal Capo innimbato di un serto, che è fatto dalle innumeri piccole ferite della corona che non dànno più sangue ma solo fulgore, all'orlo dell'abito quando, aprendo le braccia che ha incrociate sul petto, scopre la zona di luminosità vivissima che trapela dalla veste accendendola di un sole all'altezza del Cuore - allora realmente è la «Luce» che ha preso corpo.
Non la povera luce della Terra, non la povera luce degli astri, non la povera luce del sole.  Ma la Luce di Dio: tutto il fulgore paradisiaco che si aduna in un solo Essere e gli dona i suoi azzurri inconcepibili per pupille, i suoi fuochi d'oro per capelli, i suoi candori angelici per veste e colorito, e tutto quello che è, di non descrivibile con parola umana, il sopraeminente ardore della Ss. Trinità, che annulla con la sua potenza ardente ogni fuoco del Paradiso, assorbendolo in Sé per generarlo nuovamente ad ogni attimo del Tempo eterno, Cuore del Cielo che attira e diffonde il suo sangue, le non numerabili stille del suo sangue incorporeo: i beati, gli angeli, tutto quanto è il Paradiso: l'amore di Dio, l'amore a Dio, tutto questo è la Luce che è, che forma il Cristo Risorto.
Quando si sposta, venendo verso l'uscita, e l'occhio può vedere oltre il suo fulgore, ecco che due luminosità bellissime, ma simili a stelle rispetto al sole, mi appaiono l'una di qua, l'altra di là della soglia, prostrate nell'adorazione al loro Dio, che passa avvolto nella sua luce, beatificante nel suo sorriso, ed esce, abbandonando la funebre grotta e tornando a calpestare la terra, che si desta di gioia e splende tutta nelle sue rugiade, nei colori delle erbe e dei roseti, nelle infinite corolle dei meli, che si aprono per un prodigio al primo sole che le bacia e al Sole eterno che sotto esse procede.
Le guardie sono là, tramortite... Le forze corrotte dell'uomo non vedono Dio, mentre le forze pure dell'universo - i fiori, le erbe, gli uccelli - ammirano e venerano il Potente che passa in un nimbo di luce sua propria e in un nimbo di luce solare.
Il suo sorriso, lo sguardo che si posa sui fiori, sulle ramaglie, che si alza al cielo sereno, tutto aumenta in bellezza. E più soffici e sfumati di un setoso rosare sono i milioni di petali che fanno una spuma fiorita sul capo del Vincitore.  E più vividi sono i diamanti delle rugiade. E più azzurro è il cielo che specchia i suoi Occhi fulgenti, e festoso il sole che pennella di letizia una nuvoletta portata da un vento leggero, che viene a baciare il suo Re con fragranze rapite ai giardini e con carezze di petali setosi.
Gesù alza la Mano e benedice e poi, mentre più forte cantano gli uccelli e profuma il vento, mi scompare alla vista, lasciandomi in una letizia che cancella anche il più lieve ricordo di tristezze e sofferenze e titubanze sul domani ...
1.3 Vide e credette…
Nel precedente brano di Vangelo di Giovanni, l’evangelista aveva nominato solo Pietro e “l’altro apostolo”, cioè lo stesso Giovanni che – come abbiamo visto anche nel racconto della cattura e processo di Gesù – per umiltà non si nomina in prima persona.
Solo loro due perché tutti gli altri apostoli (eccetto Simone Zelota, mandato da Gesù da Lazzaro a Betania e ovviamente Giuda che si era impiccato) erano ancora in fuga dalla notte del Giovedì, chi da una parte e chi dall’altra.
Solo dopo la morte di Gesù, frastornati e confusi, gli apostoli – si apprende dall’Opera valtortiana - avevano finito per ritrovarsi alla chetichella presso la casa di Lazzaro, a Betania.
Gesù aveva infatti previsto quel che sarebbe successo e aveva già dato incarico a Lazzaro – al quale aveva parlato pochi giorni prima – di raccoglierli e proteggerli come una chioccia, in attesa del suo Ritorno.
Pietro invece - dopo quella terribile terza negazione durante la quale aveva incrociato lo sguardo triste e Misericordioso di Gesù come se Questi gli avesse voluto dire: ‘Non te ne serbo rancore, perché ti amo e so che sei un ‘uomo’ – era tornato piangente al Cenacolo, dove Maria attendeva, per confessarle la sua colpa e implorare il suo perdono.
E lì i due apostoli galilei - inebetiti dal dolore, incapaci di pensare, timorosi anche che ora i giudei si ricordassero anche di loro e li venissero a prelevare – attendevano con la mente vuota da pensieri che non fossero di dolore.
A quelle parole di Maria Maddalena, superato il primo istante di sorpresa e smarrimento, si precipitano fuori dalla porta e corrono.
Corrono, ma Giovanni, più giovane, arriva primo, anche se poi aspetta con deferenza l’arrivo di Pietro. Entrano. La tomba è proprio vuota.
Scrive infatti Giovanni:
Gv 20, 1-18:
Uscì dunque Pietro con l’altro discepolo e andarono al sepolcro.
Correvano tutte e due insieme, ma l’altro discepolo corse più svelto di Pietro e arrivò primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Arrivò anche Simon Pietro, che lo seguiva, entrò nella tomba e vide le bende per terra e il sudario, che era sul capo di Gesù, non per terra con le bende, ma ripiegato in un angolo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto prima al sepolcro, vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti.
Poi i discepoli ritornarono a casa.
Maria invece stava fuori, in lacrime, vicino al sepolcro.
Piangendo s’affacciò al sepolcro e vide due angeli vestiti di bianco, seduti l’uno al capo e l’altro ai piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.
Essi le domandarono: «Donna, perché piangi?».
Rispose loro:«Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo».
Detto questo si voltò e vide Gesù in piedi, ma non sapeva che era lui.
Gesù le domandò: «Donna, perché piangi? E chi cerchi?».
Ella, credendo che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo e io lo prenderò!».
Gesù le disse: «Maria!».
Ella, voltandosi, esclamò in ebraico: «Rabboni!», che significa: Maestro!
Gesù le disse, non trattenermi, perché non sono ancora asceso al Padre. Ma va’ dai miei discepoli e dì loro: ‘Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro’».
Maria Maddalena corse ad annunziare ai discepoli che aveva visto il Signore e le aveva detto tali cose.
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Giovanni parlando dunque nel suo Vangelo di sé, anche senza nominarsi, dice: ‘Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto prima al sepolcro, vide e credette’.
L’evangelista, sempre molto preciso, non dice che i due discepoli ‘credettero’ ma che ‘l’altro discepolo… vide e credette’.
L’evangelista aggiunge subito dopo ‘Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, secondo la quale egli doveva risuscitare dai morti’.
Questa frase viene comunemente interpretata come se il fatto di aver visto la tomba vuota li avesse finalmente entrambi convinti della avvenuta Resurrezione di Gesù.
Ma dal combinato disposto dei racconti degli altri evangelisti sulla Resurrezione, si evince che gli apostoli non erano affatto convinti della Resurrezione di Gesù annunciata prima da Maria Maddalena e poi dalle altre discepole.  
Io – basandomi sulla analisi comparata dei soli testi evangelici e su questa loro apparente contraddizione fra il credere e non credere – dedussi che Giovanni ‘dovette credere’ non alla Resurrezione ma al fatto denunciato dalla stessa Maddalena circa il ‘furto’ del corpo di Gesù, in ciò confortato dalle successive visioni della Valtorta dalla quale si ricava l’impressione che tutti gli apostoli non avevano creduto alla Resurrezione di Gesù.
Ebbene, non fu in realtà così, non credettero tutti meno uno: appunto Giovanni, il prediletto, il puro, il più ispirato, il quale intuì invece subito ed effettivamente credette che Gesù era risorto ma – successivamente con gli altri apostoli non disse niente per non far fare a Pietro – il Capo della Chiesa nascente - una brutta figura, specie – penso io - dopo la precedente triplice negazione della notte della cattura.
Me lo spiegò, e qui faccio ammenda del mio errore, un’amica che - evidentemente più esperta dell’Opera valtortiana e anche più attenta di me – mi segnalò un certo Dettato che conteneva una breve spiegazione in cui Gesù illustrava alla mistica Valtorta la corretta interpretazione, per farle comprendere l’umiltà di Giovanni nonché il suo deferente rispetto verso Pietro: quello che egli considerava già il suo Pontefice.
Maria Maddalena vorrebbe poi gettarglisi ai piedi, abbracciarglieli in quel gesto per lei tanto abituale. Ma lui è il Risorto, l’Uomo-Dio Risorto, il Purissimo che deve ancora salire al Cielo per presentarsi al Padre con il suo Corpo Glorificato di Dio-Uomo.
Lei non è pura, Lei non può ancora toccarlo prima che Egli salga al Padre.
Gesù la ferma allora con un gesto: ‘Non mi trattenere! Devo ancora ascendere al Padre. Vallo a dire ai discepoli!’.
E scompare, come per l’effetto di una dissolvenza cinematografica.
Maria si ritrova da sola, forse temendo di aver quasi sognato.
Non c’è più nessuno, neanche gli angeli, silenzio assoluto, tranne il sole che nel frattempo è già sorto in un cielo rosa azzurro ed il canto felice degli uccelli perché – se ve ne foste dimenticati – è Pasqua: Pasqua di Resurrezione!
E allora giù, nuovamente di corsa al Cenacolo a dire alla Madonna e a quei due apostoli in quel momento ancora increduli, che Gesù era invece risorto.
Bello. Veramente bello, se vi aiutate un po’ con la fantasia.
Guai se non ci fosse la fantasia. Tutto il mondo lo vedremmo grigio.
La prossima riflessione sarà dedicata a:
L’APPARIZIONE DI GESÙ RISORTO PRIMA ALLA MAMMA E POI ALLA MADDALENA

2. L’APPARIZIONE DI GESÙ RISORTO PRIMA ALLA MAMMA E POI ALLA MADDALENA.
2.1 Gesù: «Tutto è finito, Mamma. Ora non hai più da piangere per il tuo Figlio. La prova è compiuta. La Redenzione è avvenuta».
Giovanni parla dunque della apparizione di Gesù alla Maddalena, gli altri evangelisti narrano quelle di Gesù alle discepole che si erano recate anch’esse al Sepolcro, ma possibile che Gesù abbia trascurato sua Mamma, la Corredentrice?
No, non è possibile, e ancora una volta ce lo dice Maria Valtorta (i grassetti sono miei):
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618. Gesù risorto appare alla Madre.
[21 febbraio 1944]
Maria ora è prostrata col volto a terra. Pare una povera cosa abbattuta. Pare quel fiore morto di sete di cui Ella ha parlato.
La finestra chiusa si apre con un impetuoso sbattimento delle pesanti imposte e, col raggio del primo sole, entra Gesù.
Maria, che s'è scossa al rumore e che alza il capo per vedere che vento abbia aperto le imposte, vede il suo raggiante Figlio: bello, infinitamente più bello di quando ancora non aveva patito, sorridente, vivo, luminoso più del sole, vestito di un bianco che par luce tessuta, e che si avanza verso di Lei.
Ella si raddrizza sui ginocchi e, congiungendo le mani sul petto, in croce, dice con un singhiozzo che è riso e pianto: «Signore, mio Dio». E resta così rapita nel contemplarlo, col viso tutto lavato di lacrime ma fatto sereno, pacificato dal sorriso e dall'estasi.
Ma Egli non la vuole vedere, la sua Mamma, in ginocchio come una serva. E la chiama, tendendole le Mani dalle cui ferita escono raggi che fanno ancor più luminosa la sua Carne gloriosa: «Mamma!».
Ma non è la parola accorata dei colloqui e degli addii avanti la Passione, né il lamento straziato dell'incontro sul Calvario e dell'agonia. E’ un grido di trionfo, di gioia, di liberazione, di festa, di amore, di gratitudine. E si curva sulla sua Mamma, che non osa toccarlo, e le mette le sue Mani sotto i gomiti piegati, e la alza in piedi e la stringe al Cuore e la bacia.
Oh! allora Maria comprende che non è una visione, che è il Figlio realmente risorto, che è il suo Gesù, il Figlio che l'ama da Figlio ancora. E con un grido gli si getta al collo e lo abbraccia e lo bacia, ridendo nel pianto. Lo bacia sulla Fronte dove non sono più ferite, sulla Testa non più spettinata e sanguinosa, sugli Occhi fulgidi, sulle Guance risanate, sulla Bocca non più enfiata. E poi gli prende le Mani e ne bacia il dorso e la palma, sulle raggianti ferite, e d'un subito si curva ai suoi Piedi e li scopre da sotto la veste splendente e li bacia.
Poi si alza, lo guarda, non osa.
Ma Egli sorride e capisce. Socchiude la veste sul petto e dice: «E questa, Mamma, non la baci questa che t'ha fatto tanto male e che tu sola sei degna di baciare? Baciami sul Cuore, Mamma. Il tuo bacio mi leverà l'ultimo ricordo di tutto quanto è dolore, e mi darà quella gioia che ancora manca alla mia Gioia di Risorto».
E prende fra le sue Mani il volto della Madre e ne appoggia le labbra sulle labbra della ferita del Costato, da cui escono fiotti di luce vivissima. Il viso di Maria è aureolato da quella luce, tuffato come è nel suo raggio. Ella bacia, bacia, mentre Gesù la carezza. Non si stanca di baciare. Pare un assetato che abbia attaccato la bocca alla fonte e ne beva la vita che gli sfuggiva.
Ora Gesù parla.
«Tutto è finito, Mamma. Ora non hai più da piangere per il tuo Figlio.
La prova è compiuta. La Redenzione è avvenuta.
Mamma, grazie di avermi concepito, allevato, aiutato in vita e in morte.
Ho sentito venire a Me le tue preghiere. Esse sono state la mia forza nel dolore, le mie compagne nel mio viaggio sulla Terra ed oltre la Terra.
Esse sono venute meco sulla Croce e nel Limbo.
Erano l'incenso che precedeva il Pontefice, che andava a chiamare i suoi servi per portarli nel Tempio che non muore: nel mio Cielo.
Esse sono venute meco in Paradiso, precedendo come voce angelica il corteo dei redenti guidati dal Redentore, perché gli angeli fossero pronti a salutare il Vincitore che tornava al suo Regno.
Esse sono state udite e viste dal Padre e dallo Spirito, che ne hanno sorriso come del fiore più bello e del canto più dolce nati in Paradiso.
Esse sono state conosciute dai Patriarchi e dai nuovi Santi, dai nuovi, primi cittadini della mia Gerusalemme, ed lo ti porto il loro grazie, Mamma, insieme al bacio dei parenti e alla loro benedizione e a quella del tuo sposo d'anima, Giuseppe.
Tutto il Cielo canta il suo osanna a te, Madre mia, Mamma santa! Un osanna che non muore, che non è bugiardo come quello dato a Me pochi giorni or sono.
Ora Io vado al Padre con la mia veste umana.
Il Paradiso deve vedere il Vincitore nella sua veste d'Uomo con cui ha vinto il Peccato dell'Uomo. Ma poi verrò ancora.
Devo confermare nella Fede chi non crede ancora ed ha bisogno di credere per portare altri a credere, devo fortificare i pusilli che avranno bisogno di tanta fortezza per resistere al mondo.
Poi salirò al Cielo.
Ma non ti lascerò sola. Mamma, lo vedi quel velo?
Ho, nel mio annichilimento, sprigionato ancora potenza di miracolo per te, per darti quel conforto.
Ma per te compio un altro miracolo. Tu mi avrai, nel Sacramento, reale come ero quando mi portavi.
Non sarai mai sola. In questi giorni lo sei stata. Ma alla mia Redenzione occorreva anche questo tuo dolore.
Molto va continuamente aggiunto alla Redenzione, perché molto sarà continuamente creato di Peccato.
Chiamerò tutti i miei servi a questa compartecipazione redentrice. Tu sei quella che da sola farai più di tutti i santi insieme. Perciò ci voleva anche questo lungo abbandono.
Ora non più. Io non sono più diviso dal Padre. Tu non sarai più divisa dal Figlio. E, avendo il Figlio, hai la Trinità nostra. Cielo vivente, tu porterai sulla Terra la Trinità fra gli uomini e santificherai la Chiesa, tu, Regina del Sacerdozio e Madre dei Cristiani.
Poi lo verrò a prenderti. E non sarò più Io in te, ma tu in Me, nel mio Regno, a far più bello il Paradiso.
Ora vado, Mamma. Vado a fare felice l'altra Maria.
Poi salgo al Padre. Indi verrò a chi non crede.
Mamma. Il tuo bacio per benedizione. E la mia Pace a te per compagna. Addio».
E Gesù scompare nel sole che scende a fiotti dal cielo mattutino e sereno.
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Siete rimasti commossi e senza parole, vero? Anch’io nello scriverlo qui e nel meditarlo ancora una volta.
Come si fa a dire – come quei teologi modernisti sui quali abbiamo ragionato insieme – che la Resurrezione è un mero fatto della Fede e non sarebbe mai storicamente avvenuta?
Ma se qualcuno - magari fra i neofiti valtortiani che si sono da poco avvicinati all’Opera di Gesù - avessero ancora qualche residuo dubbio, ebbene, la Resurrezione gliela faremo fra poco raccontare da Gesù stesso.
2.2 La Resurrezione raccontata… da Gesù: ‘Ben più potente della vostra corrente elettrica, il mio Spirito è entrato come spada di Fuoco divino a riscaldare le fredde spoglie del mio Cadavere, e al nuovo Adamo lo Spirito di Dio ha alitato la vita, dicendo a Se stesso: "Vivi.  Lo voglio".
Abbiamo dunque prima vissuto attraverso la descrizione valtortiana il momento della Resurrezione e si impone allora qualche riflessione sulle modalità in cui Dio-Verbo si è mostrato nella visione alla mistica.
Intanto quel rombo potente e armonioso, quel boato solenne ma che con la sua potenza stordisce.
Poi quel globo di Luce che piomba velocissimo dal cielo ed entra nel Sepolcro dopo aver scardinato letteralmente la pesante pietra tombale posta a sigillare l’ingresso.
Dio è ‘spirito’, non aveva bisogno di manifestarsi né attraverso il suono né attraverso un globo di fuoco né tantomeno aveva bisogno di scardinare una pesante pietra per entrare ‘fisicamente’ nel Sepolcro.
Lo stesso Gesù che la sera della domenica di Resurrezione è entrato nel Cenacolo lo ha fatto in silenzio e ‘a porte chiuse’, materializzandosi davanti agli apostoli dopo aver attraversato le pareti come un ‘fantasma’ tanto che - vedendoli sbigottiti - Egli li inviterà a non avere timore invitandoli a ‘palparlo’ perché uno spirito non avrebbe avuto carne e ossa come Lui aveva.
Ecco infatti come – qui in nota a piè di pagina - la scena del Cenacolo è narrata nel Vangelo di Luca e come la descrive con ben altri particolari Maria Valtorta nella sua visione in ‘presa diretta’.
L’uomo però è ‘materia’ e – rifletto io – Dio, per dare all’uomo la percezione ‘materiale’ della Resurrezione, ha avuto bisogno di colpirlo nei sensi materiali.
L’uomo – e cioè le guardie al Sepolcro, come noi attraverso la visione valtortiana, visione di cose effettivamente accadute e non ‘simboliche’ - aveva quindi bisogno di vedere gli avvenimenti e attraverso la percezione del suono, atta a qualificare la ‘divinità’ e maestà dell’avvenimento, e della percezione visiva del globo luminoso atto a fargliene capire la provenienza esterna e celeste, e dello scardinamento della porta, atto a fare comprendere alla Valtorta ma anche alle guardie che qualcosa di straordinario e potente era veramente penetrato in quella grotta in cui era stata scavata la cella funeraria.
Nella ‘tecnica’ della visione, dunque, il ‘Dio invisibile’ si potrebbe essere manifestato in quel modo per risultare percepibile e comprensibile ai nostri sensi, indipendentemente da ‘come’ Egli – in ipotesi - avrebbe potuto anche diversamente operare: in ogni caso fu così, come anche nella Ascensione finale al Cielo egli fisicamente ‘ascende’ verso l’alto, il Cielo appunto.
Se Dio Padre viene rappresentato nell’iconografia, ad esempio quella famosa della ‘Creazione di Adamo’ nella Cappella Sistina a Roma, come un essere umano - un vecchio dall’aspetto imponente e saggio, con capelli e barba bianca - in realtà Egli è solo Spirito.
Se lo Spirito Santo si mostra a Giovanni Battista al guado del Giordano – come una bianca leggiadra colomba, e così viene pure rappresentato nei dipinti – in realtà come il Padre è anch’Egli Spirito che non siamo capaci di rappresentare in termini di ‘umanità’, come non sapremmo rappresentare la ‘spiritualità’ della nostra anima.
Ma il Figlio? Il Figlio ha assunto una ‘carne’ umana e la sua natura di Dio si è in modo misterioso unita a quella dell’uomo.
Perché? Perché ci fosse più facile e piacevole l’amarlo: un Dio dall’aspetto umano!
La Maddalena – dunque - si trova all’improvviso di fronte all’Uomo-Dio.
Anzi - nel frattempo e dopo la Gloria del Sacrificio perfetto - Egli è divenuto il Dio-Uomo perché sulla natura dell’Uomo che ha compiuto con abnegazione e successo la sua missione di Redenzione dell’Umanità ‘prevale’ a questo punto la natura del Dio.
Un ‘Dio-Uomo’ che – fanno comprendere chiaramente i Vangeli – appare e scompare, cioè si ‘materializza’ e poi si smaterializza e - come nella Trasfigurazione sul Monte Tabor - si mostra all’occorrenza con vesti e natura corporea supraumanata, perfetto padrone di una nuova materia e di nuove leggi fisiche.
Attraverso la visione della Valtorta, abbiamo prima assistito con occhio di osservatori esterni alla maestosa ed imponente Resurrezione di Gesù ma – ecco la risposta a coloro che fossero ancora dubbiosi - come potrà mai averla vissuta Gesù?
Mistero?
Forse non più dopo la visione che ora vi propongo con una ‘descrizione’ di Maria Valtorta vista dall’interno, o meglio una Resurrezione raccontata direttamente dallo stesso Gesù:
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620. Considerazioni sulla Risurrezione.
21 febbraio 1944
Dice Gesù:
«Le preghiere ardenti di Maria hanno anticipato di qualche tempo la mia Risurrezione.
Io avevo detto: "Il Figlio dell'uomo sta per essere ucciso, ma il terzo giorno risorgerà'.  Ero morto alle tre del pomeriggio di venerdì.  
Sia che calcoliate i giorni come nome, sia li calcoliate come ore, non era l'alba domenicale quella che doveva vedermi sorgere.  
Come ore, erano unicamente trentotto ore invece di settantadue quelle che il mio Corpo era rimasto senza vita.  
Come giorni, doveva almeno giungere la sera di questo terzo giorno per dire che ero stato tre giorni nella tomba.
Ma Maria ha anticipato il miracolo. Come quando col suo orare ha schiuso i Cieli con anticipo di qualche anno sull'epoca prefissa, per dare al mondo la sua Salvezza, così ora Ella ottiene l'anticipo di qualche ora per dar conforto al suo cuore morente.
Ed Io, alla prima alba del terzo giorno, sono sceso come sole che scende e del mio fulgore ho sciolto i sigilli umani così inutili davanti alla potenza di un Dio, della mia forza ho fatto leva per ribaltare l'inutilmente vegliata pietra, del mio apparire ho fatto folgore che ha atterrato le tre volte inutili guardie messe a custodia di una Morte che era Vita, che nessuna forza umana poteva impedire d'esser tale.
Ben più potente della vostra corrente elettrica, il mio Spirito è entrato come spada di Fuoco divino a riscaldare le fredde spoglie del mio Cadavere, e al nuovo Adamo lo Spirito di Dio ha alitato la vita, dicendo a Se stesso: "Vivi.  Lo voglio".
Io che avevo risuscitato i morti quando non ero che il Figlio dell'uomo, la Vittima designata a portare le colpe del mondo, non dovevo potere risuscitare Me stesso ora che ero il Figlio di Dio, il Primo e l'Ultimo, il Vivente eterno, Colui che ha nelle sue mani le chiavi della Vita e della Morte?  
Ed il mio Cadavere ha sentito la Vita tornare in Lui.
Guarda: come uomo che si sveglia dopo il sonno dato da una enorme fatica, Io ho un profondo respiro. Né ancora apro gli occhi. Il sangue torna a circolare nelle vene poco rapido ancora, riporta il pensiero alla mente. Ma vengo da tanto lontano!  
Guarda: come uomo ferito che una potenza miracolosa risana, il sangue torna nelle vene vuote, empie il Cuore, scalda le membra, le ferite si rimarginano, spariscono lividi e piaghe, la forza torna. Ma ero tanto ferito!  
Ecco, la Forza opera. Io sono guarito. Io sono svegliato. Io sono ritornato alla Vita. Fui morto. Ora vivo! Ora sorgo!
Scuoto i lini di morte, getto l'involucro degli unguenti. Non ho bisogno di essi per apparire Bellezza eterna, eterna Integrità.  
Io mi rivesto di veste che non è di questa Terra, ma tessuta da Colui che mi è Padre e che tesse la seta dei gigli verginali. Sono vestito di splendore.  
Mi orno delle mie Piaghe che non gemono più sangue ma sprigionano luce. Quella luce che sarà la gioia di mia Madre e dei beati e il terrore, la vista insostenibile dei maledetti e dei demoni sulla Terra e nell'ultimo giorno.
L'angelo della mia vita d'uomo e l'angelo del mio dolore sono prostrati davanti a Me e adorano la mia Gloria. Ci sono tutti e due i miei angeli. L'uno per bearsi della vista del suo Custodito, che ora non ha più bisogno d'angelica difesa. L'altro, che ha visto le mie lacrime, per vedere il mio sorriso; che ha visto la mia battaglia, per vedere la mia vittoria; che ha visto il mio dolore, per vedere la mia gioia.
Ed esco nell'ortaglia piena di bocci di fiori e di rugiada. E i meli aprono le corolle per fare arco fiorito sul mio capo di Re, e le erbe fanno tappeto di gemme e di corolle al mio piede che torna a calpestare la Terra redenta dopo esser stato innalzato su essa per redimerla. E mi saluta il primo sole, e il vento dolce d'aprile, e la lieve nuvola che passa, rosea come guancia di bambino, e gli uccelli fra le fronde. Sono il loro Dio. Mi adorano.
Passo fra le guardie tramortite, simbolo delle anime in colpa mortale che non sentono il passaggio di Dio.
E’ Pasqua, Maria! Questo è bene il "Passaggio dell'Angelo di Dio"!  Suo Passaggio da morte a vita. Il suo Passaggio per dare Vita ai credenti nel suo Nome. E’ Pasqua! E’ la Pace che passa nel mondo.  
La Pace non più velata dalla condizione di uomo. Ma libera, completa nella sua tornata efficienza di Dio.
E vado dalla Madre. E’ ben giusto che ci vada. Lo è stato per i miei angeli. Ben di più lo è per quella che, oltre che mia custode e conforto, mi è stata datrice di vita.  
Prima ancora di tornare al Padre nella mia veste d'Uomo glorificata, vado dalla Madre.  
Vado nel fulgore della mia veste paradisiaca e delle mie Gemme vive. Ella mi può toccare, Ella le può baciare, perché Ella è la Pura, la Bella, l'Amata, la Benedetta, la Santa di Dio.
Il nuovo Adamo va all'Eva nuova.
Il male è entrato nel mondo per la donna, e dalla Donna fu vinto.  
Il Frutto della Donna ha disintossicato gli uomini dalla bava di Lucifero. Ora, se essi vogliono, possono esser salvi. Ha salvato la donna rimasta così fragile dopo la ferita mortale.
E dopo che alla Pura, alla quale per diritto di santità e di maternità è giusto vada il Figlio-Dio, mi presento alla donna redenta, alla capostipite, alla rappresentante di tutte le creature femminee che sono venuto a liberare dal morso della lussuria. Perché dica ad esse che si accostino a Me per guarire, che abbiano fede in Me, che credano nella mia Misericordia che comprende e perdona, che per vincere Satana, che fruga loro le carni, guardino la mia Carne ornata dalle cinque ferite.
Non mi faccio toccare da lei. Ella non è la Pura che può toccare, senza contaminarlo, il Figlio che torna al Padre. Molto ha ancora da purificare con la penitenza.  Ma il suo amore merita questo premio.  
Ella ha saputo risorgere per sua volontà dal sepolcro del suo vizio, strozzare Satana che la teneva, sfidare il mondo per amore del suo Salvatore, ha saputo spogliarsi di tutto che non fosse amore, ha saputo non essere più che amore che si consuma per il suo Dio. E Dio la chiama: 'Maria". Odila rispondere: "Rabboni!". Vi è il suo cuore in quel grido.
A lei, che l'ha meritato, do l'incarico di esser messaggera della Risurrezione.  E ancora una volta sarà un poco schernita come avesse vaneggiato.  
Ma non le importa nulla, a Maria di Magdala, a Maria di Gesù, del giudizio degli uomini. Mi ha visto risorto, e ciò le dà una gioia che attutisce ogni altro sentimento.
Vedi come amo anche chi fu colpevole, ma volle uscire dalla colpa?  
Neppure a Giovanni Io mi mostro per primo. Ma alla Maddalena.  
Giovanni aveva già avuto il grado di figlio da Me. Lo poteva avere perché era puro e poteva essere figlio non solo spirituale, ma anche dante e ricevente, alla e dalla Pura di Dio, quei bisogni e quelle cure che sono connesse alla carne.
Maddalena, la risorta alla Grazia, ha la prima visione della Grazia Risorta.
Quando mi amate sino a vincere tutto per Me, Io vi prendo il capo ed il cuore malato fra le mie mani trafitte e vi alito in volto il mio Potere.  E vi salvo, vi salvo, figli che amo.  
Voi tornate belli, sani, liberi, felici. Voi tornate i figli cari del Signore.  
Faccio di voi i portatori della mia Bontà fra i poveri uomini, coloro che testimoniate della mia Bontà ad essi per farli persuasi di essa e di Me.
Abbiate, abbiate, abbiate fede in Me. Abbiate amore. Non temete. Vi faccia sicuri del Cuore del vostro Dio tutto quanto ho patito per salvarvi.
E tu, piccolo Giovanni, sorridi dopo aver pianto. Il tuo Gesù non soffre più.  Non ci sono più né sangue né ferite. Ma luce, luce, luce e gioia e gloria. La mia luce e la mia gioia siano in te sinché verrà l'ora del Cielo».
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2.3 Meditiamo ora insieme su quanto abbiamo letto sulla Resurrezione.
Dalla visione e dalle parole di Gesù in occasione della prima apparizione alla Madre nella sua cameretta del Cenacolo - e ora dalle sue ulteriori spiegazioni in quest’ultimo dettato alla mistica – apprendiamo, analizzando bene e comparando i testi, molte cose interessanti.
Intanto riusciamo a ricostruire una cronologia ed una logica attendibile degli ‘avvenimenti’ e delle azioni del Verbo fra la morte di Gesù-Uomo e la sua Resurrezione.
Da quel primo colloquio con la sua Mamma avevamo ad esempio appreso che il Verbo divino aveva sentito le sue preghiere mentre – dopo la morte – Egli era disceso (quale Verbo spirituale e non quale Gesù-Uomo-Risorto, visto che il suo corpo giaceva ancora nella cella funeraria del Sepolcro) nel Limbo per liberare i Giusti che vi erano in attesa, i giusti e i Patriarchi, come Abramo, Isacco e Giacobbe, quelli che sarebbero tutti diventati i primi cittadini del Paradiso celeste.
Egli – quale Verbo e non nella sua veste umana – li aveva condotti quale fulgido festante Corteo in Paradiso.
Ne possiamo intanto dedurre che anche Adamo ed Eva - certo ormai pentiti del loro Peccato originale, specie dopo l’assassinio di Abele da parte di Caino, assassinio efferato che aveva fatto loro comprendere le nefaste conseguenze - siano 'saliti' insieme agli altri in questa occasione.
Un corteo di ‘spiriti’ – deduco - e non di corpi glorificati, visto che la resurrezione dei corpi avverrà solo al momento del Giudizio universale: spiriti fra i quali vi sono tuttavia i parenti di Maria SS., ad esempio i suoi genitori Gioacchino ed Anna, e fra questi il suo ‘sposo d’anima’, Giuseppe, che affidano al Verbo il loro gioioso saluto e ringraziamento per Maria SS. che ha permesso la Redenzione con il suo ‘Sì’.
Poi il Verbo ‘ridiscende’ in forma visibile, scardina la porta del Sepolcro, permea con la Sua Forza e Spirito quel suo cadavere d’uomo, lo vivifica, lo risana per risorgere come Dio-Uomo.
Questi appare per primo alla Madre, giustamente, e le dice che dopo di lei apparirà ‘all’altra Maria’, cioè a Maria Maddalena, per farla felice.
Quindi dice che dopo di ciò salirà al Padre, questa volta non più solo come Verbo-Spirito senza corpo ma nella sua veste umana glorificata, una veste adorna delle sue piaghe fulgide come medaglie d’oro di un Eroe di guerra, una veste trasumanata di Dio-Uomo: la veste d’Uomo con cui il Verbo ha vinto il Peccato e liberato l’Umanità.
Infine – salvo errori da parte mia, ma ragioniamoci insieme - ridiscenderà nuovamente sulla Terra per apparire agli altri apostoli ma anche discepoli, trarli fuori dalla disperazione della sua ‘morte’, confortarli e confermarli nella Fede.
In particolare tornerà per farsi vedere – come dice Gesù – ‘a chi non crede’, chiaro riferimento anche agli apostoli in quell’alba di Resurrezione che ancora non credevano alla Resurrezione, Giovanni a parte, e magari anche a quei due di Emmaus dei quali parleremo.
Gesù – sempre in quella sua prima apparizione - rassicura Sua Mamma che anche dopo la sua Ascensione al Cielo Lei non sarà mai più sola, perché unita realmente a Lui nel Sacramento dell’Eucarestia e ciò a conferma della presenza reale di Gesù nel Sacramento.
Una Presenza, aggiungo io, che opera in noi tanto più efficacemente quanto più una persona è pura e ha fede in essa.
Le anticipa inoltre – a premio anche dell’Opera di Corredenzione da Lei prestata - il suo futuro glorioso di Regina dei Sacerdoti e Madre della Chiesa.
Le dice infatti:
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«… Ma per te compio un altro miracolo. Tu mi avrai, nel Sacramento, reale come ero quando mi portavi.
Non sarai mai sola. In questi giorni lo sei stata. Ma alla mia Redenzione occorreva anche questo tuo dolore.
Molto va continuamente aggiunto alla Redenzione, perché molto sarà continuamente creato di Peccato. Chiamerò tutti i miei servi a questa compartecipazione redentrice. Tu sei quella che da sola farai più di tutti i santi insieme. Perciò ci voleva anche questo lungo abbandono.
Ora non più. Io non sono più diviso dal Padre. Tu non sarai più divisa dal Figlio. E, avendo il Figlio, hai la Trinità nostra. Cielo vivente, tu porterai sulla Terra la Trinità fra gli uomini e santificherai la Chiesa, tu, Regina del Sacerdozio e Madre dei Cristiani…».
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Per terminare le preannuncia la sua futura Assunzione in Cielo (in anima e corpo) quando le dice:
«…Poi lo verrò a prenderti. E non sarò più Io in te, ma tu in Me, nel mio Regno, a far più bello il Paradiso…».
Abbiamo poi capito – dal ‘dettato’ sopra trascritto di Gesù – molte altre cose, a ben leggerlo e meditarlo.
Ad esempio, il fatto che Gesù come Uomo aveva il suo Angelo Custode.
Poi viene rivelato il mistero di quei tre giorni, che non furono in realtà giorni di ventiquattro ore ciascuno, cioè settantadue ore in totale, ma trentotto ore.
Sapendo che Gesù è morto alle tre del pomeriggio del venerdì – ne possiamo allora dedurre che Egli è risorto alla cinque della Domenica mattina, e così siamo in condizione di collocare la Resurrezione in un momento più preciso che non genericamente l’alba come dicono i Vangeli.
Le donne che erano partite dal Cenacolo – e per prima la Maddalena - dovevano averlo quindi fatto veramente al primissimo albeggiare sotto il cielo della Palestina.
Gesù ha dunque anticipato la propria Resurrezione rispetto ai tre giorni che Egli stesso aveva profetizzato, cioè i famosi ‘tre giorni’ di Giona. Possibile? Può un Dio smentire se stesso? Smentire una propria profezia?
Certo che può, perché è Dio di Libertà e non solo è padrone della materia ma anche del tempo e della propria Volontà.
Egli è un Dio-Persona che non è sordo al richiamo del popolo dei suoi figli e ascolta chi piange.
Apprendiamo così che quel misterioso ed inspiegabile anticipo della Resurrezione fu merito di Maria.
Maria, nel chiuso della sua stanzetta, dopo un’altra notte passata insonne in preghiera, piangeva quel suo figlio barbaramente ucciso: forse – chissà - si diceva che non era assolutamente possibile che per tutta una vita si fosse sbagliata su quella figliolanza divina, su quell’Annuncio dell’Angelo che le aveva chiesto il suo consenso alla Incarnazione del Messia.
Maria non aveva perso la sua fiducia in Dio e voleva credere fermamente nella Resurrezione al di là di ogni apparenza.
Dio allora le fa un dono, per non farla più soffrire: anticipa i tempi della Resurrezione, anche se comunque – all’alba della domenica – siamo nel terzo giorno.
Apprendiamo inoltre che – rispetto alla famosa profezia delle settanta settimane (di anni) profetizzate circa cinque secoli prima da Daniele in merito alla futura venuta sulla Terra del Messia – anche l’Incarnazione è stata anticipata di qualche anno.
Anticipo dovuto, anche in questo caso come in quello della Resurrezione, alle preghiere di Maria che – lo si apprende dall’Opera - fin da giovinetta invocava e pregava Dio affinché inviasse sulla Terra l’atteso Messia, senza minimamente sospettare che proprio lei ne sarebbe stata la Madre.
Apprendiamo infine che - dei due Angeli visti dalle donne al Sepolcro - uno era lo stesso Angelo custode di Gesù e l’altro era l’Angelo del suo Dolore, cioè quello che gli aveva dato conforto nei momenti più tragici.
Dolore? Sofferenza per la prospettiva della propria morte fisica?
Non solo, ma soprattutto sofferenza per la contemplazione - prospettatagli dalla tentazione di Satana per far crollare la sua fede di Uomo e fare così fallire il Progetto redentivo di Dio - di quanto per tanti uomini il Suo Sacrificio si sarebbe rivelato inutile perché essi non lo avrebbero amato.
Sofferenza però temperata dalla visione soprannaturale prospettata alla sua mente di Uomo dell’immenso sterminato corteo di coloro che invece si sarebbero salvati.
Comprendiamo anche il significato della sua apparizione – rispetto agli apostoli ed alle altre discepole – per prima a Maria Maddalena, quale rappresentante dei peccatori pentiti che hanno saputo ‘risorgere’ a se stessi e perciò destinata per premio ad essere ‘messaggera’ dell’annuncio della sua Resurrezione, e del perché Egli non sia invece apparso al puro Giovanni prima che a lei, in quanto già premiato per averlo Gesù designato, dalla Croce, ad esser ‘figlio’ della Madre.
Comprendiamo ancora perché - nel Vangelo di Giovanni - Gesù dice nella sua apparizione alla Maddalena di non toccarlo.
Infatti - contrariamente alla Madre, vista e abbracciata da Gesù in precedenza - Maddalena in quanto peccatrice sia pur redenta era impura.
Lei non lo poteva quindi toccare poiché il Verbo-Gesù apparso alla Maddalena vicino al Sepolcro avrebbe dovuto rimanere ‘puro’ per presentarsi di lì a poco al Padre, Purezza assoluta, con la sua nuova veste gloriosa di Dio-Uomo: il Risorto.
Ecco quanto siamo riusciti a ricavare e mettere meglio a fuoco dalla meditazione di questi brani valtortiani: in queste nostre riflessioni, già fatte e ancora da fare in futuro, è un metodo che propongo a tutti: estrarre sempre il ‘succo’.
La prossima riflessione sarà dedicata a:
LE FAMOSE ‘CONTRADDIZIONI’ NEI VANGELI SUI DIVERSI RACCONTI DELLE DISCEPOLE IN MERITO ALLA RESURREZIONE.
3. LE FAMOSE ‘CONTRADDIZIONI’ NEI VANGELI SUI DIVERSI RACCONTI DELLE DISCEPOLE IN MERITO ALLA RESURREZIONE.
3.1 Le versioni diverse dei quattro evangelisti sulla Resurrezione.
Come avete già appreso, la Resurrezione di Gesù è contestata non solo dai modernisti già condannati da San Pio X – persino inquadrati oggi in alcune alte gerarchie della Chiesa cattolica senza che nessuno li abbia mai estromessi, fatto che desta non poco stupore - ma aggiungerò anche dai loro antesignani dell’Ottocento/Novecento, come - a parte gli ‘storici’ Rousseau e Voltaire, padri dell’Illuminismo - Alfred Loisy e Ernst Renan, oltre il più recente Rudolf Bultmann.
Uno degli argomenti sui quali si basava e continua a basarsi una certa critica è quello delle contraddizioni che si riscontrano nel racconto della Resurrezione da parte di ciascuno dei quattro evangelisti rispetto agli altri, con riferimento alle testimonianze difformi fornite sulle varie donne che si erano recate al Sepolcro.
Insomma – secondo costoro - gli evangelisti si sarebbero inventati il racconto della Resurrezione ma – non avendo ben prima concordato fra di loro le rispettive versioni – sarebbero caduti in contraddizione, come fanno certi delinquenti quando vengono interrogati separatamente l’uno dall’altro dalla polizia.
Secondo questi critici - il più delle volte atei – andrebbe ritorto contro gli evangelisti il detto che ‘il diavolo fa le pentole ma non i coperchi…’.
Si tratta in realtà di una argomentazione risibile.
Quella cristiana era alle origini una comunità ristretta in cui tutti conoscevano tutto.
I vangeli – a parte quello redatto in tarda età da Giovanni - furono scritti (e lo spiegano non solo gli studi e le scoperte scientifiche più recenti ma anzi lo stesso Gesù valtortiano che li ‘data’ con precisione uno per uno) poco tempo dopo gli avvenimenti, quando gli evangelisti, gli apostoli e i discepoli, tutti testimoni oculari, erano ancora vivi.
Poiché le discordanze dei racconti delle ‘donne’ le avevano ben viste anche gli evangelisti che non erano certo sciocchi, non sarebbe costato nulla correggere i tre testi dei ‘sinottici’ Matteo, Marco e Luca e farli combaciare, come cercano di fare tutti i delinquenti che vogliono concordare in anticipo la medesima versione dei fatti, oppure per Giovanni – l’ultimo a scrivere il suo Vangelo parecchi decenni dopo – a fornire una versione che in qualche modo rimediasse alle presunte incongruenze delle precedenti.
Anzi, sovente la polizia diffida proprio di quelle versioni che combaciano perfettamente nei particolari, perché esse appunto sanno di ‘concordato’.
Se questo lavoro di ‘aggiustamento’, peraltro su aspetti marginali, non venne fatto è perché si vollero riportare testualmente le varie testimonianze delle donne, senza osare modificare quanto ciascuna di esse ebbe a riferire di aver visto.
Di fatto è da duemila anni che queste contraddizioni nei testi sono rimaste un mistero ma ora – grazie alle visioni di Maria Valtorta – scopriamo come sono andate effettivamente le cose e le apparenti contraddizioni cessano di essere tali o quantomeno trovano una logica spiegazione.
Il racconto del Vangelo di Giovanni lo abbiamo già letto.
Vediamo ora cosa narrano gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, tenendo magari davanti agli occhi la preziosa Sinossi valtortiana dei quattro Vangeli edita dal Centro Editoriale Valtortiano, strumento di studio molto prezioso.
Tuttavia – come forse avrete notato – io uso una mia Bibbia delle Edizioni Paoline del 1968 perché ho trovato le sue traduzioni in molti casi migliori di altri testi più moderni e … blasonati.
Se può però cambiare la traduzione di qualche singola parola non cambia in nulla la sostanza.
Matteo (28,1-10):
Maria Maddalena e Maria d’Alfeo (che era la madre dei due apostoli Giacomo e Giuda, cugini di Gesù) vanno al sepolcro, all’alba.
Terremoto. Trovano le guardie tramortite. Vedono un solo angelo che aveva ribaltato la pietra d’ingresso e ci si era seduto sopra.
L’angelo dice ad esse che Gesù è risorto, fa loro vedere il sepolcro vuoto. Dice infine di avvisare i discepoli che Gesù li avrebbe preceduti in Galilea.
Le due corrono per andare a dare la notizia dell’Angelo e della Resurrezione agli apostoli.
Ma ecco che Gesù appare loro di persona andandogli incontro (cioè a Maria Maddalena e Maria d’Alfeo), le saluta e dice anch’Egli di avvisare i discepoli e di andare in Galilea dove essi lo vedranno.
Marco (16, 1-10):
Maria Maddalena, Maria d’Alfeo e Salome (che è la moglie di Zebedeo e la madre degli altri due apostoli: Giacomo e Giovanni, cioè l’evangelista) vanno al sepolcro con unguenti per imbalsamare Gesù, di buon mattino, quando il sole è già sorto.
Le tre donne vedono la pietra di ingresso ribaltata, non trovano le guardie tramortite e dentro, seduto a destra sulla pietra tombale, vedono anche loro un solo angelo.
Questi dice ad esse che Gesù è risorto, e fa loro vedere che non c’è più.
Dice anche di avvisare i discepoli che Gesù li avrebbe preceduti in Galilea, dove sarebbe loro apparso.
Le tre rimangono però terrorizzate dalla apparizione dell’angelo e – fuori di sé dallo spavento – non capiscono più niente e anzi – vai a capire la loro logica - decidono di non dir niente a nessuno.
Luca (14, 1-12):
Egli narra che ‘le donne che erano venute dalla Galilea e che avevano deposto Gesù al sepolcro’ il venerdì precedente (per chi non lo sapesse, qui – in quanto venute dalla Galilea - andrebbero individuate almeno nelle due già menzionate Maria d’Alfeo e Salome) vanno al sepolcro di buon mattino.
Vedono la pietra di ingresso ribaltata, non vedono però le guardie tramortite a terra, e nella tomba non trovano Gesù. Mentre, nella tomba, esse sono lì che non sanno cosa pensare, gli appaiono non uno ma due angeli risplendenti che anche a loro dicono che ‘Gesù è risorto, al terzo giorno, dopo esser stato dato in mano ai peccatori e crocifisso come egli stesso aveva a suo tempo già profetizzato quando parlava loro in Galilea’.
Queste ritornano dagli apostoli e raccontano tutto agli apostoli e agli altri.
Ma nessuno presta loro fede. Dice anzi Luca che le scambiarono per delle allucinate.
Poi Luca continua dicendo che tuttavia Pietro, alzatosi, corse al sepolcro, lo trovò vuoto e se ne tornò indietro meravigliato.
Luca precisa dopo che le varie donne che avevano riferito questi fatti agli apostoli erano state Maria di Magdala, Giovanna, Maria d’Alfeo e anche altre che erano con loro.
In effetti i conti non quadrano.
Era buio? O l’alba? O il sole era già sorto? O invece era di buon mattino? C’era un angelo oppure erano due? C’erano o non c’erano le guardie tramortite a terra? Chi erano e quante erano in realtà queste donne? Parlano o non parlano delle apparizioni?
Infatti Marco dice che Maria Maddalena, Maria d’Alfeo e Salome decidono di non dir niente a nessuno, mentre Giovanni dice invece che Maria Maddalena parla, eccome, mentre il fatto che Maria d’Alfeo e Salome parlino lo afferma anche Luca, tanto che aggiunge che gli apostoli non credettero loro e le scambiarono per allucinate.
E Gesù?
Giovanni dice che Egli era apparso a Maria di Magdala.
Matteo dice che a vederlo - insieme a Maria di Magdala - c’era anche Maria d’Alfeo.
Marco dice invece che Maria di Magdala e Maria d’Alfeo – e secondo Marco con loro due c’era anche Salome -  non avevano visto Gesù ma solo un angelo.
E quella ‘Giovanna’, la donna di cui parla alla fine Luca, da dove salta fuori? E le ‘altre’ donne che egli dice che c’erano state?
Chi erano, quante erano queste donne?
Ecco anche perché – forse - gli apostoli non credettero alla resurrezione!
Per loro quelle donne erano delle ‘isteriche’ visionarie. La loro testimonianza – in quanto ‘donne’: pregiudizio maschilista conforme alla mentalità ebraica di allora - non era ‘valida’, esse dovevano aver veduto solo fantasmi, avevano avuto delle allucinazioni.
3.2 La giusta ‘quadratura’ delle diverse versioni evangeliche grazie alla visione della mistica Valtorta.
Dall’Opera della Valtorta emerge tuttavia una situazione ben diversa e molto articolata che offre una risposta coerente a queste contraddizioni.
Non vi trascrivo l'integrale visione valtortiana, che è splendida ma anche lunga che tuttavia è per chiunque disponibile consultando l’Opera della mistica.
Tuttavia ve ne sintetizzo qui gli aspetti principali che ne emergono, riferiti alle presunte contraddizioni, facendovene un riepilogo a modo mio.
Le ‘pie’ donne escono dal Cenacolo all’alba, quando è ancora molto buio.
Chi sono?
Quante sono?
In un primo momento le donne che escono dal Cenacolo sono cinque: Maria Maddalena, sua sorella Marta, Maria d’Alfeo, Salome e Susanna.
Susanna era galilea come Maria d’Alfeo e Salome.
Per inciso, Lei era la sposa delle nozze di Cana che - ammalatasi successivamente in maniera molto grave ma miracolata da Gesù - aveva deciso con l’accordo del marito di diventare sua discepola.
Susanna aveva la segreta aspirazione di diventare una sua discepola ma - da sposa quale era - non aveva potuto seguirlo né tantomeno avrebbe potuto, antesignana delle suore moderne, far sacrificio della sua sessualità matrimoniale per offrirlo sull’altare del Signore, per la redenzione degli uomini.
Ad un certo punto si era però tanto gravemente ammalata che umanamente non c’era più speranza di poterla salvare.
Gesù – che leggeva nei cuori e sapeva della segreta aspirazione di Susanna – chiede al marito se egli – pur di vederla salva - sarebbe stato disposto a lasciarla diventare una sua discepola rinunciando - lui - alla sua sessualità.
Questi aveva risposto positivamente perché amava la moglie veramente e avrebbe sopportato anche la castità pur di continuare ad averla vicina…, viva.
Gesù opera il miracolo!
Ritornando però alle cinque donne uscite dal Cenacolo per andare al Sepolcro, la Maddalena vorrebbe passare dalla strada più diretta, dalla Porta Giudiziaria.
Le altre obiettano che da lì transita poca gente e le guardie romane le noterebbero subito. Insomma esse hanno paura, con tutto quel pandemonio e turbativa dell’ordine pubblico che era successo due giorni prima in occasione del processo e della crocifissione di Gesù.
Le quattro – anche se avrebbero allungato di un bel po’ il percorso - vorrebbero dunque passare da altre porte più sguarnite.
In definitiva esse decidono per il percorso più lungo, approfittandone per prelevare – visto che sarebbero passate proprio davanti al suo palazzo – anche Giovanna la moglie di Cusa, quel sovrintendente di Erode, discepolo di Gesù, che in buona fede aveva organizzato quel segreto convito – del quale c’è un breve accenno del Vangelo di Giovanni - in cui i ‘congiurati’ avrebbero voluto fare Gesù ‘re’.
Le quattro donne pensano anche che – già che ci sono - potrebbero passare a prendere lo stesso padrone del sepolcro, Giuseppe d’Arimatea, che era pur sempre un uomo e che, con la sua autorità di membro del Sinedrio, avrebbe saputo cavarsela meglio con le guardie.
Maddalena – la sorella di Marta e Lazzaro, quella di cui non per niente Marco (Mc 16,9) aveva detto che Gesù le aveva cacciato via sette demoni - è invece un tipo tosto, deciso e caustico. Lei risponde alle altre di non esagerare perché a quel punto, con Giovanna e per di più se avessero prelevato anche Giuseppe, il loro gruppetto iniziale - che non avrebbe dovuto dar nell’occhio alle guardie - sarebbe sembrato un ‘corteo’.
Lei dice di non aver paura delle guardie romane e – con il piglio di una che gli uomini sa come giostrarseli - indica un argomento efficace: le monete d’oro che con molto senso pratico si è portata dietro in un borsello, nascondendoselo nel seno: il posto più ovvio per una donna perché più difficilmente perquisibile da un soldato romano, a meno che questi – a quei tempi - non volesse rischiare di farsi lapidare.
Finalmente, tutte d’accordo, le cinque si dividono.
Maria Maddalena si dirige da sola a passo spedito verso la Porta Giudiziaria, cioè per la strada più breve.
Marta e Maria d’Alfeo vanno verso la casa di Giovanna, seguite da Salome e Susanna le quali ultime – lasciate le prime due davanti al portone di Giovanna - proseguono la loro strada con l’intesa di fermarsi fuori delle mura ad aspettare Marta, Maria d’Alfeo e Giovanna.
Tutte e cinque insieme avrebbero poi raggiunto al sepolcro Maria Maddalena che si era incamminata da tempo.
La Maddalena è intanto già passata …, senza neanche tirar fuori una moneta, anzi è praticamente quasi arrivata all’orto del Sepolcro che era vicino alla porta di guardia.
Salome e Susanna, sono per via, ma sulla strada più lunga dirette ad una porta secondaria.
Marta e Maria d’Alfeo hanno perso del tempo per prelevare Giovanna, e sono appena uscite dal portone.
E’ in quel momento che tutti avvertono una grande scossa di terremoto: è quello della Resurrezione di cui parla anche il Vangelo.
Le tre si fanno prendere dal panico e anziché scappare fuori per mettersi in salvo all’aperto si rintanano nell’atrio del palazzo.
In quel momento Maria Maddalena era già arrivata vicino al viottolo che conduceva al sepolcro.
Sente un boato, armonico e potente, vede una sorta di ‘meteora’ che - come un fulmine globulare - saetta giù dal cielo verso l’orto, sente la scossa tellurica, non capisce cosa stia succedendo, si spinge di corsa al sepolcro, vede il sepolcro con la pietra d’ingresso già scardinata, non entra, vede all’esterno le guardie immobili a terra, deduce che il corpo di Gesù è stato sottratto con violenza e anche che le guardie a terra sono state fulminate da Dio per la profanazione.
Lei corre allora indietro da Pietro e Giovanni – che sono al Cenacolo - per gridare quel che Giovanni poi scriverà a sua volta nel suo Vangelo: ‘Il Signore è stato rubato!’
Susanna e Salome – superata la Porta la Porta delle Acque – al sentire la scossa di terremoto si erano precipitate sotto l’albero più vicino fuori mura. Poi - fattesi coraggio ma ancora scombussolate dall’accaduto - per lo spavento subìto si dimenticano che avrebbero dovuto aspettare le altre tre e riprendono per conto loro la strada verso il Sepolcro.
Quando vi giungono, Susanna e Salome non vedono Maria Maddalena, perché questa nel frattempo e per l’altra strada più breve della Porta Giudiziaria era già scappata via rapida al Cenacolo a riferire a Pietro e Giovanni del trafugamento.
Esse non vedono nemmeno le altre tre donne che erano rimaste attardate nell’atrio del palazzo di Giovanna a causa del terremoto, ma vedono le guardie ancora a terra come morte e, pavide come sono, si spaventano ancora di più quando – affacciatesi alla soglia davanti al buio del sepolcro – esse si vedono comparire all’improvviso la figura luminosa di un angelo.
E’ Gabriele, l’Angelo del Dolore, quello che era apparso a Gesù nel Getsemani per consolarlo e che ora annuncia loro che il Cristo, vittorioso, è risorto.
Che lo vadano a dire agli apostoli, insieme all’invito a ritrovarsi successivamente in Galilea, etc. etc. come raccontano i Vangeli.
Le due (Susanna e Salome) – anziché rinfrancarsi per la bella notizia - scappano via terrorizzate temendo di morire per aver osato guardare l’Angelo del Signore e temendo inoltre di essere accusate della uccisione di tutte le guardie, che esse credono infatti morte.
Esse corrono a rifugiarsi al Cenacolo ma ritengono sia meglio tener la bocca chiusa persino con Pietro e Giovanni perché concludono che quello che hanno visto altro non deve essere stata che una falsa visione provocata dal… demonio, e non vogliono essere prese in giro.
Dunque – ricapitolando - quelle che erano scappate decidendo poi di non dire niente a nessuno di quel che avevano visto non erano state Maria Maddalena, Maria d’Alfeo e Salome – come racconta l’evangelista Marco -  ma invece Susanna e Salome, che erano arrivate dopo la Maddalena e prima delle altre tre e avevano trovato lì le guardie ancora stese per terra come morte.
Le altre tre donne (Marta, Maria d’Alfeo e Giovanna) escono intanto nuovamente in strada, dove per il terremoto si erano riversati tutti gli abitanti di Gerusalemme, e nella confusione generale – sia pur per una strada più lunga – si avviano verso le porte delle mura per raggiungere, anche se a questo punto con molto ritardo, le altre due (Susanna e Salome) che avrebbero dovuto aspettarle al di fuori della porta ma che invece avevano proseguito verso il sepolcro.
Ma attenzione al concatenarsi delle varie azioni:
mentre le tre si dirigono con un forte ritardo verso il Sepolcro, Maddalena era già tornata indietro di corsa e per la via più breve della Porta Giudiziaria.
Salome e Susanna erano arrivate a loro volta ed erano scappate per tornare al Cenacolo per la strada più lunga.
Maddalena – che era arrivata al Cenacolo e aveva avvisato i due apostoli – ritorna insieme ad essi nel vicino sepolcro per la strada più breve, trovandolo vuoto ma questa volta senza nessuna guardia ‘fulminata’ a terra.
Le guardie infatti – dopo che Susanna e Salome erano scappate ma prima che arrivassero le altre tre – rinvengono e si ricordano di aver visto quella meteora che piombava su di loro scoppiando sulla porta del sepolcro.
Si ricordano di quel boato armonico e solenne che veniva dal Creato, e della pietra del sepolcro scardinata, mentre loro rimanevano tramortite dalla violenza della scossa tellurica e dallo shock.
Esse danno allora un’occhiata al sepolcro, lo vedono vuoto e – dai fatti straordinari ai quali hanno assistito - intuiscono al volo che quella è proprio la famosa Resurrezione per la quale i sacerdoti le avevano messe lì a guardia, non perché i sacerdoti ci credessero realmente ma perché essi volevano evitare – come avevano detto a Pilato – che i discepoli trafugassero il cadavere facendo credere che Gesù era risorto.
Le guardie corrono tutte al Tempio, a dar la notizia della Resurrezione ai sacerdoti.
Solo dopo che loro sono partite arrivano di corsa Giovanni e Pietro, trafelati, seguiti con distacco da Maria Maddalena.
Quindi Pietro e Giovanni, vista la tomba vuota, tornano da soli al Cenacolo per dirlo a Maria SS..
Le tre donne Marta, Maria d’Alfeo e Giovanna sono ancora lontane, per strada.
La Maddalena – che non ha seguito i due apostoli – allontanatisi Pietro e Giovanni, non si sa staccare dal sepolcro dove era stato il suo Gesù e se ne rimane lì singhiozzando accasciata e disperata, come racconta il successivo brano del Vangelo di Giovanni. E’ a quel punto che Maddalena alza il capo verso la porta del sepolcro e guarda dentro perché vede una luminosità sempre più intensa, cioè due angeli.
Questi fanno finta di non sapere perché lei piange e glielo chiedono, lei glielo dice: le hanno rapito Gesù!
Loro si guardano l’un l’altro, ammiccano fra di loro in uno sfavillìo più luminoso, sorridono e alzano lo sguardo oltre la Maddalena.
Lei – che li stava guardando – si volta d’istinto seguendone lo sguardo e vede un ortolano, bellissimo.
Gesù – non si fa riconoscere subito - ma fa finta anche lui di non sapere perché lei piange, glielo chiede e lei glielo dice. Lui allora le si manifesta raggiante nel suo splendore e lei - radiosa – corre un’altra volta al Cenacolo a dirlo a Pietro e Giovanni: Gesù è risorto!
Insomma mi sembra che il Vangelo di Giovanni quadri con quello della Valtorta.
Giovanni - come ho già accennato - lo ha scritto vari decenni dopo e – deduco io -  si deve essere ben guardato dal contraddire gli altri tre, perché Giovanni – oltre che umile - era praticamente perfetto: l’apostolo dell’amore!
Lui che – dei quattro evangelisti - era stato l’unico testimone diretto di quegli avvenimenti, ha forse voluto discretamente raccontare solo la storia della prima apparizione di Gesù alla Maddalena: quella che lui – unico vero testimone con Pietro – avevo vissuto di persona.
Il ‘piccolo Giovanni’, cioè Maria Valtorta, ha completato poi il resto, raccontando nei minimi particolari l’esatto svolgimento dei fatti ai quali nemmeno Giovanni aveva assistito.
Mattino movimentato dunque, quello della Resurrezione.
Ma ora attenzione, ancora, e ritorniamo dove eravamo prima della apparizione di Gesù alla Madonna, e cioè alle ultime tre donne.
Le ultime tre donne: Marta, Maria d’Alfeo e Giovanna – molto in ritardo per via di quella scossa di terremoto e della successiva confusione in città – arrivano nel frattempo al sepolcro convinte che le altre loro due compagne (Susanna e Salome) fossero là ad attenderle. Non le trovano, non vedono nemmeno le guardie, che infatti erano già andate dai sacerdoti, e non vedono neanche Pietro e Giovanni che erano già venuti e se ne erano subito ritornati indietro shoccati, mentre la stessa Maria Maddalena che era rimasta lì da sola e aveva visto Gesù risorto era nuovamente corsa al Cenacolo per dar la notizia della resurrezione ai due apostoli.
Le tre non vedono Gesù ma vedono invece i due bellissimi angeli i quali ricordano alle donne la profezia di Gesù in merito alla sua resurrezione nel terzo giorno, come Gesù aveva già preannunziato a loro in Galilea.
Questa è infatti la versione degli avvenimenti raccontata da Luca.
D’altra parte che le donne fossero tante, Luca lo dice poco dopo (Lc 24, 10-12): ‘Le donne che riferirono agli apostoli questi fatti erano: Maria di Magdala, Giovanna, Maria Madre di Giacomo, ed anche le altre che erano con loro. Ma ad essi questi discorsi parvero delle allucinazioni e non prestarono fede alle donne…’.
Fatto quest’ultimo che conferma quanto vi avevo già detto: gli apostoli – tranne Giovanni che però aveva taciuto per rispetto a Pietro - non avevano creduto alla Resurrezione.
Beh…, riflettendoci a posteriori dopo aver visto le visioni della Valtorta – i vari elementi del ‘puzzle’, e cioè le varie discordanze, vanno a posto e tutto trova una sua logica spiegazione, anche se i critici razionalisti diranno che comunque non si può dar retta alle visioni di una Valtorta…, insomma alle visioni di una… ‘visionaria’!
Ogni gruppo di donne - tornate al Cenacolo - ha raccontato quello che esse e solo esse avevano visto. Da qui la diversità dei racconti e le apparenti contraddizioni, a parte la confusione che – in tanta confusione – ci devono aver messo di proprio anche i tre evangelisti ‘sinottici’ i quali hanno riportato i racconti forse non sapendo più a quale delle varie donne poter credere di più.
Il racconto della visione valtortiana – nella versione integrale dell’Opera – è comunque un pezzo da antologia.
La prossima riflessione sarà dedicata a: SULLA VIA DI EMMAUS…

4. SULLA VIA DI EMMAUS… .
4.1 Gli apostoli continuavano a non credere al racconto delle donne sulla Resurrezione… .
Ritorniamo ora agli avvenimenti di quel giorno di Resurrezione dei quali abbiamo parlato nella ‘riflessione’ precedente.
Nella sua prima apparizione mattutina alla Madonna (di cui i Vangeli non parlano perché, come avevamo detto, era avvenuta nel segreto della sua stanza) Gesù le aveva detto che avrebbe voluto manifestarsi poi alla Maddalena per salire quindi al Padre con la sua nuova veste gloriosa di Dio-Uomo e infine nuovamente ridiscendere per riconfermare nella fede i discepoli più deboli, riconfermarli cioè nella fede in Lui – Dio Risorto - con delle ulteriori apparizioni.
Vi avevo anche detto che Giovanni, pur avendo creduto alla Resurrezione di Gesù, aveva preferito tacere per non mettere in difficoltà Pietro che invece non aveva avuto la stessa fede.
Del resto Giovanni era ben presente – nel corso della preparazione balsamica del corpo di Gesù da parte di Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea – alle fermissime dichiarazioni di Maria SS. sul fatto che Gesù al terzo giorno sarebbe senz’altro risorto.
Nel seguito di quella giornata, gli altri apostoli che si erano dispersi ma poi si erano riuniti - non avendo creduto al racconto delle donne sulle apparizioni di Gesù e degli Angeli – dovevano invece avere concluso, come aveva pensato all’inizio la Maddalena, che il corpo di Gesù fosse stato loro sottratto in spregio, per privarli di un ‘oggetto’ di venerazione e distruggerne più facilmente la memoria e la fede.  
Che essi non credessero ce lo conferma ad esempio Marco nel suo Vangelo:
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Essendo risorto al mattino del primo giorno della settimana, apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni.
Ella andò ad annunziarlo a quelli che erano stati con lui, i quali erano in lutto e in pianto.
Ma essi, sentendo dire che era vivo ed era stato veduto da lei, non credettero.
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Noterete che Marco scrive che la Maddalena era andata ad annunziarlo ‘a quelli che erano stati con lui’ senza che essi però le credessero.
Coloro ai quali la Maddalena era corsa ad annunciarlo, come dice Giovanni nel suo Vangelo, erano appunto Pietro ed egli stesso: quindi Marco afferma che entrambi non avevano creduto, indizio del fatto che Giovanni aveva continuato a tacere sulla propria convinzione che Gesù fosse invece risorto.
Nella domenica della Resurrezione gli altri apostoli – che dalla cattura di Gesù nella notte del Giovedì santo si erano dati alla macchia temendo di essere arrestati anch’essi – riacquistano però il sangue freddo e si rendono conto della gravità del loro abbandono.
Ancora timorosi - si apprende sempre dall’Opera valtortiana - essi, meno Tommaso che non si trova, rientrano tutti al Cenacolo richiamati dai messaggeri inviati a Betania da Pietro, il quale in un secondo tempo si è forzatamente convinto della Risurrezione perché è Maria SS. stessa che la conferma e perché – si apprenderà - Gesù è apparso nel frattempo anche a Lazzaro, che viene invitato a rimandare gli Apostoli al Cenacolo.
Tuttavia è proprio nel pomeriggio di questa domenica che i Vangeli collocano una apparizione di Gesù molto particolare, prima ancora che agli apostoli: quella ai due discepoli sulla strada di Emmaus.
Infatti Marco continua il suo racconto, riportato poco sopra, aggiungendo:
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In seguito apparve, sotto altro aspetto, a due di costoro che erano in cammino per andare nella campagna. Ed essi tornarono indietro a dirlo agli altri, ma non credettero neppure a loro.
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Nel dire ‘In seguito…’, Marco si riferisce appunto ad un episodio capitato in quella stessa giornata della domenica di Resurrezione, episodio che ci viene invece dettagliatamente raccontato da Luca così (i grassetti sono sempre miei):
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In quel medesimo giorno, due discepoli se ne andavano verso un villaggio, detto Emmaus, distante sessanta stadi da Gerusalemme, e discorrevano fra di loro di tutti questi avvenimenti.
Mentre parlavano e discutevano insieme, Gesù si avvicinò e si unì ad essi.
Ma i loro occhi erano impediti di riconoscerlo.
Egli domandò loro: «Di che cosa state parlando fra di voi cammin facendo?»
Si soffermarono allora rattristati, e uno di loro, chiamato Cleofa, gli rispose: «Sei tu l’unico pellegrino in Gerusalemme, a non conoscere gli avvenimenti che vi sono accaduti in questi giorni?».
Domandò loro: «Quali?».
«Il fatto di Gesù di Nazaret, gli risposero, uomo che fu un profeta, potente nelle opere e nelle parole, davanti a Dio e a tutto il popolo, e come i Gran Sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno consegnato, per essere condannato a morte, e l’hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, invece siamo già al terzo giorno dacché sono avvenuti questi fatti.
Alcune donne, che sono fra noi, ci hanno sconvolto, perché essendo andate di buon mattino al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono tornate a dire di avere avuto una visione di Angeli i quali annunziarono che egli è vivo. Alcuni dei nostri si sono recati al sepolcro ed hanno constatato che le cose stavano bensì come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno veduto».
Allora Gesù disse loro: «O insensati e tardi di cuore a credere tutto quello che i Profeti hanno predetto! Non era necessario forse che il Cristo patisse tutto questo ed entrasse così nella sua gloria?».
Poi, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro quanto lo riguardava in tutte le scritture.
E quando furono vicini al villaggio, al quale erano diretti, egli fece finta di andare più avanti. Ma essi lo costrinsero a rimanere dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire».
Egli entrò per restare con loro.
Or, mentre si trovava a tavola con essi, prese il pane, lo benedisse e, spezzandolo, lo porse ai due.
I loro occhi allora si aprirono e lo riconobbero; ma egli disparve ai loro sguardi.
Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci sentivamo forse ardere il cuore in petto, mentre ci parlava per via e ci spiegava le Scritture?».
E subito si alzarono e tornarono a Gerusalemme e trovarono gli undici riuniti con i loro compagni, i quali dissero: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone».
Essi pure raccontarono quanto era accaduto loro per via e come lo avevano riconosciuto quando egli spezzò il pane.
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4.2 In viaggio verso Emmaus. Cleofa: ‘O Signore, già la sera si appressa e il sole si curva al suo declino. Stanco sei, e assetato. Entra. Resta con noi’.
L’episodio evangelico raccontato da Luca è famoso e nello stesso tempo scarno.
Sarebbe bello saperne un poco di più, non solo su quel dialogo in viaggio verso Emmaus e sul fatto del come mai gli occhi dei due ‘erano impediti di riconoscerlo’ ma anche su chi era quel Simone (che non poteva essere né Simone di Giona né Simone lo Zelote che non avevano ancora visto il Gesù risorto che sarebbe invece apparso a loro e agli apostoli in quella serata ma più tardi) al quale Luca appena accenna, e soprattutto per sentirci spiegare meglio da Gesù quanto di Lui avevano detto i Profeti.
Perché – per capire - non approfittare allora della visione di Maria Valtorta? (I grassetti sono miei).
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625. Apparizione ai discepoli di Emmaus.
5 aprile 1945.
Per una strada montuosa due uomini, di media età, vanno lesti volgendo le spalle a Gerusalemme, le cui alture scompaiono sempre più dietro le altre che si susseguono con ondulazioni di cime e di valli continue.
Parlano fra di loro. E il più anziano dice all'altro, che avrà un trentacinque anni al massimo:
«Credi che è stato meglio fare così. Io ho famiglia e tu ce l'hai. Il Tempio non scherza. Vuole proprio farla finita. Avrà ragione? Avrà torto? Non lo so. So che in esso è chiaro il pensiero di finirla per sempre con tutto questo».
«Con questo delitto, Simone. Dàgli il nome giusto. Perché almeno delitto lo è».
«Secondo. In noi l'amore fa lievito contro il Sinedrio. Ma forse... chissà!».
«Niente. L'amore illumina. Non porta all'errore».
«Anche il Sinedrio, anche i sacerdoti e i capi amano. Loro amano Jeovè, Colui che tutto Israele ha amato da quando il patto fu stretto fra Dio e i Patriarchi. Allora pure ad essi l'amore è luce e non porta errore!».
«Non è amore per il Signore il loro. Sì. Israele da secoli è in quella Fede. Ma dimmi. Puoi dire che è ancora una fede quella che ci dànno i capi del Tempio, i farisei, gli scribi, i sacerdoti? Tu lo vedi. Con l'oro sacro al Signore - già si sapeva, o almeno si sospettava che ciò avvenisse - con l'oro sacro al Signore essi hanno pagato il Traditore e ora pagano le guardie. Il primo perché tradisse il Cristo, le seconde perché mentano. Oh! Io non so come la Potenza eterna si sia limitata a scardinare le muraglie e a lacerare il Velo! Ti dico che io avrei voluto che sotto le macerie seppellisse i nuovi filistei. Tutti! »
«Cleofa! Tu saresti tutto vendetta».
«Vendetta sarei. Perché, ammettiamo che Egli fosse solo un profeta, è egli lecito uccidere un innocente? Perché innocente era! Lo hai mai visto fare uno dei delitti di cui fu accusato per ucciderlo?».
«No. Nessuno. Però un errore lo ha fatto».
«Quale, Simone?».
«Quello di non sprigionare potenza dall'alto della sua Croce. Per confermare la nostra fede e per punire gli increduli sacrileghi. Egli doveva raccogliere la sfida e scendere di Croce».
«Ha fatto di più. É risorto».
«Sarà poi vero? Risorto come? Con lo Spirito solo o con lo spirito e la Carne?».
«Ma lo spirito è eterno! Non ha bisogno di risorgere!», esclama Cleofa.
«Lo so anche io. Volevo dire: se è risorto con la sua unica natura di Dio, superiore ad ogni insidia dell'uomo. Perché ora il suo spirito fu insidiato col terrore dall'uomo. Hai sentito, eh? Marco ha detto che nel Getsemani, dove Egli andava a pregare contro un masso, è tutto sangue. E Giovanni, che ha parlato con Marco, gli ha detto: "Non far calpestare quel luogo, perché è sangue sudato dall'Uomo Dio". Se ha sudato sangue prima della tortura, deve ben avere avuto terrore di essa!».
«Nostro povero Maestro! ...»
Tacciono afflitti.
Li raggiunge Gesù e chiede:
«Di chi parlavate? Sentivo nel silenzio le vostre parole a intervalli. Chi fu ucciso?».
È un Gesù velato sotto una apparenza modesta di povero viandante frettoloso. I due non lo ravvisano.
«Sei d'altri luoghi, uomo? Non sostasti in Gerusalemme? La tua veste polverosa ed i sandali così ridotti ci paiono di instancabile pellegrino».
«Lo sono. Vengo da molto lontano...».
«Stanco sarai, allora. E vai lontano
«Molto, ancora più di quanto Io ne venga».
«Hai commerci da fare? Mercati?».
«Ho da acquistare un numero sterminato di greggi per il più grande Signore. Tutto il mondo devo girare per scegliere pecore e agnelli, e scendere anche fra greggi selvatiche che pure, quando saranno rese domestiche, saranno migliori di quelle che selvatiche ora non sono».
«Difficile lavoro. E hai proseguito senza sostare in Gerusalemme?».
«Perché lo chiedete?».
«Perché tu solo sembri ignorare quanto in essa è accaduto in questi giorni».
«Che vi è accaduto?».
«Tu vieni da lontano e perciò forse non sai. Ma la tua parlata è pure galilea. Perciò, anche se servo di un re straniero o figlio di galilei espatriati, saprai, se sei circonciso, che da tre anni nella patria nostra era sorto un grande profeta di nome Gesù di Nazaret, potente in opere e in parole davanti a Dio e agli uomini, che andava predicando per tutto il Paese. E si diceva il Messia. Le sue parole e le sue opere erano realmente da Figlio di Dio, come Egli si diceva. Ma solo da Figlio di Dio. Tutto Cielo... Ora tu sai perché... Ma sei circonciso?».
«Primogenito sono e sacro al Signore».
«Allora sai la nostra Religione?».
«Non ne ignoro una sillaba. Conosco i precetti e gli usi. L'halascia, il midrascia e l'aggada mi sono note come gli elementi dell'aria, dell'acqua, del fuoco e della luce, che sono i primi a cui tende l'intelligenza, l'istinto, il bisogno dell'uomo che da poco è nato da seno».
«Orbene, allora tu sai che Israele ebbe promesso il Messia, ma come re potente che avrebbe riunito Israele. Questo invece così non era...».
«Come, dunque?»
«Egli non mirava a terreno potere. Ma di un regno eterno e spirituale si diceva re. Egli non ha riunito, ma anzi ha scisso Israele, perché ora esso è diviso fra coloro che in Lui credono e coloro che malfattore lo dicono. In verità, di re non aveva stoffa, perché voleva solo mitezza e perdono. E come soggiogare e vincere con queste armi?...».
«E allora?».
«E allora i capi dei Sacerdoti e gli Anziani d'Israele lo presero e lo hanno giudicato reo di morte... accusandolo, per verità, di colpe non vere. Sua colpa era essere troppo buono e troppo severo...».
«Come poteva, se era l'uno, essere l'altro?».
«Poteva, perché era troppo severo nel dire le verità ai Capi d'Israele e troppo buono nel non fare su essi miracolo di morte, fulminando i suoi ingiusti nemici».
«Severo come il Battista era?».
«Ecco... non saprei. Duramente rimproverava, specie negli ultimi tempi, scribi e farisei, e minacciava quelli del Tempio come segnati dall'ira di Dio. Ma poi, se uno era peccatore e si pentiva, ed Egli vedeva nel suo cuore vero pentimento, perché il Nazareno leggeva nei cuori meglio che uno scriba nel testo, allora era più dolce di una madre».
«E Roma ha permesso fosse ucciso un innocente?».
«Lo ha condannato Pilato... Ma non voleva e lo diceva "Giusto". Ma di accusarlo a Cesare lo minacciarono ed ebbe paura. Si insomma fu condannato alla croce e vi morì. E questo, insieme al timore dei sinedristi, ci ha molto avviliti. Perché io sono Clofé figlio di Clofé e questo è Simone, ambedue di Emmaus, e parenti, perché io sono lo sposo della sua prima figlia, e discepoli del Profeta eravamo».
«E ora più non lo siete?».
«Noi speravamo che sarebbe Lui che libererebbe Israele e anche che, con un prodigio, confermasse le sue parole. Invece!...»
«Che parole aveva dette?».
«Te lo abbiamo detto: "Io sono venuto al Regno di Davide. Io sono il Re pacifico" e così via. E diceva: "Venite al Regno", ma poi non ci ha dato il regno. E diceva: "Il terzo giorno risorgerò".
Ora è il terzo giorno che è morto. Anzi è già compiuto, perché l'ora di nona è già trascorsa, e Lui non è risorto. Delle donne e delle guardie dicono che sì, è risorto. Ma noi non lo abbiamo visto. Dicono le guardie, ora, che così hanno detto per giustificare il furto del cadavere fatto dai discepoli del Nazareno. Ma i discepoli!... Noi lo abbiamo tutti lasciato per paura mentre era vivo... e non certo lo abbiamo rapito ora che è morto. E le donne... chi ci crede ad esse? Noi ragionavamo di questo. E volevamo sapere se Egli si è inteso di risorgere solo con lo Spirito tornato divino, o se anche con la Carne. Le donne dicono che gli angeli - perché dicono di avere visto anche gli angeli dopo il terremoto, e può essere, perché già il venerdì sono apparsi i giusti fuori dai sepolcri - dicono che gli angeli hanno detto che Egli è come uno che non è mai morto. E tale infatti alle donne parve di vederlo. Ma però due di noi, due capi, sono andati al Sepolcro. E, se lo hanno visto vuoto, come le donne hanno detto, non hanno visto Lui, né li, né altrove. Ed è una grande desolazione, perché non sappiamo più che pensare!».
«Oh! come siete stolti e duri nel comprendere! e come lenti nel credere alle parole dei profeti!
E non era ciò stato detto?
L'errore di Israele è questo: dell'avere male interpretato la regalità del Cristo. Per questo Egli non fu creduto. Per questo Egli fu temuto. Per questo ora voi dubitate.
In alto, in basso, nel Tempio e nei villaggi, ovunque si pensava ad un re secondo l'umana natura.
La ricostruzione del regno d'Israele non era limitata, nel pensiero di Dio, nel tempo, nello spazio e nel mezzo, come fu in voi.
Non nel tempo: ogni regalità, anche la più potente, non è eterna. Ricordate i potenti Faraoni che oppressero gli ebrei ai tempi di Mosè. Quante dinastie non sono finite, e di esse restano mummie senz’anima in fondo ad ipogei secreti! E resta un ricordo, se pur resta quello, del loro potere di un'ora, e anche meno, se misuriamo i loro secoli sul Tempo eterno. Questo Regno è eterno.
Nello spazio. Era detto: regno di Israele. Perché da Israele è venuto il ceppo della razza umana; perché in Israele è, dirò così, il seme di Dio, e perciò, dicendo Israele, volevasi dire: il regno dei creati da Dio. Ma la regalità del Re Messia non è limitata al piccolo spazio della Palestina, ma si estende da settentrione a meridione, da oriente a occidente, dovunque è un essere che nella carne abbia uno spirito, ossia dovunque è un uomo. Come avrebbe potuto uno solo accentrare in sé tutti i popoli fra loro nemici e farne un unico regno senza spargere a fiumi il sangue e tenere tutti soggetti con crudeli oppressioni d'armati? E come allora avrebbe potuto essere il re pacifico di cui parlano i profeti?
Nel mezzo: il mezzo umano, ho detto, è l'oppressione. Il mezzo sovrumano è l'amore. Il primo è sempre limitato, perché i popoli ben si rivoltano all'oppressore. Il secondo è illimitato, perché l'amore è amato o, se amato non è, è deriso. Ma, essendo cosa spirituale, non può mai essere direttamente aggredito. E Dio, l'Infinito, vuole mezzi che come Lui siano. Vuole ciò che finito non è perché eterno è: lo spirito; ciò che è dello spirito; ciò che porta allo Spirito.
Questo è stato l'errore: di avere concepito nella mente un'idea messianica sbagliata nei mezzi e nella forma. Quale è la regalità più alta? Quella di Dio. Non è vero? Or dunque, questo Ammirabile, questo Emmanuele, questo Santo, questo Germe sublime, questo Forte, questo Padre del secolo futuro, questo Principe della pace, questo Dio come Colui dal quale Egli viene, perché tale è detto e tale è il Messia, non avrà una regalità simile a quella di Colui che lo ha generato?
Si, che l'avrà. Una regalità tutta spirituale ed eterna, pura da rapine e sangue, ignara di tradimenti e soprusi. La sua Regalità! Quella che la Bontà eterna concede anche ai poveri uomini, per dare onore e gioia al suo Verbo.
Ma non è detto da Davide che questo Re potente ha avuto messa sotto i suoi piedi ogni cosa a fargli da sgabello?
Non è detta da Isaia tutta la sua Passione e da Davide numerate, potrebbesi dire, anche le torture?
E non è detto che Egli è il Salvatore e Redentore, che col suo olocausto salverà l'uomo peccatore?
E non è precisato, e Giona ne è segno, che per tre giorni sarebbe ingoiato dal ventre insaziabile della Terra e poi ne sarebbe espulso come il profeta dalla balena?
E non è stato detto da Lui: "Il Tempio mio, ossia il mio Corpo, il terzo dì dopo essere stato distrutto, sarà da Me (ossia da Dio) ricostruito"?
E che pensavate? Che per magia Egli rialzasse le mura del Tempio? No. Non le mura. Ma Se stesso. E solo Dio poteva far sorgere Se stesso.
Egli ha rialzato il Tempio vero: il suo Corpo di Agnello. Immolato, così come ne ebbe l'ordine e la profezia Mosè, per preparare il "passaggio" da morte a Vita, da schiavitù a libertà, degli uomini figli di Dio e schiavi di Satana.
"Come è risorto?", vi chiedete.
Io rispondo: É risorto con la sua vera Carne e col suo divino Spirito che l'abita, come in ogni carne mortale è l'anima abitante regina nel cuore.
Così è risorto dopo avere tutto patito per tutto espiare, e riparare all'Offesa primigenia e alle infinite che ogni giorno dall'Umanità vengono compite. È risorto come era detto sotto il velo delle profezie. Venuto al suo tempo, vi ricordo Daniele, al suo tempo fu immolato.
E, udite e ricordate, al tempo predetto dopo la sua morte la città deicida sarà distrutta.
Io ve ne consiglio: leggete con l'anima, non con la mente superba, i profeti, dal principio del Libro alle parole del Verbo immolato; ricordate il Precursore che lo indicava Agnello; risovvenitevi quale era il destino del simbolico agnello mosaico. Per quel sangue furono salvati i primogeniti d'Israele.
Per questo Sangue saranno salvati i primogeniti di Dio, ossia quelli che con la buona volontà si saranno fatti sacri al Signore. Ricordate e comprendete il messianico salmo di Davide e il messianico profeta Isaia. Ricordate Daniele, riportatevi alla memoria, ma alzando questa dal fango all'azzurro celeste, ogni parola sulla regalità del Santo di Dio, e comprenderete che altro segno più giusto non vi poteva essere dato più forte di questa vittoria sulla Morte, di questa Risurrezione da Se stesso compiuta.
Ricordatevi che disforme alla sua misericordia e alla sua missione sarebbe stato il punire dall'alto della Croce coloro che su essa lo avevano messo. Ancora Egli era il Salvatore, anche se era il Crocifisso schernito e inchiodato ad un patibolo! Crocifisse le membra, ma libero lo spirito e il volere. E con questi volle ancora attendere, per dare tempo ai peccatori di credere e di invocare, non con urlo blasfemo, ma con gemito di contrizione, il suo Sangue su loro.
Ora è risorto. Tutto ha compiuto. Glorioso era avanti la sua incarnazione. Tre volte glorioso lo è ora che, dopo essersi annichilito per tanti anni in una carne, ha immolato Se stesso, portando l'Ubbidienza alla perfezione del saper morire sulla croce per compiere la Volontà di Dio.
Gloriosissimo, in un con la Carne glorificata, adesso che Egli ascende al Cielo ed entra nella Gloria eterna, iniziando il Regno che Israele non ha compreso.
Ad esso Regno Egli, più che mai pressantemente, con l'amore e l'autorità di cui è pieno, chiama le tribù del mondo. Tutti, come videro e previdero i giusti di Israele ed i profeti, tutti i popoli verranno al Salvatore. E non vi saranno più Giudei o Romani, Sciti o Africani, Iberi o Celti, Egizi o Frigi. L'oltre Eufrate si unirà alle sorgenti del Fiume perenne. Gli iperborei a fianco dei numidi verranno al suo Regno, e cadranno razze e idiomi. Costumi e colori di pelle e capelli non avranno più luogo. Ma sarà uno sterminato popolo fulgido e candido, un unico linguaggio, un solo amore. Sarà il Regno di Dio. Il Regno dei Cieli. Monarca eterno: l'Immolato Risorto. Sudditi eterni: i credenti nella sua Fede. Vogliate credere per essere di esso. Ecco Emmaus, amici. Io vado oltre. Non è concessa sosta al Viandante che tanta strada ha da fare».
«Signore, tu sei istruito più di un rabbi. Se Egli non fosse morto, diremmo che Egli ci ha parlato. Ancora vorremmo udire da te altre e più estese verità. Perché ora, noi pecore senza pastore, turbate dalla bufera dell'odio d'Israele, più non sappiamo comprendere le parole del Libro. Vuoi che veniamo con te? Vedi, ci istruiresti ancora, compiendo l'opera del Maestro che ci fu tolto».
«L'avete avuto per tanto e non vi poté fare completi? Non è questa una sinagoga?».
«Sì. Io sono Cleofa, figlio di Cleofa il sinagogo, morto nella sua gioia di avere conosciuto il Messia».
«E ancora non sei giunto a credere senza nube? Ma non è colpa vostra. Ancora dopo il Sangue manca il Fuoco. E poi crederete, perché comprenderete. Addio».
«O Signore, già la sera si appressa e il sole si curva al suo declino. Stanco sei, e assetato. Entra. Resta con noi. Ci parlerai di Dio mentre divideremo il pane e il sale».
Gesù entra e viene servito, con la solita ospitalità ebraica, di bevande e acque per i piedi stanchi. Poi si mettono a tavola e i due lo pregano di offrire per loro il cibo.
Gesù si alza tenendo sulle palme il pane e, alzati gli occhi al cielo rosso della sera, rende grazie del cibo e si siede.
Spezza il pane e ne dà ai suoi due ospiti. E nel farlo si disvela per quello che Egli è: il Risorto.
Non è il fulgido Risorto apparso agli altri a Lui più cari. Ma è un Gesù pieno di maestà, dalle piaghe ben nette nelle lunghe Mani: rose rosse sull'avorio della pelle.
Un Gesù ben vivo nella sua Carne ricomposta. Ma anche ben Dio nella imponenza degli sguardi e di tutto l'aspetto.
I due lo riconoscono e cadono in ginocchio... Ma, quando osano alzare il viso, di Lui non resta che il pane spezzato. Lo prendono e lo baciano. Ognuno prende il proprio pezzo e se lo mette, come reliquia, avvolto in un lino sul petto.
Piangono dicendo: «Egli era! E non lo conoscemmo. Eppure non sentivi tu arderti il cuore nel petto mentre ci parlava e ci accennava le Scritture?».
«Sì. E ora mi pare di vederle di nuovo. E nella luce che dal Cielo viene. La luce di Dio. E vedo che Egli è il Salvatore».
«Andiamo. Io non sento più stanchezza e fame. Andiamo a dirlo a quelli di Gesù, in Gerusalemme».
«Andiamo. Oh! se il vecchio padre mio avesse potuto godere quest'ora!».
«Ma non lo dire! Egli più di noi ne ha goduto. Senza il velo usato per pietà della nostra debolezza carnale, egli, il giusto Clofé, ha visto col suo spirito il Figlio di Dio rientrare nel Cielo. Andiamo! Andiamo! Giungeremo a notte alta. Ma, se Egli lo vuole, ci darà maniera di passare. Se ha aperto le porte di morte, ben potrà aprire le porte delle mura! Andiamo».
E nel tramonto tutto porpureo vanno solleciti verso Gerusalemme.
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4.3 I due di Emmaus. Simone a Cleofa: «Egli era! E non lo conoscemmo. Eppure non sentivi tu arderti il cuore nel petto mentre ci parlava e ci accennava le Scritture?».
Ho voluto farvi conoscere questo brano perché - a ben valutarlo - lì dentro c’è quasi ‘tutto’ sulla figura di Gesù… spiegato da Gesù.
Va però meditato attentamente, parola per parola, perché davvero – in nuce - c’è tutta la dottrina del Progetto di Dio sull’uomo, del Peccato originale, dell’Incarnazione, della Redenzione.
Proviamo a ragionarci sopra.
I due di Emmaus erano un certo Simone, più anziano, ed un secondo, di nome Cleofa, più giovane, sui 35 anni.
Fin dalle prime battute si comprende che il più convinto e amante di Gesù era Cleofa che non usa mezzi termini per definire un vero delitto quello ordito dai sacerdoti del Tempio, confermando tra l’altro una cosa abominevole: e cioè che il Tradimento era stato commissionato a Giuda utilizzando l’oro sacro del Tempio, e anche per pagare le guardie al sepolcro perché si rimangiassero le loro prime dichiarazioni sulla avvenuta resurrezione e dicessero invece il falso e cioè che il corpo era stato sottratto dai discepoli di Gesù.
Vi è la conferma che all’atto della morte di Gesù vi fu un terremoto che danneggiò le muraglie del Tempio lacerandone il sacro velo interno coprente il Santo dei Santi.
Simone, l’anziano, probabilmente meno ‘formato’ di Cleofa e più ‘umano’ dice che Gesù avrebbe dovuto raccogliere la ‘sfida’ dei suoi nemici e scendere dalla Croce. Cleofa – più credente – gli risponde che Gesù ha fatto di più perché è risorto. Cleofa mostra dunque – contrariamente a Simone ed agli apostoli – di credere nella avvenuta resurrezione.
Vi è la conferma del trasudamento di Sangue al masso del Getsemani nella sera della Passione.
Vi si accenna ripetutamente, con riferimento al Getsemani ed alla casa ospitale che era appartenente a Lazzaro, ad un certo Marco. Dall’Opera si comprende che si trattava dei figlio giovanetto dei due custodi. Vi è mai venuto in mente il sospetto che si tratti del Marco futuro Evangelista? Cosa ce lo può far pensare? Solo alcuni indizi ma significativi.
Nell’Opera infatti si tratta di alcuni particolari come il fatto che prima egli lascia il Getsemani per seguire i discepoli e – successivamente, sempre nella famosa notte del Getsemani, la sua presenza e la fuga alla cattura di Gesù lasciando la veste a chi lo voleva afferrare
Nei Vangeli, invece, ce lo fa pensare l’episodio raccontato solo dall’Evangelista Marco in merito alla cattura di Gesù e alla fuga degli apostoli: ‘…Allora abbandonatolo tutti fuggirono. Vi fu però un giovanetto che lo seguiva, avvolto in un lenzuolo sul corpo nudo, e lo presero. Ma lui, lasciato il lenzuolo, scappò via nudo’ (Mc 14, 50-52). Forse l’Evangelista faceva come Giovanni: parlava di sé anonimamente in terza persona.
Gesù sopraggiunge, li affianca e – pur sapendo perfettamente tutto dei loro discorsi - con finta noncuranza chiede loro di che stessero parlando giacché nel silenzio – dice Lui – ‘sentiva a tratti le loro parole’. Bello!
Vi è la spiegazione del perché – come aveva scritto Luca – era stato impedito agli occhi dei due di riconoscerlo: Gesù appare loro materialmente ma con gli abiti modesti di un povero viandante qualsiasi, per giunta frettoloso, abiti impolverati come di chi viene da un lungo viaggio su quelle strade di campagna e con i sandali mal ridotti.
Gesù, sempre con noncuranza e giocando sulle parole, dice loro che in effetti lui viene ‘da molto lontano’: non per niente dopo la Resurrezione era salito al Cielo e poi ridisceso in Terra dopo essersi presentato al Padre con la sua veste di carne umana gloriosa e che sarebbe andato ancora ‘molto lontano’ forse con ciò intendendo dire che – mistico ‘pellegrino’ - avrebbe affiancato l’uomo sino alla fine della storia umana.
Alla domanda dei due che chiedono se si occupi di ‘commerci’ Lui risponde sibillinamente che, sì, in effetti, lui deve acquistare un numero sterminato di ‘greggi’, vale a dire i suoi futuri credenti, per un più grande Signore, cioè per Dio Padre. Pecore ‘selvatiche’ – sottintendendo con ciò i pagani – che tuttavia quando saranno rese domestiche diventeranno migliori di quelle che ora non erano selvatiche, sottintendendo quelle di Israele che erano state allevate nella fede del Dio vero.
I due mostrano di individuare in lui una parlata ‘galilea’: quindi Gesù, vissuto a Nazareth, aveva un accento galileo, e lo aveva mantenuto anche da Risorto.
Alla loro domanda se lui è un circonciso, Egli risponde affermativamente dicendo sempre con noncuranza una grande verità di fede e cioè che Egli è ‘Primogenito e sacro al Signore’.
Alla domanda se dunque non ignora, in quanto circonciso, la loro religione, Gesù risponde (forse con un sorriso interiore, essendo - Egli Dio – il vero Fondatore della loro religione) che non ne ignora neanche una sillaba…, anche se - umanamente parlando - fin da bambino gliela aveva insegnata tutta sua Madre.
Alle loro aspettative di un re umano che avrebbe dovuto dare potenza ad Israele, Simone aggiunge che però Gesù ‘di re non aveva la stoffa’ perché si diceva re di un regno spirituale ed eterno e anziché riunire sotto il suo scettro Israele lo aveva diviso mettendo gli uni contro gli altri. Ricordate la Presentazione di Gesù al Tempio, quando il vecchio ed ispirato Simeone profetizzò a Maria: ‘Ecco, egli è posto per la caduta e la resurrezione di molti in Israele, come segno di contraddizione… così si sveleranno i pensieri di molti cuori’? (Lc 2, 34-35)
Simone – decisamente il più pragmatico e un poco cinico, forse perché anziano - rimprovera al Messia di essere stato troppo buono nei confronti dei suoi ingiusti nemici non avendo su di essi fatto miracolo di morte, fulminandoli in anticipo.
Viene confermato il fatto che Pilato non avrebbe voluto condannarlo ma alla fine lo fece temendo che i Capi Giudei lo avrebbero denunciato all’Imperatore per non aver condannato uno che – proclamatosi Messia e Re – era per forza di cose un nemico di Roma.
I due si presentano ufficialmente come due abitanti di Emmaus: Cleofa come figlio di un altro ‘Cleofa’ e anche come parenti perché Cleofa ha sposato una figlia di Simone, che dunque è suocero di Cleofa.
Nel momento della apparizione di Gesù ai due, questi dicono che è l’ora di nona: quindi l’incontro all’andata si è svolto il pomeriggio alle tre della Domenica di Resurrezione, quindi molte ore prima che Gesù si manifestasse la sera agli apostoli, ma già quando era corsa la voce fra i Discepoli che Gesù era risorto anche se ad essi non era ancora apparso. D’altra parte Gesù aveva detto nella apparizione segreta alla Mamma che egli sarebbe ‘ridisceso’ dal Cielo per confortare e confermare nella fede i dubbiosi o i disperati per la sua crocifissione.
I due confermano il pregiudizio verso le donne, dicendo che non era possibile credere a quanto loro avevano detto sulle apparizioni…
Gesù – sempre viandante in incognito ma che aveva detto di non ignorare una sillaba della religione ebraica - inizia allora la sua ‘catechesi’ e cioé:   
L’errore di Israele è stato quello di avere male interpretato la regalità del Cristo. Per questo Egli non fu creduto e fu anche temuto. Per questo essi stessi in quel momento dubitavano.
La ricostruzione del Regno di Israele non era limitata, nel Pensiero di Dio, né nel tempo, né nello spazio, né nel mezzo.
Nel tempo: perché mentre ogni regalità umana è caduca, quella divina è eterna.
Nello spazio: perché il Regno non sarebbe stato limitato al piccolo spazio della Palestina ma avrebbe abbracciato il mondo intero.
Nel mezzo: perché per costruire un regno umano il mezzo umano è l’oppressione dei popoli, mentre per costruire quello divino il mezzo sovrumano è l’amore.
Infatti la regalità più alta è quella di Dio. Ecco perché i Profeti nel descriverne in anticipo le caratteristiche lo avevano chiamato ‘Ammirabile’, ‘Emmanuele’, ‘Santo’, ‘Germe sublime’, ‘Forte’, ‘Padre’, ‘Principe della pace’, ‘Dio come Colui dal quale viene’ e - come tale – ‘Messia’ che quindi avrà una regalità simile a quella di Colui che lo aveva generato.
Gesù ricorda inoltre le profezie di Davide e quelle di Isaia che aveva descritto la sua Passione e le sue torture.
Gesù ricorda ancora che era stato detto che il Suo Corpo – dopo essere stato distrutto – sarebbe stato da Lui stesso (cioè da Dio) ricostruito, e con la sua vera Carne e con il suo divino spirito che l’abitava come l’anima abita ogni essere mortale ed è regina del suo cuore.
Risorto dopo aver tutto patito per tutto espiare e riparare all’Offesa primigenia, vale a dire quella del Peccato originale, a conferma che il racconto della Genesi sulla Creazione dei Primi due dal nulla da parte di Dio e quello del Peccato originale non è un ‘mito’, come sostenuto dai ‘modernisti’, come pure che l’uomo discende dai primi due capostitipi: Adamo ed Eva e non da una scimmia, come sostengono gli evoluzionisti: le scimmie – animali senz’anima - non fanno peccati!
Aveva anche predetto che a causa del deicidio Gerusalemme sarebbe stata distrutta.
Giovanni Battista lo aveva chiamato ‘Agnello’, simbolo di quello mosaico, che con il Suo Sangue avrebbe salvato quelli di buona volontà.
Il punire i nemici dall’alto della Croce sarebbe stato contrario alla sua Misericordia e Missione d’amore.
Ora, risorto, sarebbe asceso al Cielo dando inizio al Regno che Israele non aveva compreso: un regno costituito da uno sterminato popolo di tutte le razze con un unico linguaggio: quello dell’amore, un solo amore, nel Regno di Dio, dove Egli sarà il Monarca Eterno, l’Immolato Risorto avente come sudditi eterni i credenti nella sua Fede.
Sono giunti ormai ad Emmaus, i due sono estasiati, dicono che se non sapessero che Gesù era morto avrebbero detto che sarebbe stato Lui stesso ad aver così parlato.
Non so se Gesù debba ancora aver sorriso internamente ma Lui – che tutto sa, anche che Egli si sarebbe poco dopo rivelato loro perché per questo era loro apparso – fa finta di voler proseguire ma viene invitato in casa per la cena.
Cleofa dice di essere figlio del vecchio sinagogo di Emmaus che invece aveva creduto che Gesù era veramente il Messia e ne aveva gioito prima di morire.
Gesù dice che essi non sono ancora giunti ad accettare questa verità perché dopo il Sangue (e cioè sottintendendo dopo il Sacrificio di Gesù Redentore in Croce) doveva arrivare il Fuoco, vale a dire lo Spirito Santo che avrebbe fatto loro comprendere tutto quel che ancora essi non avevano capito.
Entrano dunque in casa, si siedono a tavola, Gesù si alza offrendo il pane e levando gli occhi al cielo rosso della sera, rende grazie per il cibo e si siede. Spezza il Pane e ne dà ai due ospiti e nel farlo si disvela loro per chi Egli veramente è: il Risorto, non fulgido come apparso agli altri a Lui più cari ma un Gesù ben vivo e pieno di Maestà sublime ed imponente nell’aspetto, con le sue piaghe in evidenza. Quando però i due osano alzare il viso – avendolo riconosciuto – Egli è ormai scomparso.
Gesù aveva alzato gli occhi al cielo rosso della sera, e questo spiega perché i due di Emmaus - pur ritornando a Gerusalemme al Cenacolo a passo molto spedito -  sarebbe arrivati solo in tarda serata, ma prima della apparizione di Gesù agli apostoli che per inciso non avrebbero dovuto essere undici – come scrive Luca – ma dieci perché mancavano Giuda, ormai suicida, e Tommaso che avrebbe visto Gesù solo la domenica successiva.
Come possiamo concludere la sintesi di questa apparizione?
Forse con il dire che Gesù risorto ha quasi celebrato qui una sorta di Santa Messa o forse con il dire anche noi (quando leggiamo i testi valtortiani) come i due: ‘Eppure non sentivi anche tu arderti il Cuore nel petto mentre ci parlava e ci accennava le Scritture?’.
Vogliamo però saperne ancora di più su questi due discepoli ai quali Gesù ha ritenuto opportuno apparire?
È sempre la Valtorta a farci comprendere indirettamente l’arcano, se scorriamo all’indietro le pagine dei dieci volumi del suo Evangelo.
Il paese di Emmaus aveva un vecchio sinagogo di nome Cleofa.
Questi, verso la fine del primo anno di vita pubblica di Gesù, era andato a trovarlo con un gruppo di paesani per ascoltarne la predicazione in una casa di campagna in una località chiamata ‘Acqua speciosa’, una casa distaccata che faceva parte di una fattoria più ampia di Lazzaro dove Gesù si era rifugiato con gli apostoli per sottrarsi per un po’ di tempo alle insidie dei soliti scribi e farisei.
Il sinagogo, rimasto estasiato dai discorsi di Gesù - che in quei giorni spiegava il significato profondo di ognuno dei dieci comandamenti - lo invita a venirlo a trovare nella sua Emmaus.
Poco tempo dopo Gesù si trova a passare nelle vicinanze di quella cittadina ed a sorpresa entra nella stessa casa dove sono entrati – dopo il cammino percorso insieme - Gesù con quei due di Emmaus.
Il vecchio Cleofa lo accoglie con gioia e organizza una festa, invitando i notabili del paese a cena perché vorrebbe che Gesù, con la sua parola, li facesse convinti che lui è veramente l’atteso Messia.
Egli presenta a Gesù la sua famiglia: la moglie, un figlio di nome anch’egli Cleofa, la moglie di questo figlio, i nipotini, mentre un altro figlio, di nome Erma – come si rammarica il padre - è purtroppo in quel momento assente essendo andato a Gerusalemme con Simone, suocero del figlio Cleofa.
Da Gerusalemme fanno in tempo però ad arrivare di lì a poco Erma con il suocero di Cleofa, Simone, e tutti i famigliari diventeranno discepoli di Gesù.
Qui mi preme però ora sottolineare i nomi di Cleofa e di Simone perché dal racconto della visione che la Valtorta ha avuto sull’episodio dei due di Emmaus si capisce – alla luce del chiarimento che vi ho dato poco sopra - che i due di Emmaus di cui parla Luca nel suo Vangelo sono proprio loro, e cioè il giovane Cleofa figlio del vecchio Sinagogo, proprietario della casa-sinagoga nella quale si erano assisi al desco e il suocero Simone che tutto lascerebbe pensare – salvo errori – essere lo stesso Simone al quale aveva accennato Luca nel suo Vangelo al ritorno nel Cenacolo, la sera tardi, pur senza menzionare il più giovane Cleofa del quale, forse, a tanti anni di distanza a Luca  non ne era stato detto nemmeno il nome.
 
 
5. L’ASCENSIONE AL CIELO.
5.1 L’addio alla Madre.
Siamo ormai quasi giunti alla fine di queste nostre riflessioni su questa affermazione del Credo, cioè alla sua Ascensione al Cielo dove Gesù Risorto, Dio-Uomo, siederà alla destra di Dio Padre Onnipotente.
I quattro Vangeli sono scarni di informazioni a questo riguardo ma sappiamo che Gesù a quel punto era risorto da una quarantina di giorni nei quali come abbiamo in parte visto era apparso più volte materializzandosi in carne ed ossa davanti ad apostoli, singoli discepoli e ad intere moltitudini di circa cinquecento persone - come aveva scritto San Paolo -  per impartire gli ultimi insegnamenti di perfezione.
Come Gesù aveva anticipato a Sua Mamma il mattino della Resurrezione, Egli sarebbe apparso – oltre ai due di Emmaus – anche a numerosi personaggi che lo avevano particolarmente amato durante la sua vita di predicazione e che ora – dopo la sua morte e nulla sapendo ancora della Resurrezione – erano nel dolore e nel pianto.
Sono apparizioni commoventi riportate nel decimo volume dell’Opera. Alcuni – quelli che il Gesù valtortiano chiamava i ‘dottori difficili’ oppure i ‘dottori del cavillo’ – perché sempre pronti a dubitare o a storcere il naso, potrebbero avere da obiettare, visto che i Vangeli non ne parlano, ma a costoro basterà rispondere con le parole con cui Giovanni ha chiuso il suo Vangelo: ‘Ci sono molte altre cose fatte da Gesù, le quali, se fossero scritte ad una ad una, non so se il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere’.  
È certamente una iperbole quella dei libri su Gesù che il mondo non avrebbe potuto contenere, ma credo che i dieci volumi valtortiani dell’Opera, che certo non sono tutto, siano per ora sufficienti.
Su di un piano più ‘ufficiale’ ci sono però gli Atti degli apostoli, con i quali Luca completa il suo Vangelo rivolgendosi nel Prologo ad un certo Teofilo:
Lc, Atti 1, 1-11
Nel mio primo libro ho parlato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò, dal principio fino al giorno in cui s’elevò al cielo, dopo aver dato, per mezzo dello Spirito Santo, i suoi insegnamenti agli Apostoli che si era scelti. Ai quali pure, dopo la sua passione, si era mostrato con numerose prove redivivo, manifestandosi loro per quaranta giorni e parlando di quanto riguarda il Regno di Dio.
Mentre si trovava con loro a mensa, comandò ad essi di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse quella promessa del Padre: «che, diceva loro, voi avete udito dalla mia bocca, poiché Giovanni ha battezzato con acqua, ma voi, fra pochi giorni, sarete battezzati nello Spirito Santo».
Trovandosi essi riuniti, gli domandarono: «Signore, è questo il tempo in cui tu ristabilirai il Regno di Israele?».
Egli rispose loro: «Non sta a voi conoscere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato in suo potere. Ma con la discesa dello Spirito Santo riceverete dentro di voi la forza di essermi testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino alle estremità della terra».
Dopo aver detto questo, alla loro vista si elevò e una nube lo avvolse, sottraendolo ai loro sguardi.
Stando essi con gli occhi fissi al cielo, mentre egli se ne andava, due uomini vestiti di bianco si presentarono loro dicendo: «Uomini di Galilea, perché state guardando verso il cielo? Quel Gesù che vi è stato sottratto verrà nello stesso modo con cui voi lo avete veduto salire al cielo».
È dunque questo il quarantesimo giorno dalla Resurrezione ed è il giorno dell’Ascensione di Gesù al Cielo.
È anche il giorno del distacco di Gesù dalla sua Mamma.
Maria Valtorta vede in visione Maria SS., nella sua stanzetta, e descrive.
Maria è sola e, assorta, legge un ‘rotolo’ che sembra di scritture sacre.
Anche questa volta, come in quell’altra mattina della Resurrezione, Gesù le si materializza all’improvviso davanti, non con l’aspetto ‘ordinario’ del Risorto trasumanato come di norma si era presentato ad apostoli e discepoli nei quaranta giorni (ammesso che un aspetto ‘trasumanato’ si possa definire ‘ordinario’) ma - per la sua Mamma ed in occasione dell’ultimo intimo Addio - con le vesti di ‘tessuto’ etereo e con l’aspetto fisico splendente e trasfigurato del Gesù glorificato.
Solo la Pura e la Piena di Grazia per eccellenza merita e può sopportare una vista del genere.
Il volto di Gesù risplende, le sue ferite – come trofei guadagnati sul campo – emanano bagliori fulgidi.
Gesù sorride e si stringe la Madre al Cuore, baciandola sulla fronte.
Egli lascia noi ma lascia anche la sua Mamma - questo è il suo ultimo commiato, nell’intimità di quella stanza – quella sua Mamma che lo aveva concepito come uomo, formato, nutrito, allevato, educato e che aveva tanto sofferto per Lui.
Queste mie parole non possono descrivere la tenerezza di quell’incontro intimo.
Gesù le dice che il suo tempo di sosta sulla terra è terminato, che Egli ascende ora al Padre ma che è venuto a mostrarsi ancora una volta a Lei così come Egli sarà in Cielo.
Non è certo vanità, questa di Gesù, ma un ultimo atto di consolazione umana verso quella sua Mamma che avrebbe lasciato sola sulla terra (ancora per 21 anni, secondo l’Opera valtortiana) a guidare i primi passi della Chiesa nascente.
Gesù dice però alla Madre che in realtà Egli non la lascerà mai, perché resterà sempre dentro di lei, come Dio, anche con l’Eucarestia.
Le conferma quanto le aveva già detto in precedenza, e cioè che il Paradiso l’attende mentre lo Spirito Santo suo Sposo, che è Amore e che non sa attendere, verrà su di Lei fra dieci giorni.
La benedice e poi scompare, mentre Maria rimane in estasi nella stanza dove pare perduri ancora un alone della luce di Gesù.
Ecco come Gesù commenta poi per noi questo episodio:
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Dice Gesù:
«Non discutete, o uomini, se era o non era possibile che Io mutassi veste. Non ero più l'Uomo legato alle necessità dell'uomo. Avevo l'Universo di sgabello ai miei piedi e tutte le potenze come serve ubbidienti. E se, mentre ero l'Evangelizzatore, avevo potuto trasfigurarmi sul Tabor, non avrò potuto, divenuto il Cristo glorioso, trasfigurarmi per la Madre mia?
Anzi, no: cambiarmi per gli uomini ed apparire ad Essa cosi come ero ormai: divino, glorioso, trasfigurato, da Uomo quale mi mostravo a tutti, in Quello che ero in realtà.
Mi aveva pur visto, povera Madre, trasfigurato dai patimenti. Era giusto mi vedesse trasfigurato dalla Gloria.
Non discutete se Io potevo essere realmente in Maria.
Se voi dite che Dio è in Cielo e in Terra e in ogni luogo, perché potete dubitare che Io potessi essere contemporaneamente in Cielo e nel Cuore di Maria, che era un vivo Cielo?
Se voi credete che Io sia nel Sacramento e chiuso nei vostri cibori, perché potete dubitare che Io fossi in questo purissimo e ardentissimo Ciborio che era il Cuore di mia Madre?
Che cosa è l'Eucarestia? Il mio Corpo e il mio Sangue uniti alla mia Anima e alla mia Divinità.
Ebbene, quando Ella si incinse di Me, che aveva nel seno di diverso?
Non aveva il Figlio di Dio, il Verbo del Padre col suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità?
Voi non mi avete forse perché Maria mi ha avuto e mi ha dato a voi dopo avermi portato per nove mesi?
Ebbene, come Io ho lasciato il Cielo per dimorare nel seno di Maria, cosi, ora che lasciavo la Terra, eleggevo il seno di Maria per mio Ciborio. E quale ciborio, in quale cattedrale, più bello e santo di questo?
La Comunione è un miracolo di amore che Io ho fatto per voi, uomini.
Ma, in cima al mio pensiero d'amore, raggiava il pensiero di infinito amore di poter vivere con mia Madre e di farla vivere con Me sinché non fossimo riuniti in Cielo.
Il primo miracolo lo feci per la gioia di Maria, a Cana di Galilea.
L'ultimo miracolo, anzi gli ultimi miracoli, per il conforto di Maria, a Gerusalemme.
L'Eucarestia e il velo della Veronica.
Questo, per dare una stilla di miele all'amaritudine della Desolata.
Quello, per non farle sentire che non c'era più Gesù sulla Terra.
Tutto, tutto, tutto, ma capitelo una volta, voi avete per Maria! Dovreste amarla e benedirla ad ogni vostro respiro.
Il velo della Veronica è anche un pungolo alla vostra anima scettica.
Confrontate, voi che procedete per aridi esami, o razionalisti, o tiepidi, o vacillanti nella fede, il Volto del Sudario e quello della Sindone.
L'uno è il Volto d'un vivo, l'altro quello d'un morto.
Ma lunghezza, larghezza, caratteri somatici, forma, caratteristiche, sono uguali. Vedrete che corrispondono.
Sono Io. Io che ho voluto ricordarvi come ero e come ero divenuto per amore di voi. Se non foste dei perduti, dei ciechi, dovrebbero bastare quei due Volti a portarvi all'amore, al pentimento, a Dio.
Il Figlio di Dio vi lascia benedicendovi col Padre e con lo Spirito Santo».
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5.2 Al Getsemani: l’ultimo discorso e saluto di Gesù e poi, al Campo dei Galilei: l’Addio a tutti e l’ascesa al Cielo.
Dopo quella apparizione mattutina ed intima di Gesù alla Mamma, la Valtorta rivede ancora una volta Gesù con Maria, questa volta non più trasfigurato, mentre passeggia con Lei sulle balze del Getsemani.
Le parole che Egli – da Gesù-Dio - doveva dire alla Madre prima del distacco le aveva già dette, ma questo è invece un ulteriore momento di intimità…umana.
Si cominciano a sentire però le prime voci degli apostoli che giungono.
Gesù e la Madre si fermano, si abbracciano per l’ultima volta. Gesù-Uomo stringe a sé la Mamma che lo ha generato, lei gli si inginocchia ai piedi, lui le impone le mani sul capo e la benedice, si china, la rialza e tornano insieme verso una casa.
Là vi sono gli apostoli e li attende una tavola imbandita frugalmente.
Il pasto, che più che un pasto è uno spuntino, è presto finito.
La Valtorta vede e scrive (i grassetti sono miei):
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Gesù apre le mani al di sopra della tavola, col suo atto abituale davanti ad un fatto ineluttabile, e dice:
«Ecco. E’ venuta l'ora che Io debbo lasciarvi per tornare al Padre mio. Ascoltate le ultime parole del vostro Maestro.
Non allontanatevi da Gerusalemme in questi giorni.
Lazzaro, al quale ho parlato, ha provveduto una volta ancora a fare realtà i desideri del suo Maestro e cede a voi la casa dell'ultima Cena, perché abbiate una dimora nella quale raccogliere l'adunanza e raccogliervi in preghiera.
State là dentro in questi giorni e pregate assiduamente per prepararvi alla venuta dello Spirito Santo, che vi completerà per la vostra missione.
Ricordatevi che Io, che pure ero Dio, mi sono preparato con una severa penitenza al mio ministero di Evangelizzatore.
Sempre più facile e sempre più breve sarà la vostra preparazione. Ma non esigo altro da voi. Mi basta solo che preghiate assiduamente, in unione coi settantadue e sotto la guida di mia Madre, che vi raccomando con premura di Figlio. Ella vi sarà Madre e Maestra di amore e sapienza perfetta.
Avrei potuto mandarvi altrove per prepararvi a ricevere lo Spirito Santo, ma voglio invece che qui rimaniate, perché è Gerusalemme negatrice che deve stupire per la continuazione dei prodigi divini, dati a risposta delle sue negazioni.
Dopo, lo Spirito Santo vi farà comprendere la necessità che la Chiesa sorga proprio in questa città che, giudicando umanamente, è la più indegna di averla.
Ma Gerusalemme è sempre Gerusalemme, anche se il peccato la colma e se qui si è compiuto il deicidio.
Nulla gioverà per essa. È condannata.
Ma, se condannata essa è, non tutti condannati sono i suoi cittadini.
State qui per i pochi giusti che essa ha nel suo seno, e state qui perché questa è la città regale e la città del Tempio e perché, come è predetto dai profeti, qui, dove è stato unto e acclamato e innalzato il Re Messia, qui deve avere inizio il suo regno sul mondo, e qui ancora, dove da Dio ha libello di ripudio la sinagoga per i suoi troppo orrendi delitti, deve sorgere il Tempio nuovo al quale accorreranno genti d'ogni nazione.
Leggete i profeti. In essi tutto è predetto. Mia Madre prima, poscia lo Spirito Paraclito, vi faranno comprendere le parole dei profeti per questo tempo.
Rimanete qui sino a quando Gerusalemme ripudierà voi come mi ha ripudiato e odierà la mia Chiesa come ha odiato Me, covando disegni per sterminarla.
Allora portatela altrove, la sede di questa mia Chiesa diletta, perché essa non deve perire. Io ve lo dico: neppur l'inferno prevarrà su essa.
Ma, se Dio vi assicura la sua protezione, non tentate il Cielo esigendo tutto dal Cielo.
Andate in Efraim, come vi andò il vostro Maestro perché non era l'ora di esser preso dai nemici. Vi dico Efraim per dirvi terra di idoli e pagani.
Ma non sarà Efraim di Palestina che dovete eleggere a sede della Chiesa mia.
Ricordatevi quante volte, a voi uniti o a un di voi singolarmente, ho parlato di questo, predicendovi che avreste dovuto calcare le vie della Terra per giungere al cuore di essa e là fissare la mia Chiesa.
È dal cuore dell'uomo che il sangue si propaga per tutte le membra. È dal cuore del mondo che il Cristianesimo si deve propagare a tutta la Terra.
Per ora la mia Chiesa è simile a creatura già concepita ma che ancora si forma nella matrice. Gerusalemme è la sua matrice, e nel suo interno il cuore ancor piccolo, intorno al quale si radunano le poche membra della Chiesa nascente, dà le sue piccole onde di sangue a queste membra.
Ma, giunta l'ora che Dio ha segnata, la matrice matrigna espellerà la creatura formatasi nel suo seno, ed essa andrà in una terra nuova, e là crescerà divenendo grande Corpo, esteso a tutta la Terra, e i battiti del forte cuore della Chiesa si propagheranno a tutto il gran Corpo.
I battiti del cuor della Chiesa, affrancatasi da ogni legame col Tempio, eterna e vittoriosa sulle rovine del Tempio perito e distrutto, vivente nel cuore del mondo, a dire ad ebrei e gentili che Dio solo trionfa e vuole ciò che vuole, e che né livore di uomini né schiere di idoli arrestano il suo volere.
Ma questo verrà poi, e in quel tempo voi saprete cosa fare. Lo Spirito di Dio vi condurrà. Non temete. Per ora raccogliete in Gerusalemme la prima adunanza dei fedeli.
Poi altre adunanze si formeranno più il numero di essi crescerà. In verità vi dico che i cittadini del mio Regno aumenteranno rapidamente come semi gettati in ottima terra.
Il mio popolo si propagherà per tutta la Terra.
Il Signore dice al Signore: "Siccome Tu hai fatto questo e per Me non ti sei risparmiato, Io ti benedirò e moltiplicherò la tua stirpe come le stelle del cielo e come le arene che sono sul lido del mare. La tua progenie possederà la porta dei suoi nemici e nella tua progenie saranno benedette tutte le nazioni della Terra".
Benedizione è il mio Nome, il mio Segno e la mia Legge, là dove sono conosciuti sovrani.
Sta per venire lo Spirito Santo, il Santificatore, e voi ne sarete ripieni. Fate d'esser puri come tutto quello che deve avvicinare il Signore.
Ero Signore Io pure come Esso. Ma avevo indossato sulla mia Divinità una veste per potere stare fra voi, e non solo per ammaestrarvi e redimervi con gli organi e il sangue di essa veste, ma anche per portare il Santo dei santi fra gli uomini, senza la sconvenienza che ogni uomo, anche impuro, potesse posare gli occhi su Colui che temono di mirare i Serafini.
Ma lo Spirito Santo verrà senza velo di carne e si poserà su voi e scenderà in voi coi suoi sette doni e vi consiglierà.
Ora, il consiglio di Dio è cosa così sublime che occorre prepararsi ad esso con una volontà eroica di una perfezione che vi faccia somiglianti al Padre vostro e al vostro Gesù, e al vostro Gesù nei suoi rapporti col Padre e con lo Spirito Santo. Quindi, carità perfetta e purezza perfetta, per poter comprendere l'Amore e riceverlo sul trono del cuore.
Perdetevi nel gorgo della contemplazione. Sforzatevi di dimenticare che siete uomini e sforzatevi a mutarvi in serafini. Lanciatevi nella fornace, nelle fiamme della contemplazione.
La contemplazione di Dio è simile a scintilla che scocca dall'urto della selce contro l'acciarino e suscita fuoco e luce. È purificazione il fuoco che consuma la materia opaca e sempre impura e la trasmuta in fiamma luminosa e pura.
Non avrete il Regno di Dio in voi se non avrete l'amore. Perché il Regno di Dio è l'amore, e appare con l'Amore, e per l'Amore si instaura nei vostri cuori in mezzo ai fulgori di una luce immensa che penetra e feconda, leva le ignoranze, dà le sapienze, divora l'uomo e crea il dio, il figlio di Dio, il mio fratello, il re del trono che Dio ha preparato per coloro che si dànno a Dio per avere Dio, Dio, Dio, Dio solo.
Siate dunque puri e santi per l'orazione ardente che santifica l'uomo, perché lo immerge nel fuoco di Dio che è la carità.
Voi dovete essere santi. Non nel senso relativo che questa parola aveva sinora, ma nel senso assoluto che Io ho dato alla stessa proponendovi la santità del Signore per esempio e limite, ossia la santità perfetta.
Fra noi è chiamato santo il Tempio, santo il luogo dove è l'altare, Santo dei santi il luogo velato dove è l'arca e il propiziatorio. Ma in verità vi dico che coloro che possiedono la Grazia e vivono in santità per amor del Signore sono più santi del Santo dei santi, perché Dio non si posa soltanto su essi, come sul propiziatorio che è nel Tempio per dare i suoi ordini, ma abita in essi per dare ad essi i suoi amori.
Ricordate le mie parole dell'ultima Cena?
Vi avevo promesso allora lo Spirito Santo. Ecco, Egli sta per venire a battezzarvi non già con l'acqua, come ha fatto con voi Giovanni preparandovi a Me, ma col fuoco per prepararvi a servire il Signore così come Egli vuole da voi.
Ecco, Egli sarà qui, di qui a non molti giorni. E dopo la sua venuta le vostre capacità aumenteranno senza misura, e voi sarete capaci di comprendere le parole del vostro Re e fare le opere che Egli vi ha detto di fare per estendere il suo Regno sulla Terra».
«Ricostruirai allora, dopo la venuta dello Spirito Santo, il Regno d'Israele?», gli chiedono interrompendolo.
«Non ci sarà più Regno d'Israele. Ma il mio Regno.
Ed esso sarà compiuto quando il Padre ha detto. Non sta a voi di sapere i tempi e i momenti che il Padre si è riservato in suo potere. Ma voi, intanto, riceverete la virtù dello Spirito Santo che verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, in Giudea, e in Samaria, e sino ai confini della Terra, fondando le adunanze là dove siano uomini riuniti nel mio Nome; battezzando le genti nel Nome Ss. del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, così come vi ho detto, perché abbiano la Grazia e vivano nel Signore; predicando il Vangelo a tutte le creature, insegnando ciò che vi ho insegnato, facendo ciò che vi ho comandato di fare.
Ed Io sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.
E questo voglio ancora. Che a presiedere l'adunanza di Gerusalemme sia Giacomo, fratello mio.
Pietro, come capo di tutta la Chiesa, dovrà sovente intraprendere viaggi apostolici, perché tutti i neofiti desidereranno conoscere il Pontefice capo supremo della Chiesa. Ma grande sarà l'ascendente che sui fedeli di questa prima Chiesa avrà il fratello   mio.
Gli uomini sono sempre uomini e vedono da uomini. Parrà loro che Giacomo sia una continuazione di Me, solo perché mi è fratello. In verità Io dico che più grande, e somigliante al Cristo, egli è per sapienza che per parentela. Ma così è.
Gli uomini, che non mi cercavano mentre ero fra loro, ora cercheranno Me in colui che mi è parente. Tu, poi, Simon Pietro, sei destinato ad altri onori ... ».
«Che non merito, Signore. Te lo dissi quando mi apparisti e ancor te lo dico alla presenza di tutti. Tu sei buono, divinamente buono, oltreché sapiente, e giustamente hai giudicato me, che ti ho rinnegato in questa città, non adatto ad esserne il capo spirituale. Tu mi vuoi risparmiare da tanti giusti scherni ... ».
«Tutti fummo uguali meno due, Simone. Io pure sono fuggito. Non per questo, ma per le ragioni che ha detto, il Signore ha destinato me a questo posto; ma tu sei il mio Capo, Simone di Giona, ed io tale ti riconosco, e alla presenza del Signore e di tutti i compagni ti professo ubbidienza.
Ti darò ciò che posso per aiutarti nel tuo ministero, ma, te ne prego, dammi i tuoi ordini, perché tu sei il Capo ed io il suddito.
Quando il Signore mi ha ricordato un discorso lontano, io ho chinato il capo dicendo: "Sia fatto ciò che Tu vuoi". Così lo dirò a te dal momento che, avendoci lasciati il Signore, tu ne sarai il Rappresentante in Terra. E ci ameremo aiutandoci nel ministero sacerdotale», dice Giacomo inchinandosi dal suo posto per rendere omaggio a Pietro.
«Sì. Amatevi fra voi, aiutandovi scambievolmente, perché questo è il comandamento nuovo e il segno che voi siete veramente di Cristo.
Non turbatevi per nessuna ragione. Dio è in voi. Voi potete fare ciò che Io voglio da voi. Non vi imporrei delle cose che non potreste fare, perché non voglio la vostra rovina, ma anzi la vostra gloria.
Ecco. Io vado a preparare il vostro posto a fianco del mio trono.
State uniti a Me e al Padre nell'amore.
Perdonate al mondo che vi odia. Chiamate figli e fratelli quelli che vengono a voi, o già sono con voi per amor mio.
State nella quiete di sapermi sempre pronto ad aiutarvi a portare la vostra croce.
Io sarò con voi nelle fatiche del vostro ministero e nell'ora delle persecuzioni, e non perirete, non soccomberete, anche se ciò sembrerà a quelli che vedono con gli occhi del mondo. Sarete gravati, addolorati, stanchi, torturati, ma il mio gaudio sarà in voi, perché Io vi aiuterò in ogni cosa.
In verità vi dico che, quando avrete ad Amico l'Amore, capirete che ogni cosa subita e vissuta per amor mio diviene leggera, anche se è tortura pesante del mondo. Perché a colui che riveste ogni sua azione, volontaria o impostagli, di amore, muta il giogo della vita e del mondo in giogo a lui dato da Dio, da Me.
Ed Io vi ripeto che il mio carico è sempre proporzionato alle vostre forze e il mio giogo è leggero perché Io vi aiuto a portarlo.
Voi lo sapete che il mondo non sa amare. Ma voi d'ora in poi amate il mondo di amor soprannaturale, per insegnargli ad amare.
E se vi diranno, vedendovi perseguitati: "Così vi ama Dio? Facendovi soffrire, dandovi dolore? Allora non merita conto esser di Dio", rispondete: "Il dolore non viene da Dio. Ma Dio lo permette, e noi ne sappiamo la ragione e ci gloriamo di avere la parte che ebbe Gesù Salvatore, Figlio di Dio".
Rispondete: "Noi ci gloriamo di esser confitti alla croce e di continuare la Passione del nostro Gesù".
Rispondete con le parole della Sapienza: "La morte e il dolore sono entrati nel mondo per invidia del demonio, ma Dio non è autore della morte e del dolore e non gode del dolore dei viventi. Tutte le cose di Lui sono vita e tutte sono salutari".
Rispondete: "Al presente noi sembriamo perseguitati e vinti, ma nel giorno di Dio, cambiate le sorti, noi giusti, perseguitati sulla Terra, staremo gloriosi davanti a coloro che ci vessarono e disprezzarono".
Però anche dite loro: “Venite a noi! Venite alla Vita e alla Pace. Il nostro Signore non vuole la vostra rovina, ma la salute vostra. Per questo ha dato il suo Figlio diletto, acciò voi tutti foste salvati”.
E rallegratevi di partecipare ai patimenti miei per poi essere con Me nella gloria. "Io sarò la vostra ricompensa oltremodo grande", promette in Abramo il Signore a tutti i suoi servi fedeli. Voi sapete come si conquista il Regno dei Cieli: con la forza, e vi si giunge attraverso a molte tribolazioni. Ma colui che persevera come Io ho perseverato sarà dove Io sono.
Io ve l'ho detto quale è la via e la porta che conducono nel Regno dei Cieli, e Io per primo ho camminato per quella e sono tornato al Padre per quella. Se ve ne fosse un'altra ve l'avrei insegnata, perché ho pietà della vostra debolezza d'uomini. Ma non ve ne è un'altra...
Indicandovela come unica via e unica porta, anche vi dico, vi ripeto quale è la medicina che dà forza per percorrerla ed entrare. È l'amore.
Sempre l'amore.
Tutto diviene possibile quando in noi è l'amore. E tutto l'amore vi darà l'Amore che vi ama, se voi chiederete in Nome mio tanto amore da divenire atleti nella santità.
Li benedice e dice: «Ed ora andiamo».
Escono dalla stanza, dalla casa…
Giona, Maria e Marco sono lì fuori, e si inginocchiano adorando Gesù.
«La pace resti con voi. E vi compensi il Signore di quanto mi avete dato», dice Gesù benedicendoli nel passare.
Marco si alza dicendo: «Signore, gli uliveti lungo la via di Betania sono pieni di discepoli che ti attendono».
«Va' a dire loro che si dirigano al campo dei Galilei».
Marco sfreccia via con tutta la velocità delle sue giovani gambe.
«Sono venuti tutti, allora», dicono gli apostoli fra loro.
Più là, seduta fra Marziam e Maria Cleofe, è la Madre del Signore. E si alza vedendolo venire, adorandolo con tutto il palpito del suo cuore di Madre e di fedele.
«Vieni, Madre, anche tu, Maria ... », invita Gesù vedendole ferme, inchiodate dalla sua maestà che sfolgora come nel mattino della Risurrezione.
Ma Gesù non vuole opprimere con questa sua maestà, e domanda, affabilmente, a Maria d'Alfeo: «Sei tu sola?».
«Le altre... le altre sono avanti... Coi pastori e... con Lazzaro e tutta la sua famiglia... Ma ci hanno lasciate qui noi, perché... Oh! Gesù! Gesù! Gesù!... Come farò a non vederti più, Gesù benedetto, Dio mio, io che ti ho amato prima ancor che fossi nato, io che ho tanto pianto per Te quando non sapevo dove eri dopo la strage... io che ho avuto il mio sole nel tuo sorriso da quando sei tornato, e tutto, tutto il mio bene?... Quanto bene! Quanto bene mi hai dato! ... Ora sì che divento veramente povera, vedova, sola! ... Finché c'eri Tu, c'era tutto! ... Credevo di aver conosciuto tutto il dolore quella sera... Ma il dolore stesso, tutto quel dolore di quel giorno mi aveva inebetita e... sì, era meno forte di ora... E poi... c'era che risorgevi. Mi pareva di non crederlo, ma mi accorgo adesso che lo credevo, perché non sentivo questo che sento ora... », piange e ansima, tanto il pianto la soffoca.
«Maria buona, ti affliggi proprio come un bambino che crede che la madre non lo ami e l'abbia abbandonato, perché è andata in città a comperargli doni che lo faranno felice, e che presto sarà a lui di ritorno per coprirlo di carezze e di regali. E non faccio così Io con te? Non vado per prepararti la gioia? Non vado per tornare a dirti: "Vieni, parente e discepola diletta, madre dei miei diletti discepoli"? Non ti lascio il mio amore? Te lo dono il mio amore, Maria! Tu lo sai se ti amo!
Non piangere così, ma giubila, perché non mi vedrai più vilipeso e affaticato, non più inseguito e ricco solo dell'amore di pochi.
E col mio amore ti lascio mia Madre. Giovanni le sarà figlio, ma tu siile buona sorella come sempre. Vedi? Ella non piange, la Madre mia. Ella sa che, se la nostalgia di Me sarà la lima che consumerà il suo cuore, l'attesa sarà sempre breve rispetto alla grande gioia di una eternità di unione, e sa anche che non sarà questa separazione nostra così assoluta da farle dire: "Non ho più Figlio". Quello era il grido di dolore del giorno del dolore.
Ora nel suo cuore canta la speranza: "Io so che mio Figlio sale al Padre, ma non mi lascerà senza i suoi spirituali amori".
Così credi tu, e tutti... Ecco gli altri e le altre. Ecco i miei pastori».
I volti di Lazzaro  e delle sorelle framezzo a tutti i servi di Betania, il volto di Giovanna simile a rosa sotto un velo di pioggia, e quello di Elisa e di Niche, già segnati dall'età - e ora le rughe si approfondiscono per la pena, sempre pena per la creatura anche se l'anima giubila per il trionfo del Signore - e quello di Anastasica, e i volti liliali delle prime vergini, e l'ascetico volto di Isacco, e quello ispirato di Mattia, e il volto virile di Mannaen, e quelli austeri di Giuseppe e Nicodemo... Volti, volti, volti...
Gesù chiama a Sé i pastori, Lazzaro, Giuseppe, Nicodemo, Mannaen, Massimino e gli altri dei settantadue discepoli. Ma tiene vicino specialmente i pastori dicendo loro:
«Qui. Voi vicini al Signore che era venuto dal Cielo, curvi sul suo annichilimento, voi vicini al Signore che al Cielo ritorna, con gli spiriti gioenti della sua glorificazione. Avete meritato questo posto, perché avete saputo credere contro ogni circostanza in sfavore e avete saputo soffrire per la vostra fede. Io vi ringrazio del vostro amore fedele. Tutti vi ringrazio.
Tu, Lazzaro amico. Tu Giuseppe e tu Nicodemo, pietosi al Cristo quando esserlo poteva essere grande pericolo.
Tu Mannaen, che hai saputo disprezzare i sozzi favori di un immondo per camminare nella mia via.
Tu, Stefano, fiorita corona di giustizia, che hai lasciato l'imperfetto per il perfetto e sarai coronato di un serto che ancor non conosci ma che ti annunceranno gli angeli.
Tu Giovanni, per breve tempo fratello al seno purissimo e venuto alla Luce più che alla vista.
Tu Nicolai, che proselite hai saputo consolarmi del dolore dei figli di questa nazione.
E voi discepole buone è forti, nella vostra dolcezza, più di Giuditta.
E tu Marziam, mio fanciullo, e d'ora in poi prendi il nome di Marziale, a ricordo del fanciullo romano ucciso per via e deposto al cancello di Lazzaro col cartiglio di sfida: "E ora di' al Galileo che ti resusciti, se è il Cristo e se è risorto", ultimo degli innocenti che in Palestina persero la vita per servire Me anche incoscientemente, e primo degli innocenti di ogni nazione che, venuti al Cristo, saranno per questo odiati e spenti anzitempo, come bocci di fiori strappati allo stelo prima che s'aprano in fiore. E questo nome, o Marziale, ti indichi il tuo destino futuro: sii apostolo in barbare terre e conquistale al tuo Signore come il mio amore conquistò il fanciullo romano al Cielo.
Tutti, tutti benedetti da Me in questo addio, invocandovi dal Padre la ricompensa di coloro che hanno consolato il doloroso cammino del Figlio dell'uomo.
Benedetta l'Umanità nella sua porzione eletta che è nei giudei come nei gentili, e che si è manifestata nell'amore che ebbe per Me.
Benedetta la Terra con le sue erbe e i suoi fiori, i suoi frutti che mi hanno dato diletto e ristoro tante volte.
Benedetta la Terra con le sue acque e i suoi tepori, per gli uccelli e gli animali che molte volte superarono l'uomo nel dare conforto al Figlio dell'uomo.
Benedetto tu, sole, e tu mare, e voi monti, colline, pianure.
Benedette voi, stelle che mi siete state compagne nella notturna preghiera e nel dolore.
E tu, luna, che mi hai fatto lume all'andare nel mio pellegrinaggio di Evangelizzatore.
Tutte, tutte benedette, voi, creature, opere del Padre mio, mie compagne in quest'ora mortale, amiche a Colui che aveva lasciato il Cielo per togliere alla tribolata Umanità i triboli della Colpa che separa da Dio.
E benedetti anche voi, strumenti innocenti della mia tortura: spine, metalli, legno, canape ritorte, perché mi avete aiutato a compiere la Volontà del Padre mio! ».
Che voce tonante ha Gesù!
Si spande nell'aria tepida e cheta come voce di un bronzo percosso, si propaga in onde sul mare di volti che lo guardano da ogni direzione.
Io dico che sono delle centinaia di persone quelle che circondano Gesù che ascende, coi più diletti, verso la cima dell'Uliveto. Ma Gesù, giunto vicino al campo dei Galilei, vuoto di tende in questo periodo fra l'una e l'altra festa, ordina ai discepoli: «Fate fermare la gente dove è, e poi seguitemi».
Sale ancora, sino alla cima più alta del monte, quella che è già più prossima a Betania, che domina dall'alto, che non a Gerusalemme.
Stretti a Lui la Madre, gli apostoli, Lazzaro, i pastori e Marziam. Più in là, a semicerchio a tenere indietro la folla dei fedeli, gli altri discepoli.
Gesù è in piedi su una larga pietra un poco sporgente, biancheggiante fra l'erba verde di una radura.
Il sole lo investe facendo biancheggiare come neve la sua veste e rilucere come oro i suoi capelli.
Gli occhi sfavillano di una luce divina.
Apre le braccia in un gesto di abbraccio. Pare voglia stringersi al seno tutte le moltitudini della Terra che il suo spirito vede rappresentate in quella turba.
La sua indimenticabile, inimitabile voce dà l'ultimo comando:
«Andate! Andate in mio Nome ad evangelizzare le genti sino agli estremi confini della Terra. Dio sia con voi. Il suo amore vi conforti, la sua luce vi guidi, la sua pace dimori in voi sino alla vita eterna».
Si trasfigura in bellezza.
Bello! Bello come e più che sul Tabor. Cadono tutti in ginocchio adorando.
Egli, mentre già si solleva dalla pietra su cui posa, cerca ancora una volta il volto di sua Madre, e il suo sorriso raggiunge una potenza che nessuno potrà mai rendere...
È il suo ultimo addio alla Madre.
Sale, sale...
Il sole, ancor più libero di baciarlo, ora che nessuna fronda anche lieve intercetta il cammino ai suoi raggi, colpisce dei suoi fulgori il Dio-Uomo che ascende col suo Corpo Ss. al Cielo, e ne svela le Piaghe gloriose che splendono come rubini vivi. Il resto è un perlaceo ridere di luce. È veramente la Luce che si manifesta per ciò che è, in quest'ultimo istante come nella notte natalizia.
Sfavilla il Creato della luce del Cristo che ascende.
Luce che supera quella del sole. Luce sovrumana e beatissima. Luce che scende dal Cielo incontro alla Luce che sale...
E Gesù Cristo, il Verbo di Dio, dispare alla vista degli uomini in questo oceano di splendori...
In terra due unici rumori nel silenzio profondo della folla estatica: il grido di Maria quando Egli scompare: « Gesù! », e il pianto di Isacco.
Gli altri sono ammutoliti di religioso stupore, e restano là, come in attesa, finché due luci angeliche candidissime, in forma mortale, appaiono dicendo le parole riportate nel capo primo degli Atti Apostolici.
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5.3 Di fronte al Padre Iddio era il Figlio. Nella veste del Suo Corpo glorificato…
Il Credo ci dice dunque che - dopo l’Ascensione al Cielo - Gesù siede alla destra di Dio Padre Onnipotente.
I teologi dicono che bisognerebbe intendersi su cosa significhi ‘discendere’ agli Inferi, ‘salire’ al Cielo e cosa significhi sedere ‘alla destra’ di Dio Padre onnipotente.
Essi spiegano trattarsi di metafore.
In effetti, ragionandoci sopra, dobbiamo comprendere che Dio ci parla con un linguaggio ‘antropologico’, cioè adatto alla nostra psiche umana di esseri fatti di spirito ma anche molto di carne.
Noi viviamo in una dimensione spazio-temporale che è tridimensionale e solo in questi termini riusciamo a comprendere – umanamente – certi concetti o situazioni spirituali che in realtà comprenderemo solo quando – in ‘Cielo’ – il nostro spirito potrà avere, se salvo, la conoscenza delle Verità soprannaturali.
Alto e basso sono concetti che dipendono dalla posizione di chi osserva. Se uno osserva una certa cosa sospesa in aria stando - anziché con i piedi per terra – con la testa poggiata a terra e i piedi in alto vedrà capovolta la posizione ‘alto-basso’ di quella certa cosa così come, guardandoci ad esempio allo specchio, vediamo nella nostra immagine speculare che la nostra destra e sinistra sono invertite come se la nostra mano destra fosse sinistra e viceversa.
L’Italia è a nord – in alto - per chi vive in Africa, è a sud – in basso – per chi vive in Nord Europa.
La ‘terra’ è dunque il luogo dove ‘vivono’ gli uomini viatori, il ‘cielo’ è il luogo dove ‘vive’ Dio, gli Angeli e gli spiriti dei Santi, l’inferno è il ‘luogo’ dove ‘vivono’ i morti dannati e i demoni.
Marco e Luca citano nei loro Vangeli il fatto materialmente visibile dell’Ascensione di Gesù al Cielo.
Marco aggiunge anche che Gesù sedette ‘alla destra’ di Dio Padre. (Mc 16,19).
Lo stesso Paolo scrive agli Efesini dicendo: ‘Il Dio della Gloria… risuscitò (Cristo) dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità…’ (Ef 1, 17-23)
Il fatto di sedere alla destra è dunque una metafora, cioè una figura retorica che comporta un trasferimento di significato che offre una immagine a forte carica espressiva.
Dire dunque che Gesù siede ‘alla destra’ del ‘Padre’ significa – ragionando con la mentalità della nostra struttura intellettuale – attribuire a Dio Padre affetti e membra umane nonostante Egli sia puro Spirito e quindi non abbia corpo.
Nelle tradizioni culturali degli uomini viene tributato un maggiore onore a chi siede alla destra del personaggio più importante, e sia l’Evangelista Marco che San Paolo attribuiscono questa posizione spaziale a Gesù applicandola alle cose celesti per significare la Gloria che il Verbo-Uomo si è guadagnata sacrificandosi sulla Croce per redimere l’Umanità riaprendole le Porte del Cielo.
In realtà noi non sappiamo come stiano realmente le cose lassù, a meno che…, a meno che non andiamo a leggerci almeno una parte del brano in cui la mistica Valtorta descrive al suo Padre spirituale come lei ha visto in visione Gesù in Cielo, dove è salito – come avrebbe fatto successivamente la Madonna – in anima e corpo umano …, corpo realmente solido anche se ‘glorificato’, distinguendo tuttavia nella visione da altre metafore ‘visive’ necessarie a farle intuire certe realtà spirituali altrimenti incomprensibili alla mente umana.
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(…)
Ed ora cerco descrivere.
Ho rivisto il Paradiso. E ho compreso di cosa è fatta la sua Bellezza, la sua Natura, la sua Luce, il suo Canto. Tutto, insomma. Anche le sue Opere, che sono quelle che, da tant’alto, informano, regolano, provvedono a tutto l’universo creato. Come già l’altra volta, nei primi del corrente anno, credo, ho visto la Ss. Trinità.
Ma andiamo per ordine.
Anche gli occhi dello spirito, per quanto molto più atti a sostenere la Luce che non i poveri occhi del corpo che non possono fissare il sole, astro simile a fiammella di fumigante lucignolo rispetto alla Luce che è Dio, hanno bisogno di abituarsi per gradi alla contemplazione di questa alta Bellezza.
Dio è così buono che, pur volendosi svelare nei suoi fulgori, non dimentica che siamo poveri spiriti ancor prigionieri in una carne, e perciò indeboliti da questa prigionia. Oh! come belli, lucidi, danzanti, gli spiriti che Dio crea ad ogni attimo per esser anima alle nuove creature! Li ho visti e so.
Ma noi... finché non torneremo a Lui non possiamo sostenere lo Splendore tutto d’un colpo. Ed Egli nella sua bontà ce ne avvicina per gradi.
Per prima cosa, dunque, ieri sera ho visto come una immensa rosa. Dico “rosa” per dare il concetto di questi cerchi di luce festante che sempre più si accentravano intorno ad un punto di un insostenibile fulgore.
Una rosa senza confini! La sua luce era quella che riceveva dallo Spirito Santo.
La luce splendidissima dell’Amore eterno. Topazio e oro liquido resi fiamma... oh! non so come spiegare! Egli raggiava, alto, alto e solo, fisso nello zaffiro immacolato e splendidissimo dell’Empireo, e da Lui scendeva a fiotti inesausti la Luce. La Luce che penetrava la rosa dei beati e dei cori angelici e la faceva luminosa di quella sua luce che non è che il prodotto della luce dell’Amore che la penetra. Ma io non distinguevo santi o angeli. Vedevo solo gli immisurabili festoni dei cerchi del paradisiaco fiore.
Ne ero già tutta beata e avrei benedetto Dio per la sua bontà, quando, in luogo di cristallizzarsi così, la visione si aprì a più ampi fulgori, come se si fosse avvicinata sempre più a me permettendomi di osservarla con l’occhio spirituale abituato ormai al primo fulgore e capace di sostenerne uno più forte.
E vidi Dio Padre: Splendore nello splendore del Paradiso. Linee di luce splendidissima, candidissima, incandescente. Pensi lei: se io lo potevo distinguere in quella marea di luce, quale doveva esser la sua Luce che, pur circondata da tant’altra, la annullava facendola come un’ombra di riflesso rispetto al suo splendere? Spirito... Oh! come si vede che è spirito! È Tutto. Tutto tanto è perfetto.
È nulla perché anche il tocco di qualsiasi altro spirito del Paradiso non potrebbe toccare Dio, Spirito perfettissimo, anche con la sua immaterialità: Luce, Luce, niente altro che Luce.
Di fronte al Padre Iddio era Dio Figlio. Nella veste del suo Corpo glorificato su cui splendeva l’abito regale che ne copriva le Membra Ss. senza celarne la bellezza superindescrivibile. Maestà e Bontà si fondevano a questa sua Bellezza.
I carbonchi delle sue cinque Piaghe saettavano cinque spade di luce su tutto il Paradiso e aumentavano lo splendore di questo e della sua Persona glorificata.
Non aveva aureola o corona di sorta. Ma tutto il suo Corpo emanava luce, quella luce speciale dei corpi spiritualizzati che in Lui e nella Madre è intensissima e si sprigiona dalla Carne che è carne, ma non è opaca come la nostra. Carne che è luce.
Questa luce si condensa ancor di più intorno al suo Capo. Non ad aureola, ripeto, ma da tutto il suo Capo.
Il sorriso era luce e luce lo sguardo, luce trapanava4 dalla sua bellissima Fronte, senza ferite. Ma pareva che, là dove le spine un tempo avevano tratto sangue e dato dolore, ora trasudasse più viva luminosità.
Gesù era in piedi col suo stendardo regale in mano come nella visione che ebbi in gennaio, credo.
Un poco più in basso di Lui, ma di ben poco, quanto può esserlo un comune gradino di scala, era la Ss. Vergine. Bella come lo è in Cielo, ossia con la sua perfetta bellezza umana glorificata a bellezza celeste.
Stava fra il Padre e il Figlio che erano lontani tra loro qualche metro. (Tanto per applicare paragoni sensibili).
Ella era nel mezzo e, con le mani incrociate sul petto - le sue dolci, candidissime, piccole, bellissime mani - e col volto lievemente alzato - il suo soave, perfetto, amoroso, soavissimo volto - guardava, adorando, il Padre a il Figlio.
Piena di venerazione guardava il Padre. Non diceva parola. Ma tutto il suo sguardo era voce di adorazione e preghiera e canto. Non era in ginocchio. Ma il suo sguardo la faceva più prostrata che nella più profonda genuflessione, tanto era adorante. Ella diceva: “Sanctus!”, diceva: “Adoro Te!” unicamente col suo sguardo.
Guardava il suo Gesù piena di amore. Non diceva parola. Ma tutto il suo sguardo era carezza. Ma ogni carezza di quel suo occhio soave diceva: “Ti amo!”. Non era seduta. Non toccava il Figlio. Ma il suo sguardo lo riceveva come se Egli le fosse in grembo circondato da quelle sue materne braccia come e più che nell’infanzia e nella Morte. Ella diceva: “Figlio mio!”, “Gioia mia!”, “Mio amore!” unicamente col suo sguardo…
(…)
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Avrete notato che all’inizio Maria Valtorta aveva esordito dicendo: ‘Ho rivisto il Paradiso…’.
Si trattava di una precedente visione, un poco diversa per taluni aspetti ed altri particolari, ma identica nella sostanza a quella sopra trascritta.
Gesù – descrive la mistica - era vestito di bianco, ma di una veste ‘luminosissima e candidissima’ … una veste fatta di luce, un Gesù bellissimo, aitante, imponente, perfetto, sfolgorante. Lei vedeva molto bene le piaghe delle mani perché con la destra Egli teneva il suo scettro che era anche il suo vessillo…, con la sinistra accennava alla ferita del costato visibile come un punto luminoso da cui uscivano raggi che scendevano verso terra…, la ferita a destra era verso il polso, quella a sinistra, più centrale e vasta, era nel palmo della mano e si allungava in direzione del pollice. Le ferite splendevano in maniera viva. Il resto del Corpo era integro in ogni sua parte, bellissimo. Lo sguardo era fulgido, imponente, insostenibile, come quello di un Re di tremenda maestà…
Mi fermo qui per non privarvi di leggere nel silenzio della vostra meditazione le due visioni i cui riferimenti troverete nelle note a piè di pagina.
Nel prossimo ciclo di riflessioni approfondiremo l’affermazione del Credo:
5. DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI…
1. IL GIUDIZIO PARTICOLARE.
1.1 Il Giudizio particolare secondo la fede cristiana.
Nel corso delle nostre riflessioni sul Credo siamo arrivati ad un punto – e non è questo un gioco di parole – che possiamo considerare di capitale importanza, insomma un problema che non è esagerato definire ‘di vita o di morte’.
Ricorderete l’episodio di uno dei due ladroni in croce - quello che viene chiamato ‘il buon ladrone’ e che, contrariamente all’altro ladrone, chiede perdono per i propri peccati a Gesù?
Gesù, anch’Egli in croce, a sua volta gli risponde: ‘In verità ti dico oggi sarai con me in paradiso.’
Si chiamava Disma – nell’Opera di Maria Valtorta che racconta anche le sue imprese… brigantesche – ed è ricordato appunto anche dalla Chiesa come San Disma.
Perché mai però – da parte di Gesù - quel suo oggi sarai con me in Paradiso’?
Lo avete già immaginato: perché Gesù poco dopo sarebbe morto sulla Croce e - ciò facendo - avrebbe adempiuto alla sua missione in Terra ottenendo da Dio Padre la Redenzione degli uomini di buona volontà, con l’apertura delle porte del Paradiso - fino ad allora serrate all’Umanità a causa del Peccato originale - anche al ladrone perfettamente pentito.
Se una costante della Dottrina cristiana è quella del Giudizio universale alla fine del mondo con la Resurrezione dei vivi e dei morti, è pure vero che il buon ladrone – per poter entrare in Paradiso quello stesso giorno – deve aver anch’egli affrontato di lì a poco, cioè dopo la sua morte, il Giudizio particolare individuale che tocca a ciascun uomo.
Nel caso di Disma il Giudizio divino avrà tenuto conto non solo del suo pentimento perfetto sulla croce ma anche di quella promessa ‘molto speciale’ fattagli dall’Uomo-Dio, anch’Egli suo compagno di Croce, dove l’Innocente perdonava quel colpevole pentito perché anche per lui Egli si era fatto crocifiggere.
Il Giudizio divino si basa sull’amore, e la destinazione di ognuno - all’inferno, in purgatorio o direttamente in Paradiso - dipende dal comportamento, in rapporto all’amore, che ciascuno di noi ha tenuto in vita, una vita che è tanto più importante perché – se ben vissuta - è fucina di preparazione alle Vera Vita dell’Aldilà: quella eterna.
E’ pur vero che si tratta di una vita fatta di tribolazioni, di difficoltà nonché di combattimento contro gli istinti peggiori del nostro ‘io’, ma proprio per questo dobbiamo amarla perché - se ben combattuta – è proprio questa vita terrena quella che ci fa guadagnare la Vita vera, eterna.
Contrariamente a quei teologi che con diverse argomentazioni respingerebbero l’idea di un giudizio immediato dopo la morte, il Magistero della Chiesa ha stabilito che le anime - subito dopo la separazione dal corpo - sono giudicate secondo i loro meriti, per cui esse entrano nella vita eterna: parte in Paradiso, parte in Purgatorio per la necessaria purificazione, parte all’Inferno.
All’anima separata dal corpo mortale – insegna sempre il Magistero – si deve attribuire una intuizione fulminea  con la quale – singolarmente illuminata dalla Grazia attraverso lo sguardo diretto del ‘Cristo-Giudice’ – essa si rende conto della propria ultima ‘scelta’ di adesione o di rifiuto del Sommo Bene…, scelta carica di una intera vita tessuta momento per momento nella corrispondenza o nella resistenza all’amore di Dio, Giudizio al quale essa non si si può sottrarre, percependo la valutazione più oggettiva, sincera ed esatta di sé con tutti i meriti e le colpe.
E’ con questo Giudizio divino – che per certi versi si può anche considerare come una sorta di ‘auto-giudizio’ – che inizia per ciascuno di noi la vita eterna, con la compiacenza per il bene operato oppure la disperazione per il male irrimediabile commesso.
Il Catechismo della Chiesa cattolica (1021-1022) così presenta da parte sua il Giudizio particolare (i grassetti sono miei):
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« La morte pone fine alla vita dell'uomo come tempo aperto all'accoglienza o al rifiuto della grazia divina apparsa in Cristo.
Il Nuovo Testamento parla del giudizio principalmente nella prospettiva dell'incontro finale con Cristo alla sua seconda venuta, ma afferma anche, a più riprese, l'immediata retribuzione che, dopo la morte, sarà data a ciascuno in rapporto alle sue opere e alla sua fede.
La parabola del povero Lazzaro e la parola detta da Cristo in croce al buon ladrone così come altri testi del Nuovo Testamento parlano di una sorte ultima dell'anima che può essere diversa per le une e per le altre.
Ogni uomo fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo, oppure si dannerà immediatamente per sempre.
"Alla sera della vita, saremo giudicati sull'amore".
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Avevo accennato al fatto che fra i teologi vi è una corrente di pensiero che tende a negare l’esistenza di un giudizio particolare immediato dopo la morte e – citando io il Vangelo - avevo parlato qui all’inizio dell’episodio del ‘buon ladrone’ dove le parole dettegli da Gesù lasciavano pensare ad un giudizio con una ‘retribuzione’ immediata.
Lo stesso Catechismo qui sopra citato ne fa del resto più autorevolmente cenno.
Il Catechismo accenna tuttavia anche alla parabola del povero Lazzaro, che quindi riportiamo in nota, dalla quale pure risulta chiaro un giudizio particolare per cui Lazzaro viene portato dagli angeli nel ‘seno di Abramo’ mentre il ricco epulone viene relegato all’inferno: quindi tutto prima del Giudizio universale.
Ma nel caso la parabola evangelica avesse lasciato ancora dei dubbi andiamo a vedere come Gesù, ne ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’, ce la racconta (i grassetti sono i miei):
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(…)
Vi era un tempo un uomo molto ricco. Le vesti più belle erano le sue, e nei suoi abiti di porpora e di bisso si pavoneggiava nelle piazze e nella sua casa, riverito dai cittadini come il più potente del paese, e dagli amici che lo secondavano nella sua superbia per averne utile.
Le sue sale erano aperte ogni giorno in splendidi banchetti in cui la folla degli invitati, tutti ricchi, e perciò non bisognosi, si pigiavano adulando il ricco Epulone.
I suoi banchetti erano celebri per abbondanza di cibi e di vini prelibati. Ma nella stessa città vi era un mendico, un grande mendico. Grande nella sua miseria come l'altro era grande nella sua ricchezza. Ma sotto la crosta della miseria umana del mendico Lazzaro vi era celato un tesoro ancor più grande della miseria di Lazzaro e della ricchezza dell'Epulone. Ed era la santità vera di Lazzaro.
Egli non aveva mai trasgredito alla Legge, neppure sotto la spinta del bisogno, e soprattutto aveva ubbidito al precetto dell'amore verso Dio e verso il prossimo.
Egli, come sempre fanno i poveri, si accostava alle porte dei ricchi per chiedere l'obolo e non morire di fame. E andava ogni sera alla porta dell'Epulone sperando averne almeno le briciole dei pomposi banchetti che avvenivano nelle ricchissime sale. Si sdraiava sulla via, presso la porta, e paziente attendeva. Ma se l'Epulone si accorgeva di lui lo faceva scacciare, perché quel corpo coperto di piaghe, denutrito, in vesti lacere, era una vista troppo triste per i suoi convitati. L'Epulone diceva così. In realtà era perché quella vista di miseria e di bontà era un rimprovero continuo per lui.
Più pietosi di lui erano i suoi cani, ben pasciuti, dai preziosi collari, che si accostavano al povero Lazzaro e gli leccavano le piaghe, mugolando di gioia per le sue carezze, e giungevano a portargli gli avanzi delle ricche mense, per cui Lazzaro sopravviveva alla denutrizione per merito degli animali, perché per mezzo dell'uomo sarebbe morto, non concedendogli l'uomo neppure di penetrare nella sala dopo il convito per raccogliere le briciole cadute dalle mense.
Un giorno Lazzaro morì. Nessuno se ne accorse sulla terra, nessuno lo pianse. Anzi ne giubilò l'Epulone di non vedere quel giorno né poi quella miseria che egli chiamava "obbrobrio" sulla sua soglia.
Ma in Cielo se ne accorsero gli angeli. E al suo ultimo anelito, nella sua tana fredda e spoglia, erano presenti le coorti celesti, che in un folgoreggiare di luci ne raccolsero l'anima portandola con canti di osanna nel seno di Abramo.
Passò qualche tempo e morì l'Epulone.
Oh! che funerali fastosi! Tutta la città, che già sapeva della sua agonia e che si pigiava sulla piazza dove sorgeva la sua dimora per essere notata come amica del grande, per curiosità, per interesse presso gli eredi, si unì al cordoglio, e gli ululi salirono al cielo e con gli ululi del lutto le lodi bugiarde al "grande", al "benefattore", al "giusto" che era morto.
Può parola d'uomo mutare il giudizio di Dio?
Può apologia umana cancellare quanto è scritto sul libro della Vita? No, non può. Ciò che è giudicato è giudicato, e ciò che è scritto è scritto. E, nonostante i funerali solenni, l'Epulone ebbe lo spirito sepolto nell'Inferno.
Allora, in quel carcere orrendo, bevendo e mangiando fuoco e tenebre, trovando odio e torture in ogni dove e in ogni attimo di quella eternità, alzò lo sguardo al Cielo. Al Cielo che aveva visto in un bagliore di folgore, in un atomo di minuto, e la cui non dicibile bellezza gli rimaneva presente ad essere tormento fra i tormenti atroci.
E vide lassù Abramo. Lontano, ma fulgido, beato... e nel suo seno, fulgido e beato pure egli, era Lazzaro, il povero Lazzaro un tempo spregiato, repellente, misero, ed ora?... Ed ora bello della luce di Dio e della sua santità, ricco dell'amore di Dio, ammirato non dagli uomini ma dagli angeli di Dio.
Epulone gridò piangendo: "Padre Abramo, abbi pietà di me! Manda Lazzaro, poiché non posso sperare che tu stesso lo faccia, manda Lazzaro ad intingere la punta del suo dito nell'acqua e a posarla sulla mia lingua per rinfrescarla, perché io spasimo per questa fiamma che mi penetra di continuo e mi arde!
Abramo rispose: "Ricordati, figlio, che tu avesti tutti i beni in vita, mentre Lazzaro ebbe tutti i mali. E lui seppe del male fare un bene, mentre tu non sapesti dei tuoi beni fare nulla che male non fosse. Perciò è giusto che ora lui sia qui consolato e che tu soffra. Inoltre non è più possibile farlo. I santi sono sparsi sulla terra perché gli uomini di loro se ne avvantaggino. Ma quando, nonostante ogni vicinanza, l'uomo resta quello che è - nel tuo caso, un demonio - è inutile poi ricorrere ai santi.
Ora noi siamo separati. Le erbe sul campo sono mescolate. Ma una volta che sono falciate vengono separate dalle buone le malvagie. Così è di voi e di noi. Fummo insieme sulla terra e ci cacciaste, ci tormentaste in tutti i modi, ci dimenticaste, contro l'amore. Ora siamo divisi. Tra voi e noi c'è un tale abisso che quelli che vogliono passare da qui a voi non possono, né voi, che lì siete, potete valicare l'abisso tremendo per venire a noi. Epulone piangendo più forte gridò: "Almeno, o padre santo, manda, io te ne prego, manda Lazzaro a casa di mio padre. Ho cinque fratelli. Non ho mai capito l'amore neppure fra parenti. Ma ora, ora comprendo cosa è di terribile essere non amati. E, poi che qui dove io sono è l'odio, ora ho capito, per quell'atomo di tempo che vide la mia anima Iddio, cosa è l'Amore. Non voglio che i miei fratelli soffrano le mie pene. Ho terrore per loro che fanno la mia stessa vita. Oh! manda Lazzaro ad avvertirli di dove io sono, e perché ci sono, e a dire loro che l'Inferno è, ed è atroce, e che chi non ama Dio e il prossimo all'Inferno viene. Mandalo! Che in tempo provvedano, e non abbiano a venire qui, in questo luogo di eterno tormento".
Ma Abramo rispose: "I tuoi fratelli hanno Mosè ed i Profeti. Ascoltino quelli. E con gemito di anima torturata rispose l'Epulone: "Oh! padre Abramo! Farà loro più impressione un morto... Ascoltami! Abbi pietà!".
Ma Abramo disse: “Se non hanno ascoltato Mosè ed i Profeti, non crederanno nemmeno ad uno che risusciti per un'ora dai morti per dire loro parole di Verità. E d'altronde non è giusto che un beato lasci il mio seno per andare a ricevere offese dai figli del Nemico. Il tempo delle ingiurie per esso è passato. Ora è nella pace e vi sta, per ordine di Dio che vede l'inutilità di un tentativo di conversione presso coloro che non credono neppure alla parola di Dio e non la mettono in pratica”.
(…)
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Bene, inutile a questo punto che richiami la vostra attenzione i vari passi che – nella parabola - confermano il giudizio e la retribuzione immediata, buona o brutta che sia.
1.2 Il Giudizio particolare è immediato e definitivo. Non esiste possibilità di reincarnazione per potersi poi salvare in una vita successiva: è un inganno satanico!
Da tutto quanto precede deduciamo che dopo la morte vi è un giudizio con una destinazione spirituale definitiva (tranne Purgatorio e Limbo destinati a cessare al m momento del Giudizio Universale) per cui non esiste un’altra vita terrena, cioè la metempsicosi: questa teoria sulla trasmigrazione e reincarnazione delle anime in un altro corpo, come – fraintendendo - si era domandato Nicodemo in quel suo colloquio notturno con Gesù di cui parla il Vangelo di Giovanni, quando Gesù gli aveva detto che per entrare nel Regno dei Cieli bisognava ‘nascere di nuovo’, intendendo però con ciò dire che si doveva non solo  rinascere nello spirito col lavacro del Suo Battesimo che avrebbe cancellato quella macchia del Peccato Originale che impediva (ed impedisce tutt’ora) l’accesso al Paradiso ma probabilmente anche rinnovarsi nello spirito modificando cioè radicalmente i propri comportamenti.
La credenza sulla reincarnazione, forse derivata da altre religioni orientali, era una teoria abbastanza conosciuta del mondo pagano pre-cristiano, greco-romano – a cultura ellenistica - dove essa era stata in qualche modo accreditata anche da Platone.
Si tratta di teorie filosofiche, o anche credenze religiose nella rinascita dell’anima o dello spirito di un individuo in un altro corpo fisico di animale o di persona, del quale l’anima prenderebbe possesso dopo la sua morte terrena.
Teorie fatte proprie specialmente dall’Ottocento in poi dalle dottrine dello spiritismo moderno.
Si tratta di favole molto pericolose perché producono l’effetto di addormentare le coscienze nella illusione di una nuova vita in terra e di un cammino – di vita in vita – verso quella che, senza alcun Giudizio né particolare né universale da parte di Dio, ci sarebbe comunque una salvezza, ottenuta praticamente come una sorta di avanzamento di carriera senza merito ma per… anzianità.
Questa è infatti la dottrina dello spiritismo moderno che – aggirando la questione del Giudizio divino - sa esercitare un suo fascino perverso in così tante decine di milioni di persone, in tutto il mondo, fra gli stessi cristiani.
Il cristiano ‘relativista’ - il cristiano ‘fai da te’ - si sente in tal maniera sicuro della salvezza finale senza eccessivi sforzi quali invece vengono richiesti al cristiano vero che, per salvarsi, deve ‘volersi salvare’ usando violenza a se stesso per contrastare il proprio ‘io’ snaturato dalle conseguenze del Peccato originale nonché combattere contro le tentazioni del ‘mondo’.
Secondo la dottrina dello spiritismo, ogni volta che l'anima abbandona il corpo morto dell'uomo in cui abitava, deciderebbe - facendo una specie di esame di coscienza su quella che è stata la sua condotta nella vita appena terminata - come dovrà ulteriormente perfezionarsi nella vita successiva, e quindi l’anima stabilisce per conto proprio dove preferisce andare a rinascere: ad esempio in una famiglia ricca, o povera, in un paese o in un altro, quando magari continuare ad incarnarsi nell'ambito del proprio stesso gruppo famigliare: futuri nipoti, pronipoti etc., al fine di poterli ‘aiutare’, o aiutare anche - ad esempio - i propri genitori che si sarebbero a loro volta incarnati in nipoti, pronipoti, etc. etc..
La ‘dottrina’ spiritista sulla reincarnazione sostiene che tutte le anime sono destinate ad andare in Cielo, una volta che - di trasmigrazione in trasmigrazione - esse si siano 'purificate', perché Dio è in ogni caso 'buono' per definizione e non ci può quindi tenere responsabili per i peccati che dipendono dalla natura umana, quella stessa natura che 'lui' stesso, in fin dei conti, ci ha dato...
Se quindi un'anima non riesce a purificarsi in una vita, lo potrà fare comunque nelle vite successive.
La via mostrataci da Gesù è invece stretta ed erta, ma è una strada che - percorsa con un poco di attenzione e buona volontà - porta in realtà alla vera sicura salvezza.
1.3 La sensazione di aver già vissuto - in una vita precedente - determinate situazioni che viviamo nella vita attuale: i ‘ricordi’ delle anime di quanto antevisto nell’attimo creativo.
Il Giudizio immediato particolare da parte di Dio, il quale poi destina l’anima alla sua sorte fausta od infausta in base a come si è comportata nella vita terrena, è dunque fondamentale per confutare la dottrina della reincarnazione che nega tale Giudizio definitivo sull’anima.
Tale dottrina – ora, come due millenni fa - si basa talvolta su quello che viene definito come il ‘ricordo’ di una vita precedente, sensazione che umanamente si può provare quando una persona ha l’impressione di aver già vissuto una determinata esperienza personale o di aver visto un determinato luogo o conosciuto da qualche parte una certa persona.
L’argomento di questi ‘ricordi’ è un argomento molto interessante che emerge da una visione di Maria Valtorta descritta ne ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.
Il gruppo apostolico - composto in quell'occasione dagli apostoli ma anche dal seguito delle 'donne' di famiglia, parenti degli apostoli, nonché da alcune discepole che i Vangeli ci mostreranno poi sulla salita del Calvario ed al momento della Resurrezione di Gesù - è in marcia dopo essersi aggregato per ragioni di sicurezza ad una carovana.
E' una fresca sera di ottobre e la carovana, composta da tanti uomini e cammelli, si ferma per la notte presso un gruppo di case, vicino ad una fonte, mentre apostoli e donne - fra le quali anche Maria, la Mamma di Gesù - si ritirano al riparo in una grossa stanza fumosa messa a loro disposizione.
Del gruppo fa parte Sintica, una greca bella, giovane e colta che - pagana e schiava di un romano – era fuggita ed era stata accolta e nascosta nel gruppo apostolico facendosi poi 'discepola' e unendosi in quel viaggio al seguito di Gesù.
Come per Claudia Procula, la moglie di Pilato alla quale Gesù aveva tenuto in una certa casuale occasione una specifica ‘catechesi’ sull’anima e sulla sua sorte dopo la morte del corpo, anche per Sintica l'apprendere di avere un'anima spirituale immortale era stata una sorpresa entusiasmante.
I discorsi nello stanzone si intrecciano mentre si commentano anche gli insegnamenti di Gesù impartiti - dialogando - durante il viaggio a piedi della giornata.
Un argomento fra quelli discussi è appunto quello dell’insegnamento dato da Gesù sul fatto che le anime - una volta infuse da Dio nell’Aldiqua nel concepimento umano – pur rimanendo ‘smemorate’ (a causa della macchia che subito le segna) conservano inconsciamente un ricordo confuso acquisito nell’attimo infinitesimale della creazione, insomma ricordano qualcosa su quanto hanno visto mentre erano nell’eterno presente di Dio…
Sintica - che vorrebbe saperne di più e continua a porre domande - si chiede allora se il fatto, comune a molte persone, di 'ricordare' talvolta certi episodi come se li avessero già vissuti, non abbia qualcosa a che vedere con la teoria della reincarnazione creduta da molti pagani.
Allora Gesù – adattando la sua spiegazione e linguaggio alla cultura di una pagana -  le dice in un bel dialogo:
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(…)
«...Ascolta. Non devi credere che, perché gli spiriti hanno spontanei ricordi di Verità, sia dimostrato che noi si vive più vite. Ormai sai già abbastanza per sapere come fu creato l'uomo, come l'uomo peccò, come fu punito.
Ti è stato spiegato come nell'animale-uomo da Dio sia incorporata un'anima singola.
Questa è creata di volta in volta e non mai più usata per successive incarnazioni.
Questa certezza dovrebbe annullare la mia asserzione sui ricordi delle anime.
Dovrebbe per qualunque altro essere che non fosse l'uomo, dotato di un'anima fatta da Dio.
L'animale non può ricordare nulla, nascendo una volta sola.
L'uomo può ricordare, pur nascendo una volta sola.
Ricordare con la sua parte migliore: l'anima.
Da dove viene l'anima? Ogni anima d'uomo? Da Dio.
Chi è Dio? Lo Spirito intelligentissimo, potentissimo, perfetto.
Questa mirabile cosa che è l'anima, cosa da Dio creata per dare all'uomo la sua immagine e somiglianza come segno indiscutibile della sua Paternità Ss., risente delle doti proprie di Colui che la crea.
E’ dunque intelligente, spirituale, libera, immortale, come il Padre che l'ha creata.
Essa esce perfetta dal Pensiero divino e nell'attimo della sua creazione essa è uguale, per un millesimo di attimo, a quella del primo uomo: una perfezione che comprende la Verità per dono gratis dato.
Un millesimo di attimo. Poi, formata che sia, è lesionata dalla colpa d'origine. Per farti capire meglio dirò che è come se Dio fosse gravido dell'anima che crea e che il creato, nel nascere, venisse ferito da un segno incancellabile. Mi comprendi?».
« Sì. Finché è pensata, è perfetta. Un millesimo d'attimo, questo pensiero creante. Poi, il pensiero tradotto in fatto, il fatto è soggetto alla legge provocata dalla Colpa ».
«Bene hai risposto. L'anima si incarna perciò così nel corpo umano, portando seco, quale gemma segreta nel mistero del suo essere spirituale, il ricordo dell'Essere Creatore, ossia della Verità. Il bimbo nasce. Può essere un buono, un ottimo come un perfido. Tutto può divenire, perché è libero di volere.
Sui suoi 'ricordi' getta le luci il ministero angelico e le tenebre l'insidiatore.
A seconda che l'uomo appetisce alle luci, e perciò anche a virtù sempre più grande, facendo l'anima signora del suo essere, ecco che si aumenta in lei la facoltà di ricordare, come se sempre più la virtù assottigliasse la parete che si frappone fra l'anima e Dio.
Ecco perché i virtuosi di ogni paese sentono la Verità, non perfettamente, perché ottusi da contrarie dottrine o da ignoranze letali, ma sufficientemente per dare pagine di formazione morale ai popoli ai quali appartengono. Hai compreso? Sei persuasa? ».
« Sì. Concludendo: la religione delle virtù praticate eroicamente predispone l'anima alla Religione vera e alla conoscenza di Dio ».
« Proprio così. E ora vai al riposo e sii benedetta. E tu pure, Mamma; e voi, sorelle e discepole. La pace di Dio sul vostro riposo ».
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Fin qui Gesù…, ma San Paolo – anche se nelle sue Epistole parla un poco ‘difficile’- è invece ‘chiarissimo’ quando parla ‘fuori dai denti’ e pepatamente alla nostra mistica a proposito della reincarnazione.
Infatti egli spiega in un Dettato a Maria Valtorta nel gennaio del 1944 (i grassetti sono miei):
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« Gli antichi pagani ai quali io spezzavo il pane della Fede sembrano essere tuttora vivi, anzi essere ritornati, secondo la vostra credenza, a reincarnarsi con le loro antiche teorie riguardo alla risurrezione e alla seconda vita, tanto tuttora, e più che mai ora, dopo venti secoli di predicazione evangelica, è incarnata e incarnita nella vostra mente la teoria della reincarnazione.
Unica cosa che si reincarni, questa vostra teoria che rifiorisce come una muffa ad epoche alterne di oscuramento spirituale. Poiché, sappiatelo, o voi che vi credete i più evoluti nello spirito, questo è il segno di un tramonto e non di un’aurora dello spirito.
Tanto più basso è il Sole di Dio nei vostri spiriti e tanto più nell’ombra che sale si formano larve e stagnano febbri e pullulano i portatori di morte e germinano le spore che intaccano, corrodono, assorbono, distruggono la vita dello spirito vostro, come in boschi iperborei dove di sei mesi è lunga la notte e fa delle boscaglie, piene di vita vegetale e animale, delle morte zone simili a quelle di un mondo spento.
Stolti! I morti non ritornano. Con nessun nuovo corpo.
Non vi è che una risurrezione: quella finale.
Non siete, no, non siete, voi fatti ad immagine e somiglianza di Dio, dei semi che per ciclo alterno spuntano e si fanno stelo, fiore, frutto, seme e, da seme, stelo, fiore, frutto.
Voi siete uomini, non erbe del campo. Voi siete destinati al Cielo non alla stalla del giumento.
Voi possedete lo spirito di Dio, quello spirito che Dio vi infonde per continua sua generazione spirituale che è in rispondenza alla generazione umana di una nuova carne.
E che credete voi? Che Dio, l’onnipotente, illimitato, eterno Iddio nostro, abbia un limite nel suo generare?
Un limite che gli imponga di creare un dato numero di spiriti e non più, di modo che per continuare la vita degli uomini sulla terra, come commesso da emporio, debba andare agli scaffali e cercare fra gli ivi ammassati spiriti quello da riusare per quella data merce; o, meglio ancora, credete che Egli sia come uno scriba il quale riesuma una data pratica e cerchi un dato rotolo perché è venuta l’ora di riusarlo a dar voce ad un evento?
O stolti, stolti, stolti! Voi non siete merci, pergamene o semi. Voi siete uomini.
Il corpo, come seme, cade, finito il suo ciclo, nella corruzione della fossa.
Lo spirito torna alla sua Fonte per essere giudicato se è vivo o putrido quanto la carne, e a seconda del suo essere va al suo destino. Né più da quello esce altro che per chiamare ciò che fu suo ad una unica risurrezione, in cui chi fu putrido in vita putrido perfetto diviene in eterno, con quello spirito corrotto e quella corrotta carne che nella loro unica, sola, non ripetibile vita, ebbero; e chi fu “giusto” in vita risorge glorioso, incorruttibile, elevando la sua carne alla gloria del suo spirito glorioso, spiritualizzandola, divinizzandola, poiché per essa e con essa ha vinto ed è giusto che con essa trionfi.
Qui siete animali ragionevoli per lo spirito che possedete e che consegue la vita anche per la carne che esso vince.
Nell’altra vita sarete spiriti vivificanti la carne che ha conseguito vittoria rimanendo soggetta allo spirito. Prima viene sempre la natura animale.
Ecco l’evoluzione vera. Ma è unica.
Poi dalla natura animale, che ha saputo, per la triplice virtù, rendere leggera se stessa, viene la natura spirituale.
A seconda che vivete in questa vita, tali sarete nella seconda.
Se in voi ha predominato ciò che è celeste, conoscerete la natura di Dio in voi e possederete tale natura poiché Dio sarà il vostro eterno possesso.
Se avrete avuto predominio terrestre, oltre la morte conoscerete l’opacità, la morte, il gelo, l’orrore, la tenebra, tutto ciò che è comune al corpo che viene calato nella fossa; con questa differenza: che la durata di questa seconda, vera morte, è eterna.
Eredi di Dio per volere di Dio, non vogliate, o fratelli, perdere questa eredità per seguire carne e sangue ed errore della mente.
Io pure errai e fui contrario alla Verità, fui persecutore del Cristo. Il mio peccato m’è sempre presente, anche nella gloria di questo regno le cui porte me l’apersero il mio pentimento, la mia fede, il mio martirio per confessare Cristo e la vita immortale. Ma quando la Luce mi atterrò, facendosi conoscere, io abbandonai l’errore per seguire la Luce.
A voi la Luce si è fatta conoscere attraverso a venti secoli di prodigi, innegabili anche al più feroce negatore e al più ostinato. Perché dunque volete, voi fortunati che avete per testimonianza di essa Luce venti secoli di divine manifestazioni, perché volete voi rimanere nell’errore?
Io, testimonio di Cristo, ve lo giuro. Non la carne né il sangue possono ereditare il regno di Dio, ma unicamente lo spirito. E, come è detto nel Vangelo di Gesù Signore nostro, non sono i figli di questo secolo - intendete, o fratelli, che qui “secolo” sta a significare coloro che sono nel mondo, ossia i terrestri - quelli destinati a risorgere ed a risposarsi avendo una seconda vita terrena.
Solo risorgeranno coloro che sono degni del secondo secolo, dell’eterno, quelli cioè che non potranno più morire essendo già vissuti, ma che, per avere conseguito la vita spirituale ed essere divenuti simili agli angeli e figli dell’Altissimo, non hanno più fame di nozze umane, desiderando col loro spirito un solo coniugio: quello con Dio-Amore; un solo possesso: quello di Dio; una sola dimora: quella del Cielo; una sola vita: quella nella Vita.
Amen, amen, amen!
Dico a voi: credete per conseguirla.»
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E dopo aver ascoltato e scritto quanto sopra, così Maria Valtorta lo commenta:
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E così è venuto anche S. Paolo. Alla grazia! Che uragano! Non mi stupisco che abbia travolto, sotto la veemenza della sua parola, anche gli ateniesi abituati ai loro oratori! Se Giovanni è sospiro di vento profumato di cielo, Paolo è ciclone carico di tutti gli elementi atti a piegare le più proterve cime.
Credo che il ciclo sia chiuso. E se tutto questo concerto di note non penetra in loro (……) non so cosa più potrà penetrare. Avevo desiderato un dettato in merito da mesi e mesi. Ho atteso. Ma ne ho avuti sette e, se io fossi al posto di taluni, mi parrebbe d’essere come un topo in trappola o uccello nella rete. L’evidenza mi stringerebbe da tutti i lati.
Che proprio parlasse anche S. Paolo non me l’aspettavo.
Ora ho le spalle rotte e mi riposo guardando con l’anima la Divina Colomba d’oro e sentendo Maria al mio fianco. La sua parola mattutina mi continua a cantare in cuore.
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La prossima riflessione sulla nostra quinta affermazione del Credo sarà dedicata a:
2. GIUDIZIO DIVINO SUI CRISTIANI E SUI PAGANI NON BATTEZZATI.
2. GIUDIZIO DIVINO SUI CRISTIANI E SUI PAGANI NON BATTEZZATI.
2.1 Non giudicare il prossimo se non si vuole essere ‘giudicati’ più severamente da Gesù.
Il Credo dice dunque che Gesù Cristo – dopo essere salito al Cielo dove siede alla destra di Dio Padre Onnipotente -  verrà a giudicare i vivi e i morti.
Mentre il primo giudizio alla morte del corpo – lo abbiamo visto nel capitolo precedente - è individuale e solo sullo spirito, il secondo giudizio universale riguarderà invece anche la ‘carne, ed è collettivo e solenne, sia nel Bene che nel Male.
Il giudizio particolare è dunque l’anteprima di quello finale.
In entrambi i casi – come si evince anche dalla parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone - saremo comunque giudicati sull’Amore che avremo saputo manifestare in vita.
Amore verso Dio e – di conseguenza – verso il prossimo, due comandamenti nei quali è racchiusa tutta la Legge mosaica e la dottrina di Gesù.
Approfondiamo dunque la riflessione sul Giudizio perché il ‘metro’ di quello particolare non sarà diverso da quello collettivo, venendo noi giudicati – già al momento della nostra morte - in maniera irreversibile.
Per non essere ‘giudicati’ più severamente da Gesù è però innanzitutto necessario cominciare con il non giudicare il prossimo.
Nel primo versetto del Cap. 2 della sua Epistola ai Romani, San Paolo aveva invitato gli uomini a guardarsi bene dal giudicare le colpe altrui se poi - sapendo che di colpe si tratta, e soprattutto molto gravi - essi commettono le stesse colpe.
Infatti, questo voler giudicare gli altri quando poi ci si rende responsabili delle stesse colpe è a sua volta una colpa ancora maggiore che ci rende – come dice San Paolo - 'inescusabili' agli occhi di Dio perché si erra in piena coscienza e ci si comporta inoltre da ipocriti che si prendono gioco del Signore.
Ecco però – sempre a proposito di Giudizio di Dio - come lo Spirito Santo, in un Dettato alla mistica Valtorta - commenta i successivi versetti 2, 2-8 già trascritti in nota dell’Epistola ai Romani di San Paolo (i grassetti sono miei):
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11-1-48
Ai Romani, cap. II, v. 2 sino all'8°.
Dice il Ss. Autore:
«Il giudizio di Dio è secondo verità. Sia per chi è reprobo, come per chi è tiepido, come per chi arde di purissimo amore sino al sacrificio.
Non il censo, o la veste, o la condizione, o la posizione, altereranno il giudizio di Dio.
Non lo confonderanno i ripieghi e gli scenari messi ad ingannare gli uomini, non le ipocrisie, non gli impuri atti di bontà, di fede, di onestà, di amore.
Le parole del Maestro sono sempre vive e giuste, sia quando dicono: "Non soltanto chi dice 'Signore, Signore' entrerà nel regno dei Cieli", come quando fa il parallelo fra il pubblicano e il fariseo, sia quando dà il mirabile codice della Nuova Legge col discorso della montagna.
Non c'è mutazione di legge per mutar dei tempi.
E non ci sarà diversità di giudizio, perché sempre secondo verità e giustizia Dio giudicherà.
E più ancora sarà giudicato colui che è deputato a giudicare o si arroga il diritto di farlo.
Più giudicato, perché più sarà chiesto a chi più ha conosciuto della Legge.
E più giudicato perché è detto: "Non giudicate per non essere giudicati" .
Siate piccoli! Siate piccoli, o voi che Io amo. Se lo sarete, Io vi insegnerò la Sapienza. Ve la insegnerò col mio amore. Perché, sappiatelo, la Sapienza si impara più per amore che per istruzione. Io che vi amo, voi che mi amate, siamo lume a capire le parole della Sapienza, che senza luce d'amore, ma per sola coltura, restano oscure in tutto o in parte.
Per questo mai finirà di gridare l'Amore: "E' per la carità che avrete salute e pace". Poiché chi ha carità non disprezza le ricchezze della bontà divina, della sua pazienza e tolleranza; chi ha carità ama la penitenza, non giudica, non condanna, non dà scandalo, non diviene tiepido o freddo, o sozzo di corruzione.
Chi ha carità disarma il cuore di Dio anche per quanto gli avviene di colpevolezza.
Dio perdona a chi lo ama e gli piange in grembo, e non solo darà a ciascuno secondo le opere, sempre imperfette, dell'uomo, ma tenendo conto del suo amore che sovente è più grande della sua capacità di far bene.
Anche il desiderio di perfezione sarà calcolato, quando sarà un desiderio attivo, ossia un vero desiderio che non si compie perfettamente soltanto perché la creatura non ha la capacità di compierlo.
Dio vede. Realmente vede. E vede come può vedere Iddio perfettissimo: con perfezione che non si ferma alle apparenze. E con perfezione giudica dopo paziente attesa.»
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Mettendo a fuoco e rielaborando i concetti.
Dio giudica secondo verità i buoni, i tiepidi e i cattivi. E giudica senza alcun riguardo alle apparenze e allo stato sociale delle persone e nemmeno - scrutando Egli i cuori - si lascia ingannare dalle ipocrisie degli uomini.
Il suo giudizio inoltre non cambia, perché la Legge divina - proprio in quanto divina - è una verità che ha valore assoluto ed è quindi immutabile anche se in particolari momenti della storia umana dovessero mutare abitudini sociali e ‘valori’.
Il nostro giudizio nei confronti del prossimo è dunque sostanzialmente una mancanza di misericordia ed è dunque bene non giudicare, se poi non si vuole essere a propria volta giudicati da Dio con analoga mancanza di misericordia.
Inoltre saranno giudicati da Dio ancor più severamente coloro che - in questa vita - hanno il compito di giudicare gli altri o che si arrogano il diritto di farlo.
Grande è ad esempio la responsabilità dei Giudici i quali – in terra – dovrebbero avere il delicatissimo compito di surrogare – ma con vera giustizia - la Giustizia divina.
Non bisogna inoltre giudicare il prossimo perché bisogna sapere essere 'piccoli', cioè umili, perché è nell'umiltà che sta l'Amore e quindi la Sapienza.
Peraltro chi sa amare 'disarma' Dio che, a quel punto, è disposto a perdonare anche le sue colpe. In tal caso, infatti, Dio non solo ricompenserà l'uomo che dimostra di amare fattivamente attraverso le proprie opere, che sarebbero comunque imperfette, ma - tenendo conto del suo amore che è più grande della sua capacità di fare il bene - Dio, più che della capacità dell'uomo di fare il bene, terrà conto del suo desiderio attivo di farlo.
Ciò, appunto, perché Dio - come detto all'inizio - non si lascia ingannare dalle apparenze e, anche dopo una paziente attesa per dare tempo all’uomo di pentirsi, sa giudicare con perfezione.
Lo Spirito Santo ci dice che non dobbiamo giudicare anche perché l'uomo è imperfetto: infatti egli - pur conoscendosi - non sa giudicare se stesso perché si giudica sempre migliore di quanto non sia, e figuriamoci allora se sa giudicare gli altri che non conosce, basandosi per di più sulle apparenze se non sui propri pregiudizi.
Il giudizio - in questa situazione – non solo quasi mai è perfetto ma praticamente non è mai caritatevole.
Esso si traduce quindi in una mancanza d'amore, e dove manca l'Amore non c'è Dio e - nello spazio lasciato libero - subentra l'Altro.
Gesù - pur essendo Uomo-Dio - era umile e nel suo Discorso della Montagna aveva elogiato i 'mansueti'.
Chi non giudica è sostanzialmente umile, e quindi ama perché – come già sopra detto - dove c'è umiltà c'è amore.
Chi, seguendo l’impulso del proprio ‘io’ animale, vorrebbe giudicare ma rinuncia a farlo per non contravvenire all'amore, compie dunque un atto di violenza nei confronti del proprio 'io' che invece vorrebbe soddisfare la propria 'passione', conseguenza del Peccato originale.
Pertanto, se l’uomo umile che ama in maniera 'naturale' è un 'mansueto' - e in quanto tale è un prediletto da Dio - chi per propria natura non lo sarebbe - ma fa invece violenza a se stesso - è un 'forte', ed è con la violenza al proprio ‘io’ - ci ha insegnato Gesù - che si conquista il Regno dei Cieli.
Anche questa autoviolenza è un atto di amore perché - esercitata contro le proprie pulsioni più profonde - si traduce in una sorta di autoflagellazione: in sostanza in un piccolo 'martirio'.
Sempre però a proposito del ‘non giudicare’, ricordo tuttavia anche un altro brano valtortiano dove questa volta ad accennare a questo tema è Gesù.
Egli, sempre in viaggio con gli apostoli per evangelizzare, fa sosta in un borgo vicino alla cittadina di Ippo, sul Lago di Galilea (Tiberiade/Genezareth).
Egli compie tanti miracoli di guarigione e gli abitanti lo ascoltano, ospitano lui e gli apostoli rimanendo entusiasti per i suoi insegnamenti.
Gesù tiene anche un discorso molto importante sulla famiglia, sul ruolo e comportamento dell’uomo verso la moglie e viceversa, sulla stessa sessualità nel matrimonio ed infine sui doveri verso i figli.
Quindi chiede il permesso agli astanti di dire una cosa non pertinente al discorso in generale ma che è utile che tutti tengano comunque presente.
Cito qui solo questo piccolo brano che – anche se non era strettamente ‘pertinente’ al discorso sulla famiglia che Gesù stava facendo, lo invece è per il discorso che ‘noi’ stiamo facendo sul ‘non giudicare’:
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(…)
«…Vegliare sui figli e sulle figlie, amorosamente correggere, sorreggere, far meditare, e tutto senza preferenze; perché i figli sono tutti nati da un seme e da un seno e, se è naturale che siano benvoluti, per la gioia che danno, i figli buoni, è anche doveroso che siano amati, anche se di un amor doloroso, i figli non buoni, ricordando che l'uomo non deve essere più severo di Dio, il quale ama non solo i buoni ma anche i non buoni, e li ama per vedere di farli buoni, di dare loro modo e tempo a divenirlo, e sopporta fino alla morte dell'uomo, riservandosi di essere giusto Giudice quando l'uomo non può più riparare.
E qui lasciate che Io vi dica una cosa che non è inerente al discorso, ma che è utile che voi abbiate presente.
Molte volte, troppe, si sente dire che i malvagi hanno più gioia dei buoni e che ciò non è giusto. Prima di tutto vi dico: "Non giudicate le apparenze e ciò che non conoscete".
Le apparenze sono sovente fallaci e il giudizio di Dio è occulto sulla Terra. Conoscerete dall'altra parte, e vedrete che il transitorio benessere del malvagio fu concesso come mezzo per attirarlo al Bene e come sconto di quel poco di bene che anche il più malvagio può fare.
Ma, quando vedrete le cose nella luce giusta dell'altra vita, vedrete che, più breve della vita del filo d'erba nato a primavera nel greto di un torrente che l'estate dissecca, è il tempo di gioia del peccatore, mentre un solo attimo di gloria nel Cielo è, per la gioia che comunica allo spirito che ne gode, più vasto della più trionfale vita di uomo che mai sia stata.
Non invidiate perciò la prosperità del malvagio, ma cercate, con buona volontà, di giungere a possedere il tesoro eterno del giusto.»
(…)
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2.2 I differenti criteri del Giudizio divino.
Gesù – lo abbiamo già detto - insegnava a Nicodemo che per ottenere il Regno dei Cieli (Battesimo a parte) bisognava ‘rinascere di nuovo’.
Reincarnazione? No, Gesù intendeva: rinascere nello spirito, combattendo appunto contro il proprio io, perché Dio – a partire dal Nuovo Testamento - non vuole più sacrifici di messi o di vittime animali ma l'immolazione del proprio 'io'.
Amando Dio con il rispettare i suoi dieci comandamenti, anziché abbandonarci ai nostri impulsi peggiori, siamo così noi stessi che - combattendo contro il nostro 'io' - ci offriamo vittime sull'altare di Dio riscattando in tal modo i nostri peccati.
Il primo esempio ce lo ha dato proprio Gesù che - Uomo-Dio - si è offerto alla Croce quale Vittima Innocente, per ottenere in riscatto dal Padre la Redenzione dell'Umanità con la riapertura delle porte del Paradiso agli uomini di buona volontà.
Dobbiamo dunque rinunciare a giudicare, respingendo persino la tentazione mentale, lasciando ogni giudizio a Dio.
A noi pare che spesso Egli non intervenga per punire i 'cattivi', ma in realtà Egli – come già accennato e qui lo ripeto - concede solo tempo, il tempo di pentirsi - perché Egli vorrebbe tutti salvi - salvo poi venire a giudicare in occasione del Giudizio particolare.
Nel Giudizio, Dio terrà misericordiosamente conto delle ‘attenuanti’, perché la Misericordia è uno dei suoi attributi ma - anche se Dio è Amore - Egli è anche Giustizia, e il venir meno alla Giustizia per un eccesso di Misericordia sarebbe un far torto, e quindi una mancanza di amore, nei confronti di chi con sacrificio si è comportato in vita da giusto.
Il tema del Giudizio divino – e quindi della condanna o del perdono - è tuttavia troppo importante e vitale per ‘liquidarlo’ con pochi concetti. Ci riguarda personalmente, in esso è contenuto il nostro destino eterno.
E’ per questa ragione che l’ispirato San Paolo, sempre nella sua lettera ai Romani, vi dedica particolare rilievo.
San Paolo è uno ‘scrittore’ non facile da capire, piuttosto ‘ermetico', e per poterlo comprendere meglio è necessaria una certa preparazione e conoscenza non solo della Dottrina cristiana ma anche del vero significato dei termini che usa, pena il rischio di incorrere in malintesi.
Egli, in origine allievo rabbinico di grande preparazione teologica e filosofica, ha saputo illustrare talmente bene la Dottrina cristiana al punto che taluni asseriscono essere stato lui il vero 'fondatore' del Cristianesimo.
Si tratta di una assurdità detta da persone che in molti casi si propongono di denigrare Gesù Cristo mettendolo un gradino sotto San Paolo e ridimensionando così la figura di Gesù-Uomo-Dio a quella di un semplice ‘uomo’, anche se, ‘magnanimamente’, costoro gli danno atto di essere stato un grande ‘saggio’…
Si tratta in realtà dello stesso tipo di persone – di norma ‘teologi’ modernisti - che hanno anche poi messo in dubbio che Gesù sia mai storicamente esistito o asserendo che - se esistito –Egli sia stato idealizzato e 'fatto Dio' - magari anche in buona fede - dai suoi primi ‘fanatici’ seguaci.
Lo scopo finale è insomma quello di ridurre la Religione cristiana a una dimensione umana e non più divina e quindi una religione più o meno come le altre, anche se magari - loro benevola concessione… - si può riconoscere che essa è la più 'evoluta', sottintendendo con questo termine una visuale evoluzionista per indicare che anche il Cristianesimo è una religione del tutto umana destinata ad ‘evolversi’ con l’evoluzione dei costumi della società.
Lo Spirito Santo, parlando del Giudizio di Dio, e commentando il brano della lettera ai Romani di San Paolo citata prima in nota, dice:
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Lezione 9
16 gennaio 1948
Ai Romani, cap. II, v. 12. Dice il Ss. Autore:
«La grande misericordia di Dio risplende ancor più luminosamente infinita nelle parole di Paolo che, ispirato, proclama come unicamente coloro che non riconoscono nessuna legge - né naturale, né soprannaturale, né ragionevole - periranno, mentre quelli che hanno conosciuto la Legge e non l'hanno praticata, dalla stessa Legge, che salva, saranno condannati; e ancora: che i Gentili, che non hanno la Legge, ma naturalmente e ragionevolmente fanno ciò che la Legge a loro sconosciuta prescrive - dandosi, per solo lume di ragione, rettezza di cuore, ubbidienza alle voci dello Spirito, sconosciuto ma presente, unico maestro al loro spirito di buona volontà, ubbidienza a quelle ispirazioni che essi seguono perché la loro virtù le ama, e non sanno di servire inconsapevolmente Dio - che questi Gentili, che mostrano con le loro azioni che la Legge è scritta nel loro cuore virtuoso, nel giorno del Giudizio saranno giustificati.
Osserviamo queste tre grandi categorie, nel giudizio divino delle quali risplendono misericordia e giustizia perfette.
Coloro che non riconoscono nessuna legge né naturale, né umana, e perciò ragionevole, né sovrumana.
Chi sono? I selvaggi?
No. Sono i luciferi della Terra. E il loro numero cresce sempre più col passare dei tempi, nonostante che civiltà e diffusione del Vangelo, predicazione inesausta di esso, dovrebbero far sempre più esiguo il loro numero. Ma pace, ma giustizia, ma luce, sono promesse agli uomini di buona volontà. Ed essi sono di mala volontà.
Sono i ribelli ad ogni legge, anche a quella naturale. Perciò inferiori ai bruti.
Rinnegano volontariamente la loro natura di uomo: essere ragionevole dotato di mente e di anima. Fanno cose contro natura e contro ragione. Non meritano più che di perire di fra il numero degli uomini che son creati a immagine e somiglianza di Dio, e periranno da come uomini per prendere la loro voluta natura di demoni.
Seconda categoria: gli ipocriti, i falsi, coloro che irridono Dio, avendo la Legge, ma avendola solo, non praticandola.
E può allora dirsi di averla veramente e trarne benefici? Simili a coloro che possiedono un tesoro ma lo lasciano inoperoso e incustodito, essi non ne traggono frutti di vita eterna, gaudi immediati al loro morire, e Dio li condannerà perché ebbero il dono di Dio e non ne usarono con riconoscenza al Donatore che li aveva messi nella parte eletta dell’Umanità: in quella del Popolo suo perché segnato del segno cristiano.
Terza categoria: i Gentili. Al tempo d’oggi diamo tale qualifica a quelli che non sono cristiani cattolici. Chiamiamoli così, mentre meditiamo le parole di Paolo.
Essi, che non avendo la Legge fanno naturalmente ciò che la Legge impone  e son legge a se stessi mostrando così come il loro spirito ami la virtù e tenda al Bene supremo  essi, quando Dio giudicherà per mezzo del Salvatore le azioni segrete degli uomini, saranno giustificati.
Sono molti, costoro. Un numero grande. E sarà la folla immensa... di ogni nazione, tribù, popolo, linguaggio, sulla quale, nell’ultimo giorno, per i meriti infiniti del Cristo immolato sino all’estrema stilla di sangue e di umore, verrà impresso il sigillo del Dio vivo a salvezza e premio prima dell’estremo inappellabile giudizio.
La loro virtù, la loro spontanea ubbidienza alla legge di virtù, li avrà battezzati senza altro battesimo, consacrati senza altro crisma che i meriti infiniti del Salvatore.
Il Limbo non sarà più dimora dei giusti. Così come la sera del Venerdì Santo esso si svuotò dei suoi giusti, perché il Sangue versato dal Redentore li aveva detersi dalla macchia di origine, così alla sera del Tempo i meriti del Cristo trionfante su ogni nemico li assolverà dal non essere stati del suo gregge per ferma fede di essere nella religione giusta, e li premierà della virtù esercitata in vita.
Se così non fosse, Dio farebbe frode a questi giusti che si dettero legge di giustizia e difesero la giustizia e la virtù. E Dio non defrauda mai. Lungo talora a compiersi, ma sempre certo il suo premio.»
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Rielaborando anche in questo caso quanto sopra scritto:
- Periranno all'Inferno solo coloro che non vogliono riconoscere alcuna legge, né naturale, né soprannaturale, né della ragione.
- Per altro verso, coloro che hanno conosciuto la Legge, cioè la Dottrina Cristiana, e non hanno voluto metterla in pratica, saranno condannati da quella stessa Legge, fatta per salvarli, che essi hanno invece disprezzata.
Il concetto viene quindi approfondito individuando tre categorie:
1) I pagani che non hanno conosciuto la Legge ma in maniera naturale e usando la ragione fanno per rettezza di cuore - e ascoltando la voce della propria coscienza - quanto viene prescritto dai dettami della stessa (pur non essendo consapevoli di fare la volontà di Dio ma dimostrando di rispettare la legge incisa da Dio nelle loro coscienze o meglio nel loro spirito) saranno ‘giustificati’ nel giorno del Giudizio universale.
2) Coloro che invece non intendono rispettare alcuna legge - né naturale né umana, né soprannaturale - sono uomini di cattiva volontà, ribelli persino alla legge naturale dei dieci Comandamenti che Dio ha inciso nelle loro anime. Per costoro è dunque giusta la condanna eterna.
3) Coloro che invece hanno conosciuto la legge cristiana ma non hanno voluto praticarla, sprecando così il 'talento' ricevuto, verranno condannati.
Lo Spirito Santo – quanto ai pagani non battezzati - chiarisce ancora:
· i pagani - che non hanno conosciuto la legge cristiana, ma hanno invece fatto di propria iniziativa ciò che la Legge impone - dimostrano in tal modo che il loro spirito tende istintivamente a Dio e che essi sono dei 'giusti'. Dio scruta infatti nei loro cuori e, quando Gesù giudicherà le azioni segrete degli uomini, essi saranno perdonati. Questi ultimi, i pagani non battezzati, sono una moltitudine sterminata di ogni nazione, tribù, popolo, lingua che - nell'ultimo giorno, vale a dire quello del Giudizio universale - verranno giudicati, perdonati e salvati grazie ai meriti infiniti del Sangue di Gesù Cristo che verrà impresso come un sigillo su di loro a premio del loro comportamento 'cristiano' pur non essendo essi mai stati cristiani.
· Se per i cristiani è il Battesimo che - se sono di buona volontà - apre loro le porte del Paradiso subito dopo la loro morte o dopo l’espiazione in Purgatorio, per i pagani che senza saperlo si sono comportati secondo gli insegnamenti di Gesù Cristo, il loro 'battesimo' - anche se alla fine del mondo - sarà costituito dalle loro virtù, consacrati dal Crisma dei meriti del Salvatore.
· Alla fine del Tempo i giusti pagani, pur non essendo stati battezzati ma avendo essi avuto una ferma fede di appartenenza alla loro religione da essi ritenuta 'giusta', grazie ai meriti infiniti del Salvatore verranno assolti per la virtù da loro esercitata in vita e accederanno trionfalmente al Paradiso.
· Né potrebbe essere altrimenti perché in caso contrario Dio avrebbe frodato quei giusti non cristiani che seppero essere virtuosi e darsi norme di comportamento giusto.
In Cielo, dunque, anche se non battezzati?
Sì, ma solo dopo il Giudizio Universale”, perché il premio di Dio può arrivare tardi, ma è sempre certo.
San Paolo nella sua lettera ai romani precedentemente citata in nota esprime dunque un concetto fondamentale, e cioè - indipendentemente dalla religione professata – Dio, nell’emettere il Suo Giudizio collettivo alla fine della Storia umana, salverà tutti coloro che avranno voluto fare il bene.
2.3 Ancora una riflessione su Purgatorio e Limbo.
Ora, riflettendo insieme, se appare relativamente chiara la sorte nell’Aldilà, cionondimeno devo dire che non di rado mi vengono dei dubbi.
Infatti l’Opera valtortiana è ‘semplice’ da leggere perché il suo ‘linguaggio’ è quello di un Dio che scende al livello intellettuale di noi ‘umani’ per rendersi comprensibile, ma nello stesso tempo non è facile perché tante ‘spiegazioni’ pur di livello intellettuale e spirituale elevato non esauriscono quel determinato argomento ed altri aspetti che lo concernono vengono trattati anche da ‘Persone’ diverse - come Gesù, lo stesso Spirito Santo, per non parlare dell’Angelo Custode Azaria – e nel quadro di circostanze diverse.
Quindi, per cercare di capire di più, è necessario ricorrere a quello che io chiamo - con termine giuridico - come il ‘combinato disposto’ di più articoli di legge che fra essi si integrano e si completano per rendere chiara l’interpretazione di una determinata norma.
Ad esempio c’è un altro episodio dove si tratta del Limbo e delle varie dimore dell’Aldilà alle quali – dopo il giudizio particolare - le anime vengono destinate.
Lo traggo da ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’.
Innanzitutto vi riassumo l’antefatto.
Una donna di Cafarnao, di nome Meroba, è madre di Alfeo e di altri due bambini che non ama e tratta anche male. Rimasta vedova si è risposata e attende un bambino.
Maria SS., con Gesù, le chiede di lasciarle Alfeo per qualche giorno e la donna acconsente ma di mala grazia. Il piccolo viene dunque temporaneamente ‘adottato’ dal gruppo di apostoli ed alcune loro parenti e discepole che in quel periodo si erano aggregate a Gesù.
Una certa Sara, ricca vedova con emporio e terre ad Afec nella Decapoli, incontra le discepole con Gesù ed il piccolo Alfeo presso la cittadina di Ippo.
Lei si mette al seguito del gruppo apostolico che – giunto presso la cittadina di Afec, dove lei risiede – viene invitato al completo a casa sua. Sara – che desiderava ardentemente un figlio – spera in cuor suo che Gesù le affidi in adozione il bambino.
Gesù ovviamente non può farlo, dovendolo restituire alla legittima madre, ma anche giudicando che le ricchezze della vedova – dalle quali lei pare essere assai poco distaccata - possano essere in futuro un impedimento alla salvezza spirituale del bimbo, una volta diventato adulto.
Gesù non concederà dunque il bimbo alla vedova ma la invita a curare prima se stessa staccandosi dalla propria umanità.
Il suo desiderio di un figlio – le dice Gesù - la spinga a santità perché in tal caso Dio l’avrebbe esaudita, anche perché gli orfanelli in Israele certo non mancavano.
Prima ancora di arrivare in prossimità di Afec, Sara vuol fare da guida suggerendo al gruppo apostolico una scorciatoia nella campagna.
La Valtorta vede infatti in visione:
^^^^
(…)
La vedova va avanti indicando la via più breve, ossia lascia la carovaniera per una stradetta che si inerpica per il monte, ancor più fresca e ombrosa.
Ma comprendo il motivo della deviazione quando, volgendosi sulla sella, Sara dice:      
«Ecco, questi boschi sono miei. Di piante pregiate. Vengono a comprarne sin da Gerusalemme per i cofani dei ricchi. E queste sono le piante antiche; ma poi ho vivai sempre rinnovati. Venite. Vedete...», e spinge il ciuchino giù per le balze, su per le creste, e poi giù di nuovo, seguendo la stradetta fra i suoi boschi, dove infatti sono zone ad alberi adulti, già pronti al taglio, e zone dove le piante sono ancor tenerelle, talora alte pochi centimetri da terra, fra erbe verdi, odorose di tutti gli aromi montani.
«Belli questi luoghi. E ben tenuti. Sei saggia», encomia Gesù.
«Oh!... Ma per me sola... Più volentieri li curerei per un figlio... ».
Gesù non risponde.
Proseguono la via. Già si vede Afeca fra un cerchio di pometi e altri alberi da frutto.
«Anche quel frutteto è mio. Troppo ho per me sola!... Era già troppo quando avevo ancora lo sposo e a sera ci guardavamo nella casa troppo vuota, troppo grande, davanti alle troppe monete, ai conti delle troppe derrate, e ci dicevamo: "E per chi?". E ora più ancora lo dico...».
Tutta la tristezza di un matrimonio sterile balza dalle parole della donna.
«I poveri ci sono sempre...», dice Gesù.
«Oh! sì! E la mia casa si apre ad essi ogni giorno. Ma dopo...»
«Vuoi dire quando sarai morta?».
«Si, Signore. Sarà un dolore lasciare, a chi?... le cose tanto curate...».
Gesù ha un'ombra di sorriso pieno di compatimento. Ma risponde con bontà: «Sei più saggia per le cose della Terra che per quelle del cielo, donna. Ti preoccupi perché le tue piante crescano bene e non si formino radure nei tuoi boschi. Ti affliggi pensando che dopo non saranno più curate come ora. Ma questi pensieri sono poco saggi, anzi sono stolti affatto.
Credi tu che nell'altra vita abbiano valore le povere cose che hanno nome piante, frutta, denaro, case? E che sarà afflizione vederle trascurate? Raddrizza il tuo pensiero, donna.
Là non sono i pensieri di qui, in nessuno dei tre regni.
Nell'Inferno l'odio e la punizione acciecano ferocemente.
Nel Purgatorio la sete di espiare annulla ogni altro pensiero.
Nel Limbo la beata attesa dei giusti non è profanata da sensualità alcuna.
La Terra è lontana, con le sue miserie; è invece vicina solo con i suoi bisogni soprannaturali, bisogni di anime, non bisogni di oggetti.
I trapassati, che dannati non siano, solo per amore soprannaturale volgono alla Terra il loro spirito, e a Dio le loro preghiere, per coloro che sono sulla Terra. Non per altro.
E quando poi i giusti entreranno nel Regno di Dio, che vuoi che sia più, per uno che contempla Iddio, questa misera carcere, questo esilio che ha nome Terra? Che, le cose lasciate in essa? Potrebbe il giorno rimpiangere una lampada fumigante, quando lo illumina il sole?».
«Oh! no!».
«E allora? Perché sospiri su ciò che lascerai?». <